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La difesa
della normalità
Il cancro da "male incurabile” sta trasformandosi, grazie all’avanzamento delle cure e alla loro personalizzazione, in un male cronico, che si può tenere a bada, impedendogli di impossessarsi della propria vita. La battaglia principale è la difesa della normalità. L’importanza della psicologia oncologica. La grande paura del dolore, che oggi però può essere debellato. Intervista a Anna Segre.

storie

  

UNA CITTÀ n. 181 / 2011 Febbraio

Intervista a Marco Giovannelli
realizzata da Francesca Barca

LA SOCIALITA' CHE LEGA TUTTO
604.000 visitatori unici al mese, un risultanto incredibile per un sito, varesenews.it, legato a una realtà locale; il taglio comunitario che permette di dialogare con chiunque e a chiunque di esprimersi, pur in una zona di radicamento leghista; fare network e mettere insieme le persone, l’ispirazione che resta. Intervista a Marco Giovannelli.

Marco Giovannelli, viterbese di origine, vive a lavora a Varese. È tra i fondatori e attuale direttore di Varese News (www.varesenews.it), giornale on line che si occupa di Varese e provincia.

Che cos’è Varese News?
Intanto è un giornale, un quotidiano generalista che si occupa di un territorio, la provincia di Varese, e di alcuni interessi collegati a quest’ultimo. Varese News è nata nel 1997 come progetto e si è poi sviluppato nel 1998. Uno dei primi slogan era "portiamo Varese News a Brinzio (un comune della provincia), a Varese e a New York”. Anche se ora può far sorridere, all’epoca era uno slogan potente. Dobbiamo tener presente che nel 1997 in Italia erano registrati solo poche centinaia di domini "punto it” -oggi sono diversi milioni- e navigavano meno di un milione di persone. Il tutto è nato per gioco, tra due viterbesi e un lucano, in una terra, quella varesina, che già all’epoca era leghista. Prima facevamo un mensile cartaceo legato a un locale storico di Varese, un vecchio circolo, poi siamo passati a fare un quindicinale, poi l’idea è stata provare internet. Ci prendevano per dei matti...
E’ nata come esperienza di volontariato?
Volontariato relativo: c’era dietro una cooperativa di cui ero presidente. All’epoca gestivo un locale, un circolo storico della città di Varese che era diventato un polo d’attrazione di tutta la provincia: c’era la gastronomia, con una mensa popolare che veniva dalle Acli, c’era un pub, la pizzeria, era un locale culturale. Facevamo almeno tre iniziative alla settimana, presentazioni di libri, dibattiti, serate musicali a tema.
Nel periodo di massimo splendore tra il 1995 e il 2000 abbiamo dato vita a molte iniziative, anche di grande valore; nel 1997, a trent’anni dalla scomparsa di don Milani, organizzammo un convegno importante. E’ stato in quell’occasione che abbiamo cominciato a coltivare l’idea di far nascere qualcosa in Internet: i nostri due siti storici erano uno su Don Milani e uno su Che Guevara. Con entrambi i due siti andammo a finire sulla prima pagina di La Repubblica. Come dicevo, all’epoca c’era davvero poco.
Quindi subito una passione per il web?
Varese News nasce quasi contemporaneamente a La Repubblica, con la peculiarità -che si rivelerà poi un vantaggio- di nascere direttamente su Internet. Non è un’osservazione da poco perché quello che nasce negli anni successivi al 1999 e 2000 muore quasi tutto. Nel tempo il giornale è un po’ cambiato: diciamo che, per chi la vuole buttare in politica, è diventato più moderato. Volendo usare uno slogan, direi che Varese News col tempo ha smesso di essere un giornale "contro”, per diventare un giornale "per”. Non è solo uno slogan: abbiamo scelto di essere propositivi. Siamo molto duri con i poteri e cerchiamo di rimanerlo, con la consapevolezza che non è così facile, soprattutto perché noi non abbiamo simpatie per chi governa, e qui governano sempre gli stessi da anni. Questa linea è stata anche la nostra forza. L’altro slogan che ci caratterizza è che si tratta di un giornale "che sta da una parte ma non è fazioso”. Varese News dà spazio a tutti e lo fa nel modo più potente.
I dati delle visite al vostro sito sono impressionanti. Colpiscono soprattutto i 604.000 visitatori unici al mese...
La provincia di Varese fa ottocentocinquantamila abitanti. Credo che ormai abbiamo raggiunto quasi tutti i lettori possibili della provincia. La cosa ancora più affascinante è il cosiddetto "referrer”, cioè da dove arriva chi accede a Varese News. Dai nostri dati risulta che tre quarti delle provenienze sono dirette, cioè le persone arrivano perché conoscono Varese News. Questo dato è fondamentale e noi lo monitoriamo costantemente, perché il suo mutare ci dà la misura di quello che stiamo facendo. L’altro dato interessante è il rapporto tra visitatori unici, visite e pagine viste. Mi spiego: un giornale con seicentomila visitatori unici, un milione di visite e tre milioni di pagine viste, ha una performance bassa, mentre un giornale con un milione e ottocentomila visite e dieci milioni di pagine viste è un giornale molto letto -se fosse di carta molto sfogliato.
Inoltre abbiamo quindici pagine viste per visitatore unico e sei per ogni visita. L’altro elemento importante è la durata media del tempo sul sito, che è circa sette minuti. Ormai siamo a ridosso delle settantamila visite, con quasi quattrocentomila pagine viste al giorno. Questo vuol dire che tutti i mesi abbiamo un milione e ottocentomila visite, oltre dieci milioni di pagine viste. Cosa c’è all’origine di questi numeri? Direi l’intuizione di stare sempre a ridosso dell’innovazione ma, allo stesso tempo, di non essere percepiti come virtuali. Siamo vissuti come una cosa vera, che esiste, che ha un’anima ben definita. E questo lo si quantifica: il 10% del nostro traffico quotidiano viene dalla "comunità” nel vero senso della parola. Pubblichiamo anche le lettere dei lettori: ogni giorno, da tre anni, la terza apertura della giornata è dedicata al lettore. La lettera viene pubblicata come una sorta di editoriale: è uno degli spazi più letti in assoluto, siamo sui due milioni di pagine viste. Chiaramente si vede che non è una notizia nostra. In questi casi il nostro ruolo è quello alla base del giornalismo partecipativo: il giornalista fa il filtro, verifica, analizza, però poi alla fine è il lettore il protagonista. Quello che mi preme sottolineare è che, anche se si tratta di un giornale online, quello che conta sono i contenuti. Il Web 2.0 altro non è che quello che hanno fatto le Acli per anni: fare network e mettere insieme le persone. Solo che le Acli non ne sono consapevoli, anche perché nel frattempo sono diventate vecchie, ma vecchie dentro, e questo è un problema. La sfida è riuscire a coniugare quel valore lì, che è vecchio, con il nuovo.
All’interno di Varese News, abbiamo anche una blogosfera enorme, oltre trenta blogger che lavorano con noi. Alcuni sono gratis, altri sono a pagamento. Ad esempio, tempo fa avevamo fatto un test sul forno di Whirlpool, un progetto specifico: cinque blog che testavano questo microonde potentissimo, parlando di cucina, di tecnologia legata alla gastronomia.
Fondamentale, nel nostro lavoro, è anche il ruolo dei social media. Su questo viviamo una contraddizione perché i social media sono i nostri maggiori concorrenti, nel senso che se uno passa molto tempo su Facebook lo sottrae a Varese News. Quindi dobbiamo usarli molto e, allo stesso tempo, stiamo alimentando un concorrente: trovare l’equilibrio non è semplice. Con il Web 2.0 abbiamo avuto molte evoluzioni. Grazie alle lettere, ai sondaggi, ai commenti agli articoli, siamo riusciti a coprire meglio il territorio. E poi abbiamo dato vita a tutta la parte più multimediale: noi facciamo i giornali radio per Radio Number One, poi abbiamo una web-tv e la versione mobile.
Dicevi che Varese News in qualche modo si pensa come un giornale locale per la comunità...
La nostra ambizione è di essere un giornale di informazione, di servizi, ma soprattutto una piattaforma per scambi di idee, progetti, proposte, molto aperto e molto disponibile. Non a caso al centro della nostra linea editoriale c’è una grande attenzione ai temi del lavoro e in generale al mondo della socialità e del sociale.
Come dicevo prima, cerchiamo di rimanere una spina nel fianco del potere, ma non con le barricate. Mi sembra oggi più appassionante la sfida di creare luoghi di socialità dove si possa discutere, anche animatamente, ma in modo costruttivo. È un lavoro faticoso, ma credo che, anche se in maniera un po’ presuntuosa, il fatto che oggi abbiamo così tanti lettori, dipenda da questa linea.
La Lega è molto presente nel territorio a cui vi rivolgete. Come ve ne occupate?
La questione della Lega Nord richiederebbe un capitolo a sé. La Lega ha tante anime, nasce per delle ragioni precise e anche con grande coraggio. Rimane l’ultimo partito della Prima Repubblica e l’unico partito con un apparato ideologico definito e chiaro. Il Pci, per esempio, aveva in testa la Rivoluzione, il tutto con un apparato ideologico chiaro: in questa società liquida nessuno ce l’ha più, tranne la Lega. La Lega, poi, non è né di destra né di sinistra: è un partito che visto da Roma è inimmaginabile e che, visto da qui, è stato ugualmente inimmaginabile per molto tempo, perché veniva giudicato "folclore”. Ora, la questione del federalismo non mi appassiona più di tanto perché -pur ritenendo che le forme dello Stato siano fondamentali- credo che resti una questione tecnica: per cambiare la vita delle persone devi fare i conti con elementi che non sono solo tecnici, ma che hanno a che fare coni i valori. La Lega in parte lo ha fatto, in parte no. Il rapporto di Varese News con la Lega non è stato facile. E non lo è stato nemmeno sul piano personale. Mi ricordo di una battuta che mi venne fatta a Roma da un personaggio della Lega: "Dovete a noi la vostra fortuna”. In realtà la dobbiamo ai cittadini varesini. Credo che la partecipazione sia fondamentale: non è un partito politico che fa la tua fortuna, ma i patrimoni di idee. Noi ci siamo battuti tenacemente contro alcune idee della Lega e lo facciamo tuttora. Noi siamo per una società multiculturale, e non perché è una buona idea, ma perché è l’unica possibile. Certi valori sono fondanti e vanno tutelati, su quelli è giusto fare battaglia. Tutto il resto è molto mobile e richiede grandi capacità d’intelligenza.
Per dire, sull’accoglienza noi abbiamo valori e idee profondamente diverse da quelle della Lega, ciò non toglie che nei loro riguardi l’attenzione è andata in crescendo e non solo perché si trattava di "folclore”. Semplicemente non possiamo non fare i conti con questa realtà: qui sindaco e Presidente della Provincia sono della Lega.
Sono convinto che quando uno ricopre una carica, questa non è più la "sua” carica: il Presidente della provincia non è della Lega, è dei varesini. Mi può piacere o non piacere, ma è così. Non sta a me riconoscerglielo, è insito nel suo ruolo. Purtroppo, nel nostro Paese, questo concetto fatica a essere compreso. Dopodiché, ovviamente questi amministratori, governando, tendono a fare proposte coerenti con le loro opinioni. Ci mancherebbe altro, è legittimo, tanto più che i cittadini li hanno votati anche per questo. Però c’è un limite: una carica è pro tempore, per cui per alcune cose ci vuole una lungimiranza diversa. Quindi su alcuni temi non solo non ci troviamo, ma ci opponiamo con tutta la forza che abbiamo. Resta il fatto che la Lega Nord è un fenomeno complesso che non può essere interpretato solo come malessere, esprime anche una positività di questo territorio. E poi, se da un lato rifiuta completamente il sistema della Prima Repubblica, dall’altro è l’ultimo partito di quel sistema... Credo infine che la Lega si stia rendendo conto che la realtà è più complessa di quella che aveva immaginato: lo stesso federalismo rischia di assumere una forma molto diversa da quella che si aspetta chi ha votato per la Lega.
A questo proposito voglio ricordare un aneddoto che mi è capitato quest’estate, fonte di un grande piacere e di un dolore altrettanto forte: la conoscenza di Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica. Sono stato l’ultimo a intervistarlo prima del suo omicidio. Mi disse: "Vedi, Marco, questo è un Paese di matti. Noi abbiamo messo a posto il porto che era decadente. E sai qual è la cosa incredibile? Che l’abbiamo pagato coi nostri soldi. Lo Stato non ci voleva dare la concessione: abbiamo dovuto fare tre cause e le abbiamo vinte tutte. Lo Stato voleva dare le concessioni ai privati. Noi con i soldi del porto, che sono tanti, finanziamo tutte le attività sociali di questo Comune: abbiamo quattro comunità, quattro frazioni di collina dove non c’è turismo, né ricchezza, dove non c’è niente... Grazie al porto manteniamo dei servizi”. Allora provocatoriamente gli chiesi: "Ma sei della Lega?”. Ora, si sa, Vassallo era del Pd, ma rispose: "Certo che siamo della Lega, la Lega è la nostra unica speranza... noi siamo federalisti fino in fondo, perché il federalismo farebbe bene al Sud”. Ovviamente poi aggiunse che non sarebbe stata la Lega a cambiare l’Italia.
Ecco, credo che Vassallo in quell’occasione abbia dato voce a una grande verità: la capacità di comprendere della Lega, di poter dare risposte ai cittadini. Questa non è una cosa del Nord, riguarda tutti.
Certo, va poi saputa coniugare con l’elemento solidale, ed è qui la frizione con la Lega che, da questo punto di vista, è la massima espressione dell’individualismo. Io sono solito dire che questo territorio è affetto dalla "sindrome pasticcini”: ci sono dei pasticcieri straordinari, una grande scuola di pasticceria, ma il guaio è che tutti pensano a fare i pasticcini più buoni e nessuno lavora per una torta comune; ci sono molti musicisti di altissimo livello, ma non fanno le orchestre; è pieno di cultura ad altissimo livello, ma non c’è una scuola di teatro. Si dice che in Emila-Romagna ci si ritrova in tre e si fa una cooperativa; qui si trovano in due, si mettono in società e dopo due anni si dividono. Questa è una terra che è diventata così potentemente industriale solo da poco: è una terra arricchita dove l’individualismo la fa da padrone. Su questo noi siamo proprio dall’altra parte perché siamo fortemente convinti che il bene venga dalla comunità, non dall’elemento individuale. Oggi la Lega è molto cambiata però resta l’anima individualista, che spesso sfiora la xenofobia. Resta il fatto che la Lega non è un movimento xenofobo. Quella è una palla, frutto di un’analisi sbrigativa e grezza. Dentro la Lega ci sono persone straordinarie, competenti e bravissime, con le quali è un piacere, non solo conversare, ma anche confrontarsi. La Lega non va liquidata in maniera sbrigativa come magari fanno a Roma: io sono viterbese e ho ben presente come vengono letti questi fenomeni da quelle parti.
Tutta questa complessità come viene accolta dai lettori?
Siamo molto amati e molto odiati. Ma ci continuano a leggere. Tutti i giorni ci arrivano lettere o mail di persone che, diciamo, "non ci amano”. A volte ci viene un fegato grosso così. Approfitto per dire un’altra cosa: su questo punto io ho una posizione molto scomoda, che sostengo con forza e che nel giornale è condivisa, anche se a volte va in crisi. Parlo dello spazio della community in Varese News. Ne dibattiamo molto. Io sono convinto che non abbiamo mai avuto un momento fantastico come questo, perché tenendo aperti i microfoni, con un po’ di attenzione, riusciamo a percepire esattamente in che società stiamo vivendo.
Teniamo presente che parliamo di circa il 50% della società, il 50% "più colto”: il 40% dei nostri lettori è laureato, con un’età media di circa 40 anni. Tenere i microfoni aperti significa far commentare le cose, misurare il polso vero. Inoltre noi permettiamo l’anonimato -purché non sia offensivo- perché secondo noi è importante che circolino il pensiero e le idee.
Molti mettono indirizzi mail fasulli: abbiamo ormai commentatori di professione. Se vuoi è anche divertente. Ovvio che tutto questo dibattito va guidato e vanno stemperate le posizioni più rigide, sennò esplode tutto: noi abbiamo una vasta componente di lettori leghisti, e questa cosa è anche molto appassionante perché siamo un grillo parlante, siamo dei provocatori...
Un’altra cosa importante di Varese News -che è anche uno degli elementi di cui vado più orgoglioso- è che abbiamo allargato il numero dei lettori, intendo il numero di chi legge, nel senso che non portiamo via lettori a nessuno, ma ne aggiungiamo. Questo era il mio primo obiettivo e una delle motivazioni forti del mio lavoro. Io vorrei che il sapere venisse portato in più luoghi possibili, anche a costo di contraddizioni e di compromessi grossi. Secondo me la svolta è proprio qui e da questo punto di vista sono "don milaniano” fino in fondo: ciò che ci rende liberi è solo la conoscenza. Lui diceva ai suoi ragazzi: "Dovete imparare tante parole sennò i padroni vi fregano”.
Ovviamente oggi la parola "padrone” mi lascia perplesso perché è tutto più complicato, ma resta il fatto che in quell’invito c’è molta verità. E’ un’intuizione che don Milani trae dai Vangeli: quando Giovanni dice "in principio era la parola” è davvero la parola; è chiaro per un cattolico è la parola di Dio, per altri no... ma poco importa. Il messaggio è che non si può essere liberi senza conoscenza, senza consapevolezza, sono tutte palle: credi di essere libero, in realtà sei schiavo. Quindi la sfida è offrire gli strumenti, ma sul serio, e creare dibattito.
In fondo uno degli obiettivi del giornale è proprio quello di creare dibattito, fornire occasioni di informazione, di conoscenza e di consapevolezza, anche nei processi identitari, anche laddove non corrispondono a quello in cui crediamo noi.
Noi non diamo la linea: abbiamo una piattaforma potente e la usiamo, ma per la gente, non per il potere. Noi parliamo pochissimo di palazzo, non ci interessa il gossip, ne facciamo pochissimo. Al contrario, trattiamo la politica con molta serietà perché riteniamo abbia grandi responsabilità.
Qual è il vostro modello economico? Vivete di pubblicità?
No, è un po’ più complesso. Diciamo che il modello economico di Varese News poggia su più gambe. La pubblicità è evidentemente la più potente, ma facciamo anche comunicazione, consulenza e attività legate al web. Abbiamo fatto Bergamo News, faremo Alessandria News e Lombardia News. Abbiamo dei progetti con la Fox di Murdoch, e altri accordi commerciali che condizionano un pelo il giornale però non potremmo fare altrimenti, perché tutta questa operazione costa un milione di euro. Nel 2000 è nata la società Varese Web, che è un po’ la nostra anima. Noi veniamo da una cooperativa e oggi la società editoriale è partecipata dalle più importanti associazioni di categoria: Confindustria, Confartigianato, Confcommercio, Cna, e poi c’è il sindacato -Cgil, Cisl e Uil- la cooperativa dei giornalisti, le Acli, e alcuni professionisti. Devo dire che siamo anche molto orgogliosi di essere riusciti a tenere insieme Cgil e Confindustria, soprattutto perché non l’abbiamo fatto strumentalmente. Con gli anni abbiamo conquistato anche una certa autorevolezza, che viene dal fatto di aver creduto fortemente in quello che facciamo.
Come percorso, tu vieni dal mondo della cooperazione e hai avuto anche un’esperienza nel sindacato. C’è una continuità con l’esperienza che stai facendo?
Dopo la laurea e un periodo nel campo della consulenza del lavoro, per qualche anno sono stato responsabile ufficio vertenze della Uil, non perché amassi particolarmente la Uil, avrei lavorato con piacere anche negli altri due sindacati, soprattutto nella Cgil, ma a quel tempo entravi solo se avevi la tessera o se venivi da esperienze in fabbrica.
Ho lavorato quattro anni nel sindacato, dopodiché ho realizzato un progetto legato alle tossicodipendenze e infine ho fondato la cooperativa che ha preso in gestione il circolo del quartiere di Bosto, a Varese, di cui parlavo all’inizio. Dal 1990 al 2001 ho insegnato economia e diritto nelle scuole superiori e oggi mi capita di fare qualche lezione alle università. E’ solo dal 2000 che mi dedico esclusivamente al giornale. Pensa che sono diventato giornalista professionista solo due mesi fa!
Ora in redazione siamo dieci giornalisti professionisti e facciamo un po’ "scuola” agli altri per quanto riguarda il giornalismo web. Anche se ormai il Web non è il futuro, è il presente. Come si vede, la mia formazione personale è quella che viene banalmente ricondotta ai cattocomunisti. Non è esattamente quella, però è figlia di quel periodo: ho fatto gli scout, ho avuto la fortuna di veder nascere l’Agesci quand’ero adolescente: questo grandissimo movimento che in quel periodo aveva come riferimento la co-educazione, l’internazionalizzazione. E poi il grande riferimento ideale è stato don Milani e, politicamente, l’idea un po’ romantica della Rivoluzione che si lega a Che Guevara.
Strada facendo la formazione è diventata un po’ più complessa. Ho una formazione cattolica che si è alimentata di quello che veniva chiamato il "cattolicesimo del dissenso”. Gli anni della mia adolescenza sono stati burrascosi: ricordo il golpe in Cile e quindi tutta la teorizzazione di Berlinguer e del Partito Comunista del compromesso storico, e questa grande alleanza tra cattolici e comunisti che secondo me è il processo identitario del Pd. Nella mia vita ho fatto il sindacalista, l’educatore, il professore, il cooperatore, fino ad arrivare a fare il giornalista. Tutto si è sviluppato con quest’idea del lavoro sociale: oggi faccio più il manager, quasi l’imprenditore, più che il direttore: per Internet ha un senso, per la carta l’avrebbe meno. Quello che lega tutto mi sembra sia l’elemento della socialità, che per me resta la grande risposta.
(a cura di Francesca Barca)



  


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