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UNA CITTÀ n. 183 / 2011 Aprile

Intervista a Andrew Arato
realizzata da Barbara Bertoncin

IN CASI ESTREMI
Uno scenario aperto, dagli esiti ancora incerti, da cui potrebbero emergere anche paesi totalmente riconfigurati; i dubbi sul cosiddetto modello turco che, se per l’Egitto potrebbe rappresentare un miglioramento, in Turchia è invece in discussione; le probabili ricadute sul conflitto israelo-palestinese. Intervista a Andrew Arato.

Andrew Arato è docente di Teoria Politica alla New School di New York. Partiamo dall’attuale scenario: dopo Tunisia, Egitto, Bahrein, Libia, ora assistiamo a dei rivolgimenti anche in Siria e Yemen. Cosa dobbiamo aspettarci nelle prossime settimane? È difficile immaginare cosa succederà nel mondo arabo. Le rivolte si stanno diffondendo e questo movimento continua. È difficile anche dire quanto durerà, quanti paesi coinvolgerà e con quali conseguenze. Quello che è certo è che tutto sarà diverso. Potremmo trovarci di fronte anche all’emergere di paesi totalmente riconfigurati. Questa è una delle possibilità. Per esempio la Libia continuerà ad esistere come oggi? Non è affatto detto: potrebbe essere divisa. È altrettanto possibile che ci sia una deflagrazione politica anche in altri Paesi del Golfo laddove gli sciiti sono maggioranza. Che poi da queste rivolte escano dei regimi democratici è un’altra questione. C’è la possibilità che la Tunisia, e forse anche l’Egitto, abbiano successo. Già nel caso della Libia la situazione è molto meno chiara. E poi c’è la situazione geopolitica globale. Anche il conflitto arabo-israeliano è destinato a essere travolto da questi sommovimenti. Molti prevedono per questi paesi l’adozione del cosiddetto "modello turco”…
Bisognerebbe intanto accordarsi su cosa intendiamo per "modello turco”. Devo dire che mi sono occupato del cosiddetto "modello turco”, per quanto non sia un estimatore di Erdogan. In Turchia oggi assistiamo a un’erosione della struttura costituzionale in direzione di una democrazia populista. Non so se questo porterà a un contesto più islamico. Lo vedremo presto perché è qualcosa che sta succedendo in questi giorni. Devo dire che, francamente, mi aspettavo che andasse meglio anche in Egitto. Non parlo del referendum. In origine il movimento di massa non era dominato dai Fratelli Musulmani e avevo intravisto la possibilità che questi venissero confinati in un piccolo partito. Oggi la situazione è già cambiata per cui, effettivamente, può esserci una convergenza tra Egitto e Turchia come modello, nel senso di una democrazia populista. I due paesi hanno molti aspetti simili, in particolare rispetto al ruolo dell’esercito e delle forze islamiche. In Egitto c’è una presenza democratica più forte, costituita dai movimenti sociali, dai giovani e dalle donne, però non è così politicizzata né ben organizzata. Tant’è che l’Egitto è ancora esposto al rischio di ricadere in una situazione autoritaria. Insomma, date le similitudini e le differenze, l’Egitto è un caso in cui il modello turco potrebbe avere delle chance. Potrebbe se non altro esserci appunto una convergenza, anche se non sono sicuro che la formula sia così auspicabile. Per l’Egitto il modello turco potrebbe essere comunque un miglioramento, per quanto in Turchia è difficile non vedere invece un peggioramento in atto. Mi riferisco in particolare al populismo dell’Akp (Partito turco per la giustizia e lo sviluppo) , un partito che si è sottratto al sistema di pesi e contrappesi democratici, che non riconosce né il potere dei tribunali né quello militare, che ha pressoché neutralizzato. In questo senso dico che la Turchia sta virando verso una democrazia conservatrice e populista, e più islamica di prima. In Egitto l’esito dipende da come si organizzeranno le forze democratiche per le prossime elezioni. Certo se guardiamo all’esito del recente referendum i segnali non sono buoni. I Fratelli Musulmani hanno votato "sì” agli emendamenti e quel 77% registrato a favore del sì peserà alle prossime elezioni, dove i Fratelli Musulmani si presenteranno decisamente più forti di quanto si potesse immaginare. Tanto più che le elezioni saranno indette presto e loro sono molto ben organizzati. Forse la situazione più aperta a sviluppi positivi è la Tunisia, di cui però non sono così esperto. Credo si trovi... [ continua ]

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