Logo Una Città
i nostri libri
Vai al catalogo completo dei libri
problemi di salute

UNA CITTÀ n. 64 / 1998 Dicembre-Gennaio

Intervista a Giampietro Rupolo
realizzata da Barbara Bertoncin, Gianni Saporetti

L’IMMAGINE ROTTA
I risvolti psicologici dei trapianti. Il senso di onnipotenza del primo periodo e la disillusione per la perdurante dipendenza sanitaria. Il trapiantato considerato invalido sul lavoro. Un organo che può diventare persecutorio. Il senso di colpa verso il donatore morto. L’angoscia del rianimatore che deve avanzare la richiesta ai familiari. Intervista a Giampietro Rupolo.

Giampietro Rupolo lavora presso l’istituto clinico psichiatrico dell’Università di Padova. Come ha cominciato ad occuparsi dei trapianti dal punto di vista psichiatrico? Tutto è cominciato per una curiosità occasionale: durante un viaggio di studio a Ginevra nel 1988 ho conosciuto una paziente trapiantata che, parlandomi del suo fegato nuovo, lo associava ad una fantasia di gravidanza. In breve lei sentiva che il fegato trapiantato somigliava molto, a livello di autopercezione, a un utero gravido. Questa fantasia mi colpì, perché mi resi conto che il trapianto d’organo non era un’azione medica che interessasse esclusivamente il campo del soma, ma riguardava la psiche molto più profondamente di quanto non avessi mai immaginato. Io ho un passato di medico organicista, nel senso che ho fatto per molti anni il rianimatore, per cui vengo da una formazione strettamente non psichiatrica. Faccio lo psichiatra soltanto da 15 anni. Sono partito mettendo in piedi un’attività di ambulatorio per i pazienti trapiantati. Il mio intervento è quello di un gruppo di lavoro composto da giovani specializzandi, in cui di solito io sono l’unico medico strutturato che si occupa della cosa. In che cosa consiste esattamente l’intervento psichiatrico su un paziente trapiantato? Il mio lavoro si svolge sostanzialmente in due tempi: prima del trapianto viene fatta una valutazione di routine sui pazienti candidati al trapianto, fatta eccezione evidentemente per quelli per cui il trapianto viene fatto in urgenza. L’indagine serve a individuare le eventuali controindicazioni psichiatriche o psichiche al trapianto d’organo. Per esempio, se il paziente è depresso con ideazione suicidiaria, che senso ha salvargli la vita finché rimane in questo stato? Oppure si misura approssimativamente la compliance terapeutica, poiché nel periodo che precede e che segue il trapianto al paziente è richiesto un alto grado di collaborazione con il gruppo curante: bisogna farsi vedere molto frequentemente, sottoporsi a delle biopsie, assumere sistematicamente dei farmaci. Quindi, se emerge una compliance, cioè una capacità di adattamento alla terapia, bassa, con forme di insofferenza, evidentemente questo è un pessimo paziente, anzi è un paziente che a trapiantarlo gli fai un dispetto, perché se non prende i farmaci, se non si fa controllare, si espone al rischio del rigetto, che è un rischio mortale. Sono poi opportune anche delle valutazioni di ordine psico-sociale, perché una delle variabili che si correla statisticamente in maniera significativa con la buona riuscita del trapianto è il sostegno psico-sociale. Se uno, per esempio, non ha una famiglia, ha molte più probabilità di avere una cattiva prognosi a distanza di tempo, rispetto a uno che, invece, ha una famiglia che si occupa di lui. Da alcuni studi effettuati soprattutto negli Stati Uniti la famiglia si è rivelata una variabile importante. La famiglia deve essere consapevole che in questi casi, in un certo senso, si trapianta anche lei. Questa in sintesi è la fase di valutazione preliminare, che è una parte routinaria, anche se talvolta capita di dover dire anche dei no. Percentualmente i no comunque non superano il 4% dei casi, e di solito si riferiscono a situazioni non trattabili. Una grave forma di malattia psichiatrica come la schizofrenia è una controindicazione pressoché assoluta a un trapianto d’organo, perché in effetti il trapiantato è candidato ad essere un pessimo paziente dal punto di vista del trattamento. Resta poi una fetta abbastanza importante, attorno al 20-25% di pazienti, che presentano delle controindicazioni relative, cioè gravi forme depressive, di cui noi ci facciamo carico, nel senso che cerchiamo di seguirli in modo da portarli al trapianto nelle migliori condizioni. Comunque, in linea generale, la valutazione clinica serve prevalentemente per prefigurare quello... [ continua ]

Esegui il login per visualizzare il testo completo.Se sei un abbonato on-line, o hai acquistato un Pacchetto di interviste o articoli clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento on-line o il Pacchetto di interviste.

Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento on-line gratuito!



archivio
Non so se sono guarita...
Curare la schizofrenia aprendo dei bar? La straordinaria esperienza di un gruppo di psichiatri, infermieri e pazienti di Torino, che sta ottenendo risultati, di cura e di reinserimento sociale, gestendo tre locali pubblici. Lavori veri e non finti, competenze che si acquisiscono, orizzontalità e autogestione assembleare... Intervista a Ugo Zamburru, Simonetta Canetti, Michelangelo, Vanessa e Fenisia.
Il pianeta del dolore
La terapia del dolore, dispersa fra anestesia e le altre discipline, non ha uno statuto che le permetta di crescere, nella ricerca e sul territorio. La piaga sociale di dolori che rovinano la vita e la cui cura, a basso impatto tecnologico, rischia di non interessare. La scoperta delle morfine endogene. Fra accanimento terapeutico e eutanasia la terza via della dignità. Ridurre la disabilità sarà la battaglia del futuro. Intervista a William Raffaeli.
Parlare fa bene
La massima trasparenza, la capacità di comunicare, condizione del rapporto di fiducia fra medico e paziente. Un ospedale che, inevitabilmente, è sempre più organizzato come una fabbrica e un’esigenza, in gran parte insoddisfatta, di "personalizzazione”. Intervista a Andrea Martoni.

Far sorridere una signora
L’attività volontaria di un gruppo di donne, alcune che già hanno subito l’operazione e altre no, per fare prevenzione sul territorio e per dar conforto, e consigli, alle donne che stanno per essere operate di tumore al seno. Intervista alle attiviste di Andos di Albano Laziale.

L’ultimo elettroshock
Quando Franco Basaglia arrivò a Gorizia, iniziò a ordinare stock di abiti, fece entrare il parrucchiere e aprì le porte delle stanze... In manicomio c’erano anche persone abbandonate dalle famiglie perché appena un po’ strane o perché orfane e sole. La legge 180 venne molto dopo e fu veramente una rivoluzione, anche se poi le famiglie sono state lasciate sole a gestire il problema. Intervista a Giorgia, Sara e Cristina.

La strada del rispetto
Crescere un bambino con la sindrome di Asperger, sempre in bilico tra libertà e proibizioni; l’importanza di un quartiere "protettivo” e l’incredibile potenza di uno strumento come il computer per chi non riesce a guardare l’altro negli occhi. Il problema, cruciale, del lavoro e l’angoscia del "dopo di noi”. Intervista a Umberto Brancia.

Pediatri di strada
Il problema dell’assistenza sanitaria ai bimbi di immigrati clandestini, che ogni regione affronta diversamente o ignora. Una vecchia bottega adibita ad ambulatorio, con anche il dentista, dove passano quasi 2000 bimbi all’anno; la concretezza dei problemi interculturali. Intervista a Paolo Cornaglia Ferraris.

La sala del commiato
Dopo dieci anni di assistenza domiciliare a pazienti oncologici, la decisione, difficile ma obbligata, di aprire un hospice che fosse innanzitutto un posto bello, e senza dolore. L’importanza di un accompagnamento che può essere anche silenzioso. Intervista a Anna Mancini Rizzotti, Erika Da Frè, Luz Osorio, Francesca Piasere.


Il cambiamento è partito da me
La vita accanto a un figlio tanto desiderato, ma nato con gravi problemi a causa di un parto difficile; gli anni bui e poi però l’incontro con lo specialista giusto e i primi progressi; l’importanza degli amici e del lavoro; le strategie per fronteggiare i momenti critici e i sensi di colpa verso l’altro figlio; intervista a Beatrice.

Quando va via il sonno...
Una malattia, la depressione bipolare, che insorge in età giovanile e può essere incompatibile con la vita. L’importanza di individuare la dose minima efficace e il dramma, anche economico, di tante famiglie, lasciate sole a gestire un disturbo che nella forma grave colpisce il 3% della popolazione. Intervista a Renata Dal Palù.

Il real life test
I diritti dei transessuali, fra i più ignorati. Il problema dell’assistenza sanitaria. L’impegno in Cgil, anche a superare le perplessità di tanti. L’importanza di preservarsi un "arcobaleno di possibilità”. L’esempio della legge tedesca che prevede periodi di prova, col vestire, il nome, i documenti, ecc. Intervista a Maria Gigliola Toniollo.

Alla fine

I malati non oncologici che accedono alle cure palliative sono ancora una minoranza, eppure di malattie cardiocircolatorie si muore più che di cancro; la gestione della fase terminale in pazienti anziani con demenza; l’importanza, affinché cambi la mentalità, che anche il malato cominci a far valere i suoi diritti; intervista a Franco Toscani.

Tremila casi in trent'anni

Una città, Casale Monferrato, "infetta” da amianto, dove ancora oggi si contano 50 casi all’anno; la difficoltà di ricondurre alcune patologie all’esposizione ad amianto; le pericolose ricadute dell’uso del concetto di trigger dose, ma anche della suscettibilità genetica; le speranze nel processo; intervista a Benedetto Terracini.


Ho questa cosa...

L’incomprensibile stigma rispetto a una patologia, il Parkinson, in cui la terapia dà buoni risultati; la mancanza di una diagnosi certa; l’importanza di un rapporto franco e informato tra medico e paziente e i rischi legati a una depressione, che è anche di origine chimica; le speranze nella ricerca. Intervista a Maurizio Facheris.


I limiti del medico

Tornare a vedere il malato come persona usando la tecnologia e le conoscenze di oggi, evitare di affidarsi esclusivamente alle misurazioni e agli standard prestabiliti, porsi, insieme ai pazienti e ai parenti, il problema dei limiti della cura, in tanti casi chiedersi che tipo di speranza si dà. Intervista a Marco Bobbio.




chiudi