










La difesa
della normalità

UNA CITTÀ n. 181 / 2011 FebbraioIntervista a Alberto Ruz Buenfil
realizzata da Cristinao Gilardi
IL VISO DI PAKAL
I ricordi del fratello diversi dai propri, ognuno che rivive il passato per giustificare se stesso: quello che succede nella vita personale succede all’archeologo e allo storico per la vita di un popolo; la cerimonia, il glutine di una comunità; il turismo di massa sarà pure una piaga ma è pacifico. Intervista a Alberto Ruz Buenfil.
Alberto Ruz Buenfil (Subcoyote Alberto), figlio dell’archeologo Ruz Lhuillier, noto scopritore della tomba reale di Pakal, fondatore delle comunità di Huehuecoyotl e la Carovana Arcobaleno per la Pace, è sostenitore di ecologia sociale e bioregionalismo.
Prima di tutto, vorrei chiederti qualche ricordo legato al lavoro di tuo padre, ai luoghi di ritrovamento o a giornate in cui tuo padre ha voluto renderti partecipe della sua passione.
Conservo tre ricordi di mio padre legati al suo lavoro. Giovanissimo, forse 13 anni, a Palenque, vestito come lui, al palazzo, in piedi di fronte a un bassorilievo, cerco di copiare l’immagine di un grande signore. Mio padre corregge, pazienta e mi dà spiegazioni su quello che lui identifica come un personaggio seduto sulle spalle di altri due: "Questi due sono degli schiavi, vengono da un’altra regione, hanno baffi e questo non si trova tra i popoli di Palenque. Si tratta di un halach uinic (uomo vero), perché i palencani avevano un sistema di organizzazione sociale di tipo feudale, e sicuramente la fine del loro tempo è accaduta per insurrezione del popolo, una sorta di rivoluzione, e altri popoli vicini hanno approfittato per invadere la città indebolita dai conflitti interni...”.
Ecco, lui cercava sempre di trovare una spiegazione storico-dialettica sulle evoluzioni del popolo Maya. Era la sua passione, perché è sempre stato un uomo che cercava la liberazione, l’indipendenza. Figlio di rivoluzionari cubani, era anche lui un rivoluzionario del suo tempo.
Era però molto sistematico nei confronti del lavoro archeologico, la sua ideologia cercava sempre di aggiustare le sue scoperte alla luce della ragione.
Anche se i suoi maestri, nordamericani, inglesi (Morley, Thompson) vengono dalla scuola strutturalista, lui è sempre stato fedele al marxismo, alla lotta di classe, al modello asiatico-americano...
Altra immagine. Settimane dopo la riapertura della tomba di Pakal (che lui non ha mai accettato essere il nome del personaggio, l’ha sempre chiamato "Signor Ahau 8”, da una delle date che secondo lui era quella di nascita), siamo mia madre, mio fratello Jorge e io, accanto a lui, intorno a una massa di sapone solido, a cercare di mettere insieme la maschera di giada che copriva il viso di Pakal-Ahau 8. Un vero puzzle. Siamo tutti come dei ragazzi, e mio padre conduce e fissa le regole del gioco, ognuno mette un pezzettino, poi un altro e, pian piano, pensiamo di ricostruire il vero viso del signore. Scherziamo e lui approfitta del momento per parlare della sua ipotesi riguardo all’età del personaggio: "Al tempo, i Maya non avevano aspettative di vita aldilà della quarantina o cinquantina d’anni. Le condizioni di vita, la maturità che arrivava molto presto, le malattie... Non credo che Ahau 8 avesse più di 52 anni, e l’informazione del mio collega Arturo Romano lo conferma...”.
Alla fine, quello è diventato "il vero volto” di Pakal, fino all’anno scorso, quando hanno rifatto la maschera con dei computer, utilizzando tutta la tecnologia di punta per Dna, identikit criminologici, antropologici, fisici... La scuola nordamericana di Merle Green, arriva a conclusioni molto diverse, che mio padre non ha mai condiviso. Lei afferma che la sua vera identità è quella di Pakal, e per lei non c’è dubbio che lui è Pakal Il Grande, e che è morto a 80 anni.
Il terzo: ho diciotto o diciannove anni, siamo a città del Messico e mio padre è stato confermato come direttore della ricostruzione della piazza di Tlaltelolco. Io sono diventato un contestatore e non concordo con la forma che questo lavoro deve prendere. Il governo vuole inaugurare la piazza per ragioni politiche e hanno dato a mio padre pochissimo tempo per farlo. Lui ne parla come di "archeologia al vapore”. Comunque, anche se non è felice di farlo, deve obbedire ai capi del suo Istituto d’Antropologia e Storia, e mettere da parte le sue ragioni e idee. Abbiamo un’intensa discussione e alla fine lui deve accettare che ci sono momenti nei quali l’ideologia personale si deve sottomettere all’istituzione, al dovere, al bisogno.
C’è una cosa molto bella legata alla tua personalità, che si è messa a nudo "riscoprendo le origini”: la continuità del movimento di una cultura antica che il presente ha relegato nella fissità. Un altro modo di ridare dignità e continuità all’opera di tuo padre.
Sì, Fabio Manzini, un giorno ha detto che il Dr. Ruz Lhuillier era l’archeologo del passato, Subcoyote Alberto, l’archeologo del futuro... Personalmente, le origini delle culture antiche mi affascinano molto... Com’è possibile che siano riusciti a sopravvivere a 500 anni di dominazione... e anche di degradazione. Come sono riusciti ad imparare da quello che avevano intorno e a non finire come noi in due generazioni.
Cos’è una cerimonia? La colla, il glutine che unisce una popolazione, una comunità, una tribù, una famiglia... Rituali che si ripetono di generazione in generazione, per conservare la memoria collettiva del popolo -la lingua, gli abiti, il cibo- ma che la società globale distrugge e sostituisce in poco tempo. Anche noi siamo parte di questa cultura globale.
La differenza è che quando io visito una comunità, non vado a vendere il mondo moderno, una data ideologia di destra o sinistra, una religione qualsiasi, un modo di vivere, sentire o pensare fisso, bensì contemplo, ascolto, e chiedo che cosa vogliono da noi...
Se la domanda rischia di fare della modernità una panacea, non la faccio, se la domanda è come portare avanti e ingrandire, rafforzare la loro identità culturale, la faccio... Come? Nella maniera che loro ci chiedono, nella maniera che noi possiamo... Senza altruismo: dare per ricevere, condividere esperienze, canti, feste, cerimonie e, se si può, anche evitando di cadere nel pozzo senza fondo del consumo irrazionale, del "progresso”, dello "sviluppo” della modernità.
Vorrei invitarti a riflettere un po’ sul concetto di "riesumazione” in archeologia. Riesumare un reperto significa "resuscitarlo” o "reinventarlo”? Se l’antica Civiltà riesumata comunica a noi con un’altra lingua, come possiamo noi interrogarla dal banco del presente? Non credi sia più opportuno l’approccio storico della compenetrazione, piuttosto che quello dell’investigazione poliziesca?
Riesumare, resuscitare, reinventare. L’archeologo, lo storico, il letterato, noi tutti riesumiamo i momenti che confermano le nostre tesi. Non solo tra mondi, ma anche nella nostra storia personale. Riprendiamo e resuscitiamo pensieri, memorie, per giustificare, per provare, noi stessi, la verità della nostra reinvenzione del nostro passato.
I miei ricordi su mio padre sono completamente diversi da quelli di mio fratello. Per lui, io so solo inventare e non sono capace di ricordare "la verità”, che alla fine resta la sua. Siamo tutti Grandi Pesci (come nel film "Big Fish”) che raccontano il passato in maniera diversa, per ragioni diverse.
Ecco, l’archeologia fa lo stesso. Infatti, studiare e analizzare altri mondi, altri tempi, altre storie, si fa sempre dal banco del presente. Non è possibile "entrare” nella lingua di altri mondi, perché anche in quell’altro mondo condividono insieme migliaia di mondi...
La storia di Pakal non è la stessa dei suoi coetanei. Ognuno poteva raccontare la sua. Lui ha fatto scrivere sui muri la sua versione della storia e oggi noi, senza sapere neanche i valori dei geroglifici, cerchiamo di dare una versione, alla luce delle nostre fantasie, della verità di quel passato, che non è però la sua versione, e sicuramente non è condivisa dalla maggioranza di quelli che sono vissuti in quel tempo.
Quando mi chiedono cosa penso sia stato Pakal, io non do mai una risposta. Nessuna risposta può racchiudere la verità sul suo essere...
Mio fratello ha detto: "Sicuramente Pakal è stato una sorta di imperatore megalomane, una sorta di dittatore che ha fatto costruire la sua tomba reale, per spirito di follia, di grandezza...”. E quando i giornalisti mi chiedono se Pakal potesse essere un grande avatar, un Zaratustra, un Buddha, un Mosè, un Maometto, un Cristo, un Quetzalcoatl, un illuminato, un agente galattico o un astronauta, io rispondo: "Sicuramente è stato tutto questo... e anche un dittatore, un imperatore eccetera”.
I personaggi storici sono fatti di tutte le nostre interpretazioni su di loro. Siamo noi a riesumarli, resuscitarli, reinventarli...
Certo è pur vero che le rovine, intese come limite tra passato e presente, lasciando all’osservatore la scelta di penetrare o di essere penetrati, rappresentano anche un pericolo: l’invasione di un estraneo, di un prodotto, cioè, delle nostre interpretazioni, che non rispecchia affatto la realtà di quei popoli. Dopotutto, le rovine rappresentano anche la perdita del movimento legato alla vita dell’uomo che ha creato quelle case, quelle opere d’arte, e che non c’è più.
La Realtà, la vita reale dei popoli antichi, si manifesta attraverso le rovine delle loro
città, di tutto quello che l’archeologo rende accessibile ai nostri occhi, teste, fantasie. Possiamo tentare di rimanere osservatori "imparziali”, ma non è possibile.
Quando utilizziamo solo strumenti "scientifici”, anche questi sono frutto di un momento dello sviluppo della nostra scienza e diventeranno obsoleti domani. L’osservatore realista non esiste, anch’egli si porta addosso tutti i suoi concetti, pregiudizi, ragioni, interessi, limiti di conoscenza.
Ma se ci lasciamo penetrare dal passato, stiamo anche rispecchiando la nostra propria realtà, comparandola, ricostruendola, con la nostra testa, la nostra mente, il nostro cuore o spirito. Il passato evoca e spinge bottoni dentro il nostro immaginario, diversi da persona a persona, da cultura a cultura.
Per te, le rovine maya possono evocare memorie di rovine romane, greche; per un asiatico saranno rovine asiatiche, per un andino, andine, per un azteca, azteche. E anche qualora conoscessi un po’ di tutto, allora ti accorgeresti che tutto questo bric a brac di memorie e riferimenti dei mondi sono prodotti delle tue esperienze.
Le rovine rappresentano, sì, la perdita del mondo dell’uomo che lo ha creato e non c’è più, ma ognuno è anche tutti gli uomini del passato. "Siamo tutti quelli di ieri, quelli di oggi, quelli di domani,” dicono i saggi Maya e certamente c’è qualcosa di vero in queste parole. Ci sono chip o bit di informazione che si passano da generazione in generazione, e noi figli del globalismo abbiamo la cianografia di tutte le culture di tutti i tempi nel nostro Dna, nel nostro hard-disk personale.
Certo, ma riferirsi al passato con il nostro modo di calcolare la storia è un errore: ogni civiltà ha un suo particolare rapporto col tempo, con lo spazio e, quindi, con la Storia. In tal senso, diviene fondamentale tener presente più il loro presente che il nostro passato.
Sono d’accordo: il riferimento al passato del nostro particolare modo di calcolare la storia è sbagliato. A me piace molto di più cercare di comprendere il loro presente, che indagare altri sviluppi culturali a partire dal mio.
Dal 1582, con il calendario di Gregorio XIII, siamo entrati in un tempo artificiale creato dal Vaticano per imporre la sua dominazione sociale, religiosa, economica, militare sugli altri popoli del mondo. A questo punto, siamo tutti immersi in questa falsa concezione del tempo, e il lavoro più importante di Arguelles è proprio quello di renderci consapevoli di questa dominazione e condizionamento imperiale, che il capitalismo ha ripreso e fatto diventare la base del suo mondo di valori.
Tra i popoli antichi, per quanto ciascuno avesse la propria concezione del tempo, questa era basata sulla ciclicità delle stagioni naturali e galattiche, quelle della Natura, quelle del cielo e degli astri. Il valore dell’essere umano non dipendeva dall’ora di servitù di lavoro svolto per gli altri. Erano altri i valori che definivano la qualità dell’essere: la saggezza, la forza, la bellezza, la capacità. Oggi, invece, sembrano valere di più i furbi, i malfattori, i corrotti, i bugiardi…
Si dice che per gli antichi popoli d’America non esiste il concetto di archeologia intesa come ricerca e studio del passato. Lévi-Strauss afferma che i popoli primitivi non credono nella storia e vivono un eterno presente. è possibile fare una distinzione, su questo, tra i popoli africani, australiani e le grandi civiltà Maya, Incas? Esiste, cioè, una forma di archeologia (senza scavo) nei popoli precolombiani o essa è solo il frutto della modernità?
Io penso che, in tutti i tempi, in tutte le culture, siano esistite delle persone affascinate dal passato o dal futuro, alcuni per trarne profitto, altri per conservare la memoria, alcuni per orgoglio, altri per mestiere, o per fare previsioni. Parliamo comunque di un numero ristretto di persone, perché in genere i più sono interessati solo al presente, al giorno, a sopravvivere.
La maniera con cui queste persone di ieri, oggi o domani, cercano di capire e trasmettere la storia, dipende dal loro contesto storico e culturale. Alcuni la passano oralmente, di generazione in generazione, altri si cercano un allievo, un discepolo, altri ancora lo fanno per incarico di un capo e lo lasciano scritto nei codici, nelle pergamene, sulle pietre, o lo zippano in mega cd, inseriti in un buco per poter essere riaperti nel secolo XXX... O ancora scrivono libri, lasciano le impronte nei musei, nelle cave del Vaticano...
L’archeologia, come tale, è una parola moderna per cercare di descrivere un lavoro di conservazione del passato, di previsioni per il futuro, di profezie, leggende, miti, storie...
Purtroppo il turismo è diventato uno dei capricci più redditizi dei nostri tempi. Basta vedere a Machu Picchu o a Palenque: milioni di dollari che entrano, pochissime spese per lasciare i turisti affascinati dalle meraviglie del passato Inca o Maya.
Comunque tutto questo soddisfa anche il desiderio di creare, rinforzare il senso della nazione, della cultura nazionale e dell’identità.
L’orgoglio di vantare un "passato” meraviglioso è una buona ragione di Stato per preservare il passato. E anche per metterlo nei musei, per dire che la modernità non ha bisogno dei popoli indiani di oggi...
All’origine del movimento zapatista c’è anche questo, che nipoti ed eredi dei costruttori di piramidi e templi maya hanno detto: "Non siamo spariti, siamo qui oggi, siamo qui da sempre, saremo qui domani...”. I maya di ieri sono in bella mostra al museo, nelle biblioteche, oggetto di studi approfonditi, di tesi e speculazioni elaborate. E dei maya di oggi... chi se ne frega.
André Breton scrive: "Credo all’accordo futuro di due stati, in apparenza contraddittori, quali il sogno e la realtà, in una sorta di realtà assoluta, di surrealtà, se così si può dire”. Pensi che il surrealismo sia vicino ai testi dei popoli Sumeri, Maya, ecc., dove mitologia e realtà si fondono?
Sono d’accordissimo con André Breton quando dice che mitologia e realtà si tengono per mano, testa a testa, cuore a cuore. Non c’è una linea che li separa. I creatori di miti e i guardiani della storia fanno lo stesso.
I primi, abbelliscono la Realtà per farla entrare nell’inconscio collettivo, la fanno diventare archetipo; gli altri, prendono i miti e li fanno diventare storia...
Nel passato non c’era separazione tra religione e scienza, era una sorta di ying yang, dove gli scienziati erano sacerdoti, i sacerdoti professori, maestri. E la loro saggezza stava nell’insieme di quello che sapevano, avevano vissuto come esperienza, e quello che avevano sentito dire da altri, quello che avevano sognato, visto sull’effetto di piante, di lunghe cerimonie senza dormire, mangiare, bere, cercando la visione... dunque, incrocio tra esperienza-realtà, fantascienza e immaginazione...
Come nel cadavere squisito del surrealismo, immagini che vengono dal ricordo, dal vissuto, dalle memorie, e creazione futuristica, allucinazione, risultante della somma dei desideri e delle paranoie... La Nuova Gerusalemme, Utopia, Comunismo, Uomo nuovo, sangrila, paradiso o nirvana, l’apocalisse, la fine del mondo, i cataclismi, le grandi purificazioni, l’era glaciale, il giorno dopo... la punizione di Dio....
Nei tuoi libri è presente un invito al turismo intelligente. è possibile che il turismo di massa venga soppiantato da una forma più legata all’ecologismo, al rispetto e magari al ritorno alla contemplazione?
I primi grandi viaggiatori lo facevano per cercare mercati, per far crescere il potere del Regno, dello Stato, della Nazione, un mordi e fuggi all’ennesima potenza... Pensa solo alla conquista delle Americhe, avvenuta annientando popolazioni intere, come in Africa, come in Asia... Oggi, i viaggiatori di massa attraversano i paesi, mangiano, comprano, scattano delle fotografie, forse si pagano una donna -o un uomo- al mercato per una sera. Ma non bruciano, non rapinano, non assassinano, non rubano tutto al loro passaggio.
Beh, direi che c’è stato un certo cambiamento. Si, è ancora una piaga, ma questa piaga porta dollari, euro nelle economie dei paesi visitati, a tutti i livelli, dal mercatino di Tepoztlan, alle boutiques di lusso di Cancùn o Città del Messico, dagli artigiani di Palenque al direttore d’albergo di Merida o Guadalajara, dal bordello pigro di Tijuana al bordello di lusso di Zihuatanejo... Se continuiamo in questa direzione, forse domani ci sarà un turismo più cosciente, più spirituale, più sociale, più interattivo, e così i viaggiatori si muoveranno per imparare quello che sanno fare gli altri, per scambiare servizi, conoscenze, prodotti, in una maniera più equilibrata e giusta. Viaggiare per ricostruire, per piantare alberi, per educare una minoranza emarginata, per portare gioia ai più diseredati... Anche un ritorno alla contemplazione reciproca, io della tua realtà, tu della mia.
Pensi che l’arte di domani possa essere un’arte "nomade”, come il tuo stesso nomadismo, che accompagna sempre scoperta a creatività?
La cultura contemporanea, anche quella globale, sta diventando sempre più internazionale, interculturale... Il nomadismo ha portato a ridurre le distanze e le frontiere. Anche le notizie ci fanno conoscere che cosa succede "nel mondo” ogni giorno, e diventiamo -lo vogliamo o no- ogni anno esseri più planetari.
L’arte nomade, sperimentale, come la nostra, prende il meglio di ogni cultura che visita, senza cercare di farlo diventare merce, prodotto di
mercato... è una jam session che fa sentire la famiglia terrestre sempre più vicina, conservando il meglio di ognuna, prendendo, per "amore” e non per violazione o dominazione, le caratteristiche più originali di ogni cultura inglobata.
Tante volte la gente mi chiede. "Ma di dove sei tu? Sembri un indiano del nord, un maya del sud, un berebere degli Atlas, un gitano...”. Ma quando mi metto altri indumenti posso passare per un francese di Parigi, un messicano del DF, un colombiano di Medellin, un peruviano di Cuzco o un cittadino di Santiago del Cile. Ho vissuto quattro anni negli Stati Uniti, come un americano bianco, un chicano, un pelle rossa e un hippie... E adesso quando vado, sono il professore Ruz in visita per un congresso all’università o un incontro interculturale.
Arte nomade, tanti cammini, tante strade, tanti colori, tanti vissuti di qui e di là... Un poco di questo e un poco di quello.
La creatività è esponenziale alla quantità di influenze diverse, io non ho ancora avuto il tempo di cominciare a esprimere questa diversità. Sono troppo preso dal giorno per giorno del viaggio. Ma continuo a guardare, a contemplare, a imparare, a farmi una cultura universale, un’identità planetaria... E ci sarà un giorno in cui potrò esprimerla e condividerla di più con il mondo.
Fino ad allora, faccio il meglio che posso e ringrazio per vivere in questi tempi, per essere testimone e attore di questo passaggio da una cultura di guerra a una cultura di pace. Da una cultura di dominazione a una di interdipendenza e autonomia. Da una cultura xenofoba, ultra regionale, fondamentalista, a una cultura ecumenica, planetaria, bioregionale...
(a cura di Cristiano Gilardi)
Haïm Vidal Séphiha
Papa Chissokho
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