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G. Melchiorre sulla gestione del rischio nei disastri naturali e antropici


  
UNA CITTÀ n. 178 / 2010 Ottobre

Intervista a Giuseppina Melchiorre
realizzata da Gianni Saporetti

SE UN FIUME SI CHIAMA DRAGONE
La gestione del rischio significa innanzitutto fare in modo che, quando si verifica il disastro, si debbano prendere il minimo delle decisioni; il dibattito sulla prevedibilità e l’importanza di creare una “protezione civile dal basso” perché l’improvvisazione è sempre deleteria; il caso de L’Aquila; intervista a Giuseppina Melchiorre.

Giuseppina Melchiorre è dottore di ricerca in Fisica presso l’Università di Bologna e si occupa di gestione del rischio relativo a disastri naturali e antropici, con particolare riferimento a terremoti, alluvioni e altre catastrofi.

Tu ti occupi di "gestione del rischio” e hai seguito anche l’intervento post-terremoto a L’Aquila. Lì la prima questione è stata se l’evento fosse prevedibile...
Quando ci si occupa di gestione del rischio indotto da disastri naturali bisogna sempre adottare un approccio multidisciplinare, perché si tratta sempre di fenomeni complessi e quindi c’è bisogno di competenze diverse, il fisico, l’ingegnere, lo psicologo, eccetera.
Per gestire l’emergenza non basta dunque avere un modello di previsione. Nel caso specifico dei terremoti, dei modelli esistono, altri sono allo studio, ma sono strumenti statistici e quindi soggetti a un certo tasso di errore, quindi possiamo dire che un terremoto non è scientificamente prevedibile, ma questo è un falso problema, perché avere una previsione precisa non vuol dire riuscire a gestire il rischio.
L’inverno scorso, a livello meteorologico, era stato previsto perfettamente quanta neve sarebbe caduta, eppure l’intero sistema ferroviario è entrato in tilt. Perché? Perché non c’era un piano per gestire quella situazione nel momento in cui si verificava.
Ora c’è una grande enfasi sulla previsione, si stanno stanziando finanziamenti, spesso si sente dire: se io prevedo, controllo la situazione. Ma non è così. Katrina è un altro esempio: dell’uragano si sapeva, certo gli scienziati avevano cercato di evitare il panico, di rassicurare la popolazione, ma questo è un altro discorso che ha a che fare con la gestione della comunicazione.
Franco Boschi è stato molto criticato perché alla vigilia del terremoto ha negato che si potesse prevedere il sisma e si è assunto la responsabilità di dire che non sarebbe successo, appunto per non far scattare l’effetto panico. Ora, io non condivido molte delle sue affermazioni, però in questo caso specifico concordo sull’approccio da lui tenuto, perché in effetti, ad oggi, rispetto ai terremoti, non hai la certezza né che non succeda, né che succeda. Ma di nuovo, anche supponendo che tu potessi essere sicuro che succeda, gestirlo è un’altra cosa.
Cosa vuol dire allora gestire questo tipo di situazioni?
Gestire vuol dire fare tutto il necessario affinché nel momento in cui l’evento si verifica, si debbano prendere il minimo delle decisioni. Questo è il punto più importante: quando il rischio si verifica, dev’essere tutto già organizzato a monte, prima, così da poter intervenire in maniera mirata, con degli automatismi e senza troppe decisioni da prendere.
Quando scatta la colonna mobile della Protezione Civile, all’interno c’è di tutto e di più, dai volontari sanitari, ai geometri, ai geologi ecc. Sono tutti personaggi diversi che si devono interfacciare e devono essere messi in moto contemporaneamente.
Allora, se queste persone hanno già fatto delle esercitazioni per prestare soccorso, il campo base lo monti in 24 ore. E’ quello che è successo giù a L’Aquila. La colonna mobile dell’Emilia-Romagna, allertata alle cinque della mattina, alle otto e mezzo era già in movimento, un tempo brevissimo, eccezionale. Infatti in quell’occasione sono state mosse molte critiche, ma secondo me la Protezione Civile, più di quello che ha fatto, in quel momento, non poteva fare.
Alle undici-mezzogiorno la Protezione Civile dell’Emilia Romagna aveva iniziato le operazioni di allestimento del sito, e la mattina successiva -a distanza di 24 ore- avevano già dato la prima colazione, quindi il campo base era ben allestito. Come si spiega una tale efficienza? Semplicemente con il fatto che queste persone erano già state addestrate. Quando infatti, nel 2007, c’è stato il pericolo dell’esondazione del Po, avevano fatto delle esercitazioni, e quindi sapevano che cosa fare.
Ovviamente nel momento in cui vai in un posto nuovo, trovi sempre dei problemi che magari non avevi previsto, ma questi devono essere ridotti al minimo indispensabile. Tutto il resto deve funzionare.
Questo è il punto cruciale. Ora in alcune regioni, come l’Emilia-Romagna, la Lombardia, il Veneto, il Trentino, questo meccanismo funziona; in altre regioni, così così, perché manca proprio una cultura diffusa, e gli esperti, i professionisti sono comunque un numero ridotto. In Italia, i dipendenti della Protezione Civile, quelli che lo fanno di mestiere, sono tremila. Quando è successo il terremoto a L’Aquila, solo l’Emilia-Romagna ogni settimana mandava giù circa mille volontari. Questo per dare la misura. E’ dunque evidente che c’è bisogno di coinvolgere e formare adeguatamente anche i volontari, di promuovere una protezione civile dal basso, per evitare il rischio che chi va ad aiutare, anziché essere d’aiuto, sia d’impiccio. L’improvvisazione è assolutamente da evitare.
Quando parli di preparazione dal basso hai in mente un corpo di volontari o tutta la popolazione?
Un po’ tutti e due. Si potrebbe far qualcosa anche con tutta la popolazione. Il rischio, e la gestione del rischio, è un fenomeno complesso, perché gli effetti non sono proporzionali alla causa. Nella visione classica della fisica, studiando la causa, si riesce in qualche modo a prevederne gli effetti, entro certi limiti. Nella gestione del rischio non è proprio così. Uno può conoscere la causa, il terremoto, ma poi gli effetti dipendono da tante cose, da come gestisci il rischio nel momento in cui si è verificato l’evento, da come gestisci la comunicazione.
Quando dico "protezione civile dal basso” allora intendo dire che ci devono essere delle persone in grado di dire alla popolazione cosa fare, ma anche che la popolazione che abita in zone a rischio sismico deve conoscere i reali pericoli che corre. Al limite anche i bambini dovrebbero sapere cosa fare quando succede un terremoto, e questo è possibile solo se vengono coinvolte le scuole. Ma è soprattutto la popolazione adulta che deve essere resa maggiormente consapevole. Io non penso che tutti quelli che abitano a Rimini sappiano che quella è zona sismica. Il fatto che non si sia verificato un terremoto negli ultimi cent’anni non vuol dire che non si possa verificare. Così come tutta la gente che abita intorno alla zona del Vesuvio sa che c’è stata un’eruzione, ma non è conscia del pericolo che corre.
Come si può sviluppare questa coscienza?
E’ una questione complessa. Sicuramente le esercitazioni possono aiutare ad avere almeno la sensazione di quello che può succedere. Poi il rischio percepito è sempre una questione molto intricata. L’anno scorso, quando c’è stato il periodo degli incendi negli Stati Uniti, a un certo punto hanno trovato due corpi carbonizzati in una piscina proprio in una zona a rischio. Allora mi son chiesta come fosse possibile. Secondo me le persone che erano andate in piscina avevano coscienza del fatto che stava arrivando il fuoco, ma forse non della temperatura che quel fuoco portava. Cioè la piscina può essere un refrigerio se ci sono 40 gradi, però un fuoco ha l’ordine dei 2000 gradi, quindi quando arriva sei in un altro mondo. Questo è qualcosa che avrebbero dovuto sapere, invece la mia impressione, in quello come in altri casi, è che le persone corrano dei pericoli, anche gravi, senza neanche rendersene conto.
Senza andare negli Stati Uniti, basterebbe ricordare cosa avviene ogni anno in Sardegna o in Sicilia. Adesso non si possono più accendere i fuochi quindi il fenomeno si è ridimensionato, ma ancora oggi il problema maggiore è che la gente è convinta di poter controllare il fuoco.
La gente fa sempre resistenza all’ipotesi di lasciare la propria casa, anche se è a rischio...
Si matura sempre un legame affettivo con il luogo in cui si abita, quindi si fa fatica ad allontanare la popolazione da un luogo. Questo succede a L’Aquila, ma anche in molte zone del Po, dove, ad esempio, molte case sono costruite in delle golene. Ora, è vero, è difficile dire a qualcuno: "Dovete andar via da lì”, però di fatto una casa in una golena è a rischio di esondazioni, c’è poco da dire, allora il minimo che si può pretendere è che le persone sappiano cosa fare nel momento in cui succedesse, per evitare che ci siano dei morti...
C’è poi la questione della messa in sicurezza, che può avere effetti paradossali nella psicologia collettiva. Cioè, quando si mette in sicurezza, si deve evitare di alimentare l’illusione che la zona a quel punto sia diventata sicura, perché questo può produrre dei danni immani.
Adesso, per dire, nel nord della Germania, sul Mare del Nord, c’è una situazione davvero bizzarra. Negli anni Cinquanta in quelle aree ci sono state delle esondazioni dovute alla rottura degli argini da mare e ci sono stati molti morti. Allora hanno alzato gli argini. Ora, quando uno progetta un argine lo fa in base ai tempi di ritorno di una certa esondazione (il tempo di ritorno è l’intervallo di tempo che intercorre tra un fenomeno e il successivo). Più cresce questo tempo, cioè più sono rari i fenomeni, più aumenta il pericolo. Basti pensare ai terremoti, maggiore è l’energia accumulata, più grave sarà la scossa in superficie nel momento in cui si rompe l’increspatura.
A quel punto subentra anche un problema di costi: costruire un argine per un tempo di ritorno di 500 anni non significa raddoppiare quello pensato per un tempo di 200 anni, ma servono interventi più elaborati, un argine di dieci metri, o addirittura di cento, richiede proprio un progetto diverso e ben altri investimenti. Allora c’è sempre una forma di compromesso tra il fenomeno che può avvenire, la messa in sicurezza dell’area e i costi.
Resta il fatto che un tempo di ritorno lungo vuol dire maggiore pericolo. Purtroppo però se il tempo di ritorno è lungo la gente dimentica e quindi...
Dicevo del Mare del Nord. Ecco, lì dopo quanto avvenuto negli anni ‘50, hanno costruito degli argini un po’ più alti. Tuttavia, se il pericolo esiste, uno non dovrebbe poi costruire dietro l’argine, invece è successo esattamente questo: si è costruito sempre di più e sempre più a ridosso dell’area incriminata e poi si sono insediate le industrie, ecc., con il rischio che se il fenomeno naturale si ripresenta, ora i danni saranno superiori a prima che ci fosse la messa in sicurezza, cioè se prima si perdeva cento, adesso si perde mille.
Perché la messa in sicurezza, paradossalmente, ha portato a un aumento del numero di residenti e quindi di persone a rischio. Non solo, ora, in caso di esondazione, ci sarebbe anche un’ingente perdita economica perché è sorto tutto un indotto che verrebbe distrutto...
Quello che è successo quest’anno in Pakistan è ugualmente emblematico: se l’esondazione e gli allagamenti fossero stati la normalità, la gente non si sarebbe insediata lì, evidentemente era passato tanto tempo dall’ultima volta...
In parte succede anche in Italia. Le zone di Parma e Piacenza sono soggette all’esondazione del Po, eppure sono tutte città che da un punto di vista economico, soprattutto negli ultimi anni, si sono molto sviluppate, facendo crescere proporzionalmente sia il numero di persone che quello dei beni a rischio. Sono processi difficili da impedire. L’unica cosa da fare sarebbe di ricordare alle persone che abitano in quell’area che comunque il pericolo esiste, altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di metterla in sicurezza.
Il fatto è che non basta dire che c’è il pericolo, bisogna anche prepararsi. Nel caso di Katrina si sapeva perfettamente cosa sarebbe potuto succedere, però l’evacuazione non ha funzionato, anche perché gli argini costruiti non si sono rivelati adeguati. Ora sono a norma, però non è che così New Orleans non sia più a rischio. Anzi, se non succede niente nei prossimi 50-100 anni, quella zona si ripopola...
E’ un circolo vizioso: se metti in sicurezza, psicologicamente la gente si adagia, e quando passano due o tre generazioni, si sente fuori pericolo. Come attuare un’educazione permanente, se il pericolo non è imminente?
E’ difficile. Anche le frane hanno i loro tempi di ritorno, ci sono dei momenti in cui sono più attive e dei momenti in cui sono meno attive. Cosa si fa? Una popolazione deve essere conscia che quella è una zona franosa, dopodiché la scelta se andare a costruire o meno sta ai singoli. In una zona vicino a Parma, a Cogolonchio, è successa la stessa cosa, il paese storico è costruito su una roccia, dopodiché negli anni ‘60 hanno costruito più a valle, sono stati installati i salumifici, e così quando è arrivata la frana i danni sono stati ingenti, ma quella era una zona franosa da millenni, semplicemente per diverse centinaia d’anni non si era fatta sentire, poi a un certo punto la frana ha cominciato a riattivarsi...
A posteriori uno dice: "Non avrebbero dovuto costruire lì”, ma loro neanche avevano la memoria storica di quello che era successo. Certo le persone competenti avrebbero dovuto sapere che quella è una frana che è attiva da anni. Quello che è successo adesso giù in Campania è la stessa cosa. Cioè se un fiume si chiama Dragone, ci sarà pure un motivo!
Ma questo discorso vale per tante località: uno vede che il paesino storico è collocato in una zona sicura, quello che è stato costruito dopo, no. E infatti tutte le volte che succedono queste frane, sono sempre le case nuove, quelle costruite nell’ultimo periodo, a essere interessate. D’altra parte, evacuare una città non è mai semplice, l’abbiamo detto. Molta della gente che è rimasta a New Orleans lo ha fatto perché voleva, non è facile sradicarsi da un posto...
Quindi i nodi fondamentali sono due, quello della percezione del rischio reale, e poi il discorso che facevo all’inizio, sul cosa fare quando succede un’emergenza.
Dicevi che anche la comunicazione è fondamentale...
Faccio un esempio: se succede un incendio, bisogna dire alla popolazione non solo che deve evacuare la zona, ma anche dove deve andare, per esempio, perché non è escluso che uno, nel panico del momento, vada casomai proprio verso l’incendio. Non bisogna essere vaghi. Cioè un messaggio come "cercate protezione” è sbagliato; è necessario dire in che modo cercare protezione.
Questo vale evidentemente anche per i terremoti. Boschi quando è stato contestato, ha detto una cosa ben precisa: "Noi non potevamo lanciare l’allarme, facendo evacuare L’Aquila e trasportando tutta quella gente a Sulmona, perché se poi il terremoto succedeva a Sulmona, il danno sarebbe stato raddoppiato”, e questa è una cosa vera, nel senso che se c’è un pericolo che non si è ancora espletato, uno non può limitarsi ad allontanare la gente, deve anche porsi il problema del dove. Una comunicazione responsabile è molto importante.
I mass media, da questo punto di vista, talvolta fanno più male che bene. In caso di esondazioni, per esempio, un classico messaggio sbagliato che viene lanciato è quello delle epidemie. Non è vero che dopo un fenomeno particolarmente disastroso ci sono più epidemie che in altri periodi. Quello che succede è che ci sono meno medicine.
L’altro spauracchio che i media ripetono sempre è quello dello sciacallaggio. Di nuovo, non è vero che si scatenano fenomeni di sciacallaggio in queste situazioni. La storia di Katrina, anche qui, ci insegna qualcosa. In realtà chi ruba nei negozi in genere lo fa per mangiare. Certo, avverrà anche qualche furto, ma uno dovrebbe confrontare questi dati con i periodi di normalità e le indagini effettuate ci dicono che in queste situazioni non succedono più furti che nelle condizioni normali. D’altronde, in condizioni normali uno va al supermercato per comprare, non per rubare, ma se non hai soldi, non hai cibo, e quindi entri in un supermercato e prendi lo stretto indispensabile, beh, quello non lo puoi considerare sciacallaggio.
L’aspetto più grave è che spesso questi messaggi finiscono per influire sullo stesso operato del Governo che invece dovrebbe agire "in piena autonomia”.
Alla fine, a forza di gridare all’allarme sciacallaggio, a New Orleans hanno mandato l’esercito. Niente di più sbagliato, perché l’esercito, proprio per come è strutturato, non è un organismo che può prestare soccorso alla popolazione civile, non ha proprio gli strumenti: il soldato sa usare le armi, ha il controllo della violenza, ma è impreparato a interfacciarsi con un bambino.
Anche a L’Aquila è stato mandato l’esercito.
Ed è stato sbagliato. Cioè se bisogna vietare alle persone di entrare nel centro storico, si può far ricorso alle forze dell’ordine, a una componente militare, ma i militari non possono prestare soccorso nei campi base. Lì c’è bisogno di persone che sappiano come interfacciarsi con i civili. C’è bisogno dello psicologo, del medico, del geometra, del cuoco, ma non del militare.
Per concludere sull’informazione, un ruolo che potrebbero assumersi i mezzi di comunicazione è anche quello di dire cosa sta succedendo e cosa deve fare la gente. O anche fornire indicazioni su dove rivolgersi per i documenti, uno in quelle occasioni si trova senza carta d’identità, senza patente e magari ne ha bisogno... Per fare questo però il giornalista deve interfacciarsi con chi è competente, non può agire autonomamente.
Una questione ulteriore, che riguarda anche noi, è che sarebbe importante assumere un linguaggio comune e condiviso, è un classico che neanche architetti e ingegneri spesso riescono a intendersi, perché usano termini uguali per indicare cose diverse o viceversa. Questo è un discorso che vale nel rapporto tra gli specialisti che, avendo competenze diverse, rischiano di essere troppo autoreferenziali, e quindi di non capirsi neanche tra di loro, ma vale anche nel rapporto con la popolazione, perché è importante che gli addetti ai lavori trovino il modo di farsi capire anche dalla gente comune.
Prendiamo la questione della centralizzazione: in questi frangenti è necessario un comando unico delle operazioni?
Io, da un punto di vista personale, sulla questione dell’autorità ho molti punti interrogativi, però ritengo che in quel momento sì, sia necessario.
Le persone che vengono mobilitate sono veramente tante e anche le figure coinvolte sono diverse: ci sono i media, i vigili del fuoco, i militari, per cui è quasi indispensabile una struttura verticale, a piramide, con responsabilità precise. Ci dev’essere un cervello che distribuisce i compiti: "Tu devi fare questo, tu devi fare quello...”. Ovviamente questa organizzazione e questa comunicazione devono avvenire prima.
Se invece è tutto un po’ alla pari, l’autorganizzazione non funziona, purtroppo. Dico purtroppo perché me ne dispiace, ma è così. Dopodiché c’è il problema di come uno gestisce il potere che ha. Ma questo è un altro discorso.
Anche i tempi della decisione sono importanti. In un momento di massima emergenza chi comanda non dovrebbe poter decidere con autonomia assoluta, senza filtri o controlli? Se poi sbaglia si assumerà le sue responsabilità.
E’ una questione mal posta, perché le decisioni principali vanno prese prima, non in quel momento. Non a caso, ho usato la parola "cervello”. Se succede un terremoto in Emilia-Romagna, si deve già sapere dove mettere il campo base, come pure quali sono i possibili fornitori. Proprio per evitare di avere a che fare con ditte o soggetti di dubbia serietà. Il problema dell’infiltrazione della mafia in questo modo potrebbe essere evitato a monte, perché se quando succede il fatto tu hai delle liste, a quel punto la strada è già tracciata: "Questa è la lista, contatto Tizio, non c’è, contatto Caio....”, cioè vai in successione. Ma le liste devono essere state preparate in tempi "di pace”, non all’ultimo momento, perché in quel frangente non sei in grado di usare un criterio oggettivo, adotti un criterio soggettivo, il famoso "mi fido di”, che è molto pericoloso, perché magari la persona che prende la decisione si muove in buona fede, ma non così il suo interlocutore...
Ovviamente resta sempre un margine di imprevisto, ma in una situazione ideale, in caso di emergenza, chi ha la responsabilità di mettere in moto la macchina dovrebbe poter limitarsi a fare una telefonata, il resto deve in qualche modo scendere a cascata, senza bisogno di ulteriori decisioni.
Già oggi in ogni Comune è prevista la presenza di un "responsabile” della Protezione Civile. Ogni Comune, poi, a partire dal 2001, ha l’obbligo di allestire i piani di evacuazione dell’area, assieme alla stesura di quelle che dovrebbero essere le aree nelle quali mettere dei campi base per uso civile e per chi presta soccorso.
A L’Aquila ha funzionato questo "sapere prima”?
A L’Aquila il problema è stato che il terremoto ha reso inagibile lo stesso Comune, mandando in tilt l’intero ingranaggio, e costringendo a quell’improvvisazione che ha portato a ritardi e disfunzioni nelle operazioni di soccorso.
Per fare un campo è indispensabile sapere dove ci sono gli allacci per l’elettricità, la rete idrica, la rete fognaria, perché se sbagli finisci con l’essere costretto, ad esempio, a scaricare a cielo aperto, che può andar bene per un giorno o due, ma poi diventa un incubo. Queste sono cose fondamentali da sapere. A L’Aquila invece non sapevano e, da questo punto di vista, è stato un delirio. Cioè è stato tutto il contrario di come avrebbe dovuto essere. Con effetti devastanti, perché un campo per duemila, tremila, cinquemila persone, se non lo costruisci con criterio, dopo due giorni è ingestibile. Tra l’altro, se fai qualche errore, diventa anche difficile rimediare in corso d’opera.
Facciamo l’esempio del campo di Piazza d’Armi, che è stato allestito dal dipartimento della Protezione Civile nazionale, per poi essere dato in gestione all’Emilia-Romagna. Ecco, lì purtroppo molte cose sono state fatte un po’ frettolosamente, anche per mancanza di competenze tecniche, infatti rispetto agli altri campi, c’era sempre qualcosa che non funzionava, ma perché c’erano dei vizi originari.
Il campo a Villa Sant’Angelo, che invece è stato fatto dall’inizio alla fine secondo un progetto dettagliato, non dico che era un "camping”, ma quasi. Queste non sono considerazioni di poco conto, perché in un campo base alla fine la gente ci sta dei mesi.
A L’Aquila, le aree che erano destinate ai campi non erano attrezzate, non avevano gli allacci. Addirittura l’area destinata al campo di Villa Sant’Angelo non era nemmeno stata bonificata, per cui gli uomini della Protezione Civile, la prima cosa che han dovuto fare, è stato togliere l’acqua e mettere della gran ghiaia, perché non puoi montare una tenda su un terreno umido, sennò dopo due giorni hai i vermi sotto, e le persone lì ci devono dormire! Ovviamente, siccome non si erano certo portati la ghiaia da Bologna, hanno dovuto ordinarla e questo ha rallentato le operazioni. Si è dovuto approntare anche un sistema di drenaggio, che è una cosa che può fare solo chi ne è capace, quindi un ingegnere idraulico, non certo la prima persona che passa. Per questo è necessario che nella Protezione Civile siano presenti tante figure diverse.
Comunque il punto è sempre quello: il numero di decisioni che si possono prendere durante l’evento dev’essere ridotto al minimo.
Le esercitazioni sono importanti?
Certamente, così come l’educazione. Si possono prevedere diversi livelli, dalla conoscenza minima, che può passare attraverso i libri di testo (quanto meno sapere che cos’è un terremoto o un’esondazione) a competenze un po’ più mirate e approfondite, così da evitare di fare delle cose sbagliate nel momento in cui succede. Questo manca.
Quando sono stata a L’Aquila, una delle cose che più mi ha colpito è stato vedere come ci fossero stati dei crolli dove erano stati installati i condizionatori. Questo è emblematico: cioè uno quando mette il condizionatore non ci pensa, perché normalmente in effetti non succede niente; è vero, vai a intaccare un po’ la struttura, ma non ti poni il problema, perché in condizioni normali tiene. Tiene finché non ci sono sollecitazioni, finché non c’è un terremoto. Nella stessa piazza le strutture antiche avevano tenuto, così come le porte a volta, e invece spesso l’unico punto in cui era crollata la facciata era proprio quello in cui avevano incastrato il condizionatore.
Si tratta di piccoli interventi che in condizioni normali non sono rilevanti, ma che in condizioni estreme possono diventare decisivi. Ci sarebbe anche da chiedersi come mai poi siano crollati rovinosamente tanti edifici nuovi, ma su questo non m’addentro. In altri casi ancora erano stati fatti degli interventi di messa in sicurezza che alla prova dei fatti si sono rivelati deleteri. Che ne so, il tetto in cemento armato, che ha fatto crollare la casa in pietre sottostante, quello è stato un classico, a L’Aquila...
Questo segnala un’ignoranza diffusa anche tra chi invece qualche competenza dovrebbe averla.
D’altra parte, nel nostro paese, è sempre difficile intervenire, perché ogni luogo è legato a una storia che non puoi cancellare, cioè non puoi neanche pensare di ricostruire Bologna dal nuovo, o L’Aquila dal nuovo; dovunque tu vada c’è tutto un bagaglio storico che va preservato, solo che questo bagaglio è anche molto fragile, e quindi nel momento in cui ci si mettono le mani, bisogna sempre prestare molta attenzione e la legge non sempre aiuta.
Ma dicevamo delle esercitazioni: io penso siano utili e che dovrebbero farle anche i bambini, che invece non partecipano. Certo vanno fatte seriamente. Quelle ad esempio che vengono fatte per essere pronti in caso di incendi, spesso sono ridicole. Le esercitazioni su cosa fare in caso di terremoto non penso che si facciano in nessuna scuola. D’altronde, già a distanza di mesi, l’interesse sul terremoto è scemato. Invece il rischio c’è ed è reale.
Comunque, per concludere su una nota positiva, io mi sento di dire che giù la Protezione Civile si è mobilitata bene, la gente è stata contenta dell’aiuto che ha ricevuto, anche da un punto di vista umano. Su questo sono tutti d’accordo.
Più controverso è quello che è successo dopo il primo soccorso. Molti hanno lamentato e lamentano la lentezza della macchina burocratica che è stata messa in moto per gestire il vaglio delle domande di ristrutturazione delle case inagibili; un mastodonte che si sta rivelando non funzionale, proprio per via dei tempi, perché uno dentro una casa ci deve poter tornare ad abitare dopo sei mesi, non dopo dieci anni.
D’altronde nel momento in cui è stato fatto il progetto C.A.S.E., la gente ha capito subito che non si stavano costruendo sistemazioni temporanee.
Una questione più di fondo: qual è il rapporto tra scienziati e politici?
Quando ci si occupa di gestione dei rischi, non dimentichiamo che questi possono essere indotti non solo dai fenomeni naturali (terremoto, esondazioni da mare e da fiumi, frane, ecc.), ma anche da fenomeni entropici. Non penso solo agli incendi, ma anche, ad esempio, a quello che è successo nel Golfo del Messico. Tutti questi fenomeni rientrano in una ipotetica gestione del rischio e tutti sono stati studiati.
Il punto è che chi prende la decisione di solito è un politico, cioè un personaggio diverso da chi fa lo studio, e questo è un passaggio cruciale per tanti motivi. Intanto perché anche qui abbiamo a che fare con linguaggi e "pesi” diversi: lo scienziato tende ad oggettivare i risultati e quindi a dare lo stesso peso a tutto; il politico invece può enfatizzare un aspetto anziché un altro. Ma soprattutto il politico decide. Ad esempio, lo scienziato può progettare un ipotetico sistema d’allarme, ma è il politico a stabilire il valore-soglia, quello cioè in cui scatta il pericolo. Quelle dei politici sono decisioni che devono tener conto di diverse variabili, tra cui i soldi.
In sostanza, lo scienziato può studiare il fenomeno, può cercare di capirlo e quindi prevederlo, ma più in là non può andare. Non sta a lui prendere queste decisioni.
Anche tutta la polemica che c’è stata su Giuliani, che dire? Probabilmente il sistema d’allarme che aveva brevettato poteva essere funzionale. Quello può essere un modo per prevederlo, per dire: "Il terremoto è imminente”, però una volta che uno fissa questi criteri, per cui sa che sta per arrivare il fenomeno, che cosa fai dopo e come lo fai è tutta un’altra questione. Perché a posteriori è facile dire: "Bisognava ascoltarlo”. Ma ammesso che si fosse data ragione a lui, sul fatto che bisognava evacuare, e se poi non fosse successo niente?
Recentemente Boschi, in polemica con i continui allarmi lanciati, ha dichiarato di voler eliminare dal sito dell’Ingv (Istituto Nazionale dei Geofisica e Vulcanologia) i dati in tempo reale sui terremoti in Italia. Loro, infatti, per motivi prettamente di studio, fanno un monitoraggio costante delle scosse. Questo monitoraggio è di uso pubblico, come giusto, purché appunto non lo si strumentalizzi. Cioè, l’Italia è una zona sismica, ci sono sempre i terremoti, ma non per questo si può lanciare l’allarme ogni minuto, perché altrimenti la cosa diventa ingestibile.
Non puoi pensare di far evacuare ogni volta che c’è una scossa, perché il pericolo dell’effetto "al lupo, al lupo” è reale e può produrre gravi danni. Cioè l’allarme non può essere lanciato sempre, perché perde la sua forza, uno si abitua e non ci fa più caso.
Tra l’altro, come è stato fatto giustamente notare, il terremoto che ha colpito L’Aquila, se fosse successo in Giappone, non sarebbe neanche finito nei giornali. Allora, forse, più che accapigliarsi sul procurato o mancato allarme, andrebbe verificato come vengono costruite le case. Ma questa è una questione politica e di amministrazione, non è un problema che si risolve con un buon sistema d’allarme.

  

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