









Figlio di Deus
La verità è che nei Vangeli non c’è scritto da nessuna parte che Gesù abbia detto di essere figlio di Dio e se qualcuno può averlo chiamato così è perché, come lode, usava dare del "Figlio di Dio”; il resto l’ha fatto una traduzione in greco e poi in latino e un Concilio in cui, grazie a un imperatore, l’ebbero vinta gli eretici; il bisogno antropologico di superare la delusione per il mancato avvento del Regno di Dio; l’idea fondamentale del cristianesimo, l’amore agapico, che resta; intervista ad Augusto Cavadi.

E non essere pigro
La partenza per la Bolivia e la scelta di andare a vivere con una famiglia Aymara; l’assurdità di vedere nei popoli ‘esclusi’ o solo dei bisognosi o degli eroi; la nostalgia per un dio che gioca e per una vita pensata nei termini dell’abbondanza; la convinzione che la vita è religiosa di per sé. Intervista a Antonietta Potente.
Da oltre dieci anni vivi con una famiglia Aymara in Bolivia. Qual è stato il tuo percorso?
Come sono finita in Bolivia? Sono quegli itinerari che non hanno un punto di partenza specifico, ma nascono bensì da un insieme di intuizioni, desideri, cose che uno ha captato...
Nel ‘90 ero andata sei mesi in Argentina, in un ambito di formazione più interno alla congregazione di cui faccio parte. Il paese stava affrontando una grave crisi, la prima, e già allora ne ero stata colpita. Che poi magari l’Argentina sotto certi aspetti non è neanche il modello latino americano, però soprattutto i primi mesi, in cui avevo passato del tempo nella parte del sud dove c’è questa presenza Mapuchi, una delle etnie, ero rimasta affascinata: c’è un altro ritmo, c’è un altro modo di relazionarsi alla realtà, di approcciarsi alla vita; nonostante sembriamo tutti uguali, c’è ancora un’arte del vivere differente. Poi queste grandi periferie nella cintura di Buenos Aires...
Avevo conosciuto anche l’Africa perché ero andata a tenere dei corsi in Uganda. Però l’America Latina mi era rimasta proprio nel cuore, forse sentivo anche una certa sintonia. Certo è che per me fu come un momento di nascita: per quanto fossero stati solo cinque mesi, mi trovai a ripensare a tante cose.
Al ritorno avevo ripreso l’insegnamento all’Università a Roma e a Firenze, però mi era rimasto qualcosa...
Così, quando, in ambito congregazionale, si iniziò a parlare della possibilità di aprire una comunità in un altro paese dell’America Latina, mi proposi: "Allora ci vado io”.
Era anche un momento di stanchezza: nella mia vita avevo sempre studiato: mentre facevo il dottorato insegnavo già come assistente di cattedra. Pur essendo impegnata in alcune esperienze sociali, di partecipazione anche attiva nei movimenti pacifisti degli anni 80 con la mia comunità, sentivo che la mia teologia era ancora molto, troppo, teorica.

UNA CITTÀ n. 180 / 2011 Dicembre 2010-Gennaio 2011Intervista a Antonietta Potente
realizzata da Barbara Bertoncin e Antonia De Vita
E NON ESSERE PIGRO
La partenza per la Bolivia e la scelta di andare a vivere con una famiglia Aymara; l’assurdità di vedere nei popoli ‘esclusi’ o solo dei bisognosi o degli eroi; la nostalgia per un dio che gioca e per una vita pensata nei termini dell’abbondanza; la convinzione che la vita è religiosa di per sé. Intervista a Antonietta Potente.
Antonietta Potente, teologa e suora domenicana della Congregazione San Tommaso d’Aquino, già docente di Teologia Morale all’Università Angelicum di Roma e a Firenze, nell’Istituto Superiore di Teologia, dal 1998 vive con una famiglia Aymara in una zona Quechua (Cochabamba). Attualmente insegna all’Università di Cochabamba. E’ in uscita Il bene fragile. Autobiografia di un’etica, Arnaldo Mondadori 2011.
Da oltre dieci anni vivi con una famiglia Aymara in Bolivia. Qual è stato il tuo percorso?
Come sono finita in Bolivia? Sono quegli itinerari che non hanno un punto di partenza specifico, ma nascono bensì da un insieme di intuizioni, desideri, cose che uno ha captato...
Nel ‘90 ero andata sei mesi in Argentina, in un ambito di formazione più interno alla congregazione di cui faccio parte. Il paese stava affrontando una grave crisi, la prima, e già allora ne ero stata colpita. Che poi magari l’Argentina sotto certi aspetti non è neanche il modello latino americano, però soprattutto i primi mesi, in cui avevo passato del tempo nella parte del sud dove c’è questa presenza Mapuchi, una delle etnie, ero rimasta affascinata: c’è un altro ritmo, c’è un altro modo di relazionarsi alla realtà, di approcciarsi alla vita; nonostante sembriamo tutti uguali, c’è ancora un’arte del vivere differente. Poi queste grandi periferie nella cintura di Buenos Aires...
Avevo conosciuto anche l’Africa perché ero andata a tenere dei corsi in Uganda. Però l’America Latina mi era rimasta proprio nel cuore, forse sentivo anche una certa sintonia. Certo è che per me fu come un momento di nascita: per quanto fossero stati solo cinque mesi, mi trovai a ripensare a tante cose.
Al ritorno avevo ripreso l’insegnamento all’Università a Roma e a Firenze, però mi era rimasto qualcosa...
Così, quando, in ambito congregazionale, si iniziò a parlare della possibilità di aprire una comunità in un altro paese dell’America Latina, mi proposi: "Allora ci vado io”.
Era anche un momento di stanchezza: nella mia vita avevo sempre studiato: mentre facevo il dottorato insegnavo già come assistente di cattedra. Pur essendo impegnata in alcune esperienze sociali, di partecipazione anche attiva nei movimenti pacifisti degli anni 80 con la mia comunità, sentivo che la mia teologia era ancora molto, troppo, teorica.
E così sei partita...
Ho trascorso i primi quattro anni nella parte tropicale, in una periferia marginale. Fino a che nel ‘98 mi sono trasferita a Cochabamba, in questa comunità un po’ sui generis: una famiglia Aymara, una famiglia ordinaria, c’è la mamma, che ormai è anziana, tre figli già sposati e poi i due più giovani.
Conduciamo una vita normale. Io insegno all’università, che dista 15 km. Le città boliviane non sono ancora dei "mostri”, come Lima o Buenos Aires, sono più contenute, per cui esci fuori subito, c’è ancora molto la vita rurale, perlomeno a Cochabamba. Poi c’è questa vita normale di gente gente gente.
L’idea di sperimentare questa convivenza è nata un po’ per caso. Fin dal mio arrivo avevo avvertito con disagio il fatto che in fin dei conti noi stranieri, religiosi e non, spesso camminiamo parallelamente al tragitto delle persone del posto. Così, quando ho incontrato Daria e Diego, e abbiamo avuto modo di scoprire una sintonia proprio sui valori della vita comunitaria, del vivere assieme, abbiamo iniziato a pensarci.
Sono oramai da 11 anni che vivo in questa famiglia. Per me è stato un regalo bellissimo. All’origine di questa scelta non c’è stato alcuno sforzo eroico e ancora meno l’idea di "stare con i più poveri”, per carità, una formula lontanissima dalla mia sensibilità e dal mio pensiero.
Cioè siamo una famiglia a tutti gli effetti, come religiosa ci sono solo io e comunque non diciamo le preghiere. Questa è un’altra cosa che mi ha fatto perdere dei punti. D’altronde io non credo che esista un unico stile di vita religiosa. Mi sembrerebbe anche un po’ ridicolo imporre certe formule. Come in tutte le famiglie, si sta a dei rituali esistenziali, al ritmo, alla libertà e anche all’impegno, alla responsabilità che una vita comunitaria comporta. Ci sono stati anche momenti più faticosi all’inizio, quando c’era poco o troppo lavoro, e quindi le preoccupazioni non ti facevano dormire la notte, ma è normale. Certamente per me è molto bello. Non so se si può proporre a tutti. Poi sai, credo che per vivere assieme un minimo di feeling ci vuole.
Per te questa convivenza è anche un modo per misurare ciò in cui credi...
La simpatia, paradossalmente, è nata anche sulle mie contraddizioni, sulle loro critiche. I due ragazzi più giovani avevano seguito alcuni corsi sulla teologia della liberazione. Quando vivevo ancora a Santa Cruz, un giorno ero andata a Cochabamba a tenere un corso per delle suore ed era venuto ad ascoltarmi anche Diego. All’epoca studiava e lavorava e quel giorno, pur trovandosi in mezzo a tutte quelle suore, si era seduto e messo ad ascoltarmi. Poi mi aveva aspettato fuori: "Bello, quello che dici è proprio bello”. E io già mi pavoneggiavo... e invece: "Sì, bello, però, sai... noi queste cose già le sappiamo!”. Ecco, quel giorno proprio mi è caduto tutto addosso, o forse mi si è aperto un sipario. "Le sappiamo già” nel senso che le viviamo, inutile che voi facciate tanti discorsi, ore di conferenze. Ricordo che lui mi aveva detto: "Mia mamma me l’ha sempre detto, nella cultura si è sempre detto così”. Ecco, sono i momenti in cui un rapporto si riequilibra. Che non vuol dire che allora tu non hai più niente da dire e devi solo ascoltare, perché noi mistifichiamo subito: "Andiamo a imparare”. Credo che il termine scambio sia quello più vero.
Quando si assume questa prospettiva, tante cose cambiano nella nostra visione. A me quest’esperienza ha anche insegnato molto a rivalutare la mia identità: non è che vivendo in Bolivia uno diventa boliviano. Anzi, più passa il tempo, più non lo diventa. Più passano gli anni, più ci si rende conto di non aver capito niente. Allo stesso tempo l’identità dell’altro ti evoca moltissimo la tua storia. Quindi nasce un aspetto di scambio profondo, anche tra sé e sé.
Ed è vero, vivendo in questa comunità io ho un grande ritorno anche riguardo il mio pensiero teologico, la mia riflessione morale e sociale.
Oggi nel nostro paese, in Bolivia, è in atto una profonda riflessione sulla nuova costituzione, in cui, ad esempio, la questione del buon vivere è assolutamente centrale.
Nel ‘98 noi avevamo dato questo nome anche alla comunità che abbiamo fondato, che si chiama appunto del "buon vivir”, del vivere bene, che è poi un desiderio comune a tutti gli esseri umani.
Quando sono andata a vivere al "Sud del mondo” come lo chiamano, mi ero fatta un’idea della lotta dei popoli, della situazione economica mondiale; all’epoca a Roma avevo la cattedra di morale sociale per cui lavoravo proprio sui temi della giustizia. Ecco, in Bolivia sono stata costretta a cambiare atteggiamento, a partire dal linguaggio: il sud del mondo, i poveri del mondo... io oggi non ce la faccio più a sentire queste espressioni! Ma perché loro mi hanno sgridato tante volte. Sono proprio molto critici su un certo nostro approccio.
Questo confronto ha un po’ smontato le mie certezze e forse mi ha anche fatto perdere un po’ di popolarità. In Europa abbiamo una visione tra l’idilliaco e l’eroico di questi popoli. E poi c’è questa illusione della perfezione, per cui chiunque viva in un sistema di esclusione è perfetto. Che vuol dire che non si vedono non solo i lati discutibili, ma nemmeno la loro carica di desiderio e dignità, esistenziale prima che economica.
Insomma, io avevo in mente una cosa e invece ne è venuta fuori un’altra. Un’esperienza molto forte, che mi ha aiutato a trovare una concretezza maggiore nei criteri di giudizio, come pure nel lavoro teorico sui principi di diritto, ma anche di dovere, dei popoli.
La Bolivia è un paese pervaso da una grande passione per le altre culture, con uno specifico approccio al mistero. Occorreva quindi demistificare anche questa visione dell’America Latina come continente cristiano. Un tempo dicevamo addirittura cattolico, adesso diciamo cristiano perché come cattolici siamo di meno, per fortuna. Però non è neanche cristiano. Perlomeno la Bolivia ha dei lineamenti molto particolari. Intanto i boliviani sono un popolo molto autonomo, anche rispetto al ruolo della Chiesa, alla figura del missionario: sembrano dipendenti -e forse economicamente lo sono- ma poi invece... tu puoi andare e venire, e intanto la vita va avanti lo stesso. Anche la vicinanza con queste donne molto concrete, ma molto poco polemiche, vere, senza tante storie e con il gusto della vita mi ha insegnato molto. Ecco, in Bolivia impari molto a gustare la vita, un aspetto che nella nostra spiritualità, nella nostra mentalità, mi sembra un po’ sbiadito: per noi l’altro è sempre il bisognoso.
Quella boliviana per me resta un’esperienza di riscoperta della vita, di pensiero positivo sulla vita. Sinceramente certe analisi, così ideologiche, pregiudiziali, sempre catastrofiste, mi urtano proprio i nervi.
La situazione della Bolivia, nonostante l’importante processo di cambiamento politico in atto, resta molto precaria perché alle spalle c’è una storia di ingiustizie, di sfruttamento delle risorse, di quest’ombra nordamericana che è stata molto presente fino al 2005 (si racconta che fino ad allora una legge, prima di essere emanata, veniva passata al vaglio dell’ambasciata nordamericana). Queste sono tutte cose vere, però poi, dall’altra parte c’è la vita di un popolo, una cultura, che non si esauriscono in queste dinamiche.
Un altro aspetto che mi appassiona di questa esperienza è che non c’è dietro un obiettivo, un progetto. Sì, nel corso del tempo ci sono stati dei progetti, molti amici ci hanno aiutato a realizzare delle cose, però non siamo dentro una dialettica in cui si può dire che dopo questi anni abbiamo portato a termine ciò che ci siamo prefissati. No, io sento che lì, come in qualsiasi altro gruppo umano, che vuole essere obbediente a se stesso, al tempo presente, occorre stare costantemente vigili sul proprio operato quotidiano. Anche noi alle volte abbiamo la tentazione di dire: "Vabbé, questo l’abbiamo fatto, sediamoci”. Ma io credo che lì il mio ruolo sia anche quello di spingere a continuare, a guardare avanti.
Tu preferisci parlare di "religiosità della vita” più che di vita religiosa.
E’ un’intuizione che mi frulla in testa da tanti anni. E pure questa non è una riflessione conclusa. A me sembra che ci siano degli aspetti della vita che abbiamo il dovere e l’obbligo di restituire. Le religioni, parlo soprattutto della nostra, la religione cristiana, cattolica, con il suo apparato istituzionale, ha creato un sistema ideologico, un universo simbolico attorno al sacro, a Dio, a Cristo che di fatto ha privato le persone del diritto a una vita di profondità, di senso. Non parlo della fede, ma proprio del senso del momento che viviamo.
Il mio lavoro teologico deve allora essere innanzitutto quello di restituire ciò che ci appartiene. Parlare di vita religiosa mi suona sempre come l’appiccicare un’etichetta a qualcosa che già esiste.
Non è solo la teologia che può parlare di Dio. Altre discipline, altri approcci possono parlare del segreto della vita. Dio stesso non è appiccicato qua per cui lo aspettiamo, c’è da scavare...
Io arrivo a dire che in qualche modo anche la mistica è un diritto umano, inteso come diritto di avvicinarci alla profondità della vita. Una potenzialità che abbiamo tutti nelle differenti tappe di maturità, di coscienza, che attraversiamo nel corso della nostra storia.
La mistica, nella sua connotazione più profonda, è il desiderio di essere protagonisti nella storia osando un altro modo di avvicinamento al mistero. La stessa espressione "mistica politica” io la interpreto come l’esperienza consapevole di coloro che vivono stando dentro.
E’ allora molto importante ricordarci che la vita è religiosa di per sé, nel senso che è capace di religere, di creare questi legami, di trovare questo senso. Poi ci sono gli specifici, che sono legati alle nostre differenti identità. Nel senso che io in base ai miei geni, al mio modo di essere, al mio carattere, faccio delle scelte e, ad esempio, nel mio caso, mi sintonizzo con quest’antica spiritualità, che mi aiuta a vivere, che per me è la spiritualità domenicana, per un’altra persona può essere un’ideologia. Però quello che mi sembra importante è non perdere le dimensioni più profonde della vita, di non fermarci alla superficialità.
Perché la spiritualità domenicana?
Anche lì ci sono tanti fili, tant’è che io mi sento più scelta. Per me è stato come sbattere la testa contro un muro e scoprire che proprio lì c’era un bel quadro. Ecco a me è successo un po’ così, non è un’opzione che avevo messo in conto nella mia vita. Ci sono entrata perché affascinata dall’intuizione originaria di questa spiritualità, una scintilla che mi ha aperto orizzonti nuovi, che mi ha offerto delle possibilità inedite di conoscenza di me stessa. E’ stato un po’ il mio laboratorio di analisi.
Lo stile di Tommaso ha aperto nella storia la possibilità di un altro modo. Mi hanno catturato soprattutto lo studio e quest’itineranza mentale che poi diventa -con la predicazione- un’itineranza fisica.
Noi purtroppo conosciamo San Tommaso solo attraverso i tomisti, che è una cosa che non dovremmo mai fare! Però se invece vai a vedere come si è costruita questa struttura filosofica, teologica, ne resti affascinato perché Tommaso usava il pensiero arabo, il pensiero greco... Tant’è che venne anche osteggiato perché utilizzava fonti diverse da quelle classiche.
Questo aspetto mi ha affascinato fin da subito, cioè il pensare che in fin dei conti anche nel 1200, nel 1300, c’era questa possibilità di vivere fuori dai confini ufficiali, con un approccio differente. Questo ordine inizia proprio con la rivendicazione di un approccio alternativo alla stessa eresia: voi li ammazzate invece noi ci andiamo a parlare perché dicono anche delle cose interessanti. Questa spiritualità per me è una fonte, una sorgente attiva, a volte un po’ la mia grotta, la mia cella interiore, nel senso che mi ci riposo. Ovviamente all’origine di questa scelta c’è anche l’incontro con delle persone specifiche, che mi hanno convinto a fermarmi, nel senso che sono state così brave da farmi sedere. Altri avrebbero potuto mandarmi a casa. Ci sono tante esperienze nella vita che tu cogli però poi transiti...
Qual è il tuo rapporto con le istituzioni religiose?
Anche ieri a Milano mi chiedevano del mio rapporto con l’istituzione. Io ho sempre più l’impressione che esistano dei confini falsi nel nostro immaginario. Uno dice: "Sto dentro la Chiesa” o "Sto fuori dalla Chiesa”. Cosa significa? Personalmente, fino a quando non vengono a dirmi qualcosa e qualcosa sono già venuti a dirmi... Ma in fondo che confine mi possono porre? Da che confine mi possono buttar fuori, dalla cattedra universitaria? Va bene. Ma dalla Chiesa? Io non mi identifico certamente con questo tipo di struttura ecclesiale. E d’altra parte vedo che ci sono milioni di persone nel mondo, anche in Italia, che continuano a vivere la fede cristiana in un certo modo, per cui dico: che ci mandino via. Dopodiché discuteremo di cosa significa mandarci via, perché io non credo che ci siano questi limiti. Anche quando si parla della vita religiosa, si dice: "E’ uscito...”. Ma uscito da dove? cioè da dove si esce in una spiritualità? Bisognerebbe invece allargare gli spazi. Laddove la teologia lavora in questi ambiti ecumenici, interculturali, sociali e ideologici, ci si accorge che forse è giunto il momento di allargare la tenda, come dice il profeta Isaia, di spostare un po’ più in là i paletti.
Io comunque sicuramente non ci sto dentro con fatica, ci sto dentro con molta critica e sono disposta ad assumermi le conseguenze. Quello che non mi piace è questo tipo di silenzio clandestino. Per paura di che? Coscientemente l’unica paura che ho è di perdere il lavoro all’università. Ma non mi fermo prima che me lo facciano perdere. Credo che nella Chiesa bisogna starci con affetto, non con menefreghismo, però con affetto critico.
In tutta l’America Latina, che era un po’ il mito per l’Europa di una Chiesa alternativa, oggi sono riusciti a soffocare tutti gli slanci. Un po’ è cambiata anche la storia dei popoli -anche quello è un aspetto interessantissimo- però a me sembra che loro abbiano fatto di tutto perché cambiasse. Istituzionalmente, basterebbe andare a vedere il Brasile, o il Perù, che è in una situazione disastrosa, con quest’infiltrazione dell’Opus Dei, cioè hanno mandato tutti vescovi di un certo tipo.
La Bolivia ancora si salva, secondo me perché ci sono pochi soldi. Forse da noi potranno arrivare piuttosto come crociata, perché adesso il governo è molto critico con la Chiesa, per cui magari sono capaci di presentarsi da eroi, da crociati, appunto, che vanno contro il fantasma comunista -non so dove lo vedano, però...
Leggendo l’ultimo documento dei vescovi latinoamericani redatto ad Aparecida 2-3 anni fa, tu senti che da Medellin a Aparecida è in atto quest’emorragia che è andata debilitando quella potenza esperienziale, teologica che aveva maturato l’America Latina. Il documento poi è stato rivisto, e tuttavia... Ormai parliamo da soli a questi livelli...
Qualche anno fa in un libretto intitolato La religiosità della vita, hai proposto una rilettura dei voti di povertà, obbedienza e castità. Puoi raccontare?
Sulla scia di questa convinzione che tutti abbiamo il diritto di vivere in un certo modo il rapporto con il senso più profondo della nostra vita, ho incoraggiato il recupero di un certo stile di vita, che però, intendiamoci, non ha nulla a che vedere con l’idea di una modalità dettata dal sacrificio ascetico. Io penso piuttosto a uno "stile” che mi permetta di creare dei legami, con l’umanità e con il cosmo, differenti.
Nella tradizione i voti sono nati in un certo modo poi si sono riletti non so quante volte e quindi hanno assunto colori e sfumature differenti. Oggi io credo che bisogna farne una rilettura.
I termini mi sembrano un po’ insufficienti, perché oggi cosa vuol dire: "Faccio voto di povertà” quando siamo lì tutti dalla mattina alla sera, il Papa compreso, a far conti? Mi sembra un’interpretazione un po’ fuori tempo, fuori contesto. Lo stesso: la castità, che cosa vuol dire? Tutti sogniamo delle relazioni vere, autentiche, non violente... Mi sembra siano concetti da riprendere e che in fondo tutte queste intuizioni ruotino attorno a una domanda cruciale: come posso vivere bene nelle relazioni con le persone? Che poi sia la persona con cui passo tutta la vita o i miei colleghi di lavoro o altri non ha importanza. E poi c’è il rapporto con la natura e con gli oggetti, con cui pure bisognerà fare i conti. Ecco secondo me c’è un filo trasversale che percorre queste problematiche.
I voti in fondo sono la problematica delle relazioni: con gli altri, con questa profondità della vita, con il mistero, con Dio per chi ci crede, con le cose.
Allora, il voto di povertà per me oggi equivale piuttosto alla ricerca della giustizia. E anche quella che noi chiamiamo castità io la vedo legata alla capacità di essere una persona che recupera infinite volte. Credo che questo sia un messaggio molto cristiano: il rimettere in piedi, il rimetterci in piedi, il perdono, la riconciliazione... Nella nostra quotidianità sono queste le esperienze con cui siamo chiamati a confrontarci. E poi c’è l’obbedienza, che è questa capacità di essere presenti nella storia, di ascoltare, di non camminare distratti, ma di essere appunto presenti, quindi creativi e probabilmente a volte anche un po’ disobbedienti.
Nella tradizione andina c’è questa triade molto interessante che viene da un antico saluto e che recita: "Non rubare, non mentire e non essere pigro”. Ecco, per me sono i tre voti. Non rubare è questa ricerca di un’economia di scambio differente. Non essere pigri è l’obbedienza, e non mentire è la castità, cioè la trasparenza nelle relazioni, il lasciare che le relazioni ti facciano crescere, qualsiasi tipo di relazione.
Infine, io credo che, anche se noi siamo portati a spezzettare la questione, in realtà non si può rispettare un voto trascurandone un altro, nel senso che sono i fili di una stessa trama e la problematica infine è sempre quella: come riuscire a vivere insieme senza farci troppo danno, senza interrompere il ciclo della vita, nostra e della natura. La stessa questione dell’imparare a vivere con le cose mi sembra molto importante. Io oggi sento che, se volessi rifiutare la tecnologia, dovrebbe essere un rifiuto totale, per cui dovrei, ad esempio, andare a vivere a 4000 metri di altitudine (a parte che anche lì adesso arriva la luce, la radio...). Ha senso? Francamente mi convince poco l’idea di rifugiarsi in alternative apparentemente radicali.
Anche domenica scorsa ho sentito: spegniamo la televisione. Va bene, spegniamo la televisione, la guardo così poco, figurati se è un problema. Ma non è quello. A me non sembra quello il punto. La spegniamo tutti? Va bene la spegniamo tutti, ma se poi i nostri figli invece la vogliono vedere? Ne facciamo dei frustrati? Che facciamo con tutte queste cose? Anche in questo la Chiesa, la teologia sono molto deboli, siamo molto deboli, perché noi parliamo sempre agli stessi, che sono quelli che la pensano come noi.
Ieri sono andata a quest’incontro a un corso di formazione per i dipendenti della Volvo. Essendo a Bari ho dovuto prendere l’aereo e quando sono atterrata a Milano tra la neve e la stanchezza, mi è venuta un po’ di paura: "Ma cosa ci vado a fare? A questi che gliene importa?”. Il tema era bello, "l’importanza della diversità”, però temevo fosse un’iniziativa imposta. Invece sono rimasta affascinatissima dal tipo di scambio che è venuto fuori: c’erano i due dirigenti, e poi i dipendenti e i loro familiari. Si è creato un clima interessante, perché poi devi ricalibrare i linguaggi, essere molto più autentica. Questo mi ha interrogato sui luoghi che frequentiamo, sulle persone con cui parliamo, che rischiano di essere sempre le stesse.
In un invito a recuperare una dimensione ricca della vita, tu lamenti il fatto che "il dio cattolico, cristiano non gioca mai”....
La lettura teologica e spirituale che ha prevalso nel mondo occidentale, invece di considerare il sacrificio come una dimensione "normale” della vita, nel senso che la vita, anche biologicamente, fa degli sforzi per poter essere tale, ha sacralizzato questo aspetto, relazionandolo a Dio. In quest’operazione si è persa un po’ la dimensione dell’abbondanza e della gratuità, del gioco anche. Io invece dico che la vita non è taccagna. Nei suoi corsi ha dei parti difficili, delle abbondanze esagerate, delle irruzioni violente, ma non è avara. A me sembra che invece noi pensiamo alla vita nella dimensione della taccagneria, cioè del risparmio, che tra l’altro nel mondo occidentale non è quello della sopravvivenza ma dell’accumulo. Una dimensione che vizia le nostre relazioni con le persone, ma anche con il tempo e quindi con Dio. Mi sembra molto povero programmare la vita secondo i criteri del risparmio. Bisognerebbe essere così creativi, immaginativi, da tornare a pensare la vita nei termini dell’abbondanza. Sarebbe interessante anche recuperare quei fili della tradizione che ci danno un’indicazione diversa. Per esempio, la stessa spiritualità francescana evoca l’abbondanza non la povertà, come la si è voluta rileggere. Cioè il rapporto di Francesco con il corpo mi sembra di abbondanza non di sacrificio. Certo, in alcuni frangenti, emerge la durezza del patire certe situazioni, però nella spiritualità cristiana mi pare ci siano stati momenti di oscurantismo spirituale che hanno fatto male anche alla vita religiosa.
In fondo poter vivere insieme agli altri, ascoltare, aiutarci a essere il più veri possibile è un’economia di abbondanza. Anche di abbondanza di tempo non perché abbiamo tanto tempo ma perché lo respiri fino all’ultimo.
Il fare casa, la comunità, è un tema ricorrente nella tua riflessione.
Ovviamente quando parlo di "fare casa” non intendo farsi la casa, anche se in realtà noi in Bolivia una casa l’abbiamo pensata e anche costruita. Ed è stato bello e significativo far nascere anche concretamente degli spazi nostri, ripensati da noi, pitturati da noi...
In effetti è un tema cruciale nella mia riflessione. A marzo uscirà un libro che è proprio centrato tutto sugli spazi. Anche chi non ha casa, intesa come struttura fisica, ha il desiderio, ha spazi interiori o perlomeno simboli che evocano il suo diritto ad abitare. La casa può allora diventare una chiave di lettura importante per ripensarci e ripensare. Il tema della casa richiama, anche etimologicamente, quello dell’etica, dell’ethos appunto, che io interpreto come luogo in cui gli esseri umani possano davvero vivere con familiarità. Prima di tutto familiarità con la vita, che vuol dire vivere intensamente, non distratti, ma poi anche familiarità con la casa, perché è casa nostra, è la "dimora umana”. In questo senso fare casa è una proposta etica.
Mi sembra importante provare a restituire questa simbologia. Per noi donne la casa evoca cose positive, ma anche negative, perché nel corso del tempo, nell’ambito di diverse culture, sono successe anche tante cose negative entro le mura domestiche. Però io non credo che la colpa fosse della casa. Anzi io vedo che la casa è proprio il nostro modo di essere, il nostro corpo. A volte mi domando se dietro questa ricerca non ci sia anche un po’ la mia nostalgia, perché quando viaggio molto è proprio il pensiero della casa a sostenermi. La casa, poi, non è solo il luogo della privacy. Anzi, sebbene si restringano gli spazi in realtà nella casa ci abita l’intera umanità. Oggi ancora di più grazie alle tecnologie: in fondo anche in una casettina di campagna oggi circolano tante cose, volendo ci entra tutto il mondo!
(a cura di Barbara Bertoncin e Antonia De Vita)







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Intervista a Rienzo Colla.

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il risaputo...
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Intervista a Carlo Ginzburg.

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