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UNA CITTÀ n. 175 / 2010 GiugnoIntervista a David Bidussa
realizzata da Gianni Saporetti
IL CALENDARIO CHE NON C'E'
La consunzione di un calendario civico nazionale e di quello scolastico in un paese che non ha fatto i conti col passato; il giorno della memoria e la domanda decisiva, sempre elusa, su “come è potuto succedere”; il bisogno di memoria sintomo di solitudine, smarrimento; l’ideologia dell’autentico, comune a destra e sinistra. Intervista a David Bidussa.
David Bidussa, storico sociale delle idee, lavora presso la Biblioteca della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano.
Tu a proposito della giornata della memoria, ma non solo, parli di un calendario civile che in Italia è un po’ un problema e non da ora. Puoi spiegare?
Beh, intanto quel che s’è deciso di fare è di mettere in calendario una scadenza sulla base di uno scenario europeo. Dovevi, cioè, trovare un qualcosa che fondasse il calendario civico europeo. Il Giorno della memoria è una data la cui prassi e il cui contenuto sta dentro l’idea di Europa democratica. E’ come il Giorno della vittoria della prima guerra mondiale, come la presa della Bastiglia, è un momento che dovrebbe far parte di un atto fondativo di quello che tu vorresti essere o di quello che vorresti che non accadesse più. Comunque rappresenta la presa di coscienza di un atto consumato sul territorio che ha riguardato complessivamente tutto il conflitto. Se analizzato da questo punto di vista, il Giorno della memoria è sicuramente una data che fonda l’Europa in quanto un insieme di esseri umani, uomini e donne, dentro un territorio, divisi da molte cose, si ritrovano uniti, magari anche in maniera non cosciente, non dichiarata, nel riconoscersi in essa. Dal punto di vista europeo il problema può essere che, alla lunga, restando l’unica data civica di questo continente ed essendo stata introiettata come "il giorno della vergogna”, quindi come una data imbarazzante, diventi una non data, perché non è che uno possa sempre ricordarsi solo e soltanto della data della vergogna.
E il rapporto con le date nazionali?
La possibilità che questa data vada a cozzare con le scadenze dei singoli calendari civici nazionali, con quelle date nazionali, cioè, che fondano l’identità, in un momento in cui queste subiscono, contemporaneamente, un processo sia di consunzione che di esasperazione, esiste. In Italia il problema è ben più grave perché il 27 gennaio entra in una dimensione pubblica in cui non ci sono delle feste riconosciute di fondazione della comunità nazionale. Mi spiego meglio: il 27 gennaio è un tipo di scadenza che è entrata formalmente dentro un calendario civico, ma sostanzialmente non è nemmeno una festa, è un giorno che ha come protagoniste le scuole, cioè fa parte di un calendario civico scolastico. Allora la domanda è: cos’è un calendario civico scolastico? E’ un calendario che dà l’opportunità per fare formazione storica delle giovani generazioni, per formare una coscienza pubblica ed etica a quelli che saranno i futuri cittadini. Se io, essendo nato nel ‘55 e avendo fatto le scuole nell’Italia del boom, faccio memoria sul mio calendario civico scolastico, elenco le seguenti date: la prima era il 4 ottobre, San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia; la seconda era il 31 ottobre, giorno nazionale del risparmio; poi c’era il 4 novembre, giorno della Vittoria, poi c’era l’8 dicembre, l’Immacolata, poi c’era, a parte il Natale, l’11 febbraio, anniversario del Concordato Stato-Chiesa, poi c’era Pasqua, poi c’era il 25 aprile, il 1° Maggio, il Corpus Domini, l’Ascensione. E con ciò arrivavamo alla fine dell’anno scolastico. Una delle grandi fortune, o sfortune, o ambiguità di questo paese, è che la presa di Roma, cioè la fondazione dell’unità d’Italia, cadeva il 20 settembre, ma andando a scuola il 1° ottobre, con ciò abbiamo risolto il possibile contenzioso tra Stato e Chiesa. E quindi quella non è mai stata una data collettiva, cosa alquanto singolare…
La più importante che…
Non esiste, zero. Allora, voglio dire che quel calendario civico scolastico, attraverso la cadenza quasi mensile delle date, di fatto trasmetteva dei valori, diceva che Paese era questo: un Paese fondamentalmente cattolico, con una memoria e con un orgoglio nazionale, in cui il risparmio era un elemento fondamentale. Oggi una Giornata del risparmio sarebbe incomprensibile, semmai dovremmo istituire la Giornata della carta di credito, però in ogni caso, noi dobbiamo riflettere sul fatto che il 27 gennaio, di fatto, ha sostituito questo enorme pacchetto di date. Ora, possiamo presumere che, così come esisteva un calendario civico scolastico di cui ci siamo dimenticati del tutto, potrà capitare di dimenticarsi anche del Giorno della memoria. Ma a quel punto il problema diventerà molto più grave, perché, nel frattempo si sarà del tutto consumato quel po’ di calendario civico nazionale che avevamo. Non resterà niente.
Quindi non avremo più, o non abbiamo già più, date?
Abbiamo una totale distruzione di date simbolo, fondative, della storia nazionale. Allo stesso tempo, nonostante ci sia un’esaltazione dell’identità religiosa, viviamo in una società ultra secolarizzata, che non ha assolutamente nessuna etica religiosa, non ha nemmeno una cultura religiosa, semmai ha una superstizione religiosa per la nota questione per cui l’italiano medio nemmeno sa cosa c’è scritto nella Bibbia, basterebbe chiedergli l’elenco dei libri di cui è composta, e sapremmo che la sua conoscenza è zero. Tutto questo dovrebbe interrogarci su cosa vuol dire, oggi, fare il programma di storia nella scuola, su cosa vuol dire una formazione collettiva, una formazione civica, su quale sia, e se c’è ancora, un’identità nazionale; dovremmo misurarci sull’inesistenza di una memoria collettiva del nostro paese, e questo a prescindere dall’oggetto specifico del Giorno della memoria. Ma non lo facciamo.
Qui non c’entra il discorso della globalizzazione, né se hai fatto le leggi razziali, se non le hai fatte, se esisteva il bravo italiano o no, qui il problema è che questo paese non è in grado di fare la storia di sé, non la sopporta, e alla fine non sa più chi è. Ecco, io penso che il 27 gennaio sia il misuratore di questa crisi e, contemporaneamente, l’alibi per non affrontarla.
L’alibi addirittura? Il ricordo delle leggi razziali diventerebbe l’alibi per non riflettere su di sé...
Sì, provo a spiegare. Le leggi razziali sono un fenomeno di cui noi non raccontiamo mai la genesi. Ci sono due modi per raccontare la genesi dei fenomeni storici: vederne l’elemento contingente o quello di lungo periodo, e quindi il fatto che quella cosa non sia il risultato di un insieme di casualità.
Allora, tu puoi affrontare tutte e due le storie, sia quella contestuale che quella di lungo periodo, però quello che non puoi fare, perché altrimenti è davvero un alibi, è raccontare la genesi di quel fenomeno come se fosse la storia di un confronto fra dieci persone. L’analisi delle leggi razziali è sempre la storia di un confronto fra dieci persone, il rapporto Mussolini-Hitler oppure il giovane scienziato che vuol far carriera, eccetera. Comunque sia, lì dentro non si gioca mai una cultura nazionale.
Noi finora abbiamo analizzato le leggi razziali, le abbiamo memorizzate, come un sistema legislativo che punisce, che sanziona qualcuno. Stante che sarebbe assai interessante il racconto delle leggi razziali come opportunità per qualcuno di essere premiato. Io soprattutto vorrei sapere come riguardarono 44 milioni di individui, non solo 40.000.
Faccio un parallelo. Per capire, al tempo, l’Unione Sovietica bisognava ragionare sul consenso russo, non sul dissenso. La società sovietica reale era essenzialmente la storia di un enorme consenso. Solo a partire da quella storia si può capire oggi il "fenomeno Putin”, che non è la conseguenza della vittoria del dissenso, né della "ripresa dell’orgoglio...”, ma è il frutto di una continuità. Quello che devo capire allora è come funziona la continuità. Per le leggi razziali è uguale: non affrontarle da questo punto di vista significa credere di risolvere la questione affrontandola da un punto di vista etico. Ma le leggi razziali non sono una questione etica, ma politico-sociale, di come, cioè, si fa l’ordine nella società. E qual è l’idea di ordine che rispecchiavano? E’ questo che dovremmo chiederci.
Allora, per esempio, al tempo delle leggi razziali ci sono parole che si usano, e quelle parole hanno una storia che è molto lunga e andrebbe analizzata. Con ciò non voglio dire che, siccome, a metà dell’Ottocento, esiste un vocabolario che nel ‘38 viene utilizzato da Landra (Guido Landra antropologo, teorico del razzismo, concordemente ritenuto l'estensore del cosiddetto Manifesto degli scienziati razzisti. Ndr) o da teorici della difesa della razza, allora abbiamo dimostrato che esiste la continuità. La parola "stirpe” nel 1870 aveva sicuramente un contenuto, un immaginario, un progetto, molto diverso da quello che usa Carlo Costamagna nella rivista "Lo Stato” nel 1938, probabilmente quasi opposto.
Quindi non voglio fare del nominalismo, perché le parole, e soprattutto l’uso delle parole, hanno una storia. E’ vero che quel setting di parole, al tempo delle leggi razziali, viene orientato con un contenuto che fa parte della storia contingente di quel periodo, ma è vero anche che quelle parole, in quel vocabolario, esistevano da almeno 80, 90 anni.
Non so se mi sono fatto capire: se io volessi, per esempio, analizzare le leggi razziali dal punto di vista del linguaggio e dell’immaginario che producono, direi che sono una grande rivolta sottoproletaria.
Chi era razzista non era un signore o una signora che pensavano di essere, come dire, gli aristocratici della situazione. A sostenerle era un’ideologia molto popolare, priva di una letteratura teorica, ricchissima invece di un linguaggio e di un lessico di aggettivi molto popolari, anzi, molto popolani, più che popolari. Bene, questo linguaggio rimane profondamente radicato nella storia italiana, lungo tutto l’arco destra-sinistra.
Quindi quello che dobbiamo analizzare è una storia lunghissima di periodo, ma è esattamente questo che, a mio avviso, non abbiamo nessuna voglia di fare.
E perché?
Ma perché questo implicherebbe analizzare la storia nazionale come una storia di grandi conflitti. In questo Paese non ci siamo mai raccontati la storia delle divisioni. Noi ci siamo raccontati due tipi di storia: la storia delle disgrazie, per cui siamo sempre tutti dei disgraziati, delle persone che hanno subito il volere di qualcuno, lo straniero, il potente, quasi fossero dei prodotti astorici, metafisici, che arrivano da chissà dove. E poi ci siamo raccontati la storia dell’arte d’arrangiarsi. Ecco, mi piacerebbe che qualcuno la raccontasse la storia dell’arte d’arrangiarsi. In quell’arte d’arrangiarsi c’è anche il fatto che non ci sono riserve su quello che ti capita, ci sono semplicemente modi di sopravvivere. Bene, anche in quei modi di sopravvivere andrebbero capiti i comportamenti di una società nel periodo lungo.
Hai fatto l’esempio russo. Ovviamente tu pensi che l’incapacità di leggere il passato ci impedisca di capire anche il presente…
Allora apro una parentesi. Quando noi analizziamo il fenomeno culturale che si chiama Lega Nord, e pensiamo che quel fenomeno sia originariamente di neo-razzismo o lo mettiamo in scia ai movimenti di estrema destra a partire dagli anni Ottanta, secondo me facciamo un grande errore, perché l’origine culturale della Lega Nord non è la destra rivoluzionaria, è la sinistra reazionaria. Sarebbe un grande errore pensare che la Lega Nord abbia un futuro solo etno-territoriale, perché il vero slogan, capace di egemonia da Aosta a Lampedusa, non è la divisione tra Nord e Sud, ma è "padroni a casa nostra”. "Padroni a casa nostra” è un linguaggio che funziona perfettamente da Agrigento al Monte Bianco ed è il classico residuo di un immaginario antiamericanista, tipico sia della destra fascista che dell’ultrasinistra, che ha letto le multinazionali come deprivazione dell’identità nazionale, che nel conflitto fra l’identità di sé territoriale e sovranità sovranazionale, ha sempre scelto il chinotto contro la coca cola, che ha vissuto il prodotto tipico, nazionale o locale, come risorsa autentica rispetto a un prodotto non naturale in quanto risultato di una filiera industriale. E’ il culto dell’autentico contro l’invadenza dell’artificiale. Bene, in Italia tutto questo fa parte dell’immaginario collettivo della destra e della sinistra. E se le leggi razziali le analizziamo da questo punto di vista, vedremo che non sono la punta dell’iceberg di una cultura politica che si classifica a destra, ma sono un modo di interpretare il mondo che ha avuto cittadinanza culturale lungo tutto l’asse destra-sinistra.
Credo che non aver fatto i conti con questo dato sia molto inquietante e foriero di un grande caos culturale.
Ti faccio un esempio sulla storia del Risorgimento: gran parte della sinistra è cresciuta esaltando il brigantaggio contro la conquista regia, sabauda. Oggi chi esalta il brigantaggio è sostanzialmente la storiografia revisionista, di carattere sanfedista, che dice che il Risorgimento è un imbastardimento di tipo sovranazionale sui caratteri naturali di questo Paese di tipo cattolico.
Se dovessi andare a prendere quello che è stato un classico formativo dell’estrema sinistra, come il manuale della storia italiana, cioè "Proletari senza rivoluzione” di Renzo Del Carria, dovrei riconoscere che Renzo Del Carria sta lì, appartiene a quel filone logico, epistemologico, storiografico, linguistico. Allora, è molto più complicata la questione.
Malgrado quello che dici c’è un dilagare del bisogno di memoria. Come lo spieghi?
Francamente credo che questa domanda di memoria nasca anche da un’enorme angoscia dovuta al timore di aver perso, o di perdere, un’identità. Si diffondono pratiche mnemoniche in cui tu oggi raccogli testimonianze, le schedi, le metti dentro un software. Mi domando che utilità abbiano. Ciascuno di noi fa centinaia di foto che riversa dentro un cd che mai più rivedrà. Per chi sono queste foto? Sembra che ognuno abbia l’angoscia di ricostruirsi un passato. Ma poi che se ne fa, di questo passato, che gli serve? Si potrebbe dire, molto volgarmente, che l’angoscia di sapere quello che accadrà domani è tale, che ci si aggrappa all’unica certezza che c’è: ieri. Può essere, non dico di no, ma è una risposta che non mi convince. Credo che nel passato noi andiamo a cercare di più, andiamo a cercare l’autentico. Noi abbiamo bisogno di sapere che c’erano rapporti autentici. Siamo ossessionati dall’idea della solitudine, ci angoscia una moltitudine sociale in cui non abbiamo più circuiti.
Infatti i nostri slogan di ritorno sono: "Si stava meglio quando si stava peggio”, "Poveri ma belli”, la nostalgia, cioè, di una società naturale, "vera”.
"Io mi ricordo”, il volume dvd prodotto da questo gruppo di giovanotti che hanno costituito la Banca della memoria, è un’esperienza di grandissima rilevanza. Siccome s’è interrotto il meccanismo discensivo della memoria, che funzionava quando la sera, o durante il giorno di festa, i vecchi raccontavano e i giovani ascoltavano (quindi quel che in realtà s’è dissolto è l’unità familiare, perché quello era il contesto) si vanno a cercare degli anziani che raccontano un pezzo della loro vita. Benissimo. Ma una volta che tu le hai ascoltate, che te ne fai di quelle storie? Quale ego soddisfano? Quale inquietudine placano? Una volta che tu sai cosa accadeva e sai da dove vieni, di questo sapere te ne fai qualcosa, operativamente? Cambia la tua vita? Secondo me no. Allora, perché lo fai? Ha uno scopo utilitaristico, quello che fai? Oppure ha uno scopo "conservativo”, riappacificante? Serve per darti uno sfondo? Serve per poter dire: "Anch’io ho una storia”?
Il Giorno della memoria è anche questo?
Certo, è stata un’enorme fabbrica di racconti a stampa della storia di vita di individui. Non è solo che hai detto: "Io sono stato zitto 40 anni...”, questo è vero, ma è anche il fatto che in un contesto dove tantissimi raccontano la loro vita, la domanda che ti fai è: perché loro possono raccontare la loro vita e a me che è successa questa cosa straordinaria nessuno mi sta a sentire? E’ indubbio che la dimensione del 27 gennaio, se la si toglie dall’elemento meramente celebrativo, è un enorme star system, in cui tu scopri che la tua vita ha un valore, meglio, che il racconto della tua vita ha un valore. E’ vendibile, è ascoltabile, è degno di essere ascoltato. E questa è un’enorme chance funzionale.
Il 27 gennaio ruota intorno a questa partita, quindi è un problema enorme. Allora, proviamo a pensare a un blocco, a una crisi di questa dimensione, di questa funzione. Che qualità di vita ha questa gente il giorno dopo? Sono in grado di sostenere la quotidianità? Di rientrare nella quotidianità? Restando nel dramma, perché non è che sia un’invenzione quel che è successo lì dentro, tu ritrovi la banalità del quotidiano. Allora, se raccontare questa storia serve a capire qual è la tua banalità, ha un’enorme funzione, ma se raccontare la storia serve a fuoriuscire dalla banalità del quotidiano, a poter dire: "Io sono importante”, beh, allora la cosa diventa un po’ più drammatica. E se è così, niente è più cinico di una quantità di milioni di individui che una volta che hanno ascoltato la tua storia, si alzano e se ne vanno, senza aprir bocca. Questo è quello che accadrà prossimamente. Ovverosia, noi avremo dei 27 gennaio in cui ci saranno delle persone che racconteranno le loro storie e tanti che le ascolteranno per pura cortesia, perché l’attimo di scandalo sarà finito a fronte della tendenza di ognuno a raccontare la propria disgrazia. Avremo l’irrilevanza della storia.
Il 27 gennaio è nato per raccontare delle storie eccezionali con un valore di formazione civica per milioni di individui. E’ diventato un sistema in cui ciascuno racconta un pezzo della propria vita privata. E’ il 27 gennaio di tutti. Perché? Perché nessuno accetta l’ipotesi di far da spettatore a un racconto eccezionale di un individuo che si mette al centro dell’attenzione. E’ chiaro?
Chiaro, ma molto triste…
E’ così, secondo me. Io la chiamo la "condizione del dopo l’ultimo testimone”. Quello che non è maturato è il bisogno di farsi la domanda: il racconto di ciò che è successo a quella persona, quanto mi serve? Qual è il succo di quella storia? Cosa mi fa capire di più? Se tu vivi un racconto biografico come la personalizzazione della storia, alla fine conta quell’individuo con nome e cognome, non conta lo scenario in cui quella storia è avvenuta. Se tu eroizzi la storia, dopo che hai esaurito lo slancio emotivo, il tasso di attenzione cala e resta solo il silenzio. In ogni caso quello che non emergerà è la storia collettiva. O meglio: quello che emerge sono tante storie individuali che non diventano mai percezione di una storia collettiva.
Non c’è anche il fatto, inevitabile certamente, che si sceglie di far parlare solo la vittima? Non sarebbe molto utile, per far ragionare un ragazzo, "far parlare” anche il carnefice? Cercare di penetrare il "mistero” di un operaio socialdemocratico tedesco, casomai anche buon padre di famiglia, che si ritrova in un bosco della Polonia a sparare con un fucile alle spalle di ebrei, uno dopo l’altro, per un’intera giornata...
A un certo punto, noi per capire una società, dobbiamo poter capire non già cos’è successo a qualcuno, cosa qualcuno ha subito, ma cosa qualcuno ha fatto. Per certi aspetti sarebbe molto più interessante, molto più importante conoscere la storia dell’uomo comune, chiamiamolo così, che nessuno, però, racconta. Ecco, pensiamo al personaggio rappresentato da Sofia Loren in "Una giornata particolare”: è altamente significativo.
Allora, diciamolo così: noi dovremmo essere in grado di leggere e capire il racconto o l’indagine su un carnefice, e anche su una vittima, spogliandolo del carattere etico. Ma questo passaggio non l’abbiamo compiuto. E non perché siamo scarsamente intelligenti o troppo emotivi, ma perché ci obbligherebbe a farci un altro tipo di domanda, molto più impegnativa che ci riguarda da molto più vicino. In fondo il piano etico è comodo, perché comporta lo schieramento. Sembra che siamo incapaci di ragionare senza decidere di schierarci. E non voglio dire, ovviamente, che uno non deve decidere se il nazismo era buono oppure no, ma voglio dire che una volta che l’hai deciso, che il nazismo non sei tu, che non ti piace, che non lo vuoi, tu la domanda che devi porti è: perché ci sono milioni di individui che nazisti lo erano? Questa domanda riguarda te, oggi.
Perché Uomini comuni di Cristopher Browning, che è sicuramente un grande libro, che è un libro di 220 pagine che si leggono spedite, non è diventato un classico? Perché dire Cristopher Browning non è lo stesso che dire Primo Levi? Semplicemente perché quella è una storia più imbarazzante, molto più imbarazzante.
Ecco, io penso che oggi il tema della memoria avrà un futuro solo se sarà in grado di farsi queste domande. Altrimenti il Giorno della memoria farà la fine del Giorno del risparmio. Parlerà di un’etica cimiteriale, monumentale, ma non fonderà un’etica pubblica. Nel Giorno della memoria la maggior parte delle persone che avranno ascoltato quei racconti se ne andrà pensando: "Meno male che non è capitato a me”. Mentre quello su cui si dovrebbe ragionare è: "Com’è che è capitato?”. Questo è il tema, e questo sì che ha un carattere universale e fuori dal tempo.
"Meno male che non è capitato a me” non fa pensare, non fa "lavorare”, è come pagare l’obolo e tanti saluti.









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