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"Il giornalismo al tempo dei supporti digitali": i file audio del convegno
Il 7 maggio scorso a Coriano si è svolto un incontro sul giornalismo (e i "giornalismi") di fronte alle nuove sfide date dalla Rete e dalla quantità di supporti e mezzi che si stanno facendo avanti, sia per coloro che si occupano di informazione, sia per coloro che ne fruiscono. Qui gli audio, il video e alcune interviste ai partecipanti.

Vent'anni
e 2000 interviste


La tre giorni di dibattiti, presentazione libri e concerti che si sono tenuti a Forlì per celebrare i vent'anni di Una città.

Qui i video, le foto e gli audio degli interventi.

La casa del bigotto
Religione come guida nella vita quotidiana, saggezza popolare, iniziativa individuale, valori della comunità e nazionalismo, astio verso il welfare e l’assistenza ai poveri, quindi ai neri, verso le grandi banche e i costumi cosmopoliti... Una realtà fuori controllo del Partito repubblicano. Intervento di Stephen Eric Bronner.
La politica americana viene generalmente vista come non ideologica e pragmatica. Qualche volta tende a sinistra, altre volte a destra, ma il pendolo sembra sempre ritornare a quello che lo storico liberale Arthur Schlesinger definiva "il centro vitale”. Eppure è innegabile che i movimenti di estrema destra siano stati una costante. Le istituzioni politiche americane possono minimizzare le prospettive di conquista del potere da parte di partiti politici connotati ideologicamente, ma i movimenti reazionari di massa hanno messo sotto pressione l’apparato elettorale e hanno avvelenato l’atmosfera culturale della nazione sin dalla sua nascita. Il bigotto si è sempre sentito a casa. Gli è stato dato il benvenuto dai "nativisti” xenofobi ("know nothings”) del 1840, dal Ku Klux Klan, dagli "America Firsters” anti-interventisti durante la seconda guerra mondiale che spesso preferivano Hitler a Franklin Delano Roosevelt, dai partigiani di Joseph McCarthy, dalla John Birch Society così come dalla maggioranza "silenziosa” degli anni 60 e dalla maggioranza "morale” degli anni 80.


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UNA CITTÀ n. 175 / 2010 Giugno

Intervista a Paolo Stefanini
realizzata da Bertoncin Barbara

DILLO ALLA LEGA
In giro per le regioni rosse passate alla Lega, incontrando i vecchi ex Pci che vedono nel partito di Bossi l’ultimo di sinistra, ma anche i tanti giovani antisindacato e anticomunisti; il ruolo delle donne e l’incredibile capacità della Lega di mettere assieme giovani e vecchi in una sorta di 68 alla rovescia; intervista a Paolo Stefanini.

Paolo Stefanini, già giornalista di "Diario”, è autore di Avanti Po. La Lega alla riscossa nelle regioni rosse, il Saggiatore 2010.

Negli ultimi mesi hai girato per alcune località delle regioni "rosse” dove la Lega ha sfondato. Puoi raccontare?
L’idea della ricerca è nata all’indomani delle europee del 2009 in cui la Lega aveva ottenuto tassi importanti anche in luoghi inaspettati. In particolare mi aveva incuriosito l’elezione a Vaiano, vicino a Prato, di Claudio Morganti, il primo eurodeputato leghista toscano. Ma poi, spulciando qua e là nei risultati, uscivano dei dati molto strani, località mai sentite: Badia Tedalda, un paesino che non sapevamo neanche dove fosse, era passata dallo zero virgola al dodici per cento; in tre comuni del pisano, Volterra, Pomarance e Castelnuovo Val di Cecina, dopo 60 anni di dominio incontrastato della sinistra o del centro-sinistra avevano vinto liste civiche di ispirazione leghista o comunque appoggiate dalla Lega.
Insomma, era un fenomeno nuovo e allora ero partito per cercare di capire cosa fosse successo. A Badia Tedalda avevo trovato la risposta quasi subito, nella bacheca esterna al Comune. In assenza di qualsiasi radicamento della Lega Nord, ad un certo punto in un albergo locale erano stati smistati da Lampedusa una quarantina di immigrati provenienti dall’Eritrea. La popolazione era caduta in preda al panico: "Ci attaccheranno la malaria” e il medico a spiegare che la malaria non passa da uomo a uomo, ci vuole il vettore, la zanzara, e allora: "Ci attaccheranno la scabbia”, insomma una situazione di caos, paura e disorientamento. Alle elezioni, avvenute di lì a poco, la Lega aveva spopolato.
L’altra situazione, quella pisana, si era rivelata anch’essa emblematica. Avevo deciso di andare a trovare Andrea Barontini, senza conoscerlo, dopo aver letto un trafiletto sul Tirreno in cui veniva considerato l’artefice di queste vittorie. Ebbene, Barontini, l’organizzatore della Lega Nord locale, mi aveva ricevuto nel circolo Arci di Putignano ("Ho la tessera dell’Arci e della Cgil, sono ancora delegato”). Sia il nonno che lo zio erano stati due famosi partigiani toscani, tant’è che lui diceva: "Spero che il mio nonno non si rivolti nella tomba, ma mi sento in continuità con lui perché tutti e due liberiamo l’Italia dagli stranieri”.
Le premesse per continuare il viaggio c’erano dunque tutte.
Sono partito dalla Toscana perché era lì che la Lega aveva avuto risultati inediti. Alle ultime regionali c’è stata peraltro un’ulteriore crescita, si è passati oltre il 6% con i primi due eletti al consiglio regionale. In Emilia era dal 2008 che c’erano delle aree che si stavano "leghizzando”.
L’ipotesi, l’idea era che quello tosco-emiliano fosse un leghismo un po’ diverso da quello tradizionale lombardo-veneto. In particolare mi interessava capire quanti fossero i transfughi da tradizioni, storie personali e familiari di sinistra. In effetti, un po’ in tutte e quattro le regioni rosse che ho indagato, assieme ad altre componenti (i delusi da An, traditi dal malcompagno Fini che ha aperto al voto agli immigrati, ma anche i monarchici, i repubblicani in Romagna), ho riscontrato una forte componente di ex militanti o simpatizzanti di sinistra.
Il dato che inizialmente mi ha stupito di più era la continuità che molti di questi personaggi cercavano di attribuire alla loro storia politica, cioè quasi nessuno mi ha detto: "Oh, come mi sono pentito, che stupido ero da giovane”. Al contrario, nella loro ricostruzione era come se la Lega fosse l’ultimo partito di sinistra.
I leghisti infatti ci tengono molto a dire: "Noi siamo come il vecchio Pci, siamo radicati sul territorio, abbiamo le sezioni, il gazebo”. In real­tà, più che l’aspetto dell’organizzazione del partito, a me sembra che la loro forza stia nell’abilità di raccogliere la rabbia, la paura, un senso di ingiustizia anche, declinandole però in una lotta tra poveri, degli italiani contro gli immigrati.
Ho trovato anche personaggi piuttosto caratteristici, come uno di Livorno che tiene il busto di Lenin in salotto e teorizza una continuità tra il marxismo-leninismo e il pensiero di Bossi. Ma senza arrivare ai casi estremi, tanti leghisti, anche in Emilia, promuovono temi cari a un elettorato di sinistra, per cui diffidano delle sirene liberiste e puntano sulla sicurezza sociale e sulla difesa del welfare, ovviamente "alla leghista”, cioè in buona sostanza dicono: il welfare state è a rischio perché ci sono troppi immigrati (anche regolari) e quindi bisogna prendere provvedimenti affinché nell’assegnazione dei posti negli asili nido o delle case popolari si dia la precedenza agli italiani. In pratica si è passati dal discorso sulla sicurezza intesa come lotta alla microcriminalità, agli scippi, allo spaccio, al degrado... all’enfasi sulla sicurezza sociale, cioè al problema della perdita del lavoro e della concorrenza con lo straniero. Una strategia che si è rivelata vincente, specie in questo periodo di crisi, e che ha aperto la strada a questo ulteriore avanzamento leghista, fino appunto al Tevere, all’Umbria, alle Marche, zone addirittura di competenza della Cassa del Mezzogiorno, come Ascoli Piceno.
Ma come viene coniugato in queste zone il discorso sulla Padania?
A queste domande mi sono sentito rispondere spesso con le stesse formule, il che rivela un indottrinamento, un lavoro di formazione. C’è anche un sito, Padania Office, che offre dei vademecum, come pure dei fac simile per le interrogazioni comunali. C’è un pool che prepara tutto quello che può servire a chi opera nell’amministrazione locale.
Comunque in queste regioni la risposta che si ottiene è che la Padania non è un territorio geografico, non è il Po, non è nemmeno il crinale settentrionale dell’Appennino, è un’ideologia, un modo efficiente di gestire le risorse.
Nelle regioni rosse sono soprattutto gli anziani a voler vedere nella Lega una qualche eredità del partito comunista. Per i giovani mi sembra che il percorso sia diverso.
I giovani simpatizzanti e militanti della Lega in genere non hanno alcuna simpatia per la sinistra.
In queste settimane sto realizzando dei video per l’Unità e i primi cinque sono proprio sui giovani e giovanissimi leghisti. Tra i tredicenni e i quattordicenni -una fascia d’età in cui peraltro la sinistra è scomparsa- c’è proprio una fascinazione per questo movimento, cioè ti fanno vedere le loro camerette e scopri che hanno le pareti verdi, con questo rivoluzionario col sigaro -che non è Che Guevara, ma Bossi!- e poi hanno i poster con Calderoli o Borghezio, hanno lo stemma leghista sul diario scolastico.
So che in Emilia i giovani leghisti spopolano nelle elezioni dei consigli di classe e d’istituto. In certi istituti ottengono dei risultati bulgari. Paradossalmente sono ragazzi sostanzialmente antipolitici, con questa idea che i politici -a parte quelli della Lega- sono tutti uguali. C’è una fascia molto ampia di giovani schifati, disinteressati, la Lega pesca lì. D’altronde il Pd e il Pdl attraggono poco. Non sono partiti che danno emozioni. Rimane -anche se in calo- un po’ di attrazione verso la sinistra più estrema.
Quello che colpisce è che nei loro discorsi non ci sono aspirazioni e sogni utopici. Forse è il segno dei tempi: ciò che li contraddistingue sono piccoli obiettivi pratici, ristretti, anche territorialmente. La parola "ideali” è bandita. Ti spiegano: "Non vogliamo cambiare il mondo, vogliamo un lavoretto sicuro, essere rispettati, padroni a casa nostra”. Ciò che lamentano è la precarietà, il fatto di dover andare all’estero per cercare lavoro, l’immigrazione incontrollata…
Questo successo tra i giovani è interessante e andrebbe maggiormente studiato. C’è tutta una mitologia sulla Lega come unico partito che dà spazio ai giovani.
Effettivamente come numeri ci siamo, nel senso che ci sono un sacco di consiglieri comunali e qualche sindaco. Per dire, il sindaco di Bondeno ha 31 anni, i consiglieri vanno dai 19 ai 25. Quello che mi resta da capire è se a questi numeri corrispondano poi dei poteri effettivi. Dalla mia breve ricerca non ho sentito da parte di questi amministratori proposte particolarmente innovative o originali.
L’impressione è che l’inquadramento nel partito sia abbastanza forte, quindi largo ai giovani, ma poi…
Va anche detto che per tutta una serie di ragioni, non ultimo lo sfondamento a sud del Po, la Lega sta rivedendo la propria immagine. In Toscana e in Emilia molti sembrano intenzionati a rinnovare il partito nel senso di renderlo più presentabile, più pulito, meno folcloristico. Nelle regioni rosse, i leghisti della prima ora erano spesso personaggi coloriti, da corna celtiche in testa, da sparata fuori dalle righe, se non razzista o xenofoba. I nuovi leghisti cercano di accreditarsi come il partito del fare, più attento ai problemi dell’amministrazione, alle buche da riempire, alle delibere per riequilibrare gli odiatissimi parametri Isee. L’eugenetica padana non ha più cittadinanza. Il modello Borghezio non funziona più anche se nessuno lo sconfessa: "Ma sì, Mario è stato importante. C’è stata una fase in cui bisognava urlare per farsi ascoltare. Adesso noi giovani vogliamo un partito più affidabile, anche sotto il punto di vista della comunicazione, più attento nei rapporti con la Chiesa”. A Loreto, mi spiegavano delle difficoltà emerse con l’elettorato cattolico dopo le sparate contro Tettamanzi. Poi Cota e Zaia con le loro uscite sulla RU 486 hanno esagerato dall’altra parte, ma sono tutti tentativi di trovare un asse.
Si resta colpiti dal peso che ha la questione dell’immigrazione nell’adesione alla Lega, almeno nelle regioni di cui ti sei occupato…
E’ stato il tema dominante. Con differenze personali, di accenti, ecc., ma alla fine, gratta gratta, il minimo comune denominatore era sempre questa paura, questo disagio, questa avversione nei confronti dell’immigrato, specie se musulmano.
Una ragazza protagonista di uno dei video sulla Lega mi spiegava: "Non sono razzista, sono xenofoba”. Loro infatti non ne fanno un’ideologia. A prevalere è la paura e poi c’è quest’idea per cui alcune culture sarebbero inconciliabili con la nostra.
Il rimprovero principale che viene fatto alla sinistra, sia dai vecchi nostalgici che dai giovani che non la sopportano (e che con "comunista” indicano dal cattolico progressista allo stalinista, dal buonista al multiculturalista), è di essersi fatti belli con i clandestini dimenticandosi dei "penultimi”. Perché era più nobile occuparsi del diverso, del lontano piuttosto che del vicino, dell’italiano in difficoltà. Teniamo presente che molti di questi giovani sono operai, magazzinieri, facchini. Avrebbero potuto capire una risposta diversa da quella leghista, non riescono a tollerare che la questione sia stata semplicemente negata, rimossa, per fatalismo, perché siamo in un mondo globalizzato e non possiamo chiudere le frontiere…
Con quell’idea dell’arricchimento che non è proprio andata giù a questa popolazione che ha visto in tempi molto rapidi cambiare la faccia del loro quartiere, del loro paesino ecc.
Spesso si dice, sbagliando: "Uno di città lo capisco, ma uno che vive nel paesino di Rocca Cannuccia quanti immigrati avrà mai?!”. Lo pensavo anch’io, ma è un errore, perché ormai si riscontrano alti tassi di immigrazione anche in realtà piccole, casomai abitate da una popolazione anziana, spesso senza strumenti, quindi spaventata.
In Emilia tra la bassa e il primo appennino dove magari c’erano case che costavano meno e quindi più accessibili o dove erano sorte un po’ di fabbriche -pensiamo alla zona dei polli a Forlì- l’immigrazione ha inciso pesantemente.
Comunque è il tema dominante. Alla fine se chiedi perché sei leghista, va bene il federalismo, Roma ladrona, la Padania, eccetera, ma la cosa fondamentale è quella: "Padroni a casa nostra”.
Ma si può parlare di razzismo?
Il tema è complesso. Si dice che "escusatio non petita…” e in effetti la loro prima precisazione di solito è "Io non sono razzista”. Mettono subito le mani avanti. Ti fanno l’analisi etimologica e allora siccome "razzista è colui che crede a una superiorità di una razza eccetera eccetera e noi invece non crediamo…”, insomma tecnicamente non lo sono. Forse ha detto bene quella ragazza, anche se le è uscito così, senza tanto rifletterci: "Non sono razzista, sono xenofoba”. Forse si tratta proprio di paura più che di un’ideologia.
Quanto conta la "buona amministrazione” nel successo della Lega?
Nelle regioni rosse siamo agli inizi, quindi è difficile da valutare. Bisogna però riconoscere che laddove, come in Emilia, la Lega ha attecchito prima, in alcune realtà è stata premiata.
Prendiamo Sassuolo, nel modenese: il sindaco è del Pdl, però il vicesindaco, Gianfrancesco Melani, è un leghista molto intraprendente e bravo a far parlare di sé, per cui sembra quasi una città della Lega. Lì governano dal 2009. Bene, alle regionali c’è stato un raddoppio dei voti, ma soprattutto è in corso un allargamento a macchia d’olio nei comuni circostanti. Una volta che riescono a piantare la bandierina in un comune, a far vedere un po’ dell’amministrazione, pare esserci un fenomeno di emulazione nei comuni circostanti.
Quindi, per quel poco che ho potuto vedere una certa differenza positiva nell’azione di governo locale viene riconosciuta.
Poi in quel caso specifico è contato molto il discorso sulla sicurezza, quindi ronde coi vigili urbani, demolizione di edifici dormitorio, chiusura dei centri sociali di sinistra e delle moschee per motivi sanitari…
Da altre parti, come a Guastalla, si è puntato più sulla sicurezza sociale, sull’Isee, o sull’invenzione della banca del tempo leghista…
Cos’è la banca del tempo leghista?
Di solito il criterio di assegnazione di servizi e sussidi che vengono erogati attraverso l’Isee è la residenzialità, per cui devi essere residente in questo comune da tot anni (se sei italiano da uno, se sei straniero da dieci, ma cambia da un posto all’altro).
Ora siccome in questo modo succede che gli immigrati continuano a passare davanti agli italiani perché hanno redditi inferiori e famiglie più numerose, ogni tanto qualcuno si sbizzarrisce. Il sindaco di Bondeno, ad esempio, si era inventato i punti alle donne che lavorano (visto che gli immigrati o sono soli o hanno mogli che non lavorano).
A Guastalla, invece, il vice sindaco Lusetti si è inventato la banca del tempo per cui coloro che si prestano a lavori di pubblica utilità, giardinaggio, assistenza a bambini e anziani, ecc., acquisiscono punti. Ebbene, con questo sistema c’è stato un ribaltamento perché probabilmente molti stranieri in realtà lavorano, ma in nero o comunque fanno una montagna di straordinari e quindi non hanno un’ora libera. Fatto sta che se nella vecchia graduatoria su cento che avevano diritto novantacinque erano extracomunitari, ora accade il contrario.
Dai tuoi racconti emerge una grande informalità di questi amministratori, il "tu” sempre. E poi una certa disponibilità ad ascoltare, che sarà pure strumentale, però…
In effetti, queste amministrazioni leghiste, per quel che ho potuto appurare, si distinguono per una maggiore concretezza e per la disponibilità reale ad ascoltare i problemi della gente. Il sindaco leghista in genere dà il cellulare e ognuno può chiamare. Insomma, almeno nel piccolo, la Lega qualche differenza la sta marcando, non solo rispetto alla sinistra, ma anche agli alleati del Pdl, con i quali i rapporti sono sempre piuttosto tesi.
La facilità di ottenere risposte colpisce molto l’elettore medio, come pure riuscire a parlare con i ministri, in particolare Zaia, che in quella veste era molto amato. Qui i canali internet sono usati davvero, non solo a parole, o con format cui poi nessuno risponde.
Io sono rimasto colpito da un episodio emblematico: la leghistizzazione dell’isola del Giglio. Bisogna sapere che l’isola del Giglio ha una tradizione di centro destra. Un gruppo di cittadini era insoddisfatto della gestione del Parco nazionale dell’arcipelago toscano. Si era rivolto alla sinistra e al centro-destra, al Pdl, senza mai ottenere risposte. A un certo punto, quasi per scherzo, per scommessa, decide di mandare una mail al sito della Lega tramite questo servizio "Dillo alla Lega”. Bene, nel giro di mezz’ora arriva una telefonata da via Bellerio: "Adesso vi mettiamo in contatto con il nostro referente provinciale”, un cuneese trapiantato in Toscana che dopo un’altra mezz’ora li chiama: "Ho saputo del vostro problema. Purtroppo adesso siamo in campagna elettorale e non abbiamo tempo. Veniamo subito dopo le elezioni”.
Già questo li aveva stupiti: gli altri, se mai fossero venuti, certo l’avrebbero fatto prima delle elezioni. Comunque, come promesso, dopo le elezioni, è sbarcata la delegazione leghista, e c’era anche Alessandri, che è praticamente il numero due, il presidente del partito. Sono arrivati col traghetto. Nessun partito si era presentato prima di loro. Nella pratica poi non so a cosa sia servito, certo è che alla tornata successiva, la Lega, che lì non aveva avuto nessun voto, ha superato il 10%.
Quindi questa capacità, quanto meno di essere presenti, di andare ad ascoltare, di non snobbare, va loro riconosciuta. E invece ci sarebbe un bel po’ da dire sull’atteggiamento della sinistra verso le persone "normali”, quelle che magari non hanno studiato.
Nei mesi scorsi ho fatto un video in una discoteca in cui intervistavo alcuni ragazzi del Movimento Giovani Padani. Ecco, alla domanda sull’ultimo libro letto, uno ha risposto: "Il Piccolo Principe di Machiavelli”. Ancora adesso quando viene proiettato tutti ridono. Però, nella proiezione che abbiamo fatto a Reggio Emilia un assessore alla Cultura ci ha fatto notare che forse noi abbiamo riso un po’ troppo di queste persone che poi erano quelle che ci davano il voto.
Questi amministratori leghisti, oltre a essere giovani, spesso in effetti vengono dalle classi popolari…
Sì, e ci tengono a sottolinearlo, anche con l’atteggiamento, non so se sempre naturale o studiato… Quando Tremonti a Torino ha detto: "Noi siamo gente semplice che non legge i libri…”, beh, lì si era al grottesco. Però spesso invece sul territorio sono persone abbastanza semplici e comunque raramente hanno un atteggiamento di superiorità, spocchioso.
Anche con me devo dire che sono stati tutti estremamente disponibili, molto tranquilli, spontanei, facevamo delle lunghe chiacchierate. Anche adesso che sto lavorando per l’Unità mi portano in giro…
Dicevamo del razzismo o xenofobia. Ma come pensano di risolvere? Basta guardare i dati demografici per capire che comunque di immigrati c’è bisogno, altrimenti il paese si ferma.
Sono argomentazioni che non fanno presa. In effetti nel discorso leghista ci sono un sacco di contraddizioni e sicuramente quella dell’immigrazione è una delle più grosse. Io a volte chiedevo: "Ma voi siete al governo da un sacco di anni, perché accusate la sinistra che è all’opposizione?”. Oppure, al piccolo imprenditore leghista: "Quanti dipendenti ha lei”, "Quindici”, "Quanti sono gli stranieri?”, "Quattordici”.
Insomma c’è qualcosa che non va, perché sarà pur vero che i "propri” immigrati sono sempre quelli buoni, però…
Ci sono una serie di contraddizioni che sembrerebbero insanabili e però in questa fase non sembrano pesare. La consapevolezza di non poter fare a meno degli immigrati non impedisce di ripetere: "Tutti a casa loro e noi padroni a casa nostra”.
Il giorno dopo le europee -io ero a via Bellerio a seguire la giornata elettorale- Bossi ha detto: "Non siamo solo bravi, perché una crescita del genere non si spiega con la bravura, siamo anche fortunati”. Ripensandoci, credo di aver capito cosa intendeva. In effetti nella storia ci sono delle fasi in cui l’onda lunga, la crescita, tiene anche se si fanno degli errori.
Ecco, oggi la Lega è in un momento in cui sembra che potrebbe fare qualsiasi cosa e crescerebbe lo stesso. Lo si vede bene tra i giovani: oggi è figo essere della Lega, e invece quello di sinistra o di destra diventa lo sfigato.
Altre contraddizioni vengono sciolte nella dinamica locale-nazionale, in cui sono bravissimi. Sul territorio ti dicono: "Mai la centrale nucleare” poi a Roma votano a favore. Mah.
E le donne?
Laddove si impegnano vengono riconosciute come brave a fare proselitismo tra colleghe e parenti, mariti, suocere.
Io ho cercato di capire cosa succede rispetto alle questioni bioetiche, aborto, pillola, ma è complicato.
Il Movimento Femminile Padano, guidato da Carolina Lussano, è formalmente contrario all’aborto perché le piccole comunità locali si fondano sulla maternità; alle donne poi consigliano di "fare l’uomo”, mi spiegava una donna di Pistoia che aveva fondato il gruppo locale, e poi la famiglia è intesa come un’azienda eccetera eccetera.
In realtà, parlandoci una a una, emerge una situazione più articolata, intanto poche donne sono contrarie all’aborto per motivi ideologici, tendono a dire che queste sono questioni in cui il partito deve dare un’indicazione, ma sono scelte individuali. C’è un po’ di doppiezza in questo. Comunque, nella Lega, di donne ce ne sono parecchie e sono tutte attive e determinate. Ora, soprattutto tra le giovanissime, riscuote molto successo la battaglia per la castrazione chimica, fanno raccolte di firme, organizzano iniziative.
Il rapporto col sindacato è controverso: alcuni hanno la tessera della Cgil, i più giovani lo malsopportano…
I leghisti con la tessera del sindacato sono residuali, o sono come il Barontini, ex di sinistra. Tra i giovani c’è un odio radicale per il sindacato, dovuto spesso al fatto che hanno esperienze di lavoro unicamente o lungamente precarie e quindi non si sono sentiti difesi. Ti dicono: "Il sindacato difende solo chi ha già un lavoro a tempo indeterminato e noi veniamo visti come quelli che indeboliscono i diritti acquisiti”. E quindi contestano le politiche sindacali…
I giovanissimi sono molto "anti-sindacato”. D’altra parte so che invece nella Fiom sono in aumento i leghisti. Insomma le cose sono in movimento. Ci sono delegati che hanno il padrone del Pd e gli operai leghisti. Sembra sia in corso un’inversione un po’ inquietante.
Nel libro riporto uno scambio emblematico con quello che è stato chiamato "cocomero” (verde fuori e rosso dentro), di Fiumalbo, nel modenese, che diceva: "Quelli della sinistra forse con uno come me che ha la terza media, non sanno nemmeno di cosa parlare, pensano di perdere del tempo a star con me e quindi se vengono in fabbrica vedo che chiacchierano più volentieri col padrone, hanno più cose da dirsi, a me che volete che mi dicano?”.
Lì c’è un passaggio cruciale. Persone che potevano essere elettori di sinistra e invece sostengono la Lega, ti spiegano che oggi la sinistra rappresenta i padroni, o quantomeno le classi più abbienti, i professori, i tutelati. E’ la Lega a rappresentare il popolo minuto. "Il popolo è una brutta bestia”, commentava un altro degli intervistati, l’on. Pini.
Accanto alle costruzioni mitologiche, dicevi che c’è un uso massiccio delle nuove tecnologie, internet, i social network, in particolare facebook…
Ci credono molto, a volte fanno anche delle sparate che poi finiscono nella cronaca nazionale. I giovani usano la rete per fare politica, per organizzare queste serate eno-gastronomiche o le uscite in discoteca. In queste iniziative non è che ci siano grandi discussioni, almeno a quanto ho visto. Perlopiù organizzano feste di paese, come la castagnata padana. Tradizioni e passato poi vengono rielaborati in maniera postmoderna.
Alan Fabbri, uno degli ideologi più raffinati del nuovo leghismo, parlava di un 68 alla rovescia, in cui i giovanissimi e i più anziani per la prima volta si trovano assieme nella battaglia per la difesa del territorio e delle poche sicurezze. I più anziani e i più giovani uniti a celebrare la fiera del cinghiale. Con una generazione di mezzo saltata; la generazione dei genitori, quelli che si vergognavano del dialetto perché lo ritenevano un retaggio del passato contadino, da cui si sono emancipati studiando.
Nella Lega comunque la reinterpretazione della tradizione avviene in chiave "escludente”: riscopri tradizioni dimenticate per contrapporle al nuovo che arriva. Allora fai le cene di maiale così il musulmano capisce bene che qui è casa nostra e noi non ci faremo rubare le costolette!
Oltre al comunismo, l’altro "nemico” è l’Islam…
Sicuramente. Tra le due cose, tra i due odi, quello per il comunismo (che come dicevo è un concetto tanto vasto quanto vago) e quello per l’Islam (e quindi per le moschee), prevale quest’ultimo. Per dire, girano suonerie con il canto del muezzin interrotto da un paio di fucilate.
Anche quando parlano di stranieri o clandestini, si riferiscono quasi solo all’immigrato di fede musulmana, che è quello che spaventa di più e che viene ritenuto non integrabile.
Di qui l’incredibile presa di posizione in difesa del crocifisso da parte di un movimento che in fondo si dice ancora laico… una battaglia che li ha impegnati per mesi, con raccolte di firme eccetera, in cui si ritrovavano il cattolico, il non credente che diceva: "No, no, io sono ateo, ma il crocifisso è un simbolo tradizionale, quindi va difeso”, e il repubblicano che in nome della divisione Stato-Chiesa sosteneva: "Questa è una battaglia laica. Noi non difendiamo la Chiesa, anzi noi difendiamo lo Stato laico dal clericalismo musulmano”, cose di questo genere. Una dinamica un po’ contorta e dalle tante anime che però fa sì che appena si parla di aprire una moschea in un comune, la Lega vola!


  


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Il sistema adottato a Pomigliano, il Wcm, è solo un’evoluzione del toyotismo, e anche l’Ergo Uas ha più uno scopo ergonomico che di controllo; l’errore dei sindacati di non aver chiesto, in cambio di innegabili sacrifici, una maggiore partecipazione degli operai alla progettazione; i contratti "a menù”. Intervista a Luciano Pero.

No Tav o no Tir?

L’esempio di Francia e Svizzera che hanno risolto le stesse questioni in modo partecipato, efficace e soddisfacente per tutti; l’equivoco nominalistico della Tav, che non sarà alta velocità; il trasporto merci che oggi deve andare "in pianura”; una parte di ambientalismo sempre contrario a priori, comunque. Intervista a Mario Virano.

Quando l'indagato

Il disagio per un magistrato di dover indagare e accusare un appartenente alle forze dell’ordine; un codice Rocco, tuttora in vigore, che condannava la devastazione molto più aspramente delle lesioni volontarie; un lavoro fatto in solitudine, per far luce su cosa successe alla Diaz. Intervista a Francesco Cardona Albini.

A manifestare, in toga...

Quando è scoppiata la rivoluzione, in strada, a manifestare contro Ben Ali, c’erano anche giudici e avvocati; un sistema, quello della giustizia tunisina, da riformare profondamente, in tutte le sue articolazioni, a cominciare dai poliziotti; la fase della giustizia, a cui deve seguire la riconciliazione. Intervista a Wahid Ferchichi.

Milano, Reggio Calabria

I fatti di Rosarno non si spiegano senza la ’ndrangheta e alcune direttive europee dagli effetti perversi; le infiltrazioni al Nord, in particolare a Milano, dove siamo ormai alla terza generazione di ‘ndranghetisti; il rapporto con la Chiesa, le ambigue iniziative del governo e la speranza nei giovani; intervista a Enzo Ciconte.


In casi estremi

Uno scenario aperto, dagli esiti ancora incerti, da cui potrebbero emergere anche paesi totalmente riconfigurati; i dubbi sul cosiddetto modello turco che, se per l’Egitto potrebbe rappresentare un miglioramento, in Turchia è invece in discussione; le probabili ricadute sul conflitto israelo-palestinese. Intervista a Andrew Arato.
Due centesimi di dollaro

L’esperienza in Tanzania e in Vietnam e la passione per i paesi in via di sviluppo, dove tanto si impara, proprio professionalmente; le malattie parassitarie, che basterebbe così poco per debellare, e l’indegno comportamento delle aziende farmaceutiche; un ricordo dell’amico Carlo Urbani. Intervista a Antonio Montresor.

La Francia e i Rom

La decisione del governo francese di espellere dal paese famiglie Rom e Sinti provenienti da Bulgaria, Ungheria e Romania e quindi cittadini a pieno titolo dell’Ue ha suscitato, oltre che la perplessità dei giuristi, una diffusa reazione di disapprovazione, se non addirittura di sdegno, da parte di una nutrita schiera di esponenti, laici e religiosi, della società civile europea. Intervento di Giulio Cavalli.


Un pomeriggio a Jaffa

In una giornata piovosa, l’incontro casuale, in un bar di Jaffa, con "il più grande calciatore palestinese della storia di tutti i tempi”, Rifaat Tourq, oggi impegnato con i bambini del quartiere Ajami, di Tel Aviv, dove da tempo è in corso un tentativo di espulsione dei palestinesi. Di Mariangela Gasparotto.
Rosa al Cairo

Dove potremmo trovare i giusti strumenti analitici? Forse un buon punto di partenza ci proviene da Rosa Luxemburg (1871-1919). Agli inizi della mia carriera avevo tradotto e curato la pubblicazione delle sue "Lettere” e una sua breve biografia, intitolata Rosa Luxemburg: A revolutionary of Our Times. Non posso fare a meno di pensare a Rosa, in questo momento: certo sarebbe rimasta intrigata da quanto sta accadendo in Medio Oriente.


Lo specchio del Paese

Imposta nata in Francia negli anni 50 e oggi diffusa in 140 Stati, l’Iva, nel nostro paese resta un elemento di debolezza anziché di forza; i crediti Iva illegittimi e il paradosso di uno scontrino che non è affatto fiscale; il videogames dei commercialisti sugli studi di settore chiamato "Gerico”. Intervista a Roberto Convenevole.

Meglio il perito

Cosa è servito prender la laurea? A trent’anni se resti senza lavoro per la crisi vedi che cercano periti, operai specializzati, neolaureati under 29, gente che sa usare il 3D... Intervista a Giaele Placuzzi.

Il riparatore

Il ricorso al nuovo potrebbe essere solo una parentesi nella storia dell’umanità; le nostre vite, anche se non ce ne rendiamo conto, sono piene di "riuso”, a partire dalla nostra casa; invertire una cultura che stigmatizza chi ricorre all’usato, riabilitando il valore, anche economico, della manutenzione; intervista a Guido Viale.

Se un fiume si chiama dragone

La gestione del rischio significa innanzitutto fare in modo che, quando si verifica il disastro, si debbano prendere il minimo delle decisioni; il dibattito sulla prevedibilità e l’importanza di creare una "protezione civile dal basso” perché l’improvvisazione è sempre deleteria; il caso de L’Aquila; intervista a Giuseppina Melchiorre.

Se non ci fossero state le badanti

Il disorientamento di tante famiglie costrette a diventare "datori di lavoro” di una badante. L’inquietante aumento delle vertenze, ma anche le tante storie di grande dedizione. L’assurdità di enfatizzare la domiciliarità mentre si lascia tutta l’assistenza a carico delle famiglie. Intervista a Alberto Bordignon e Cristina Ghiotto.




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