Logo Una Città
i nostri libri
Vai al catalogo completo dei libri

d'usi e costumi

  

UNA CITTÀ n. 190 / 2012 dicembre - gennaio

Intervista a Giovanni Vecchi
realizzata da Enzo Ferrara

I BILANCI DELLA POVERTA'
L’importanza, in economia, di studiare la povertà, quella in essere e quella potenziale; l’utilità dei bilanci familiari; a differenza di altri paesi l’Italia per 150 anni è riuscita a coniugare crescita e calo delle disuguaglianze, negli ultimi anni, per la prima volta... Il terribile rischio della povertà: cronicizzarsi. Intervista a Giovanni Vecchi.

Giovanni Vecchi, professore di Economia politica all’Università di Roma Tor Vergata, si occupa di teoria, misurazione e storia del benessere. Partecipa, inoltre, a missioni per l’analisi delle condizioni di vita, povertà e disuguaglianza nei paesi poveri. In occasione del 150° anniversario dell’unità d’Italia, ha pubblicato In ricchezza e in povertà. Il benessere degli italiani dall’unità a oggi (Il Mulino, Bologna 2011) una ricerca sulle condizioni di vita degli italiani, dal 1861 al 2011. Nel ripercorrere i centocinquanta anni di storia unitaria il libro documenta i successi, ma anche i ritardi e le disparità con cui lo sviluppo economico ha distribuito benefici alla popolazione. Un importante insegnamento di questo studio storico è che fra le priorità di cui un paese dovrebbe occuparsi per preservare il proprio benessere, non solo economico, vanno inserite anche le misure di contenimento della povertà.

Cosa vuol dire studiare la povertà? Cos’è la povertà per un economista?
è difficile dare una risposta a questa domanda, perché si rischia di sconfinare in molti campi. Da accademico posso dire che studiare la povertà significa occuparsi di un problema sociale utilizzando la scienza economica, quindi la teoria economica, la statistica, l’econometria; cercando di ragionare su un fenomeno verso il quale si nutrono sentimenti precostituiti, e spesso forti, con l’ausilio del metodo di indagine scientifico. Significa anche, dopo aver fatto le ricerche, avere l’opportunità di mettere alla prova i propri risultati sul campo. Io ho la fortuna di lavorare nei paesi in via di sviluppo, dove il tema della povertà occupa una posizione alta nell’agenda politica ed economica. In questi paesi esiste la possibilità di verificare se le nostre ricerche trovano o no conferma nel disegno delle politiche economiche e nell’individuazione dei temi prioritari.
Questa è una fortuna molto grande, molto arricchente anche dal punto di vista personale. Dopodiché, in questi studi della povertà, si ritrova la dimensione originale dell’economia come scienza sociale: occuparsi del benessere della popolazione è forse uno dei motori che più ha mosso l’interesse per questa disciplina. Ed è interessante perché in questa scienza l’economia si incontra con la politica, quella più nobile, che dovrebbe occuparsi delle condizioni di vita, del progresso delle popolazioni. È anche un compito molto complesso, perché la povertà è un concetto multidimensionale che comporta privazioni e deprivazioni in molti ambiti: gli economisti si occupano più spesso di quelli monetari, ma sanno bene che esistono risvolti che sconfinano nell’ambito della sociologia, che è una scienza contigua. Fenomeni come l’esclusione sociale sono questioni di cui anche noi economisti siamo consapevoli.
Povertà, poi, per chi la vede, significa sofferenza fisica, sofferenza psicologica -sono aspetti che sfuggono agli strumenti degli economisti, ma bisogna sapere che esistono- e infine limitazione della libertà individuale.
Penso alla Costituzione, articolo 3, comma 2: "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. La Costituzione ci ricorda priorità che di fatto sono negate, mi pare, dalla pochezza della politica sociale del nostro paese. Non solo oggi, ma da una lunga tradizione di disinteresse.
In cosa è consistito il lavoro di ricostruzione storica del benessere in Italia?
Il lavoro di ricostruzione delle serie storiche di dati sul benessere degli italiani è durato molti anni, dal 2008 almeno, in previsione di questo 150° anniversario. L’Italia ha una tradizione rinomata di riflessione pubblica in occasione di ricorrenze storiche e date simboliche, come questa. Noi ci siamo chiesti, come economisti, quali riflessioni si potessero fare sul benessere degli italiani dopo 150 anni di unità. Una parte della storia è ben nota a tutti: in termini di Pil l’Italia ha abbandonato la periferia povera dell’Europa moltiplicando circa per tredici volte il proprio prodotto interno lordo per abitante ed è riuscita a raggiungere il centro ricco dell’Europa. La storiografia economica si è concentrata e ha insistito su questo, anche se in ­realtà non esisteva una serie di 150 anni unica, esistevano tanti pezzi ma non uniti, quindi di difficile utilizzo. Esisteva la serie di Angus Maddison -un economista inglese scomparso nel 2010 - che veniva usata, ma senza piena consapevolezza di come fosse stata costruita.
Il problema del Pil, dal punto di vista della nostra curiosità, è che non dice nulla su come si sono distribuiti i benefici di questa straordinaria ascesa del paese, né su chi ne ha beneficiato maggiormente. Di solito, un processo economico di crescita non è neutrale dal punto di vista distributivo: c’è chi guadagna di più, chi di meno. C’era, insomma, una parte molto importante del nostro processo di sviluppo economico che non era stata discussa, se cioè l’Italia fosse riuscita a coniugare questa crescita di cui sapevamo bene -siamo pur sempre nel G8, ancora per un po’ almeno- con l’eguaglianza; della storia distributiva non sapevamo nulla. Evidentemente, conoscere come sono diffusi i benefici è un requisito essenziale per avere un giudizio a tutto tondo del nostro modello di sviluppo. Il problema non è semplice da affrontare perché, per poter stimare la distribuzione dei redditi, occorre disporre di dati campionari e i dati campionari sono storia degli ultimi cinquant’anni: le indagini sistematiche sui consumi e sui redditi sono state introdotte solo negli anni 50 e 60 dello scorso secolo. La sfida era ricostruire i primi cento anni. Allora, lo strumento innovativo che abbiamo presentato nel libro è stato il ricorso ai bilanci di famiglia. L’Italia, come altri paesi europei, ha una tradizione molto antica di raccolta dei bilanci familiari, che sono veri e propri prospetti contabili domestici.
Nel corso degli anni abbiamo raccolto circa 20.000 di questi bilanci, che vanno dal 1861 fino al 1961. Dopo il 1961 è più facile perché queste indagini sono svolte sostanzialmente da Banca d’Italia e Istat, si tratta solo di confrontare i resoconti.
Puoi dirci qualcosa di più sulla raccolta di questi bilanci familiari?
I bilanci familiari sono una strada scarsamente battuta, perché costosa, costosa da trovare e da elaborare. La loro analisi richiede un enorme dispendio di energie, anche perché sono conservati nelle fonti più diverse: per esempio, i medici che scrivevano trattati di medicina, nell’Ottocento ma anche nel Novecento, talvolta infilavano la contabilità domestica nelle appendici.
Un po’ perché dominava una visione filantropica, un po’ per zelo ottocentesco, gli uomini di scienza tendevano a documentare ogni aspetto della vita contemporanea, professionale e no. A circa metà dell’Ottocento un sociologo francese, Frédéric Le Play, si convinse addirittura di poter costruire un modello di ordine sociale. In realtà Le Play si era formato come ingegnere minerario; poi aveva avuto un incidente terribile -come racconta nell’autobiografia- e durante la convalescenza, lunghissima, promise che, se si fosse salvato, si sarebbe dedicato allo studio delle scienze sociali. Si salvò e convinto come solo un ingegnere può essere di riuscire a studiare famiglie tipo e, sulla base di queste, di ricostruire tutto l’ordine della società, predispose un quadro, un vero e proprio schema di osservazione -oggi lo definiremmo un questionario- e, con un amico, percorse migliaia di chilometri, vivendo presso famiglie in tutta Europa. Raccolse in pochi mesi un centinaio di bilanci di famiglia: viveva con le famiglie, trascriveva in forma di diario ogni sorta di consumo, reddito e ricchezza -quindi anche lo stock. Trascriveva tutto, calcolando gli scarti, la parte edibile o meno; raccolse tutte queste informazioni che predispose e pubblicò in tavole sinottiche, arrivando a confrontare le famiglie polacche con quelle tedesche, austroungariche e italiane. Ebbe un tale successo che Napoleone III lo incoraggiò sovvenzionandolo e creando una società scientifica. Nella comunità statistica di allora, molto integrata, in cui l’Italia aveva un ruolo di primo piano, presto si diffuse la moda di raccogliere bilanci per farli pubblicare presso questa società scientifica, che faceva un vero e proprio referaggio: rimandava indietro i dati se non erano accurati.
Naturalmente, erano i ricchi che tenevano i conti dei propri mezzadri, dei propri contadini, dei propri braccianti e che tenevano a vedere pubblicati i propri bilanci come segno di distinzione. Nonostante si tendesse a far parte di questa società scientifica soprattutto per emulazione, in breve e in tempi molto rapidi quella pratica diventò una prassi, fino a costituire l’inizio degli studi demografici in Italia. Vi prese parte perfino Ubaldino Peruzzi, ministro dei lavori pubblici, prima con Cavour e poi con Ricasoli.
Simultaneamente, abbiamo molte altre fonti, anche se meno accurate di queste; tantissime fonti non pubblicate. Per esempio, quando si voleva analizzare la solitamente disperata situazione sociale dei contadini e dei braccianti e occorreva fare indagini per valutarne le condizioni di vita, si facevano delle vere e proprie gare, con premi in denaro: chi voleva partecipare mandava monografie con allegati infiniti bilanci e profili familiari. È il caso della famosa commissione d’inchiesta presieduta da Stefano Jacini sulle condizioni dell’agricoltura in Italia, del 1878-1883. Tutte le monografie venivano poi valutate attentamente e solo alcune pubblicate. Se si va all’Archivio di Stato centrale si trovano tutti questi libroni con centinaia di bilanci che non sono mai stati pubblicati, ma che sono conservati in manoscritti stupendi: alcuni contengono pezzi di stoffa e altre documentazioni che potrebbero interessare anche non economisti.
In breve: ai nostri fini fra questi 20.000 documenti si qualifica come bilancio familiare l’informazione che contiene il luogo di residenza della famiglia, il numero di componenti familiari e l’attività economica del capofamiglia. Dopo di che, per fare statistica, bastano o le entrate complessive o le uscite -quindi, redditi e spese- ma può bastare anche la spesa per soli beni alimentari, perché gli economisti credono fortissimamente alla cosiddetta legge di Engel [Ernst] per cui la spesa alimentare è un robusto indicatore della spesa totale. Insomma, utilizzando appena un po’ di econometria non particolarmente raffinata, soprattutto laddove le fonti scarseggiano, i risultati hanno cominciato ad affiorare.
Anche le carte dei prefetti contengono molte informazioni. Così come i ministeri, dove gli impiegati avevano una cartellina personale con dentro tutta l’anagrafica, lavoratore per lavoratore. Per cui abbiamo, accuratamente compilati a mano, il bilancio familiare di Luigi Bodio, presidente della Direzione generale della statistica prima dell’avvento dell’Istat, così come quello di tutti i dipendenti del ministero, fino al guardiacaccia e all’usciere.
Un altro esempio di documentazione che abbiamo usato sono le carte fallimentari: il curatore fallimentare doveva allegare, oltre ai conti dell’azienda, i conti della famiglia. Un orafo di Napoli poteva essere soggetto alla procedura di fallimento solo perché litigava con un cliente che non gli pagava la cambiale. In realtà non chiudeva, non era fallito nel senso che intendiamo oggi, però troviamo tutta la documentazione. E più si cerca più si trovano dati come questi. Molte famiglie conservano libretti di risparmio in casa; alcune li hanno riversati in archivi. Quando sono minimamente elaborati e offrono prospetti almeno mensili, documenti come questi sono utilizzabili statisticamente, ma non abbiamo le forze per elaborarli tutti, sono tantissimi.
Ad ogni modo, dopo aver svolto la raccolta sul territorio con collaboratori nazionali, abbiamo riclassificato tutti i bilanci all’interno di un unico schema. Abbiamo poi applicato il metodo statistico della post-stratificazione utilizzando il censimento della popolazione per costruire fattori di espansione e abbinarli a ciascuna famiglia, riuscendo così a fotografare la distribuzione dei redditi a intervalli di dieci anni: nel 1861, nel 1871, eccetera. Così facendo siamo riusciti a stimare l’intera distribuzione del reddito e gli indicatori che ci interessavano, la disuguaglianza e le misure di povertà assoluta e relativa, e a dare una prima risposta alla domanda che ci eravamo posti, cioè se l’Italia fosse cresciuta riuscendo anche a distribuire e a raggiungere i segmenti marginali della popolazione. Quindi, se i bilanci si sono rivelati una fonte dispendiosa dal punto di vista delle energie dedicate a reperirli e analizzarli, la ricerca è stata molto fruttuosa perché, infine, con questi 20.000 bilanci siamo riusciti a ricostruire una buona distribuzione statistica e cronologica.
Nel corso di questo secolo e mezzo il benessere degli italiani ha compiuto balzi epocali raggiungendo un livello fra i più elevati del mondo. Ma in termini di equità?
Quella che si osserva è una storia interessante, effettivamente. Avendo a disposizione questa distribuzione di spese e di redditi a intervalli decennali, viene fuori un modello di sviluppo dell’Italia interessante, perché virtuoso. Nella storia di centocinquant’anni, l’Italia riesce a coniugare crescita a maggiore uguaglianza, o perlomeno a non provocare significativi aumenti della diseguaglianza. Questa è un’esperienza diversa da quella di molti altri paesi, come l’Inghilterra o gli Stati Uniti.
Devo dire, in realtà, che sappiamo poco degli altri paesi. Le stesse difficoltà che noi abbiamo affrontato con i bilanci di famiglia sono ancora da risolvere presso altri paesi che per queste analisi utilizzano proxies molto insoddisfacenti, come i rapporti fra salario e rendite: indicatori molto più imperfetti.
Sappiamo però che Stati Uniti e Inghilterra hanno un’esperienza diversa: hanno sperimentato un processo di industrializzazione accompagnato a una maggiore disuguaglianza, spesso a un deterioramento delle condizioni di vita per alcune fasce della popolazione, quelle più povere. Nel caso dell’Italia non è così; viene fuori l’immagine di un paese che è riuscito a crescere coniugando una maggiore equità distributiva per centotrenta anni. Riusciamo a fare questo fino al 1991, dopodiché c’è l’annus horribilis delle crisi valutaria e finanziaria. È uno shock che evidentemente si coniuga con altri fattori, tuttora irrisolti. A questo punto il quadro comincia a essere drammatico perché da diversi anni siamo incapaci -è ormai l’ossessione delle cronache più recenti- di crescere; abbiamo un Pil per capita che non riesce più a tenere il passo degli altri paesi, attestato sullo 0,6-0,7% e una disuguaglianza che, al pari di quanto avviene in altri paesi, per la prima volta ricomincia ad aumentare. Quindi noi dal 1991-92 vediamo un’inversione netta di tendenza che, stando alla nostra ricostruzione, non ha precedenti storici.
Questo è il frutto della ricerca: avere centocinquant’anni di storia sott’occhio consente di identificare cose già sperimentate, ma anche eventi che invece non hanno precedenti o fatti eccezionali. Si delinea allora la difficile situazione attuale, ormai abbastanza scontata, perché quando si coniuga l’incapacità di crescita economica con una diseguaglianza in aumento, tutto questo si traduce in un indicatore della povertà che comincia a salire. Ed è una povertà assoluta, perché se la curva dell’economia cresce piano ma diventa più diseguale è logico, anche se non matematicamente certo, aspettarsi una povertà in aumento.
Quindi, occuparsi di misurare la povertà passata e attuale di una popolazione equivale a occuparsi del suo benessere futuro?
Contare i poveri -poveri intesi in senso assoluto, non relativo- è una cosa che in genere non si fa. In Italia non si fa. Quello che facciamo nel nostro libro è cercare di capire cos’è successo alle fasce di popolazione più deboli.
Nel libro formuliamo un giudizio abbastanza severo: raramente i poveri hanno suscitato l’interesse della nostra classe politica, per motivi diversi. Nell’Italia liberale la povertà era una colpa, c’era un’ideologia che considerava naturale il disinteresse per la povertà, condizione associata alla disabilità, alla situazione di chi non era in grado di svolgere un lavoro. Non c’erano politiche statali, era tutto demandato alla liberalità dei privati. Non era compito dello Stato occuparsi dei poveri, era una questione che interessava il prefetto. La povertà interessava perché era una potenziale causa di turbamento dell’ordine pubblico. Abbiamo quindi delle inchieste, abbiamo una questione sociale presente, ma sono tutte carte sul tavolo del prefetto, non del ministro dell’economia.
Poi, alla fine dell’Ottocento, l’Italia decolla, inizia a industrializzarsi e questo provoca un generale ottimismo, bisogna solo monitorare che i poveri non diventino troppo numerosi. Dopo di che arriva la prima guerra mondiale, che interrompe gli effetti propulsivi della prima globalizzazione e, subito dopo, c’è l’avvento del fascismo. Durante il ventennio la povertà, anche se taciuta, è un fenomeno che ha visibilità perché vengono creati gli enti comunali di assistenza. I poveri sono osservati, ma non hanno alcun diritto: il loro elenco è semplicemente uno strumento di monitoraggio, chi entra nell’elenco non ha titolo ad alcuna erogazione di servizio, e in più la povertà è un tabù per un regime che sta costruendo un paese e un uomo nuovi.
Dopo la seconda guerra mondiale, l’Italia non può più mettere la povertà sotto il tappeto. Noi stimiamo che la povertà assoluta nel 1946 si aggiri intorno al 44-50% della popolazione, quando circa la metà degli italiani non si può permettere l’acquisto di un paniere di beni essenziali: beni alimentari, naturalmente, ma anche un po’ di vestiario, sanità, istruzione. Le dimensioni sono grandi, vengono fatte delle inchieste, ma sono inchieste sporadiche che non hanno alcuna sponda istituzionale: non succede nulla. Naturalmente, si ha un senso della dimensione del fenomeno, dall’architettura istituzionale non viene però messa in pratica alcuna politica sistematica di contrasto della povertà.
Contare i poveri è un’attività meritoria, quello che noi sosteniamo è che si può fare molto meglio, perché in fondo il conteggio arriva sempre troppo tardi: si contano i danni.
In altre parti del mondo, con successi che si possono discutere, gli economisti stanno sperimentando come fare a stimare la vulnerabilità delle famiglie, la povertà futura, quella che non si osserva oggi, ma che si cerca di prevedere per fare prevenzione. Anche noi abbiamo sviluppato un modello econometrico per stimare la vulnerabilità economica delle famiglie italiane, in questo caso non con i dati dei 150 anni, ma a partire dal 1985.
Faccio due esempi per dare un’idea di quello che risulta -abbiamo più volte testato questi numeri dal 1985 fino a 2001, di fronte ai quali abbiamo sobbalzato. Il primo dato è che, statisticamente, il 35-40% di quella parte della popolazione italiana classificata come "non povera” negli ultimi anni ha una probabilità maggiore della media di cadere in povertà nei successivi dodici mesi.
Questo è quello di cui il paese sta parlando da tanto tempo usando termini come precarietà, incertezza, lavoro atipico, mancanza di assicurazione contro il rischio. Ed è quello di cui stiamo discutendo oggi: questa linea, questa quota della popolazione non povera -non so se sia lecito associarla alla classe media, ma non sono certo i ricchi né chi è già povero- conta da 20 a 25 milioni di italiani, quelli che da vent’anni a questa parte percepiscono un senso di precarietà, potenziale povertà nel futuro. Questo è un dato da approfondire, benvenuto chi possa migliorare la metodologia, ma è bene cercare di portare l’attenzione anche un po’ in avanti.
L’altro dato terribile è la cronicità della povertà italiana. Perché se guardiamo a chi è povero, nell’85-90% dei casi vediamo che chi già lo è rimane tale anche l’anno successivo. C’è quindi una forma di cronicità della povertà che -chi si occupa di questi temi lo sa bene- è forse la sua forma più orribile, con costi psicologici giganteschi, perché fa nascere scoraggiamento e produce ulteriori costi enormi che poi hanno un riscontro evidente in altre statistiche, come quelle sull’uso di antidepressivi.
Eppure si ribadisce che i ristoranti sono pieni, che la vita media degli italiani in 150 anni è aumentata considerevolmente…
In realtà studi come questo dei bilanci familiari hanno un potenziale ampio e le informazioni che contengono potrebbero prestarsi a misurare altre dimensioni del benessere non monetario. Al di là dell’interesse storico dei dati, uno dei problemi di oggi è vedere quanto il ridimensionamento di alcuni servizi, come quelli sanitari, inciderà sul benessere futuro. Alla fine, questo lavoro ci pone all’avanguardia in studi esportabili anche in altri paesi che, grossomodo, presentano le nostre stesse caratteristiche storiche. Gli ingredienti sono abbastanza semplici: collezionare bilanci, costruire un sistema di pesi statistici, dopodiché si ottengono risultati che sono affidabili e ripetibili, molto più solidi almeno dell’uso di dati amministrativi, come quelli fiscali che riguardano solo segmenti molto piccoli della popolazione.
Il nostro studio comunque va integrato, i bilanci di famiglia possono sembrare cose solo da economisti. Nella prima parte del libro prendiamo sul serio il concetto di multidimensionalità della povertà ed esploriamo altre metriche del benessere, quelle non monetarie, non basate sul consumo e sui redditi. Esploriamo il lavoro minorile, l’istruzione, la statura -un indicatore biologico rivelatore delle condizioni economiche di una collettività- e la nutrizione, cercando di dare sostegno a ciò che troviamo nelle metriche monetarie con metriche non monetarie del benessere. Ne viene fuori un quadro molto ricco perché, senza sorpresa, si osserva che il Pil ha un potere esplicativo molto limitato.
È importantissimo, naturalmente: per tirare le persone fuori dalla povertà, crescere è un prerequisito. Tuttavia, l’esame della scansione temporale dei miglioramenti ottenuta guardando alle metriche non monetarie, come gli indicatori sanitari, offre prospettive molto diverse. Nel campo della salute, per esempio, si osservano nel paese variazioni e differenze più ampie rispetto alle indagini basate solo sui consumi.
Assieme a Giuseppe Costa dell’Università di Torino, in un lavoro pubblicato su "Salute e sanità a 150 anni dall’unità d’Italia: più vicini o più lontani?” (Epidemiologia & Prevenzione, Milano 2011) abbiamo tentato di ricavare relazioni fra le metriche economiche e quelle non economiche, per provare a interpretare l’intera storia e dare delle spiegazioni.
La principale indicazione che traiamo è che gli indicatori di salute -sia quelli cosiddetti di esposizione, come nutrizione e statura, sia quelli di esito, come la speranza di vita- hanno viaggiato a una velocità decisamente più sostenuta di tutti gli altri indicatori di ricchezza e povertà del paese in questi 150 anni. E questo vale sia in termini di rapidità e continuità del miglioramento, sia soprattutto in termini di capacità di integrazione: sono le dimensioni che più hanno diminuito le distanze fra le aree del paese. In tutto questo non è estraneo l’intervento di variabili esogene, come i progressi della medicina.
Infine, quello che si vede in queste nostre metriche è che attualmente in Italia il Nord va da una parte e il Sud da un’altra. E questo è un altro dramma, non solo per l’aumento di diseguaglianza, ma perché i margini di crescita del Sud sarebbero più ampi e permetterebbero una crescita complessiva maggiore.
Il problema è che più si studia l’economia più ci si rende conto che le soluzioni stanno in sfere extra-economiche. Le conoscenze rispetto all’Ottocento le abbiamo: non possiamo più giustificare l’inazione, la mancanza di politiche efficaci, col fatto che non abbiamo informazioni sufficienti. Evidentemente si entra in una sfera problematica che è esclusivamente politica e culturale, e questo torna molto bene con un altro dato meno lusinghiero: siamo ritornati a essere un paese ignorante. Oltre ai dati statistici (noi abbiamo 10,6 anni di scolarizzazione media per abitante, il che significa che per ogni laureato ci sono due italiani che non hanno finito neanche le medie) c’è l’analfabetismo funzionale: cioè la gente non è che non sappia leggere, ci mancherebbe altro, ma sempre più persone leggono e non capiscono.
Purtroppo, questo genere di problemi sembra non interessare la classe dirigente. C’è un mio intervento su "La Voce” dello scorso 8 novembre (Chi invita i poveri al ristorante?); l’ho scritto dopo aver sentito l’ex premier sostenere che non c’è crisi nel paese. La tesi che documento è che c’è questa cronica mancanza di interesse verso la povertà.
Anche adesso, il dibattito pubblico parla di disuguaglianza, siamo tutti indignados, ma non riesco a sentire la parola povertà. Noi stimiamo che circa cinque milioni di persone in Italia siano povere, ma quando si tratta questo tema c’è fastidio, irritazione e totale ignoranza del problema. Il paese non ha un assetto istituzionale su questo problema. Ogni volta che l’Istat fa qualcosa lo fa con standard eccellenti, ma cambia metodologia così non si riesce a confrontare nulla, per cui non sappiamo davvero se la povertà sia in aumento, chi siano i poveri.
Abbiamo anche un’idea di povertà sbagliata, intendiamo la povertà relativa, quando al paese sarebbe quantomeno utile conoscere le dimensioni della povertà assoluta. Ma è evidente e documentabile che non c’è la volontà di affrontare il problema della povertà.
Quale direzione prenderanno ora le vostre ricerche?
Usciamo da questo lungo viaggio nei 150 anni di storia economica del paese, con almeno due indicazioni per un’agenda di breve periodo. La prima è cercare di capire meglio le cause per cui le istituzioni non abbiano mai creato uno strumento capace di monitorare nel tempo il fenomeno della povertà con modalità scientifiche e standard internazionali.
Uno si aspetta altro dalle istituzioni oltre che l’aneddotica, perché avremmo anche le competenze per studiare e denotare il fenomeno. Le competenze il paese le ha, le inchieste ci sono, i dati dell’Istat e della Banca d’Italia ci sono. Come mai le istituzioni non si siano dotate di strumenti capaci di monitorare le dimensioni e l’evoluzione qualitativa della povertà, per me è inspiegabile. Non ci sono più barriere ideologiche o elementi ostativi a questo. Vorrei capire le motivazioni, anche perché l’esistenza di una linea ufficiale sulla povertà risolverebbe almeno il problema della conoscenza. Invece, non si discute neppure la possibilità di introdurre un metodo per sondare la profondità della questione.
La seconda indicazione è per una proiezione del problema nel tempo -ormai la mia generazione tende a essere impaziente e preoccupata per il domani. Con l’ausilio di alcuni colleghi, come Nicola Amendola e Maria Cristina Rossi, stiamo cercando di collaborare con l’Istat per studiare la vulnerabilità futura. Vorremmo cercare per una volta di prendere sul serio la possibilità di prevenire, o perlomeno studiarla anziché intervenire ex-post, quando già sappiamo chi sono i poveri. Studiare la vulnerabilità vuol dire identificare chi nella popolazione, ancorché non povero nel momento in cui lo si intervista, ha una probabilità elevata di cadere in povertà in un futuro prossimo.
Ci sono strumenti che la Banca mondiale e altri studiosi nel mondo stanno mettendo a punto; vorremmo applicarli all’Italia per cercare di capire se il paese possa disporre in un intervallo temporale ragionevole di uno strumento con finalità di prevenzione. Questo strumento risparmierebbe tantissimi dei costi che sperimenta chi va in povertà, dal costo in termini monetari, al costo sulla salute, ai problemi psicologici, che sono poi gli elementi costitutivi del benessere. Sono questi i temi su cui occorre concentrarsi: definire una linea ufficiale di intervento sulla povertà e cercare di studiare chi all’interno della popolazione è più a rischio di diventare povero.


  


archivio
Competenza della cura
L’idea di una superiorità morale femminile rischia di essere una trappola per le donne. L’importanza di assumere la cura come nodo centrale del nostro presente, ma anche del modello di società futura che desideriamo costruire. La sfida di tenere assieme autonomia e stato di bisogno e il concetto di pluralità nella concezione della "buona cura”. Le donne in politica "fanno la differenza”?
Intervista a Joan Tronto.

Libertà nel legame
Il rischio di considerare la cosiddetta "dipendenza affettiva” alla stregua delle altre dipendenze da sostanze. L’idea falsa di una liberazione dai legami, dalle relazioni, senza le quali non potremmo vivere. Gruppi di autoaiuto in cui la relazione con altre donne può far cambiare un legame sbagliato. I modelli maschili. La pratica di partire dalla "base sicura” della propria storia ed educazione.
Intervista a Maria Castiglioni.

Il capitale di ogni uomo
La diffusione dell’idea che la procreazione è scelta individuale, così come lo è quella del partner, è la causa del rallentamento della crescita demografica nel mondo. La stessa coercizione cinese si è inserita in un cambiamento di costume in atto. Le disparità che aumentano e i limiti nella disponibilità dei common goods. La vita che si allunga, grazie anche a costosi farmaci hi-tech, ma a quali condizioni?
Intervista a Massimo Livi Bacci.

Le lente novità
Mentre famiglie di fatto, separazioni per abbandono, persone che restavano sole c’erano anche nei secoli passati , le novità riguardano il costume ormai prevalente della separazione dei beni, voluta soprattutto dalle donne, la più lunga permanenza in casa del figlio, il progressivo venir meno di una solidarietà intergenerazionale, la diminuzione delle violenze dentro la famiglia. Intervista a Marzio Barbagli.

Il diritto alla famiglia
Perché due omosessuali non devono potersi sposare vedendo così riconosciuta l’utilità sociale della loro unione? Un problema che neanche il Pacs, la cui necessità peraltro è fuori discussione, può risolvere. L’arretratezza spaventosa dell’Italia, dove neanche i single possono adottare un bimbo.
Intervista a Tommaso Giartosio



chiudi