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La difesa
della normalità
Il cancro da "male incurabile” sta trasformandosi, grazie all’avanzamento delle cure e alla loro personalizzazione, in un male cronico, che si può tenere a bada, impedendogli di impossessarsi della propria vita. La battaglia principale è la difesa della normalità. L’importanza della psicologia oncologica. La grande paura del dolore, che oggi però può essere debellato. Intervista a Anna Segre.

storie

  

UNA CITTÀ n. 194 / 2012 Maggio

Intervista a Loris Menti e Marco Mattioli
realizzata da Barbara Bertoncin, Lucia Bertell, Mattia Sansavini

LA CASA ROSA
La scelta di lasciare il Veneto per la campagna sarda; la decisione di “metter su famiglia” con il compagno, che mette in discussione gli equilibri familiari; l’idea, nata per caso, di offrire ospitalità, condividendo con altri un luogo immerso nella natura e pieno di animali, anche esotici. Intervista a Loris Menti e Marco Mattioli.

Loris Menti e Marco Mattioli gestiscono la Fattoria delle tartarughe (www.lafattoriadelletartarughe.it) a Sinnai, in provincia di Cagliari.

Nel 2007 avete lasciato il Veneto...
Loris. Stavamo già pensando di andare a vivere altrove, ipotizzavamo la Toscana. Poi Marco, per Natale, è venuto a trovare suo fratello che vive a Olbia e il giorno dopo sono andati a fare un giro a Cagliari.
Marco. Era una giornata molto piovosa e abbiamo deciso di prendere la vecchia Orientale sarda, questa strada vecchissima, e a un certo punto ho visto questo posto. Era tutto allagato, ma per me che ho sempre lavorato con gli animali -sono uno zoologo- il primo pensiero è stato: "Che bello sarebbe poter mettere gli animali qua”. Dopodiché ci siamo fermati a pranzo in un paesino qui vicino e ho chiesto informazioni al proprietario del locale sulla casa rosa, ma lui ci ha subito scoraggiato: "No, no, per quella chiedevano un miliardo delle vecchie lire, e poi ha avuto dei problemi...”.
Dopodiché succede una cosa buffissima: la ragazza di un amico di mio fratello, che fa l’agente immobiliare, dopo tre mesi, sapendo che cercavamo casa in Sardegna, ma in campagna, mi chiama e mi comincia a descrivere un posto... Beh, era proprio questo! A quel punto c’era però il problema del prezzo.
Loris. Lei però minimizzava: "Ma su quello poi vediamo”, e infatti ogni volta che ci incontravamo scendeva...
Marco. Dopo sei mesi ci hanno telefonato che accettavano la nostra proposta.
Loris. All’inizio, per me, la paura di un cambiamento così radicale è stata molto forte. Mi ricordo psoriasi, somatizzazioni... Comunque sono riuscito ad avere un piccolo mutuo per acquistare la casa, poi i miei mi hanno prestato dei soldi. Sono stato anche fortunato perché io lavoravo in banca a Vicenza e sono riuscito ad ottenere un trasferimento qua, una cosa che non succede mai. Ormai ogni filiale ha il suo gruppo di dipendenti, siamo pochi, non assumono più nessuno e quindi è un feudo. Insomma, improvvisamente si sono incastrate tutte le cose...
Marco. Addirittura ha avuto il trasferimento prima che potessimo vivere qua!
Comunque siamo arrivati il 2 luglio del 2007. C’erano 42 gradi e un tir da scaricare. Qui non c’era né acqua né luce né niente, abbiamo pulito una stanza e abbiamo messo il letto per terra.
Attorno alla casa c’era una discarica di ferro; ci sono voluti due bilici per portar via tutto, le lavatrici e i frigoriferi arrivavano fino ai rami delle piante; per non parlare dei vetri, per raccoglierli siamo diventati matti, qui davanti abbiamo dovuto setacciare la terra.
Loris. Normalmente io sono molto lento nei cambiamenti, così quando sono arrivato ho avuto proprio un blocco psicologico: ventiquattr’ore di immobilismo, davvero, non riuscivo più a muovermi. La prima notte poi è stato pazzesco perché non c’erano gli infissi e io non riuscivo a chiudere gli occhi.
Insomma il giorno dopo ero in difficoltà, per cui dopo pranzo ho detto a Marco: "Guarda che vado a dormire, non ce la faccio più”.
Marco. C’erano 40 gradi e lì batteva il sole dentro, quindi l’ho coperto con un lenzuolo -tipo salma! Tra me e me pensavo: questo scappa e non lo trovo più.
Loris. Invece è stata una dormita salutare: quando mi sono svegliato, ho visto tutte le cose in maniera diversa... Da lì è partita l’avventura e non c’è stato più nessun problema. Cioè i problemi c’erano, non avevamo l’acqua, ecc., però ricordo questo senso prima di pesantezza e poi di grande leggerezza. In fondo vivere qualche settimana così, in maniera quasi selvaggia, non solo è fattibile, ma può essere anche molto divertente, perché poi ti rendi conto che hai bisogno veramente di poche cose.
Marco. Forse non ci rendevamo neanche conto. Ricordo che a un certo punto arrivò sua zia, mandata dalla mamma a ispezionare, e rimase letteralmente scioccata: continuava a guardarsi attorno... Considera che qui non c’era niente; abbiamo dovuto fare il prato perché sennò al primo filo di vento ti riempi di terra e di sabbia. E lei era sotto quell’albero con un’amica, lo sguardo smarrito, in mezzo a macerie da tutte le parti, con Loris che rispondeva alle sue domande nella più assoluta tranquillità: "Mi trovo bene, anche in banca tutto bene...”.
Come ti sei trovato nella nuova filiale?
Loris. Intanto devo dire che sono stato accolto benissimo. I miei colleghi erano tutti molto stupiti dal fatto che fossi planato dal Nord; di solito succede il contrario. All’inizio erano un po’ diffidenti -come lo siamo anche noi veneti- però quando hanno visto che sono un tipo tranquillo e che ero seriamente intenzionato a star qua, che mi piaceva... Ecco, credo di essere stato un po’ adottato anche dal posto dove lavoro. Ovviamente l’ambiente di lavoro è diverso da quello di Vicenza. Questo è un paesino di 8000 abitanti, dove ti portano l’olio in banca, la frutta, la verdura per gli animali, per me è una dimensione quasi fantastica, mi piace molto.
Anche il lavoro è un po’ cambiato: qui la realtà sociale è più dura, c’è meno lavoro, si vive in maniera più stentata. Però c’è una visione più colorata della vita, i rapporti sono più puliti, più immediati. Dopo quattro anni tra i colleghi ho degli amici -amici, non conoscenti. Passata la diffidenza, c’è un’immediatezza che apprezzo molto. Non tornerei indietro.
Anche gli amici che abbiamo a Cagliari si sono rivelati estremamente disponibili: se Marco deve andar via per lavoro mi chiamano: "Vengo io a dormire lì”, se abbiamo bisogno per gli animali possiamo contare su di loro, anche se siamo un po’ distanti (da Cagliari ci sono una ventina di chilometri). In generale mi sembra che i rapporti siano più facili, c’è meno bisogno di costruzioni.
Marco. Anche la mediatrice immobiliare è diventata una carissima amica, ci ha inserito nel suo giro, tant’è che paradossalmente usciamo molto di più qua di quanto non facessimo prima, andiamo molto di più al cinema, a teatro.
Tu hai lasciato il lavoro allo zoo?
Marco. Io avevo lavorato a lungo allo zoo di Verona, poi negli ultimi tempi facevo il curatore allo zoo di Napoli. All’inizio, una volta trasferiti qui, facevo avanti e indietro: partivo il lunedì mattina, avevo l’aereo alle sette, e ritornavo il venerdì sera alle dieci; facevo una settimana qua e una settimana là. Dopo due anni ero strippato perché non riuscivo a portare avanti la situazione qui e non riuscivo nemmeno ad accontentare quelli di Napoli che mi avrebbero voluto a tempo pieno. A marzo 2009 ho smesso.
Si trattava di decidere chi dei due prendeva in mano questa cosa per seguirla, perché quando comincia ad arrivare la gente e partono le attività non è che puoi permetterti di andare via una settimana. Poi l’impegno con gli animali è quotidiano. Loris aveva un lavoro sicuro e poi era il garante dei mutui. Io ero un libero professionista. Insomma, per tutta una serie di motivi aveva più senso lasciassi io.
Loris. I sogni impattano irrimediabilmente sugli aspetti concreti: i mutui, le bollette... C’è anche da dire che Marco è più competente con gli animali, e poi è imprenditore agricolo infatti l’attività è intestata a lui. Insomma, abbiamo trovato questa mediazione. Ovvio che sarebbe bellissimo riuscire a vivere solo di questo, ma non è ancora il momento. Anche l’idea degli ospiti è nata un po’ per caso. Non ci avevamo pensato, anche perché quella parte della casa era talmente brutta... Invece, con i vari lavori, sono venute fuori delle camere molto accoglienti, poi c’è la corte che isola il rumore della strada. Così, quando sono venuti a trovarci degli amici dall’Australia, ci siamo detti: "Dai, allora voi siete i nostri primi due ospiti”. Abbiamo cominciato così, prima con gli amici, i colleghi di Vicenza; all’inizio era una cosa molto raffazzonata: non c’era il portico, si faceva da mangiare sotto un albero con tre foglie!
Ci siamo innamorati dei prodotti sardi, i buoni formaggi, le verdure, e quindi abbiamo iniziato ad organizzare delle cene reinterpretando alcune ricette; la nostra è una cucina creativa, tendenzialmente vegetariana, però facciamo anche il pesce. Abbiamo pensato che il porceddu uno può mangiarlo altrove. Così adesso, oltre a offrire le camere, facciamo tre o quattro cene a settimana per gli ospiti. D’estate qui è sempre fresco, infatti la gente non se ne va, devi proprio mandarla via! In fondo era questa la nostra idea di accoglienza: stare con la gente. Alla fine è proprio un piacere condividere questo posto, far star bene le persone, metterle a contatto con la natura. C’è gente che non riusciva più a dormire, aveva problemi di insonnia. Qui dormono tutti.
Marco. Arrivano e ti dicono: "Domani mattina ci alziamo prestissimo”, "Io alle cinque sarò già in giro, non vi dà fastidio?” e così tu fai delle levatacce allucinanti per preparare la colazione, dopodiché stai lì ad aspettarli fino alle nove!
Le vostre famiglie, i genitori, come hanno vissuto questa vostra decisione?
Loris. Una tragedia! Sai, la mia, come tutte le buone famiglie venete, sognava che stessimo tutti attorno al nucleo, c’era già una casa di campagna pronta: "Ma tu mi avevi detto di sì”, "Ma da allora ho cambiato idea”.
Comunque questa decisione, più che smuovere degli equilibri (che tali evidentemente non erano), ha scosso una situazione stantia costringendoci a rimetterci in gioco. Se ci pensi: mi sono trovato, all’improvviso, a chiedere dei soldi per comprare una casa abbandonata in Sardegna e andarci a vivere con un uomo, una roba…
Voi siete una coppia.
Loris. Sì, stavamo già assieme da otto anni, però, sai, abitavamo a Verona, eravamo in affitto... Invece questa cosa di mettere su casa insieme, di mettere su famiglia, simbolicamente ha avuto un impatto molto forte.
In realtà mio padre, che era poi il vero possessore dei soldi, ultraottuagenario, era contento. È morto ormai più di due anni fa, gli ultimi anni era immobilizzato in una sedia a rotelle, avrebbe voluto venire in aereo, lui che non aveva mai volato, ma era in condizioni troppo critiche; comunque anche se non riusciva quasi più a parlare quando lo andavo trovare mi diceva sempre: "Salutami Marco”. C’era un’accettazione. Mia madre è una persona più tosta, più battagliera, è stato più complicato, comunque è venuta qui anche la settimana scorsa. Credo sia l’unico posto dove riesce a rilassarsi.
Ci sono stati dei contrasti anche con mio fratello. In fondo si trattava di decisioni importanti, quindi era giusto condividerle, dopodiché può esserci l’accettazione o meno. Credo che questa cosa alla fine sia servita a tutti. Spesso uno non è consapevole della situazione. In queste occasioni ci si rende conto che ci sono un sacco di cose da chiarire. Per me è stato molto importante, anche per svincolarmi, per diventare adulto a tutti gli effetti e quindi scegliere la mia vita. A 43 anni, capirai! D’altra parte sappiamo che non è mai finita: questo cordone ombelicale può essere lungo centinaia di chilometri.
Superate le difficoltà, ora c’è un rapporto alla pari, bellissimo: mia madre viene qui con le amiche e sta bene, fa da mangiare e si sfoga, non ha mai avuto una cucina così grande!
Marco invece non ha i genitori. È stata una decisione assolutamente sua. I suoi fratelli sono persone molto tranquille.
La vostra scelta non era semplicemente quella di andare in un bel posto...
Marco. No, volevamo proprio cambiare vita.
Loris. Questa esperienza mi ha insegnato che, se sei convinto, le cose succedono: nel momento in cui veramente ci ho creduto, ho risolto i problemi in famiglia, che non è poco, è arrivato il cambio del lavoro…
Come funziona l’attività di accoglienza alla Fattoria?
Marco. Siamo aperti dal primo aprile al primo novembre. In base al terreno che abbiamo, 14 ettari, la legge sull’agriturismo permette di mettere a disposizione sette camere, 14 posti.
Loris. Ci piacerebbe allargarci all’utenza straniera che si muove anche in primavera e in autunno. Penso ai tedeschi, agli svizzeri, che con il clima che hanno vengono anche in ottobre e novembre. Alla fine, lavorando sette-otto mesi in maniera importante, forse ci si possono ricavare due stipendi. Questo è almeno quello che speriamo.
Marco. Sì, l’idea è di fare sette mesi sempre aperti e poi cinque mesi di chiusura.
Loris. Già ora ci hanno chiesto di fare delle cene invernali; anche questa potrebbe essere una strada, vedremo un po’.
Marco. Aggiusteremo il tiro anche in base alle entrate. Per il momento dobbiamo ancora fare dei lavori e poi dobbiamo sistemare la "nostra” casa. Adesso viviamo in 28 mq, cioè viviamo in un monolocale in mezzo a 14 ettari!
D’altra parte, qui, a gennaio e febbraio mangiamo fuori, la cena no, perché fa freddo però con questo sfogo all’aperto sei sempre all’aria aperta. Il problema è che viviamo con gli scatoloni, perché non abbiamo lo spazio per gli armadi. Sistemare lo spazio per noi sarà il prossimo obiettivo. Comunque abbiamo valutato che con questo numero di stanze dovremmo sopravvivere. Va anche detto che quando vivi così non è che hai grandi necessità: non abbiamo la televisione, leggiamo molto, sono gli animali e la terra a darti il ritmo e alla fine non hai molto tempo per altre cose.
Qui avete molti animali, anche esotici...
Marco. Lavorando negli zoo, negli anni ho messo insieme molti animali: quelli che allevavo infatti a volte li lasciavo nella struttura dove avevo lavorato, altre volte me li portavo dietro. Poi ci sono quelli che mi sono stati regalati, quelli ceduti dai visitatori; insomma nel tempo ho raccattato un bel po’ di animali.
Qui ora abbiamo caprette, pecore, e poi pavoni, anatre, oche, e più di 200 tartarughe! Sono le mie, mi seguono da oltre vent’anni. Il fatto è che prima i piccoli riuscivo a venderli, qui le hanno tutti e quindi non c’è commercio, così continuo a tenere tutti i piccoli.
Poi abbiamo un po’ di rettili, lucertole varie, anche australiane... Ho anche dei serpenti sardi, il ferro di cavallo, un serpente rarissimo che c’è in Sardegna e a Lampedusa; ne ho tre piccoli che sono stati allevati a Milano. Io ho la passione dei rettili, allo zoo seguivo il rettilario in particolare. In natura c’è una percentuale bassissima di sopravvivenza, in cattività riesci a far vivere quasi tutti perché se li separi e gli dai da mangiare regolarmente uno per uno, praticamente non c’è selezione. Adesso abbiamo recintato la parte sul fronte strada, ma fino a che non abbiamo recintato anche la parte alta, non posso portare tutti gli animali, perché la nostra intenzione è di tenerli liberi e adesso non è fattibile perché ti entrano i cacciatori, la gente che va a funghi...
Loris. Poi c’è un pony e una pecora gigantesca.
Marco. Si chiama Rina, me l’hanno regalata per il mio compleanno i ragazzi di Cagliari. Abbiamo una marea di anatre un po’ particolari, mandarine, brasiliane, anche alcune specie sarde, una gru coronata, africana, che è nata allo zoo di Avigliana. Pavoni, galline di varie specie, fagiani dorati, fagiani argentati, faraone -un po’ di Veneto! Sono in arrivo gli asinelli. E poi una montagna di coniglietti nani, cavie.
Ma soprattutto abbiamo tre pappagalli. Giulio è nato a Villasimius. La femmina, Nives, è arrivata in un modo buffissimo: l’altr’anno c’è stato un matrimonio e questi ragazzi, un gruppo di Milano, tutti pubblicitari -senza che noi sapessimo niente- hanno organizzato una raccolta fondi per dare una moglie a Giulio! Hanno fatto proprio una campagna, "Fai felice un uccello”, divertentissima…
Ora abbiamo fatto dei cartelli almeno per tutto il discorso delle tartarughe, sia per le specie acquatiche che per le tre specie sarde. Vorremmo fare qualcosa anche di didattico, spiegando che animali sono, eccetera.
Dicevate dell’idea della fattoria didattica...
Marco. Guarda, io ci ho lavorato per vent’anni perché all’interno degli zoo c’è il settore educazione e lo seguivo io; ho lavorato a Negrar, alla scuola per il Cfp, il centro formativo professionale. Ho lavorato con le scuole, con i disabili...
Il punto è che queste iniziative richiedono un impegno enorme a fronte di un’entrata bassissima. Qui abbiamo lavorato con i ragazzi delle scuole, con i bambini autistici, abbiamo fatto qualcosa con un centro di Cagliari, però è stato molto più impegnativo che al Nord.
Intanto dovevano venire soltanto gli operatori, invece si sono presentate anche le famiglie. Puoi immaginare: una tragedia! Sembrava la gita della domenica: c’erano perfino i fratellini, quindi bambini che urlavano, genitori che intervenivano mentre facevi il lavoro sui bambini, una roba allucinante. Cioè chi opera in questi ambiti sa che ai laboratori i genitori non devono essere presenti perché i bambini rispondono in maniera completamente diversa. Insomma, è stata un’iniziativa gestita male, sicuramente si può fare di meglio però al momento abbiamo visto che lo sbattimento è altissimo e il rientro è minimo, cioè finisce che per una giornata del genere, in cui lavori come un disgraziato, ti prendi cento euro e allora...
Loris. È così. Ce lo stanno chiedendo molto, ma non è il momento.
Marco. Va anche detto che su al Nord sono molto più organizzati; là non sgarri, le scuole preparano bambini e famiglie e infatti io mi ricordo che era veramente molto facile. In una mattina facevi quattro o cinque scolaresche. Qua è stato un casino con 12 bambini!
Dobbiamo ancora incastrarla questa cosa. Come diceva Loris, c’è gente che vorrebbe fare delle cose fatte bene; nessuno di noi vuole l’incontro così, tanto per portare i bambini a vedere due capre e una pecora. Non è quello. Ma proprio perché vogliamo fare qualcosa di più serio, al momento l’abbiamo un po’ accantonato…
(a cura di Barbara Bertoncin, Lucia Bertell, Mattia Sansavini)



  


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