









UNA CITTÀ n. 185 / 2011 giugno 2011Intervista a Roberto Biorcio
realizzata da Barbara Bertoncin e Joan Haim
VENTIMILA DONNE IN PIU'
A Milano e Napoli i risultati elettorali non si spiegano solo con la caduta di consenso per il governo, e per Berlusconi in particolare, ma anche con un'opposizione che finalmente è tornata a parlare con la gente; il voto decisivo delle donne e il difficile dilemma della Lega, se tornare a correre da sola. Intervista a Roberto Biorcio.
Roberto Biorcio insegna Scienza politica presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli Studi di Milano Bicocca.
Come dobbiamo leggere i recenti risultati elettorali? Ti aspettavi la vittoria di Pisapia?
Certamente non mi aspettavo una svolta così radicale, una vittoria di queste proporzioni.È vero, il quadro non appariva molto positivo per la maggioranza di centro-destra. I segni del cambiamento erano visibili da mesi: la rottura con Fini, le vicende di Berlusconi, i processi, il presentarsi sulla scena dei Responsabili.Dai sondaggi emergeva una certa caduta di fiducia nel governo e in Berlusconi in particolare. E anche uno spostamento di attenzione dalle tematiche che erano state forti nel biennio 2008-2009 -sicurezza e immigrazione- a questioni più prettamente economiche, come l’occupazione, i salari, ecc. I segnali di un clima che stava cambiando rapidamente c’erano tutti da questo punto di vista.Tuttavia, per tradurre il cambio di clima in un cambiamento anche di comportamento elettorale, il quadro che ho delineato non bastava: occorreva verificare lo stato di salute, non solo delle forze di maggioranza di governo, ma anche di quelle alternative, se erano dinamiche, attive, se proponevano qualcosa di interessante. Per dire, in un paese come la Spagna, il malcontento ha fatto perdere le elezioni ai socialisti, ma non ha orientato l’elettorato chiaramente verso un altro partito.Quindi, per sintetizzare, il malcontento per i problemi non risolti e una certa sfiducia verso il governo erano da tempo percepibili, ma la traduzione di questo malessere in comportamenti elettorali rimaneva problematica. Anche perché -cosa ben nota a chi si occupa di elezioni- per quanto la scelta di voto non sia come la fede o il tifo calcistico, esiste comunque una certa tendenza a mantenerla. A meno che non succeda qualcosa di molto importante.In quest’occasione la prima novità è stata che le forze alternative si sono mobilitate in modo un po’ diverso dal solito. Un secondo elemento di novità è che a una crisi del partito di Berlusconi non ha corrisposto questa volta una capacità di recupero della Lega, come era accaduto nel 2010 alle regionali o nel 2009 alle europee. Queste sono un po’ le premesse.
Dicevi che la vittoria, quindi, non è stata dovuta solo alla perdita di fiducia per il governo, ma anche a un nuovo modo di presentarsi dell’opposizione...
Anche se la novità, soprattutto all’inizio, è passata un po’ sotto silenzio, tra i candidati dell’opposizione si è visto un cambio di strategia rispetto alla gestione tradizionale delle campagne elettorali. I casi più significativi, anche se diversi fra di loro, sono stati Milano e Napoli. In entrambe le situazioni il partito maggioritario del centro-sinistra non è riuscito a esprimere un candidato: a Milano l’esponente del Pd è stato sconfitto alle primarie; a Napoli addirittura al primo turno, e molto pesantemente.Quindi in situazioni importanti, anche strategiche per il Nord e per il Mezzogiorno, il candidato del maggior partito dell’opposizione non è stato bene accolto dagli elettori che volevano proporre un’alternativa a Berlusconi. Sono stati invece privilegiati candidati sindaci che si proponevano in modo diverso e si impegnavano a rapportarsi con gli elettori sul territorio gestendo pratiche che i principali partiti non usavano più da tempo.Nel corso della lunga campagna (sia per le primarie sia per il ballottaggio), Pisapia non ha puntato sui media, ma si è distinto andando in giro per i quartieri, creando dei comitati, instaurando un rapporto positivo anche con gruppi di giovani che avevano manifestato la volontà di appoggiarlo, ma che volevano farlo a modo loro. Una ricetta in fondo molto semplice, fondata sull’ascolto e sulla partecipazione, cose a cui la gente non era più abituata. Il sistema ha funzionato: infatti alle iniziative c’era sempre più gente.A Milano comunque non ha pesato solo la caduta di consenso per il governo: in città c’era anche uno specifico malcontento verso la Moratti che non ha fatto grandi cose e, a detta di molti, ha dato troppo spazio all’industria edile. Infatti si diceva che il vero sindaco non fosse la Moratti, ma Salvatore Ligresti, l’imprenditore immobiliare.Ma torniamo al nuovo volto dell’opposizione. Ecco, a Milano come a Napoli non abbiamo visto il solito partito un po’ ingessato che cerca di conquistare il potere con le alleanze. Questa volta la strategia è stata abbastanza diversa, anche se, ripeto, a rigore non è una formula originale. Solo che ormai era da almeno vent’anni che non si andava più ad ascoltare la gente e a a chiederle di collaborare e partecipare e, quindi, è sembrata una novità!
Questo modo di condurre la campagna elettorale, per quanto ignorato dai media, si è trasformato in una specie di onda travolgente. Fuori Milano credo non si sia avvertito questo fenomeno, tant’è che più di un amico, prima che fossero noti i risultati del primo turno, mi chiedeva: "Ma Pisapia? Nessuno ne sente più parlare... Sta facendo qualcosa?!”. Non si vedeva che, invece, a livello di territorio c’era un incredibile attivismo che aveva riguardato anche le aree di giovani e di attivisti non legati ai partiti. I gruppi di base dei partiti di centro-sinistra presenti sul territorio si sono poi integrati in questa dinamica. L’altro elemento, non del tutto innovativo, ma che non era mai stato usato in questa misura per una scadenza elettorale, è stato il ricorso a Internet, che i giovani hanno gestito dando vita a una nuova e diversa arena di dibattito pubblico a cui soprattutto questi ultimi sono molto sensibili.
Allora, per concludere, non ha contato solo il deficit di consenso per la Moratti e per Berlusconi, ma anche il presentarsi di un’opposizione più disponibile ad ascoltare la gente, che alla fine è riuscita a coinvolgere e mobilitare anche i giovani e le componenti più sfiduciate dell’elettorato di centro-sinistra.
I risultati del primo turno hanno poi avuto un effetto moltiplicatore sul secondo turno, in cui i candidati dell’opposizione hanno sbaragliato gli avversari. Evidentemente, quando la gente ha visto che c’era effettivamente qualcosa di diverso, ha abbandonato l’atteggiamento un po’ sfiduciato che la portava a non votare o a riconfermare un voto senza entusiasmo per gli stessi partiti del passato. Un sondaggio di Mannheimer pubblicato sul Corriere prevedeva, come altri sondaggi, che si sarebbe andati al ballottaggio, ma con la Moratti in testa e probabile vincente al secondo turno.
Anche il caso di Napoli è emblematico, perché le primarie del centro-sinistra erano state annullate anche per i comportamenti scorretti che si erano registrati in diverse situazioni. Il Pd aveva pensato di replicare quanto fatto a Milano nel 2006, quando aveva presentato come candidato sindaco un prefetto, Bruno Ferrante, con l’idea che una figura un po’ al di sopra delle parti potesse conquistare l’area dei moderati. Cosa che non succede mai! Così a Napoli il Pd ha tirato fuori dal cappello un prefetto praticamente sconosciuto, e sappiamo con quali risultati. L’elemento più interessante da osservare è che anche a Napoli c’è stato un grande lavoro sul territorio. Il messaggio di novità di De Magistris, che era critico sia verso la giunta precedente di centro-sinistra che verso il governo, faceva leva anch’esso sulla domanda di cambiamento, sull’esigenza di ricostruire una situazione di legalità, sull’ascolto e la mobilitazione della gente. Il risultato di Napoli è stato ancora più sorprendente di quello di Milano perché De Magistris ha quasi doppiato i voti di Lettieri.
Anche il caso di Cagliari è abbastanza interessante: un giovane del tutto sconosciuto è riuscito a raccogliere attorno a sé molti giovani riattivando un’area politica sfiduciata, poi ha vinto le primarie e infine le elezioni, infliggendo un grande distacco al suo concorrente al ballottaggio.
Ecco, i risultati di Milano, Napoli e Cagliari, a mio avviso, sono il prodotto non solo del logoramento della fiducia verso Berlusconi e la maggioranza, ma anche di una rinnovata capacità di proporre un’alternativa, un ricambio che fosse credibile. Era questa la vera incognita. Non dimentichiamo che parliamo di situazioni che sembravano perse in partenza: a Milano e Cagliari era da anni che, nonostante il malcontento, il centro-sinistra non riusciva a vincere.
Anche nella costruzione delle giunte mi sembra che i neosindaci ora stiano prendendo una certa distanza dai giochi di palazzo e che riaffermino l’idea di un rapporto più diretto con i cittadini, e con il territorio.
Resta da capire come queste esperienze si tradurranno a livello nazionale.
Il caso Ruby ha contato?
Nessuno l’ha detto, ma a Milano, al primo turno, tra la partecipazione maschile e quella femminile c’è stato un dislivello di quasi dieci punti a favore degli uomini. Al secondo turno hanno invece partecipato circa 20.000 uomini in meno e 20.000 donne in più. Molti, vedendo un aumento della partecipazione femminile, temevano che questo producesse un ribaltamento. Invece, a sorpresa, con l’aumento della partecipazione femminile sono cresciuti soprattutto i voti per Pisapia.
Ora, anche questa è una novità, perché le liste guidate da Berlusconi hanno sempre avuto più voti tra le donne e quindi è facile dedurre che il caso Ruby abbia giocato un ruolo non trascurabile. Che al primo turno abbiano votato poche donne può essere dovuto al fatto che molte donne del centro-destra si siano astenute, mentre la forte crescita del voto femminile al secondo turno fa pensare a una mobilitazione di donne più vicine al centro-sinistra che al primo turno non avevano votato e che, intravedendo la possibilità di un ricambio, hanno superato la sfiducia e sono andate ai seggi.
Tra il primo e il secondo turno i risultati si sono radicalizzati...
Come dicevo, alla vigilia di queste elezioni erano evidenti gli elementi di sfiducia e potenziale critica verso il governo, ma non era invece molto chiaro quali capacità potesse avere l’opposizione per attirare consenso. L’elemento di sorpresa stava un po’ in questo.
Ecco, dopo il primo turno anche i più dubbiosi hanno scoperto che, non solo Berlusconi era in difficoltà, ma che esisteva un’alternativa che poteva risultare vincente. Tra l’altro, nelle città principali, al ballottaggio i candidati sindaci erano figure non molto legate ai partiti principali, sufficientemente autorevoli e indipendenti. E così abbiamo avuto questi risultati davvero imprevisti: a Milano, il centro-destra ha perso malgrado gli investimenti economici per la campagna e l’utilizzo di attivisti fatti venire anche da fuori città. Pisapia ha vinto con dieci punti di distacco nonostante una feroce campagna basata su manifesti del tipo "E se mettessero la moschea nel tuo quartiere?”, facendo credere che Pisapia avrebbe aumentato l’Ecopass per tutti o, ancora, giocando la carta del condono delle multe. A Napoli sembrava profilarsi un disastro totale per il centro-sinistra e invece De Magistris ha vinto con oltre trenta punti di distacco. A Cagliari, Zedda ha vinto con quasi venti punti di distacco.
Quest’onda di fiducia in una possibile alternativa al centro-destra, tra l’altro, ha contagiato anche altre località dove il successo era più dubbio. Il caso più emblematico è stato quello di Novara, dove al primo turno stava vincendo il candidato leghista, e al secondo abbiamo visto la situazione capovolgersi.
L’altra cosa che si è notata in questi contesti è stata la voglia di mobilitazione.
Il centro-sinistra ha vinto anche a Bologna e Torino, ma senza provocare grandi festeggiamenti, forse perché si trattava di risultati attesi, che confermavano una presenza storica e forte, del centro-sinistra. Invece a Milano e Napoli, le feste molto vivaci e partecipate per la vittoria elettorale nascevano non solo dalla sorpresa, ma anche dalla percezione di un cambiamento molto importante in corso. Tanto più che non ci sono state solo le grandi feste di piazza, con raduni che non si vedevano da tantissimi anni, ma anche molte feste private di cittadini... come se fosse successo qualcosa di molto coinvolgente sul piano personale.
D’altra parte, l’impegno a essere presenti sul territorio e il fatto di ascoltare i cittadini che chiedevano di partecipare, ha segnato una rottura non solo con la modalità di far politica del centro-destra, ma anche con quella un po’ ingessata del centro-sinistra. Può sembrare una battuta, ma effettivamente, dal 2007, da quando è stato fondato, il Partito democratico, blindato dietro la sua apparente novità, ha registrato una sconfitta dietro l’altra, vedendo un segretario dopo l’altro dimettersi. Sarà anche un caso, però in quest’occasione abbiamo visto che abbandonare l’atteggiamento del "ci penso io” a favore del "facciamo insieme” ha pagato.
Non solo: questo modo diverso di far politica ha riassorbito anche i simpatizzanti di movimenti, come quello di Grillo, che intercettano soprattutto un segmento giovanile di elettorato e che rischiano di esprimere solo la protesta, mantenendo una sfiducia totale nella possibilità di cambiamento (perché tanto i partiti sono tutti uguali...). Nei prossimi decenni i giovani rischiano di essere il settore più penalizzato, l’area più sofferente per via del lavoro precario, di un welfare inadeguato, dei tagli all’istruzione; il problema è come dargli la parola in modo non unicamente critico, "indignato”, ma offrendo anche i canali per dar voce al desiderio di trasformazione.
Credo che questa sia una delle partite cruciali del prossimo decennio.
Segnalavi come la Lega non sia riuscita a recuperare la perdita di voti del Pdl.
La Lega ha perso quasi il 30% dei voti a Milano,; non è poco. Tra l’altro non è nemmeno un trend specifico milanese legato alla delusione per la gestione Moratti: ha perso in tutti i centri del Nord in cui si è votato.
La Lega ha nel suo identikit, anzi, nel suo stesso nome - "Lega Nord per l’Indipendenza della Padania”- la vocazione a far aumentare l’autonomia del Nord, cercando di assumerne in qualche modo il governo. L’impresa, però, non è semplice perché il discorso dell’indipendenza non ha sfondato. Solo una ridotta minoranza, anche tra i leghisti, è favorevole a una separazione più radicale delle regioni del Nord da quelle del Sud. La gente, tutto sommato, preferisce rimanere unita, pur denunciando i molti problemi irrisolti. La Lega ha cercato di far avanzare il suo progetto impegnandosi in tutta la prima fase della sua storia sull’antipolitica: la battaglia contro "Roma ladrona”; l’autonomia come strumento per sconfiggere un ceto politico che non fa gli interessi del Nord. Con la discesa in campo di Berlusconi -che tra l’altro ha portato via parte dell’elettorato leghista- è emerso un altro modello, cioè l’idea che si poteva mettere fine alla prima Repubblica e ai partiti tradizionali, non separandosi da Roma, ma andando a conquistarla. Un libro pubblicato nel 1994, a cura di Diamanti e Mannheimer, era intitolato, non a caso, Milano a Roma.
Nella precedente intervista (n. 174/2010) avevo ripercorso le tappe che avevano portato la Lega dall’exploit del 1996, quando al Nord aveva registrato il 20% dei voti, alla fase di riflusso successiva, fino al recupero del 2008, quando il Carroccio ha deciso di cavalcare la paura degli immigrati presentandosi come la "diga” sia rispetto all’immigrazione che alla criminalità (così come la Dc era stata la "diga contro il comunismo”), fino alla conquista, alle regionali del 2010, del Veneto e del Piemonte.
Ora, che cos’è cambiato? Nell’ultimo anno, il tema dell’immigrazione ha perso, almeno in parte, importanza. Le famiglie oggi sono più preoccupate per la crisi economica, il lavoro, il reddito e la mancanza di servizi. Insomma, le preoccupazioni si sono un po’ spostate.
D’altra parte, com’è in fondo fisiologico, dopo la prima ondata, che aveva visto un aumento importante della presenza immigrata in Italia, c’è stata una sorta di adattamento: col tempo la popolazione ha visto che la presenza degli immigrati non aveva ricadute catastrofiche e non provocava cataclismi. Non solo, la gente si è accorta che per molte attività queste persone sono utili; per esempio, in Lombardia, metà dei costruttori edili sono immigrati. Inoltre, gli immigrati, sono presenti in molte attività industriali e in molti servizi, per non parlare delle badanti. Anche il recente allarmismo sugli immigrati in arrivo dalla Libia, che evocava l’invasione di milioni di persone, alla fine non ha prodotto l’impatto che si credeva.
L’ondata di preoccupazione che era stata cavalcata dei media e dall’attivismo di certi sindaci, non solo di destra e non solo della Lega (a Milano nel 2007 la Moratti aveva organizzato, assieme all’associazione commercianti, una marcia per la sicurezza che ebbe molta risonanza), sembra in buona parte esaurita. In più il Pdl ha usato anch’esso i temi legati all’immigrazione e alla sicurezza. L’abbiamo ben visto a Milano con la propaganda contro "Islamabad” e "zingaropoli”. La Lega potrebbe spostare la sua iniziativa su altri temi, però non è così facile. Il lavoro, il salario, le pensioni sono temi in cui sono già all’opera altri soggetti: i sindacati e i partiti di sinistra. E comunque questo tipo di spostamento non sarebbe coerente con le idee dell’elettorato leghista, che non è molto disponibile a dare più potere ai sindacati dei lavoratori.
Per la Lega era diventato più difficile essere partito "di lotta e di governo” insieme.
Fino al 2006 la Lega aveva avuto una posizione non centrale nel governo Berlusconi. All’epoca il quadro era diverso, più articolato, e quindi era più facile interpretare il ruolo di chi dice: "Sono qui, ma sono soprattutto un interprete delle domande e delle proteste del territorio”. Dopo l’uscita dell’Udc dalla coalizione e la rottura di Berlusconi con Fini, è diventato sempre più evidente non solo il peso, ma anche la responsabilità della Lega nelle politiche attuate dal governo. Poco credibili e poco interessanti per l’opinione pubblica sono apparse le iniziative per differenziarsi dal Pdl, come il tentativo di porre fine all’intervento militare in Libia. Se a questo si aggiunge la delusione per un federalismo che anziché far diminuire le tasse al Nord rischia di farle aumentare per via dei tagli ai comuni... Abbiamo allora un partito di lotta e di governo che di lotte contro il governo non ne può fare nessuna. Anche la raccolta di firme per una legge popolare per i ministeri al Nord appare un inutile tentativo per dimostrare di poter avanzare rivendicazioni anche contro il governo.
Insomma, si può dire che oggi la Lega è in una fase di difficoltà, da cui non è facile uscire. Se torna all’impostazione antipolitica originaria, deve staccarsi dal governo a Roma, e non è abbastanza forte da potersi permettere quest’operazione. Anche perché i leghisti governano con il sostegno del centro-destra due regioni e anche tante province e comuni del Nord.
L’altra possibile ipotesi -restare a sostenere il governo Berlusconi per ottenere benefici per il Nord- è tutta da verificare. La Lega vorrebbe la riforma fiscale e vorrebbe ottenere, con l’attuazione del federalismo, più risorse per il Nord. Ma non ci sono le condizioni economiche per farlo ed è impensabile che si tolgano fondi al Sud: il governo andrebbe in crisi, scoppierebbero moti e proteste in tutte le regioni meridionali. Anni fa la Lega aveva promosso anche qualche sciopero fiscale al Nord, per quanto con risultati minimi. Ora naturalmente non possono più farlo, perché il governo crollerebbe immediatamente di fronte a una mobilitazione di protesta organizzata dal Carroccio.
Ma è pensabile che la Lega torni, per così dire, a "correre da sola”?
Una via d’uscita potrebbe essere quella di cambiare la legge elettorale, in modo da permettere alla Lega di presentarsi alle elezioni senza vincoli di coalizione, come facevano fino al 1992.
Se restava la legge proporzionale, i leghisti si sarebbero consolidati al Nord e avrebbero potuto trattare da una posizione di forza con chiunque avesse governato a Roma. Un po’ come succede in Spagna, dove i due partiti regionalisti, forti della loro presenza a livello territoriale, trattano con il centro.
La situazione è oggi molto diversa. Se non cambia la legge elettorale, l’esito di un’eventuale rottura con il centro-destra è una grossa incognita. Non è facile oggi un cambiamento di alleanze per il Carroccio. Nel ‘96 l’elettorato leghista era trasversale rispetto ai diversi orientamenti politici: una parte al centro, una parte a destra e una parte anche a sinistra. Ora la Lega ha assorbito molti voti dal centro-destra e quindi il suo elettorato attualmente è più spostato a destra e non vedrebbe di buon occhio un’alleanza con il centro-sinistra.
Il fatto è che la Lega ha sempre patito il maggioritario. Se la Lega si rafforza sufficientemente al Nord, questo potrebbe essere un possibile scenario futuro: una forza sub-nazionale che ha comunque le carte in regola per trattare a livello nazionale. Una via d’uscita sarebbe cambiare la legge elettorale e correre da sola, ma non dimentichiamo che correre da soli è uno slogan infelice se si vuole conquistare il governo. Se invece lo scopo è ritagliarsi uno spazio, gestendo soprattutto alcune tematiche, una nuova legge elettorale potrebbe offrire buone possibilità. Ma non sarà facile per il Carroccio affrontare da solo i principali temi che saranno sul tappeto nel prossimo futuro.
La disoccupazione, la crisi del welfare, le pensioni e i salari bassi non sono temi su cui la Lega si è affermata e sui quali ha costruito il suo consenso. La proposta leghista è semmai quella del welfare differenziale: dare di più agli autoctoni e di meno agli altri, soprattutto agli immigrati. E tuttavia (a parte che tante delibere dei sindaci leghisti sono state ritenute anticostituzionali) è difficile dare di meno a persone che comunque lavorano e pagano le tasse come gli altri. Rispetto ai problemi sollevati dalla crisi economica, l’idea del primato dei locali per i diritti e il lavoro non ha portato grandi benefici alle popolazioni del Nord.
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