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UNA CITTÀ n. 188 / 2011 ottobre

Intervista a Soufien Belhajj
realizzata da Francesca Barca

ERANO LE SEI DEL MATTINO…
L'inizio della militanza negli anni di studio in Belgio, dopo l'incontro con un'avvocatessa tunisina, la polizia politica, le ritorsioni contro il padre, la scoperta della Rete e dei social network, e quindi, l'apertura del profilo Facebook e poi il ritorno in Tunisia e l'arresto, proprio alla vigilia della Rivoluzione… Intervista a Soufien Belhajj.

Hamadi Kaloutcha è lo pseudonimo Facebook di Soufien Belhajj, un ventiseienne di Tunisi che ha fatto opposizione al regime di Ben Ali attraverso Facebook con un gruppo "I have a dream: Tunisie démocratique”) e il suo profilo (www. facebook. com/Kaloutcha. Hamadi) . Soufien è stato arrestato il 6 gennaio 2011 dalla polizia politica di Ben Ali e rilasciato il 14 gennaio. È membro della Haute Instance pour la réalisation des objectifs de la révolution, de la réforme politique et de la transition démocratique. Lo scorso 6 gennaio sei stato arrestato per la tua attività di blogger…
Erano le sei di mattina e io ero ancora al computer. Avevo appena postato delle caricature sul regime e hanno suonato alla porta. Ho guardato alla finestra e c’erano degli uomini sotto casa mia, ma non erano poliziotti, o meglio, non avevano la divisa. E infatti io dico che si è trattato di un rapimento, perché non mi hanno fatto vedere nessun distintivo e nessun documento. Hanno detto "Polizia” e ho capito immediatamente che erano lì per Hamadi Kaloutcha. Ho avuto giusto il tempo di salire di corsa le scale e di nascondere il computer sotto il letto di mia moglie e uscire. E per fortuna che mi ero sposato! L’avevo fatto qualche mese prima proprio col pensiero che se mi avessero fatto una perquisizione e mi avessero trovato con una "concubina”, visto che almeno formalmente è vietato in Tunisia, sarebbe stato peggio. Ora, in Tunisia è piuttosto tollerato il fatto che ci siano coppie che vivono insieme e che non sono sposate: ma quando si tratta di un arresto politico sono molto più zelanti. E poi in quel periodo avevamo anche un amico a casa, una persona che lavorava all’ambasciata francese. Lui e mia moglie dormivano. Mi hanno fatto salire in macchina e l’interrogatorio è iniziato immediatamente. La tua detenzione è durata tre giorni…
È stato divertente perché il 14 gennaio, il giorno che Ben Ali ha lasciato il Paese, ero a manifestare al Ministero degli Interni. E fino a qualche giorno prima c’ero dentro! Quando hanno deciso di liberarmi, mi hanno fatto chiamare mia moglie per venire a prendermi. Temendo fosse una strategia per coinvolgere anche lei, all’inizio ho rifiutato. Poi uno di quelli che mi aveva fatto l’interrogatorio, e che era tra coloro che mi sembravano più "affidabili”, mi ha rassicurato e quindi l’ho chiamata. Doveva entrare nell’edificio e seguire alcune istruzioni di sicurezza. È entrata con uno di quelli che mi avevano interrogato e, mentre passava per i corridoi, ha visto un detenuto uscire da una stanza: era un "barbuto”, un islamico. L’uomo era a piedi nudi, con le mani e i piedi legati e una benda sugli occhi. Io non ho mai ricevuto questo tipo di trattamento. In rapporto ai cyber attivisti credo che la polizia si sia molto trattenuta, perché hanno imparato dai loro errori: dopo la morte di un cyber attivista a causa delle torture, sul web c’è stata una campagna mediatica enorme. E quindi sapevano che con noi bisognava fare attenzione. Purtroppo con gli islamisti non è stato così. Anche per questo oggi sono così chiusi e arrabbiati: la violenza genera violenza. Ammetto che non ci siamo troppo interessati alla loro sorte perché, in un clima mondiale dove si vedono terroristi ovunque, la propaganda ti fa accettare l’inaccettabile. Anche se si è trattato di soli tre giorni, devo dire che mi sono sembrati un periodo lungo, soprattutto quando mi hanno portato via da casa. Ricordo che mi hanno ammanettato e fatto salire sull’auto. Io abito di fianco a un commissariato e pensavo che ci saremmo diretti lì. Quando ho visto che non ci siamo fermati ho pensato che ci dirigessimo in una stazione della Guardia Civile, visto che anche loro sono conosciuti per la tortura. Siamo passati da una delle loro caserme ma non ci siamo fermati e abbiamo preso, invece, la strada per andare al Ministero degli Interni su Avenue Bourghiba. E allora mi sono... [ continua ]

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