Logo Una Città
i nostri libri
Vai al catalogo completo dei libri
di politica e altro

P.Cardona Albini, già PM al processo sull'irruzione alla scuola Diaz nel 2001


  
UNA CITTÀ n. 182 / 2011 Marzo

Intervista a Francesco Cardona Albini
realizzata da Barbara Bertoncin

QUANDO L'INDAGATO...
Il disagio per un magistrato di dover indagare e accusare un appartenente alle forze dell’ordine; un codice Rocco, tuttora in vigore, che condannava la devastazione molto più aspramente delle lesioni volontarie; un lavoro fatto in solitudine, per far luce su cosa successe alla Diaz. Intervista a Francesco Cardona Albini.

Francesco Paolo Cardona Albini, magistrato, assieme a Enrico Zucca è stato Pubblico Ministero al Processo relativo all’irruzione all’interno della scuola Diaz, all’epoca del G8 di Genova, nel 2001.

Assieme ad Enrico Zucca, ha sostenuto l’accusa al processo sui fatti avvenuti nella scuola Diaz al termine del G8 di Genova. Può spiegare intanto a che punto siamo dell’iter processuale?
La materia è molto complessa, e processualmente per me è difficile parlarne, perché c’è ancora in corso un ulteriore grado di giudizio. Dopo la sentenza di appello, lo scorso autunno, sono stati infatti depositati tutti i ricorsi per Cassazione, ma a causa della quantità degli atti da notificare e del numero delle parti coinvolte, la data dell’udienza deve essere ancora fissata, verosimilmente per i prossimi mesi.
Volendo riassumere brevemente le fasi processuali, nel primo grado abbiamo assistito alla condanna nei confronti degli appartenenti al reparto mobile che aveva fatto per primo ingresso alla Diaz, nonché di un agente e un vicequestore accusati di aver portato sul luogo della perquisizione le bottiglie molotov, ma complessivamente i vertici erano stati tutti assolti.
Noi non abbiamo accettato questo taglio, questa cesura netta, che vi era stata fra chi era entrato nella scuola e aveva fatto, secondo la sentenza di primo grado, un uso illegittimo della forza (cioè in assenza dei presupposti che possono legittimare le forze dell’ordine a utilizzare strumenti coercitivi, quindi violenza) e invece la responsabilità di coloro che avevano poi eseguito la perquisizione, redatto gli atti di arresto e di perquisizione, fondandoli interamente sulla rappresentazione di circostanze false.
Avevamo contestato il falso in atto pubblico e la calunnia proprio in relazione a queste false rappresentazioni (il lancio di oggetti dalle finestre dell’edificio contro la polizia, la violenta resistenza posta in essere all’interno mediante armi improprie, l’aggressione a mezzo di coltello nei confronti di due agenti da parte di un ignoto occupante della scuola mai identificato, con la simulazione sugli indumenti dell’agente aggredito delle tracce di tale aggressione) ed anche in relazione alla famosa vicenda delle due bottiglie molotov, effettivamente sequestrate la mattina prima dell’irruzione in un’altra parte della città, quindi clandestinamente trasportate dai poliziotti e fatte comparire all’interno della scuola, come se fossero state in possesso di tutti gli occupanti. Nel corso del processo è stato pacificamente riconosciuto che le molotov non erano nella scuola, ma erano state portate lì da operatori di polizia.
Allora, il quadro finale che emergeva dalla sentenza di primo grado era: "Sì, è vero che queste bottiglie non c’erano, è vero che le hanno portate due imputati, in particolare un assistente della polizia di Stato e un vicequestore aggiunto, ma nella sostanza non vi è la prova che i superiori gerarchici avessero consapevolezza dell’estraneità di questo reperto al corpo della perquisizione; per quanto riguarda poi le circostanze relative alla resistenza posta in essere dagli occupanti e al lancio di oggetti, è vero che non vi è prova che tali condotte siano state commesse dagli stessi occupanti, ma ciò non è sufficiente a dimostrare la responsabilità dei verbalizzanti e dei sottoscrittori degli atti per aver consapevolmente alterato il contenuto dei verbali stessi”.
Solo il comandante del VII Nucleo del Reparto Mobile, i cui componenti erano stati riconosciuti colpevoli delle violenze ingiustificate, veniva quindi ritenuto responsabile di falso e calunnia in relazione alla descrizione di attività di resistenza contenuta in una relazione di servizio allegata agli atti di arresto. Nel nostro atto di appello abbiamo contestato le argomentazioni della sentenza sulla base di immagini, filmati, riproponendo sostanzialmente la medesima ricostruzione già svolta in primo grado e la nostra ricostruzione è stata accolta dalla Corte di secondo grado.
La sentenza di Appello ha dunque sovvertito le conclusioni a cui era arrivato il primo grado o, meglio, ha portato a logiche conclusioni quello che era rimasto sospeso, in particolare il giudizio di responsabilità, che nella sentenza di primo grado non ci aveva lasciato soddisfatti.
Come dicevo, però, l’iter processuale non è ancora concluso. Purtroppo, per quanto sembri paradossale che una storia giudiziaria possa durare quasi dieci anni, questo non è il primo caso in Italia, e sicuramente non sarà l’ultimo.
Cosa significa per un magistrato trovarsi ad indagare su degli "uomini dello Stato”?
Quando si indaga su fatti che riguardano responsabilità di forze dell’ordine, le difficoltà sono molteplici: psicologiche, umane, professionali. Sono un po’ le difficoltà che si possono avere quando si deve indagare in casa propria, quando si deve andare a fondo su comportamenti tenuti da coloro che invece normalmente sono i nostri interlocutori e collaboratori. Un’impresa difficile. Tanto è vero che, quando c’è un rapporto significativo, anche di conoscenza pregressa lavorativa, è opportuno che l’indagine venga svolta da qualcun altro.
Non è il caso della scuola Diaz, in cui tutti gli imputati erano persone di livello molto alto nella scala gerarchica delle forze dell’ordine, con cui non avevamo rapporti personali.
Comunque anche questo alla fine non vuol dire granché, perché il problema di avere come oggetto di indagine un appartenente alle forze dell’ordine, soprattutto quando è autorevole, anche solo umanamente, espone a grandi difficoltà.
Il paragone che viene fatto in questi frangenti è con le indagini di violenza all’interno delle pareti domestiche, cioè quando la vittima deve denunciare un parente, una persona con cui ha un legame affettivo. Il paragone effettivamente è calzante, perché è un po’ come mettere in discussione chi lavora a stretto contatto con te, quindi un po’ anche te stesso. Con l’aggravante che la fiducia al pubblico ufficiale è quasi una cosa scontata. Questo lo dico anche avendo come riferimento la prassi giudiziaria un po’ di tutti i tribunali: non si mette mai in dubbio quello che dice il pubblico ufficiale che viene a testimoniare sull’arresto di una persona: la sua parola fa fede, fino a prova di falso.
Si devono quindi fare i conti anche con delle resistenze psicologiche personali, e con molti dubbi, che a volte però aiutano ad approfondire.
Siamo stati accusati di essere una sorta di "estremisti”, nella giustizia. Sto parafrasando delle espressioni -anche molto pesanti- che sono state usate, anche da esponenti politici, in occasione di passaggi eclatanti delle indagini. Qualcuno ci ha dato persino l’appellativo di "talebani”. Tutto questo è molto lontano dalla realtà. La stessa storia delle indagini testimonia esattamente il contrario. Nei passaggi tormentati, nel momento di decidere come definire la posizione dei singoli imputati, abbiamo sempre ossessivamente tenuto presente il problema della responsabilità personale: a ogni singola posizione abbiamo cercato di dedicare tutto lo spazio per individualizzare i comportamenti che noi ritenevamo fossero censurabili. Le nostre memorie processuali dedicano decine di pagine a ciascuno degli imputati, analizzandone la condotta e incrociandone le dichiarazioni con i dati processuali.
La storia di questo processo è anche la storia di un travaglio umano, personale, lungo, profondo e difficilmente riconoscibile all’esterno, se non leggendo gli atti, che è una cosa che purtroppo al cittadino comune non si può chiedere.
Potrei aggiungere che abbiamo fatto un po’ tutto da soli, nel senso che, ovviamente, essendo impegnati in indagini su livelli così importanti all’interno delle forze dell’ordine, era difficile delegare qualcuno per andare a fare interrogatori, o sentire testimoni. Le cose che normalmente il sostituto procuratore delega alla polizia giudiziaria, noi le abbiamo fatte in prima persona. Quindi abbiamo passato mesi, anni, a fare interrogatori, a sentire vittime, persone informate, ad andare in giro per l’Europa ad ascoltare le persone che erano state all’interno della Diaz. Assieme al collega, abbiamo visto centinaia, forse migliaia di ore di filmati, per cercare di riconoscere con i nostri occhi le fattezze di un soggetto di interesse, e confrontarlo con altri filmati. Abbiamo acquisito quasi una sorta di pseudo professionalità nel settore del montaggio e della lettura dei filmati.
In questo caso il materiale probatorio è stato un po’ diverso dal solito...
Effettivamente nel G8 di Genova del 2001 c’è stata una messe di documentazione visiva, audio, fotografica, che io personalmente non ho mai avuto nelle indagini precedenti. Cose tutte fatte da privati, con telecamere portatili, ma anche da operatori professionali. A Genova all’epoca erano impegnati alcuni professionisti, documentaristi; ad esempio, il gruppo "Luna rossa”, costituito da registi che andavano in giro per la città e filmavano le manifestazioni, le cose più rilevanti. Molto di questo materiale documentale è finito nei processi. Quindi io ed i colleghi ci siamo confrontati con una mole enorme di materiale da visionare.
Cosa vuol dire? Vuol dire che io mi mettevo davanti al computer e mi facevo passare tutto quello che ero riuscito a mettere sul mio disco esterno, a volte avendo a che fare con materiale omogeneo, cioè sapendo che quel determinato filmato trattava dalle ore tot alle ore tot con una determinata situazione; a volte avendo a che fare con materiale assolutamente eterogeneo, che doveva quindi essere visto tutto per riconoscere o individuare una situazione che poteva essere utile alle indagini. Parliamo di filmati che potevano durare dall’ora alle tre ore.
In quest’operazione ci siamo avvalsi dell’ausilio di una sezione di polizia giudiziaria interna alla Procura, che ha organizzato il materiale in un grande database. Però la visione diretta per il riconoscimento delle situazioni e delle persone l’abbiamo dovuta fare noi.
Al di là del tenere in ordine e del catalogare tutti questi reperti filmati, stava a noi dare valore alle singole fonti di prova.
Qui devo dire che le parti civili, cioè i difensori delle vittime dei reati, hanno prodotto un risultato di grande pregio, sotto il profilo anche tecnico, perché sono riusciti a organizzare una serie di filmati e di immagini, sincronizzandoli fra loro attraverso un sistema di datazione con il data code interno ad alcuni supporti filmati, che ha consentito di avere una visione da più prospettive degli stessi eventi cronologicamente ordinati.
Noi abbiamo fatto un lavoro molto più primitivo, molto più dirozzato, all’inizio, ma ci è servito per capire quello che era successo quella notte. Perché un conto è il racconto di un testimone, che spesso può ingannarsi sui tempi di durata dei fatti che racconta, oppure sulle percezioni; un conto è un audiovisivo che ti fa capire quanto è durata l’azione veramente, da quale minuto a quale minuto, e che cosa si è svolto, insomma, è una prova obiettiva, non c’è niente da fare. Questo ci è servito in maniera decisiva per valutare anche quello era stato detto dagli imputati a propria difesa nel corso delle indagini, potendo confrontare la versione dei singoli con una ricostruzione oggettiva.
La ricostruzione oggettiva però non è sufficiente...
No, perché bisogna poi dare anche un significato alle azioni, trovarne le motivazioni. E questa è forse la parte più difficile.
Quando si indaga su azioni commesse dalla forze dell’ordine, infatti la finalità è spesso sentita, dal reo, come "nobile”. Emerge cioè, in ultima analisi, la convinzione di perseguire comunque un fine di giustizia. L’appartenente alle forze dell’ordine che contraffà una prova, il più delle volte lo fa nella convinzione di avere intuito il vero colpevole, e quindi di dover proseguire su questa strada. Sono situazioni abbastanza tipiche, non solo nel nostro paese.
In questo caso hanno giocato, a nostro avviso, tanti fattori, anche esigenze politiche e di immagine, ma non mi spingo in là, perché questa è ancora una materia sub judice.
Certamente la difficoltà di gestire o comunque di affrontare il problema della responsabilità dell’appartenente alle forze dell’ordine implica anche questo aspetto: non si ha a che fare con l’imputato che usualmente si presenta nelle aule di giustizia, cioè la persona che magari ha precedenti, che è "un delinquente abituale”, o che comunque viene percepito come tale dalla gente, e quindi è normale anche ritenere che non abbia molta resistenza psicologica o remore a commettere ulteriori reati. Quando invece si va a giudizio con una persona che non ha questa estrazione sociale, che è una persona per bene, che anzi occupa un posto di rilievo nell’ambito della società, perché è un tutore dell’ordine, le difficoltà crescono in maniera esponenziale, perché anche dove c’è la prova che l’imputato ha tenuto proprio la condotta che gli si attribuisce, bisogna dimostrare anche che lo abbia fatto volontariamente.
Anche se non sempre risulta chiaro ai cittadini, nel nostro ordinamento la "volontarietà” del fatto o della condotta non necessariamente implica il perseguimento di un fine ulteriore. Cioè, basta la volontà di compiere l’azione sanzionata dalla norma in piena consapevolezza, senza bisogno di dimostrare che l’agente abbia voluto proprio il male di quella persona o un vantaggio per sé o per altri. Per dimostrare che una persona è responsabile di aver picchiato qualcuno o di aver firmato un verbale falso non c’è bisogno di dimostrare per quale scopo lo abbia fatto, ma solo che lo abbia fatto. Questo vale certamente per i reati per cui abbiamo richiesto le condanne.
Ma in questo caso quali sono state le motivazioni addotte?
Nessuna motivazione di tali condotte è stata portata a giustificazione dagli imputati semplicemente perché essi hanno sempre negato la materialità dei fatti oppure di essere stati in grado di percepire condotte delittuose poste in essere da propri colleghi, pure essendo tutti presenti e congiuntamente operanti sul posto. Questo è un versante che introduce alla valutazione degli elementi processuali che sono emersi nel corso dei due dibattimenti, quindi preferisco non approfondire. Certamente questa è una delle difficoltà da affrontare.
Quando si ha a che fare con processi che riguardano soggetti che non sono mai stati imputati nelle aule di giustizia, ma anzi occupano posti rispettabili, il metro di valutazione della loro rispettabilità si confronta anche con questo.
Intendiamoci, il parametro della responsabilità, come dice la legge, è uguale per tutti. Se io porto prove convincenti, che dimostrano che una persona ha commesso quell’azione in piena coscienza e volontà, ho dimostrato l’oggettività dei fatti e quindi la fondatezza della mia accusa. Questo dovrebbe bastare a pronunciare un giudizio di responsabilità. Però, a un altro livello, è importante anche chiarire i moventi, soprattutto per rendere ragione del percorso decisionale che porta alla commissione di un reato. Questo tema è stato affrontato, nel corso del processo, anzi da parte nostra si è dato molto spazio all’analisi dei moventi degli imputati.
Al G8 di Genova è stato messo in scena anche uno scontro ideologico. Quanto ha pesato questo aspetto?
Certamente il G8 di Genova è stato in larga scala anche un grosso confronto di tante estrazioni ideologiche. C’erano insomma tutti gli ingredienti perché potesse essere esplosivo, non ultimo quello geografico, perché Genova è una città molto particolare. Anche questa scelta infatti è stata oggetto di polemiche.
Io ricordo che i primi tempi, dopo il mio arrivo a Genova, quando consultavo lo stradario per raggiungere un determinato posto, era come mettersi in mano a un traditore, perché quella che sembrava una strada che porta da una certa parte, poi nella realtà si fermava davanti a un muro, a una scalinata... è una città molto difficile, soprattutto il centro, e questo ha reso certamente più complicato, per chi ha gestito l’ordine pubblico, fronteggiare determinate situazioni.
Molti si sono lamentati anche del fatto che l’ordine pubblico non sia stato gestito efficacemente, arginando i più violenti e lasciando invece manifestare quelli che lo stavano facendo pacificamente. Dall’altra parte si è risposto che non è stato così, nel senso che i violenti si sono confusi con i non violenti, e quindi è stato impossibile mettere in atto delle risposte selettive. Alcuni processi però hanno dimostrato che in diversi casi vi è stata una selezione rovesciata degli obbiettivi, quando i violenti scappavano e non si era in grado di fermarli, ci si rivolgeva contro i manifestanti rimasti, con le mani alzate, causando feriti ed arresti ingiustificati.
E' stato scritto molto e non credo di dover aggiungere nulla a quello che è stato detto.
Sicuramente, noi ci siamo trovati a gestire una situazione che forse nessuno si aspettava, o che forse ciascuno esorcizzava. Negli uffici, nei giorni precedenti, si sentiva ripetere: "Mah, con questo dispiegamento di forze non succederà niente...”. E invece...
Diceva che c’è stata una polemica anche sulle "bilance” che, secondo alcuni, pesavano troppo da una parte e poco dall’altra.
In realtà i dati processuali dimostrano che, dove si è potuto intervenire, si è intervenuto, nei limiti delle risorse che abbiamo avuto a disposizione. è certo che se si antepone uno schermo ideologico diventa più difficile parlare serenamente di questi fatti.
In realtà nessuno di noi ha avuto un’intenzione pregiudiziale nei confronti delle forze dell’ordine o dei manifestanti. Abbiamo affrontato questa situazione, che era pesantissima, anche sotto il profilo organizzativo, con le nostre scarse risorse e con i nostri limiti umani, e qualche risultato lo abbiamo avuto. Non era neanche scontato che ci si riuscisse, vista la situazione lavorativa dei nostri uffici.
Apro una parentesi: in questo ufficio noi abbiamo un carico di lavoro medio piuttosto alto.
Parliamo di almeno 600 procedimenti all’anno a carico di persone note, cioè identificate, quando l’organico è completamente coperto.
Ma poi ci sono anche i procedimenti a carico di ignoti, molto più numerosi, cioè di persone che devono essere identificate. Questo vuol dire indagini da fare, impegni processuali in udienze dibattimentali, quindi udienze davanti al Gip, davanti al Gup, davanti al giudice del dibattimento, processi già incardinati da seguire in udienza. E poi ci sono gli atti urgenti, cioè gli arresti sui quali bisogna procedere per la convalida, le misure cautelari, i sequestri. è questo il corpo del nostro lavoro.
Il procedimento Diaz, nonostante tutto, è stato uno dei 600. Questo per dire che talvolta un procedimento ha una dimensione, un’importanza, una delicatezza tale da richiedere un’attenzione esclusiva per molto tempo. E tuttavia non eravamo esonerati dal trascurare tutto il resto.
Noi abbiamo ritenuto di continuare, di fare il nostro dovere. Quello che rimane è la piena consapevolezza che fosse giusto farlo, e di averlo fatto nel modo che ritenevamo migliore, e questo per noi è già un patrimonio, oggi.
Torniamo alla questione dei diversi pesi...
Beh, il problema dei "bilancini” era legato al fatto che, già nel corso delle indagini, più di qualche esponente politico aveva denunciato la nostra presunta "parzialità”, semplicemente perché erano di più gli appartenenti alle forze dell’ordine iscritti nel registro degli indagati di quanto non fossero i manifestanti.
Qui basterebbe ricordare che gli appartenenti alle forze dell’ordine dovrebbero essere tutti abbastanza facilmente identificabili, quando partecipano a un’azione, perché fanno parte di un reparto inquadrato, hanno un nome e un cognome, risultano dai registri... Coloro che invece partecipano a una manifestazione che poi finisce con fatti violenti, non stanno su nessun registro, quindi l’identificazione dei primi dovrebbe essere, normalmente, molto più facile.
Questo dà luogo, ovviamente, a quella che può sembrare una disparità di trattamento, ma non lo è. è un problema investigativo.
Gli appartenenti alle forze dell’ordine sanno bene di non essere persone in anonimato.
Non so se il "rischio professionale” di chi sceglie di svolgere questa professione, e quindi di difendere i cittadini, possa annoverare anche questa eventualità, cioè che nei casi in cui qualche cosa non funziona o ci si comporta male, l’identificazione dovrebbe essere più facile. Il monopolio statale della violenza è uno dei fondamenti della vita democratica, ma il corollario necessario è che lo Stato possa sempre rendere ragione dell’uso che fa della violenza, è il primo soggetto a doversi sottoporre alle regole di trasparenza e di controllo democratico. Poi in realtà ci sono anche casi che smentiscono quello che sto dicendo. Negli atti del processo Diaz, c’è un verbale d’arresto con un "ignoto firmatario” che non si è mai riusciti ad identificare... così come sono state pubblicamente contestate, in udienza, condotte di ostacolamento delle indagini, costituite da reticenze e scarsa collaborazione da parte delle forze dell’ordine investite di richieste nel corso delle indagini. Un altro processo, nato nel seno del dibattimento Diaz, si è concluso anch’esso in secondo grado con la condanna dell’ex capo della Polizia e di uno degli imputati del processo Diaz, per aver "suggerito” ad uno dei testimoni portati dall’accusa le circostanze su cui avrebbe dovuto deporre.
Resta il fatto che i partecipanti a un’operazione di polizia sono, di norma, più facilmente identificabili, i manifestanti invece devo identificarli uno per uno, attraverso ricostruzioni, deduzioni, indagini specifiche.
Tra i manifestanti, gli imputati sono stati in numero minore rispetto agli appartenenti alle forze di polizia, però le loro condanne sono state più pesanti.
è così. Se come parametro adottiamo il numero degli anni comminati, da una parte e dall’altra, ho in mente un manifestante che ha avuto 14 anni, per fatti che sono stati qualificati di "devastazione e saccheggio”. Quindi parliamo di condotte che hanno avuto come riferimento dei danneggiamenti a cose, non ipotesi di reato che riguardano lesioni a persone.
Nel caso delle forze dell’ordine si è arrivati a quattro anni di pena, non ancora definitivi, e noi abbiamo avuto delle persone, all’interno della Diaz, che hanno rischiato la vita, abbiamo avuto dei codici rossi... Una ragazza ha perso il 30% della capacità polmonare, un altro è stato in prognosi riservata, con gravi lesioni polmonari ed emorragia interna, molti traumi cranici, insomma...
Il fatto è che, nel nostro codice, il massimo che si prende per delle lesioni gravi sono sette anni, se gravissime si arriva a dodici anni.
Invece dall’altra parte ci sono delle ipotesi che il legislatore -il legislatore del codice Rocco- aveva rubricato come "devastazione e saccheggio”. Ecco, se quell’ipotesi viene applicata ai manifestanti che vanno in giro per la città a rompere vetrine, bancomat e a incendiare macchine, le pene sono quelle che il legislatore del ‘34 aveva previsto pensando alle scorribande armate, ad azioni di brigantaggio, a tumulti e saccheggio di intere città. Insomma, sono pene molto alte. Quindi a chi denuncia che tra gli imputati ci sono più forze dell’ordine, bisognerebbe anche ricordare che i manifestanti rischiano di beccarsi pene molto più alte di quelle previste per i primi, per la lesione di interessi che, alla luce degli attuali valori costituzionali, non sono paragonabili.
Comunque, ripeto, questo è il codice. Molto dipende quindi dal modo in cui l’autorità giudiziaria ritiene che a un fatto sia applicabile una norma piuttosto che un’altra. è una riflessione che probabilmente si potrebbe fare in maniera molto laica. Ci sono cittadini che possono legittimamente pensare che sia giusto così, nel senso che chi appartiene alle forze dell’ordine corre il rischio di sbagliare, mentre chi non appartiene alle forze dell’ordine ha il dovere di non essere di pericolo per la collettività.
Ha colpito, e non positivamente, il forte spirito di corpo...
Lo spirito di corpo rimane fortissimo. D’altronde non è storia solo italiana. In Gran Bretagna solo recentemente è stato riconosciuto che la polizia ha sparato su persone innocenti nel famoso Bloody Sunday. Ci sono voluti 30 anni perché il governo ammettesse una cosa del genere. Tra l’altro questa verità non è emersa nell’ambito di un’inchiesta giudiziaria, ma in seguito a un’inchiesta amministrativa interna.
D’altra parte, negli Stati Uniti, in certe situazioni è difficile anche condannare 10 poliziotti che sparano su una persona inerme perché equivocano un gesto. Si torna alla difficoltà di concepire la responsabilità di chi, dalla cittadinanza, dalla società, è incaricato di proteggerci. è quasi un corto circuito che si instaura. E per andare a fondo bisogna cercare di rinsaldare i cavi nella loro giusta polarità.
Ora questo non solo è molto difficile, ma è sempre anche molto impopolare, proprio perché tocca qualcosa di profondo in ciascuno di noi, al di là delle appartenenze culturali, politiche, ideologiche.
Infatti questo tipo di reazione, questa difficoltà di accettare non solo che un tutore dell’ordine sia responsabile, ma che sia "dichiarato” tale (e quindi sottoposto a una pena), è assolutamente trasversale ad ogni schieramento politico.
Ci sono ordinamenti che hanno risolto la questione prevedendo che alcuni processi possano non farsi, per "ragioni della Corona”. Il nostro ordinamento però non è così, è diverso, da noi l’azione penale è ancora obbligatoria a garanzia della parità di tutti i cittadini e quindi noi abbiamo la responsabilità di andare a fondo sulle cose.
Diceva che in questo processo avete vissuto anche un senso di isolamento...
In questo tipo di procedimenti, al di là delle difficoltà, che ovviamente ci sono, una sensazione di isolamento può viversi non solo per la difficoltà di indagare sugli appartenenti alle forze dell’ordine, ma anche quando chi ci sta intorno fatichi a capire e ad accettare quello che facciamo. Perché, come dicevo, gli indagati appartengono a una categoria che tutti i cittadini, a prescindere dalla professione e dall’estrazione culturale, identificano come "la” sicurezza. Insomma, è difficile mettere in discussione chi un domani, quando dovessi avere bisogno perché mi è capitato qualcosa di brutto, potrebbe essere il mio interlocutore, la persona cui chiedere aiuto.
Ma alla fine c’è stato, sul versante delle forze dell’ordine, qualche espressione di autocritica?
Non lo so, lo chiedo io a lei: l’ha sentito?
(a cura di Barbara Bertoncin)

  

archivio
Lo stato burocratico

La busta azzurra
I risultati dell’ultimo rapporto sulla spesa previdenziale e i 13 miliardi di euro di disavanzo. Quei 10 milioni di pensionati che, se non intervenisse lo Stato, non avrebbero quasi nulla. L’attivo dei subordinati e il passivo dei pubblici. L’incredibile vicenda della "busta azzurra”, che non parte. Intervista a Alberto Brambilla.

Presunzione di falsità
Proprio mentre faticosamente una madre sta mettendo in moto un percorso di emancipazione e autonomia per la figlia disabile, l’arrivo della lettera dell’Inps per una verifica sui falsi invalidi, che di fatto costringe a enfatizzare il negativo, cioè le inabilità, anziché il positivo, cioè le risorse.
Intervista a Lucia Robustelli.

Street-level bureaucrat
Il cen­tra­li­smo del­lo Sta­to na­po­leo­ni­co, che da noi si è fu­so con l'a­spet­to re­pres­si­vo del si­ste­ma mi­li­ta­re pie­mon­te­se; la cul­tu­ra del­la va­lu­ta­zio­ne che sten­ta a en­tra­re nel pub­bli­co im­pie­go; un sin­da­ca­to che, di­fen­den­do il "bas­so sa­la­rio, ma si­cu­ro" in real­tà mor­ti­fi­ca il di­pen­den­te re­spon­sa­bi­le. In­ter­vi­sta a Ni­co­let­ta Sta­me.


La rivoluzione concreta

Arruolare il malato
La ne­ces­si­tà, per ri­spon­de­re ai bi­so­gni dei cro­ni­ci, che og­gi so­no cir­ca il 30% del­la po­po­la­zio­ne e as­sor­bo­no il 70% del­le ri­sor­se, di ri­vo­lu­zio­na­re il mo­del­lo sa­ni­ta­rio, ta­glian­do po­sti-let­to ospe­da­lie­ri e ri­pen­san­do il ruo­lo dei me­di­ci di fa­mi­glia, de­gli spe­cia­li­sti e an­che del­le in­fer­mie­re. In­ter­vi­sta a Fran­ce­sco Lon­go.

L'arretrato
Un si­ste­ma far­ra­gi­no­so, a co­min­cia­re dai mas­si­mi li­vel­li, di fat­to de­re­spon­sa­bi­liz­zan­te, in cui il cit­ta­di­no è con­si­de­ra­to un fa­sti­dio; una len­tez­za mo­struo­sa che con­trad­di­ce qual­sia­si ri­cer­ca del buon ri­sul­ta­to; i cam­bia­men­ti, an­che tec­no­lo­gi­ci, esi­go­no un cam­bio di men­ta­li­tà, sem­pre dif­fi­ci­le e len­to.
In­ter­vi­sta a Da­vi­de Car­ne­va­li.



chiudi