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UNA CITTÀ n. 187 / 2011 settembre

Intervista a Wahid Ferchichi
realizzata da Francesca Barca

A MANIFESTARE, IN TOGA...
Quando è scoppiata la rivoluzione, in strada, a manifestare contro Ben Ali, c’erano anche giudici e avvocati; un sistema, quello della giustizia tunisina, da riformare profondamente, in tutte le sue articolazioni, a cominciare dai poliziotti; la fase della giustizia, a cui deve seguire la riconciliazione. Intervista a Wahid Ferchichi.

Wahid Ferchichi è professore di Diritto alla Facoltà di Scienze Giuridiche politiche e sociali di Tunisi e consulente dell’International Center for Transitional Justice.

Nei giorni della rivoluzione tunisina c’erano anche giudici e avvocati su avenue Bourghiba, di fronte al Ministero degli Interni, a chiedere le dimissioni di Ben Ali.
È così: a gennaio erano lì con la loro toga di avvocato e di giudice a manifestare. I rappresentanti della giustizia però, dopo la rivoluzione, sono stati anche molto criticati per quanto era avvenuto prima. La giustizia tunisina, come qualunque altro settore della società, ha subìto le pressioni del potere.
I giudici che cercavano di resistere -ne esistevano- ne hanno pagato il prezzo: sono stati trasferiti in altre zone del territorio della Repubblica, magari con un grado superiore, ma a centinaia di chilometri di distanza. Oppure sono stati semplicemente licenziati. Quindi ora la giustizia è un po’ in bilico tra una pessima reputazione e il fatto di aver mostrato il suo volto "buono”. La giustizia, poi, non è solo una questione di giudici, ci sono gli avvocati, la polizia... È un sistema complesso.
Lei sostiene che oggi il nodo cruciale è se la giustizia, per come è stata concepita negli anni passati, può rendere giustizia. Può spiegare?
Parlo a titolo personale: io ho fiducia nella magistratura. I magistrati sanno di non poter più fare quello che facevano prima: molti giudici sono già stati licenziati e uno è stato addirittura processato.
Ora l’operato dei giudici è sotto gli occhi di tutti, per cui difficilmente si permettono di prendere decisioni discutibili. Inoltre l’Associazione dei giudici, che durante il regime è stata repressa, è tornata sulla scena ed è stato creato un Sindacato dei giudici.
Per cui oggi esistono più interlocutori, non c’è più un monopolio.La diversità, anche all’interno delle istituzioni, è fondamentale: permette che un organo, in questo caso la magistratura, sia controllato al suo interno dagli stessi giudici. E questo crea dinamiche sane. Comunque oggi la giustizia tunisina ha bisogno di essere profondamente riformata, e per vari motivi. Oltre ai problemi legati al nostro sistema di detenzione c’è il fatto che il procuratore generale della Repubblica non fa parte della Magistratura stessa, ma risponde agli ordini del Ministro della Giustizia, che non è un giudice. Sotto il regime di Ben Ali era lo stesso Presidente della Repubblica a presiedere il Consiglio superiore della Magistratura, e il vice presidente era il Ministro della Giustizia.
Ma senza un Consiglio Superiore della magistratura indipendente e composto unicamente da giudici, non c’è indipendenza della Giustizia. Ora, per fortuna, questo sistema è in via di trasformazione. Questa è la priorità e il primo passo da fare: la riforma della struttura della giustizia.Allo stesso tempo è necessaria anche una riforma dello statuto dei giudici. E questo a partire dal loro stipendio, perché un giudice pagato male è facilmente corrompibile. Ovunque, nel mondo, i settori che sono più vulnerabili alla corruzione -la giustizia, le dogane, la polizia e la diplomazia- godono di salari molto buoni. È un deterrente. D’altronde se facciamo un paragone tra i giudici tunisini e, non dico certo quelli europei, ma quelli marocchini, algerini o della Mauritania, vediamo subito la differenza: i giudici marocchini prendono il triplo dei tunisini.Questo è rivelatore.
Penso che le condizioni materiali dei giudici debbano essere riviste. Il giudice rappresenta lo stato, deve avere un’immagine sana e forte e bisogna che le sue condizioni materiali siano quanto meno decenti. Penso, inoltre, che vada introdotto nel diritto tunisino il principio per il quale il giudice non può essere trasferito senza il suo consenso o, almeno, a deciderlo devono essere altri giudici. Finora, infatti, la minaccia di un trasferimento era uno dei mezzi di pressione che venivano utilizzati sui giudici tunisini: un giudice che non seguiva abbastanza fedelmente le istruzioni del potere si vedeva, che ne so, spostato a 500 chilometri da Tunisi, lontano dalla sua famiglia.
E per quanto riguarda la polizia, che è l’organo forse più invischiato con il regime?
In Tunisia l’immagine della polizia è terribile. Serve una riforma totale: si deve cambiare tutto, dalla divisa al colore delle auto... tutto. La polizia tunisina va trasformata nella sostanza e nella forma.
Andando nella sostanza: la polizia è un settore estremamente delicato. Abbiamo sempre bisogno, soprattutto in momenti di crisi e tensioni come questo, della polizia, anche se questo stesso organo dello stato è stato fonte di molte sofferenze.
Nella giustizia bisogna sempre distinguere due livelli: ci sono coloro che "eseguono”, cioè il comune agente di polizia (la maggioranza) e poi ci sono quelli che danno gli ordini. Se si riforma la giustizia non si può certo limitarsi a coloro che eseguono gli ordini. Inoltre, la riforma della polizia va associata a quella della Giustizia.
Sono molto felice del fatto che ora si stia crean­do un sindacato di polizia: abbiamo bisogno di una controparte credibile e indipendente con la quale confrontarci.
La domanda "come vedete la riforma?” andrebbe fatta prima di tutto ai poliziotti: magari hanno delle idee. Si tratta di un settore che ha subito enormi pressioni. Per non parlare dei salari ridicoli che ricevevano.
Secondo me la polizia andrebbe organizzata per divisioni indipendenti. Questo permetterebbe un controllo reciproco: una polizia come blocco unico, sottomesso a un solo ordine e a una sola decisione, diventa qualcosa di compatto che non accetta di essere modificato. Se, al contrario, creiamo due o tre poli con diverse competenze, possiamo avere dei poliziotti che si bilanciano e si controllano tra di loro. E che si possono arrestare a vicenda nel caso.
L’altro nodo importante è che la polizia giudiziaria, quella che si occupa di tradurre le persone di fronte ai giudici, deve essere indipendente, deve cioè far capo alla Giustizia, non ai vertici della polizia. In molti paesi è già così.
Evidentemente sto parlando di un lavoro di lungo periodo: riformare la polizia significa modificarne la struttura, ma soprattutto la mentalità. La polizia è anche una cultura: come passare da una polizia fondata sulla repressione a una fondata sul rispetto dell’uomo? La polizia dovrebbe proteggere gli uomini, mentre da noi, negli ultimi cinquant’anni, è prevalsa la repressione. Cosa fare? Secondo me bisognerebbe assumere, ogni anno, dei poliziotti nuovi, che abbiano avuto una formazione diversa, così da cambiare gradualmente quest’istituzione dall’interno.
Non sarà facile cambiare l’atteggiamento dei "vecchi” poliziotti...
La maggior parte andrebbe mantenuta. Non si può certo licenziare, dal giorno alla notte, un numero così elevato di persone. Questa cosa deve avvenire gradualmente, così come graduale e lungo sarà il lavoro di riforma. Anche perché, se non fosse graduale, ci ritroveremmo con tutta la polizia contro. I vecchi poliziotti vanno integrati in questo processo.
A che punto sono i processi contro Ben Ali e la sua famiglia?
Il 14 gennaio sono stati arrestati trenta membri della famiglia di Ben Ali, che sono tutt’ora in carcere. Al momento ci sono stati quattro processi che toccano direttamente Ben Ali e la sua famiglia. Il primo, a carico del cognato, era per evasione fiscale; il secondo riguardava il consumo di droghe del nipote di sua moglie che, tra parentesi, ha avuto il massimo della pena cioè quattro anni, quando di solito per questi reati veniva comminato il minimo, cioè un anno. E poi ci sono i due processi contro Ben Ali e la moglie Leila. Il primo è sul palazzo di Sidi Bouzid, il secondo è quello sul palazzo di Cartagine. I reati sono: detenzione di droghe, di valuta straniera e di pezzi d’antichità. Il giudizio è stato severo: trent’anni di prigione e oltre quaranta milioni di dinari di multa per il secondo caso, e quindici anni di prigione e 101.000 dinari per il primo, che complessivamente fanno già quarantacinque anni di prigione.
Come vanno interpretati questi provvedimenti? Significano che il popolo tunisino vuole che il Presidente venga condannato per crimini legati alla droga? Non credo. Personalmente non mi interessa il fatto che consumi droghe, né la sua vita privata. Bisogna giudicare questa persona per i crimini che ha commesso contro il popolo per oltre ventitré anni di presenza al potere. Quest’uomo era nel governo dal 1984 e ha compiuto azioni molto gravi, tra cui l’omicidio.
Dal punto di vista legale si può ben capire perché si sia partiti da queste imputazioni: sono più facili da istruire, giuridicamente parlando. Per esempio un caso di omicidio può impiegare dai nove mesi ai due anni per finire davanti a un giudice.
La seconda osservazione è che Ben Ali, per tutta una serie di reati, sarà giudicato non dalla giustizia ordinaria, ma dal tribunale militare. E questo è possibile in forza del fatto che Ben Ali è un militare e che i suoi affari implicano dei poliziotti. È la legge che lo dice: se in un affare è coinvolto un militare o degli agenti delle forze dell’ordine è il tribunale militare che se ne fa carico.
Questo, però, pone dei problemi...
Per gli europei, per la vostra concezione del diritto, e anche dal punto di vista del diritto internazionale, è inconcepibile che sia un solo livello di giudizio. Tutti hanno diritto ad appellarsi dopo il giudizio di primo grado. La giustizia militare, invece, non prevede il secondo grado.
Ciò significa che Ben Ali e i suoi complici, una volta giudicati dal tribunale militare, non potranno impugnare la sentenza. Questo è, a mio avviso, molto discutibile: chiunque sia l’indagato, ha il diritto ad essere giudicato come gli altri. Da questo punto di vista, mi ha sorpreso in maniera negativa il fatto che il nipote di Ben Ali, pur con tutto quello che ha fatto, sia stato giudicato in maniera più severa degli altri. È un cittadino tunisino e merita di essere giudicato come tutti gli altri.
Sempre riguardo il caso Ben Ali, va anche ricordato che il processo che ha giudicato l’ex dittatore e la moglie Leila nel giugno scorso è avvenuto in contumacia, cioè senza che gli imputati fossero presenti.
Molti hanno lamentato: a cosa serve giudicarlo quando probabilmente non si potrà mai riportarlo in Tunisia? Io trovo invece che sia bene farlo, a livello simbolico. Il giorno che Ben Ali tornasse in Tunisia, la giustizia tunisina permette alla persona giudicata in contumacia di riprendere il caso dall’inizio.
Come tenere assieme oggi la giustizia, a cui le vittime hanno diritto, con la riconciliazione, condizione della ricostruzione di un paese?
Io parto da un principio semplice: chi ha commesso degli errori deve essere giudicato. Credo che nessuno possa togliere a una vittima il diritto di vedere il suo carnefice giudicato. Ho la fortuna di far parte di coloro che non hanno subito troppe vessazioni da parte del regime ma, se mi metto nei panni di chi ha perso un figlio, un fratello, o il cui padre è scomparso... Sarei incapace di dire "perdoniamo e basta”. Il perdono arriva dopo un giudizio e delle scuse. E questo è il principio.
Però non si può nemmeno restare invischiati per sempre in questa fase. Credo che ora la priorità sia giudicare, anche come messaggio al popolo e alle vittime, per dire che il loro sacrificio non è stato vano. Questa cosa però, ripeto, non può andare avanti dieci o quindici anni. A un certo punto il discorso deve cambiare, e bisogna iniziare a parlare di "riconciliazione”. Anzi già ora bisognerebbe affrontare questo tema perché la gente deve capire di cosa si tratta: "riconciliazione” non significa "perdoniamo tutti coloro che hanno commesso dei crimini”. I torti  subiti vanno comunque riparati: se non con una compensazione in denaro, con una lettera da parte del Governo, con la costituzione di memoriali in ricordo delle vittime, dei torturati, degli uccisi... istituendo delle piazze e dei luoghi a loro nome.
La riconciliazione va preparata. Bisogna dunque parlarne nei mezzi di comunicazione, fare incontri, conferenze, campagne di sensibilizzazione. In questo va coinvolta la società civile. In Tunisia oggi ci sono più di novemila Ong, ma nessuna si occupa di riconciliazione. Penso sia giunto il momento di iniziare.
In questo processo però il diritto non basta. Il diritto è "quadrato”, è fatto di regole da applicare. I principi invece possono superare il diritto. Per questo ci vuole anche la politica. Perché per ricostruire bisogna anche fare delle concessioni, non si può essere troppo legalisti. La giustizia non è solo l’applicazione della legge, ma anche l’imparzialità, l’uguaglianza.
Ora, cosa vuol dire fare delle concessioni? Per me significa, ad esempio, chiudere un occhio sui reati minori. Teniamo presente che qui la corruzione è un fenomeno sociale, quasi nazionale. Dobbiamo giudicare tutti i poliziotti? Tutti gli ufficiali? Ogni tunisino con un’automobile era abituato a offrire cinque dinari a un poliziotto per evitare una multa. Anche questa è corruzione. Cosa facciamo? Giudichiamo allo stesso modo chi ha ricevuto o dato dieci dinari e chi invece ha ricevuto o dato dieci milioni? In fondo, anche se il livello è diverso, il concetto di base è lo stesso. A questo punto però bisognerebbe giudicare il 70% del popolo tunisino.
Anche in altri paesi con una storia simile alla nostra si è deciso di giudicare soprattutto i crimini gravi, quelli contro i diritti umani. Questo, comunque, è un compito che spetterà al Governo che verrà eletto: una volta garantita la necessaria cornice legale, bisognerà iniziare un dibattito nazionale per discutere fino a dove arrivare con le sanzioni e dove far partire la riconciliazione.
Lei dice che ci vorranno almeno tre mandati perché si compia una vera transizione democratica...
Mentre per la riconciliazione credo siano sufficienti tra i due e i cinque anni, per quanto riguarda la transizione democratica, secondo me serviranno almeno quindici anni. Le prime elezioni libere in un contesto come il nostro saranno infatti sotto gli occhi di tutto il mondo, e comunque si svolgeranno in un clima rivoluzionario e democratico. Per questo dico che per avere il polso della situazione bisognerà aspettare le seconde, cioè altri cinque anni. Ma per verificare l’alternanza dei partiti ci vorrà un terzo mandato. È l’esempio spagnolo: fino a quando la sinistra non ha preso il potere alle elezioni, non c’era la certezza che la transizione democratica fosse giunta a compimento. E in Spagna ci sono voluti quasi vent’anni.
Parliamo di processi in cui il fattore tempo è molto importante. Bisogna che l’intero nostro popolo arabo-musulmano sia coinvolto in un lavoro di base, nella società, nell’educazione dei bambini, nelle scuole. Per istituire i principi democratici, affinché non rimangano solo slogan. Distruggere è molto semplice, ma non si può costruire in un mese. Il ritorno alla dittatura è semplice, perché la dittatura è semplice. È la democrazia che è complicata.
Un’altra questione molto dibattuta è la laicità dello Stato.
Nella nostra Costituzione si dice che la Tunisia è un paese indipendente, che la repubblica è il suo regime, l’Islam la sua religione e l’arabo la sua lingua. Sottolineo che si parla dello Stato.
Secondo questo articolo l’Islam è la religione dello Stato, non del popolo. Non si parla di un popolo musulmano. Questo è importante. Nondimeno il tema sta suscitando grandi discussioni, soprattutto in questo periodo: se la Tunisia è uno stato musulmano vuol dire che anche il diritto deve essere musulmano? La società deve essere musulmana? Il dibattito è aperto.
Ovviamente i difensori della modernità e del progresso dicono che, se la religione si mescola alla politica, saremo governati, ancora una volta, in nome di qualcosa, che sia un partito unico o Allah.
Personalmente non ho nulla contro il fatto che ci siano dei partiti "religiosi”. In fondo i partiti cristiano-democratici lo sono. Solo che, aggiungendo il prefisso "democratico”,  hanno coniugato i principi del cattolicesimo con quelli della democrazia moderna: la scelta sovrana del popolo e le elezioni. Se i partiti politici religiosi tunisini utilizzassero questo modello io non avrei nulla in contrario.
Il problema è che ora molti disordini che stanno avvenendo in Tunisia sono ad opera di movimenti, non solo di partiti. Ennahda, benché sia di ispirazione religiosa, è un partito. Ma gli altri, i vari gruppi salafisti, ad esempio, non sono partiti ed è pure difficile integrarli nella vita pubblica perché non ne fanno parte, agiscono ai margini, ma soprattutto perché si esprimono contro la libertà di pensiero, di culto...
Dal mio punto di vista è fondamentale iniziare un dibattito con queste persone: non si può ricostruire da soli, non si può riflettere da soli. Bisogna parlare anche con chi, ora, è considerato il peggior nemico della democrazia. È preferibile che queste persone abbiano un luogo dove parlare, dove poter invitare gente, piuttosto che farlo nelle case, nelle moschee... in clandestinità. Non c’è nulla di peggio. Se si concedono loro degli spazi dove operare, poi dovranno anche essere controllati: è il principio di trasparenza. Se si inizia un dibattito con loro, qualunque sia il risultato, se ne avrà solo da guadagnare. E comunque è il popolo tunisino che deve decidere. Bisogna invitarli nelle discussioni, in tv, nei media... Non è escluso che i tunisini condividano certe idee, ma io sono convinto che più probabilmente penseranno: "Ma chi sono questi pazzi?”. E così avremmo il popolo dalla nostra parte, e non solo il Governo e alcuni partiti politici. Il popolo è il miglior difensore delle idee, è il popolo che deciderà il 23 ottobre e non il Governo di transizione.
Rispetto alla laicità, io mi considero un laico, ma non alla "francese”, preferisco il modello nordico, nel senso che accetto i partiti di ispirazione religiosa purché a loro volta accettino i giochi democratici.



  


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