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A scuola con il sintomo

Un gruppo di insegnanti che da anni si ritrova ogni mese, con una supervisione, per discutere casi difficili, non per improvvisarsi provetti psicologi, ma per fare meglio il proprio mestiere; l’importanza di non stroncare il sintomo, perché è sempre una risposta intelligente; intervista a Marina Baguzzi e Marco Lodi.


problemi di scuola

  

UNA CITTÀ n. 180 / 2011 Dicembre 2010-Gennaio 2011

Intervista a Libero Zuppiroli
realizzata da Francesca Barca

IL CURRICULUM DI 53 PAGINE
Le università europee hanno abbandonato il cosiddetto modello humboldtiano che aveva come scopo la comprensione del mondo, a favore di quello anglosassone che, in nome del merito e della competizione, rischia però di trasformarle in un supermercato in cui si vende e si compra sapere. Intervista a Libero Zuppiroli.

Libero Zuppiroli è professore di opto elettronica dei materiali molecolari all’Epfl (Scuola Politecnica federale di Losanna). Nel marzo del 2010 è uscito, per Les Editions d’en bas, La Bulle Universitaire, Faut-il poursuivre le rêve américain ? (La bolla universitaria, bisogna seguire il sogno americano?)

Lei ha scritto un pamphlet in cui critica l’americanizzazione dell’università...
Pur occupandomi di materie molto tecniche, mi sono sempre interessato di questioni didattico-pedagogiche perché penso siano ineludibili nel mondo di oggi. La scuola deve essere messa in grado di avere una parte nell’educazione dello spirito critico, che è ciò che manca nell’insegnamento di oggi. E’ per questo che ho scritto La Bulle Universitaire, per il disagio che ho maturato nell’assistere alla quotidiana precarizzazione e trasformazione dell’università. So bene che il sistema precedente, quello cosiddetto humboldtiano, non poteva durare.
L’università humboldtiana aveva infatti come scopo la comprensione del mondo. Nel Diciannovesimo secolo e all’inizio del Ventesimo, nell’epoca della meccanica quantistica e della teoria della relatività, l’università voleva comprendere l’universo e la posizione dell’uomo al suo interno. Questa università non si interessava troppo al mondo dell’economia: si preoccupava soprattuto di formare degli universitari, quindi degli intellettuali che avrebbero poi dato il ricambio all’interno dell’accademia. E’ questo tipo di università che ha permesso lo sviluppo del baronato. Bisogna dire che ci sono stati dei "baroni” che hanno avuto grandi meriti: Max Planck, Albert Einstein, lo stesso Enrico Fermi. Gente di grande valore, che ha assunto un ruolo molto positivo e che ha saputo aprire delle strade.
I problemi sono nati in seguito, quando hanno cominciato a entrare persone che non avevano troppo da dire e che però occupavano posizioni di potere. Dunque, è vero che il vecchio sistema andava cambiato, io però contesto la scelta di sviluppare un’università pensata per essere adeguata al mondo globalizzato. Persino qui in Svizzera, negli anni Duemila c’è stato un tentativo di americanizzazione molto forte, sostenuto dalla politica e dall’economia.
Questa americanizzazione è in parte legata al cosiddetto "Processo di Bologna” (nato nell’ambito di un tentativo di riforma dei sistemi di istruzione superiore in Europa, per introdurre un sistema di titoli accademici facilmente riconoscibili e comparabili, promuovere la mobilità degli studenti, degli insegnanti e dei ricercatori, assicurare un insegnamento di elevata qualità e introdurre la dimensione europea nell’insegnamento superiore, Ndt).
Prima della Riforma di Bologna in Europa vigevano diversi sistemi: c’era l’Italia, con il suo peculiare sistema di valutazione, dove tutti vogliono il Trenta e lode in tutte le materie; c’era il modello francese, dove si mira piuttosto alla media e dove ci sono le Grandi Scuole in cui vige una mentalità elitista; e poi il sistema tedesco, che è il più humboldtiano. Queste diverse modalità di insegnare e studiare sono state via via uniformate sul modello anglo-sassone, quello meno esigente e più libero. Questo processo ha però portato ad un abbassamento del livello e della qualità rispetto ai sistemi precedenti: i cicli di studio sono diventati più corti. Inoltre è stata messa in atto una sorta di "logica da supermercato” che all’inizio piaceva molto agli studenti, perché lasciava grande scelta tra le diverse discipline, ma che, alla prova dei fatti, ha reso estremamente difficile la strutturazione di corsi coerenti.
Quali erano i principali difetti della vecchia università?
Non era possibile mantenere il sistema universitario com’era prima, e questo per due ragioni. La prima è che questo sistema era elitista, fatto per il cinque per mille della popolazione. Giustamente il sistema educativo europeo mira ad una maggiore frequentazione dell’università (almeno il 10%). Ed è chiaro che un’università pensata per il cinque per mille della popolazione è molto diversa da una che mira almeno al 10%. La seconda ragione è che questa università funzionava su un baronato: questo sistema è in realtà molto efficace quando i baroni sono illuminati e riescono a mettere da parte il loro ego. Ma quando ci sono dei baroni che non sono all’altezza -e succede spesso- il sistema diventa completamente inefficace. Per poter fare carriera in questa università bisogna piacere al barone.
Il sistema americano sembrava funzionare meglio perché offriva dei vantaggi legati al merito e alla competizione. Il fatto è che anche la competizione ha degli aspetti negativi: una sana emulazione è bene, ma introdurre un sistema di competizione generalizzata con la necessità di battersi per tutto (soldi per la ricerca, posti più in vista...) fa sì che si cada in un meccanismo che drena energie e fa perdere tempo.
Se posso esprimere la mia opinione, io non penso che uniformare l’università europea fosse necessario. Penso piuttosto che ogni Paese abbia il suo genio e che appiattire tutto non porti vantaggi. Ad esempio, è stato detto che se si fosse fatto un sistema omogeneo, gli studenti avrebbero viaggiato di più, ma sappiamo dalle statistiche che non è vero: il viaggio è una questione di soldi e allora, se davvero si volevano spingere gli studenti a spostarsi, si sarebbe dovuta affrontare questa questione.
Sarebbe stato meglio lasciare in vigore i vari modelli in un sistema di sana competizione. Ciascun paese, con il proprio genio, avrebbe potuto offrire delle cose particolari. Per esempio, nelle discipline scientifiche il sistema italiano, negli ultimi venti anni, per ragioni che ignoro, ha formato moltissimi teorici, persone capaci di riflettere con profondità. Non so a cosa sia dovuto, magari al tempo lasciato agli studenti per riflettere da soli, al sistema di eccellenza... non lo so. Il sistema francese ha dato molti matematici perché nell’indole dei francesi c’è una vocazione al rigore e alla razionalità; il sistema svizzero ha fornito dei meravigliosi ingegneri costruttori. Non capisco perché non avremmo potuto continuare così, promuovendo la circolazione in Europa, ma lasciando scegliere ai singoli il sistema a loro più congeniale, anziché applicare questa logica da supermercato.
Anche i docenti universitari in qualche modo hanno dovuto "cambiare mestiere” in questa nuova università, costretti a occuparsi di networking, management, fundraising e marketing. Ci può spiegare?
L’università americana mette l’accento sul denaro, il denaro è ovunque. Questo tipo di università è un’impresa che vende sapere e dove gli studenti sono dei consumatori di sapere. Quello che dà valore all’università è l’eccellenza della ricerca, ma quest’ultima rimanda, ancora una volta, alla disponibilità dei fondi necessari a far lavorare le persone. In un contesto di questo tipo, le équipe sono dirette da persone che sono essenzialmente dei manager della ricerca. Un tempo erano gli stati che finanziavano le università, oggi le persone vengono spesso fatte lavorare in modo precario per risparmiare.
E’ cambiato tutto. Ecco perché il professore deve occuparsi anche della ricerca di fondi, di creare dei network per ottenere soldi.
Ora, alcuni di questi network funzionano molto bene e sono utili, altri non sono che dei modi per trovare dei fondi, altri ancora sono quasi delle mafie. Resta il fatto che il professore deve sapersi vendere, deve saper fare del marketing attraverso la propria ricerca ed affrontare temi che sono di moda, perché si viene giudicati da una squadra di burocrati e politici.
Insomma, è chiaro che un modello del genere non privilegia la profondità. Inoltre, visto che questi soldi si trovano di solito dai privati, bisogna piacere ai privati. Infatti oggi l’università ha come vocazione la ricerca per il privato.
Fino agli anni Ottanta le grandi multinazionali facevano ricerca con i propri fondi perché guadagnavano dei soldi sul mercato reale. Col tempo però hanno iniziato a fare dei grossi guadagni sui mercati finanziari, che sono dei mercati virtuali, e per mantenere i risultati si sono visti costretti a tagliare tutti i programmi di ricerca, per cui l’innovazione e lo sviluppo sono diminuiti. Per questo ho parlato di "bolla”: in fondo all’università è successo qualcosa di molto simile a quanto verificatosi nell’economia.
Di qui la necessità di trovare dei sostituti: le università appunto. Così oggi il docente universitario si trova a cavallo tra questa immagine humboldtiana del professore che cerca il sapere e la vocazione a produrre della ricerca spendibile, cosa che le università non sanno fare bene. Prendiamo le scienze umane: difficilmente possono trovare un ruolo in un mercato governato dalle multinazionali. Eppure hanno una funzione cruciale, che è quella di sviluppare lo spirito critico. Se però l’obiettivo è esclusivamente quello finanziario, l’unico mercato per le scienze umane diventa quello della comunicazione (anch’esso pericolosamente incline a creare bolle) o quello delle risorse umane.
In questo senso dico che il professore ha cambiato mestiere. Nel libro cito il caso del docente con un curriculum vitae di 53 pagine. E’ una figura tipica di questo nuovo sistema: un tipo estremamente intelligente, con molte capacità, ma che ha un ruolo soprattutto di manager. Lavora con diversi network e diverse équipe: è l’esemplificazione del professore di domani. Va da sé che le 700 pubblicazioni e i 15 libri che compaiono nel suo curriculum non arrivano da un lavoro fatto in profondità, ma dalla colonizzazione del contributo di molte altre persone. Basta trovarsi in una posizione importante per poter drenare tutti questi contributi. Si tratta di qualcuno che fa, essenzialmente, del marketing. Questo tipo di professore è una vedette internazionale, un divo, non diverso da un campione di calcio.
E’ inevitabile che la ricerca sia orientata al mercato? Le istituzioni pubbliche possono avere un ruolo?
In un’università che forma il 10% della popolazione, la questione economica non può essere elusa. Va però individuata e isolata la questione del potere. Dov’è il potere? Questa è la questione più delicata, cruciale. Come sono governate le nostre università? Io molto semplicemente non amo l’idea che il potere si trovi nelle mani delle multinazionali, in maniera diretta o indiretta. Purtroppo oggi in quasi tutti i campi le istituzioni pubbliche sembrano non saper bene cosa fare. Prendete il Centro nazionale di ricerche francese, il Cnrs: è una grande istituzione che accorda una libertà quasi totale al ricercatore, che tra l’altro non è nemmeno così ben pagato. Ma è proprio questa libertà che dà luogo a quella creatività che si mantiene nonostante le cattive condizioni. Nell’insieme il Cnrs è un organismo pubblico che funziona bene e merita di essere preservato. Questo per dire che ritengo importante che il servizio pubblico continui a giocare il suo ruolo: quello di fornire ai giovani l’apparato critico e in generale gli strumenti necessari, non solo per interpretare, ma anche per cambiare il mondo in cui vivono. Ecco, la vocazione alla formazione non può essere del privato, è per forza del pubblico. E’ una questione di mentalità, prima che di soldi. Per riorganizzare le risorse che le società investono nell’insegnamento servirebbero delle visioni a lungo termine. Purtroppo oggi la capacità prospettica del politico è di cinque anni e la visione del dirigente di impresa è di tre mesi!
Ma per chi voglia insegnare in modo diverso, restano degli spazi di libertà nell’università oggi?
Parlo dell’istituzione che conosco. Senza dubbio l’Epfl resta un’eccellente università. Secondo i criteri che io stesso contesto resta tra le migliori università in Europa. Ma questo significa che qui c’è ancora molto denaro. Negli ultimi dieci anni questa istituzione si è data al neoliberismo, restando però un’eccellente università. In queste condizioni degli spazi di libertà esistono ancora. Io stesso ho sempre espresso le mie critiche qui dentro. E’ una scuola che amo molto e dove ho passato una grossa parte della mia vita. Il direttore è un uomo molto intelligente, che discute volentieri. Insomma è chiaro che in questi contesti, degli spazi restano, anche perché non è possibile uccidere del tutto la creatività umana. Nemmeno l’Unione Sovietica è riuscita a fare una cosa del genere. Se però si sposta lo sguardo sugli obiettivi di lungo periodo, beh, allora lì vien da preoccuparsi...
(a cura di Francesca Barca)



  


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