








UNA CITTÀ n. 172 / 2010 MarzoIntervista a Valerio Romitelli
realizzata da Carlo De Maria
GLI INASCOLTATI
L’etnografia del pensiero come studio di popolazioni nel loro luogo di fatica e sofferenza, a partire dalle loro parole e dal loro pensiero; lo strumento dell’intervista al posto del questionario ma anche il rifiuto del culto della persona oggi dominante; la fragilità della figura dell’assistente sociale. Intervista a Valerio Romitelli.
Valerio Romitelli insegna Metodologia delle scienze sociali e Storia dei movimenti e dei partiti politici all’Università di Bologna. Dirige il Gruppo di ricerca di etnografia del pensiero (Grep), che svolge da anni ricerche in luoghi cruciali della realtà sociale come fabbriche, aziende, scuole, corsi di formazione e servizi sociali. Il suo ultimo libro si intitola Fuori dalla società della conoscenza. Ricerche di etnografia del pensiero, Infinito edizioni, 2009.
Nel tuo libro presenti la "società della conoscenza” come "società delle incognite”. Ci puoi spiegare questo ribaltamento?
Partirei dalla crisi, la crisi dentro cui siamo calati, e dalla difficoltà di identificare un colpevole. Adesso siamo soliti puntare il dito contro i finanzieri senza scrupoli. In verità la crisi è molto grave, non tanto per gli effetti (che magari in Italia sono limitati), ma perché nessuno ha delle ricette e non è assolutamente chiaro come uscirne... Insomma, manca il colpevole. E il colpevole deve essere per forza qualcosa di impersonale, cioè una teoria, una impostazione, non può essere semplicemente questo o quell’altro disonesto. E nello stesso tempo non possiamo chiudere il discorso dando la colpa al neoliberismo, contro il quale ora se la prendono tutti, perfino Tremonti e Fini. Io penso ci sia qualcosa di più profondo, che riguarda anche il modo di organizzare l’opinione pubblica. Esiste un pensiero unico, ma non penso sia il neoliberismo o il capitalismo. Penso, invece, sia il "cognitivismo”. Mi riferisco a quella visione generale che tende a ridurre la società a un insieme di persone accomunate dalla capacità di comunicare. Il centro di gravità sarebbero la persona e i rapporti interpersonali, mentre tutto ciò che è impersonale è immediatamente spersonalizzante, fonte di burocrazie spietate, ecc. Si tratta, insomma, di un bilancio molto "violento”, semplificato e riduttivo, di ciò che è stata la nostra storia. Critica di ogni ideologia e, soprattutto, liquidazione di tutta la dimensione impersonale, che è stata invece una conquista moderna imprescindibile: la giustizia, ad esempio, è impersonale. Gli stessi aspetti materiali del vivere, come la fatica e la sofferenza sociale, finiscono per essere trattati come delle disfunzioni comunicative.
Perché penso che questo sia all’origine della crisi? Perché, tutto sommato, anche la crisi finanziaria che stiamo vivendo, di cui siamo vittime, è stata generata dal dominio della comunicazione sull’economia. Si è giocato a chi la sapeva più lunga o a chi la sapeva raccontare meglio in termini comunicativi. Se ci pensi le agenzie di rating facevano proprio questo, dicendo grosso modo: state ad ascoltarci, perché noi vi diamo l’informazione giusta. (E l’informazione è l’unità di misura della comunicazione). Mi sembra, invece, che sia successo che, passando di informazione in informazione, si sia perso completamente il contatto con la realtà e, quindi, siamo precipitati nella crisi.
Penso che vada riscoperta la realtà, e faccio riferimento proprio alla realtà materiale della fatica, della sofferenza, dello sforzo fisico. Non è possibile risolvere tutti i rapporti materiali in termini di comunicazione, come vorrebbe la società della conoscenza. Si è arrivati al punto che anche uno spazzino è un lavoratore della conoscenza, perché cura l’immagine della città... Ma la sua fatica non conta?
Che cos’è l’etnografia del pensiero?
Quando parlo di rapporti materiali, di realtà sociale, dura, difficile e, quindi, di dimensioni fisiche spesso dimenticate e trascurate, parlo di quell’insieme di problematiche che sono state il cavallo di battaglia del marxismo, del materialismo storico e dialettico, quindi una visione classista... Non sono assolutamente un nostalgico di questa concezione, che reputo sia fondamentalmente finita. Non voglio certo fare una riedizione di idee marxiste. Quando parlo di realtà sociale, la intendo sempre filtrata dal linguaggio. Bisogna tener presente che nella seconda parte del Novecento è avvenuta una svolta linguistica: in molte parti del mondo l’analfabetismo è stato vinto. Tutti parlano e scrivono, è un potere condiviso. Anche quelli che non hanno un potere di governo, possono esprimersi, e quindi pensano a partire da come parlano.
Allora, per andare a scoprire la realtà sociale, oggi, secondo me, bisogna semplicemente andare a interpellare. Molto semplice da dire, difficile da fare: interpellare le parole e il pensiero di coloro che soffrono e faticano, cioè coloro che sono in prima linea nel contesto di sfruttamento, che esiste ancora. Che vivono la fatica, i disagi sociali che conosciamo. Per questo parlo di etnografia del pensiero. L’obiettivo è indagare la realtà sociale nei suoi aspetti materiali, ma penso che l’unico modo per arrivarci sia quello di passare attraverso ciò che dicono i diretti interessati, quindi gli operai, gli immigrati, i clandestini, i senza casa... Insomma, le frange più estreme e considerate super-marginali. L’etnografia del pensiero nasce come studio di popolazioni nel loro luogo di fatica e sofferenza, ma a partire dalle loro parole e dal loro pensiero. Per riuscire in questo intento, è necessario un metodo rigoroso, perché senza un vero metodo sono convinto che non si riesce ad arrivare alla sostanza.
Credo che le parole e il pensiero di quelli che soffrono e faticano ci possano istruire: il problema è proprio quello di farsi istruire, non di educarli o magari -come si diceva un tempo- fare crescere la coscienza a quelli che non ce l’hanno, ecc. Al contrario, il punto è di pensare il loro pensiero. (Del resto, se si vuole elevare il livello di coscienza di qualcuno, vuol dire che si pretende di averla già in pugno questa scienza o conoscenza... no?). Ecco io penso che l’etnografia del pensiero si ponga sempre in modo duale: ci sono i diretti interessati, che vivono una determinata realtà sociale, e ci sono dei ricercatori, che si confrontano con loro, in modo il più esplicito possibile, e quindi con dei lunghi colloqui, un’intervista come questa... No, forse più concisa di questa, perché i lavoratori sono spesso, diciamo, più laconici degli intellettuali, a meno di non trovare i logorroici, che ci sono sempre...
Quello che sorprende è il nesso stretto tra una critica radicale e complessa e la volontà tenace di cercare una ricaduta pratica, quindi incidere sulle politiche sociali... Come riuscite a tenere insieme le due cose?
Diciamo che tutta questa teorizzazione di metodo nasce, in gran parte, dalla conoscenza diretta delle situazioni... Credo che il crollo delle ideologie, il crollo della sinistra, il crollo del classismo abbiano lasciato un vuoto enorme (tranne che per i nostalgici). Una volta i proletari erano comunque uniti, avevano delle forme di identificazione. Esistevano dei parametri fondamentali che permettevano, anche semplicemente nel parlare, di riconoscersi come politicamente orientati. "Sei del Pci? No del Psi”... Al crollo delle ideologie è seguito un disorientamento totale e, volendo enfatizzare, io dico: il compito è molto semplice, perché i proletari ci sono ancora, e oggi sanno pensare a partire dalle loro parole molto più che ai tempi di Marx. Si tratta di un proletariato di tipo nuovo, che vive solitamente nella dispersione più completa, nella disperazione. Infatti, quando andiamo a realizzare le interviste, sono i nostri interlocutori i primi a essere sfiduciati sul peso o l’importanza che possono avere le loro parole nell’orientare le politiche sociali. E noi, del resto, gli diamo assolutamente ragione, perché la nostra è una scommessa azzardatissima...
Cerchiamo di dare dei segnali ai governanti e alle loro politiche, dicendo: guardate che voi state andando di là, ma è possibile, senza che succeda la rivoluzione, senza che dobbiate dimissionare, fare un po’ meglio. E oggi questo poco sembra tantissimo, perché tutto è organizzato in modo da andare di male in peggio.
Al centro del vostro discorso ci sono "gli inascoltati” e so che il metodo di ricerca da voi adottato prevede un questionario a domande aperte. Dunque, la persona appare davvero il fulcro del vostro lavoro. Tuttavia, la tua critica della società della conoscenza riguarda proprio la tendenza a porre la persona come unico riferimento. Credo che questa apparente contraddizione si spieghi con il fatto che la necessità più urgente da voi posta sia quella di andare oltre le particolari posizioni individuali e di riscoprire i motivi di fondo.
Assolutamente. Noi teniamo conto della persona e ascoltiamo la sua singolarità. Spesso i titoli dei nostri rapporti finali riprendono una frase detta da uno degli intervistati. Insomma, non vogliamo i cori, l’unanimità. Mi oppongo, invece, al culto della persona oggi vigente. Perfino ai distributori di benzina, non so se hai visto la réclame di quella compagnia che dice: "noi ci mettiamo la faccia”. Mentre un distributore di benzina è una delle cose più impersonalmente condizionate del mondo, con alle spalle lobby petrolifere, guerre mondiali, ecc. ecc., ma la pubblicità ti vuole far credere... A che punto siamo arrivati! Poveretto quello lì, gli tocca anche metterci la faccia, anche se probabilmente non rimarrà a gestire quel distributore più di tanto, ma gli tocca andare su un manifesto, lo costringono a farsi divo di se stesso...
Per rimanere alle nostre inchieste, poi, le persone non devono essere identificabili, per il semplice fatto che se lo diventassero, noi finiremmo col dare delle informazioni ai governanti, alla polizia, insomma a tutto quell’enorme dispositivo che è a caccia di informazioni, per poter inchiodare le persone in base alla loro condotta, al loro curriculum.
L’idea di questa intervista è partita dal vostro lavoro di inchiesta sulla vita dei senza fissa dimora...
Nel 2001, a Bologna, è nato il Gruppo di ricerca di etnografia del pensiero (Grep), che ha preso impulso intorno ai miei corsi universitari. Il problema principale per noi è quello di non considerare la realtà sociale dall’alto, non abbiamo bisogno di panoramiche. E’ proprio l’etnografia a insegnarlo. Fare ricerca etnografica consisteva nell’andare in un villaggio, a rischio di farsi bollire in pentola dalla popolazione locale, per vedere le loro abitudini...
Si pone, innanzitutto, un problema di luogo, e su questo punto insisto molto. Per noi la realtà sociale si dà per luoghi, una scelta se si vuole minimalista, con la quale tuttavia non si intende negare l’utilità delle grandi analisi quantitative. L’impressione, però, è che si facciano ormai solo queste... Gli inascoltati, in realtà, sono sempre molto ascoltati, ma in un modo che fa torto alla loro esperienza. In tutti i luoghi o servizi dove capitiamo, c’è sempre un questionario, multiple choice: "ti piace/non ti piace”, secondo una visione quantitativa. Si è ascoltati come numero. Ecco noi, invece, vogliamo conoscere la loro esperienza, quindi la loro sostanza, le loro parole, le loro riflessioni. E’ tutta un’altra cosa...
La ricerca sui senza fissa dimora è nata da un lungo dialogo che ho avuto con uno dei collaboratori del ministro Ferrero (secondo governo Prodi). Mi è stato detto che il ministro era sensibile al nostro genere di ricerca e, per noi, si presentava l’occasione di portare a livello ministeriale, e quindi dare visibilità, al nostro tipo di approccio. I senza fissa dimora -che hanno dato vita anche a una loro Federazione- hanno sempre lamentato il fatto che la Repubblica italiana è nata, vissuta e prosperata senza mai chiedersi per un momento: ma, quanti, dove, chi sono i senza casa? Su questo ha pesato, naturalmente, il problema tipicamente italiano che ognuno deve avere la sua casetta. La famiglia domina in tutti i discorsi pubblici, dunque se non hai una casa non sei nessuno. Per giunta, i senza casa sono sicuramente un elettorato poco interessante.
Lo Stato italiano ha sempre delegato i problemi relativi al sociale più estremo alla Chiesa, alla Caritas. Si tratta proprio di una delega in bianco. Anche sugli immigrati, se ci pensi. La Caritas sui senza fissa dimora non aveva mai fatto un lavoro di indagine, così ci siamo detti: proviamo a fare una ricerca che sia sufficientemente sistematica. E l’appoggio del Ministero l’ha consentito. Sono state scelte cinque città: Genova, Milano, Roma, Bari e Bologna, e noi ci siamo occupati di Bologna. Tra i vari gruppi di lavoro è stato realizzato un protocollo di avvicinamento alla ricerca. Abbiamo fatto interessanti discussioni in merito. In ogni città erano coinvolte associazioni e istituti diversi. A Genova c’era l’università, a Roma la Caritas, a Milano dei volontari, a Bologna noi del Grep. Quindi situazioni sono molto eterogenee, anche a livello di metodo, ma la diversità è risultata interessante: alla fine abbiamo deciso che più metodi erano meglio che uno solo!
A Bologna abbiamo fatto la scelta di trovare un luogo, giocando sul paradosso che dei senza fissa dimora, dei senza luogo, li vai a interpellare in un luogo preciso nel quale devi entrare e che devi imparare a conoscere. Avevamo la necessità di concentrarci su un campione piccolo: dal momento che lavoriamo in profondità, non possiamo fare indagine su una vasta popolazione, altrimenti il materiale ci sfugge di mano. Siamo, quindi, consapevoli che quello che riusciamo a dire è pertinente a un luogo, e noi ci teniamo ad avere questo atteggiamento, diciamo così, relativamente relativistico: nel senso di non volersi mettere dalla parte dei governanti, dei ministeri, e delle grandi visioni panoramiche e univoche. Noi vogliamo dire: su questo luogo, a nostro parere, si può fare meglio così. Ciò non toglie che il "caso” particolare possa costituire un punto di riferimento per altre situazioni, ma noi ci rendiamo responsabili soprattutto di quello che diciamo su quel luogo. Diffidiamo dei grandi numeri, preferiamo incontrare le persone, la realtà sociale per quella che è. Abbiamo scelto di andare al centro Beltrame, che è uno dei centri più importanti della città, con 120 posti letto.
Quante persone avete intervistato?
La nostra unità di misura è di una ventina di persone, suddivise in questo caso tra operatori sociali, richiedenti asilo politico e fruitori veri e propri del servizio (bolognesi e non). Ogni intervista dura un’ora e mezzo o due. Durante questi colloqui le risposte vengono verbalizzate: non usiamo il magnetofono, proprio per responsabilizzare l’intervistato, che ci "dichiara” la sua risposta.
Appena il giorno prima che incominciassimo le interviste, era avvenuto un accoltellamento; quindi si respirava un clima molto difficile. Inizialmente, cerchiamo sempre di avere un quadro demografico preciso della popolazione del luogo, e poi deduciamo i soggetti interpellabili.
Avremmo voluto intervistare anche una delle poche donne che usufruiscono del servizio (la componente femminile è una minoranza in questo dormitorio). Abbiamo interpellato una signora, che però a metà intervista non ce l’ha fatta. Insomma, sono persone che hanno degli itinerari esistenziali complessi, per cui a metà lei ha preferito lasciar perdere.
Uno dei nostri principi di metodo non aggirabili consiste nel fare le interviste nel luogo: se è un luogo di lavoro, durante l’orario di lavoro; se è un luogo di servizio, lì dove il servizio avviene. Vogliamo stare in situazione e parlare di quello che ci sta intorno, con tutta la carica di "essere lì” e di parlare di quello che accade lì... La nostra richiesta viene di solito annunciata con volantini, con un’opera di propaganda e di spiegazione dell’iniziativa. Cerchiamo di chiarire il più possibile il nostro obiettivo. Anche qui risiede una differenza fondamentale di metodo rispetto all’orientamento prevalente nell’etnografia. Mi riferisco al cosiddetto metodo "all’americana”, che consiste in una osservazione un po’ spionistica, durante la quale ci si simula membri della popolazione e si cercano di catturare notizie, spezzoni di discorso, magari attraverso un magnetofono nascosto... Insomma, è un metodo che per me ha il difetto di poter essere applicato agli umani come agli scimpanzé: avendo a che fare con degli esseri umani si perde qualcosa, finendo per trattarli come si tratterebbero gli scimpanzé. E, quindi, noi cerchiamo nel modo più sintetico e convincente possibile di spiegare perché siamo lì e cosa vogliamo e di avere il consenso di quelli che ci vengono a parlare, che condividono o almeno comprendono il nostro intento.
Spiegarsi non è assolutamente facile, soprattutto perché in Italia le scienze sociali sono delle cenerentole: quando arriva un ricercatore sociale si pensa che l’ha mandato il padrone, oppure che è un poliziotto travestito o, bene che vada, un sindacalista. L’idea che l’università e quindi il sapere, la scienza, si interessi di queste popolazioni è sempre difficilissimo da spiegare, e quindi cerchiamo sempre di convincere il più possibile che l’iniziativa ha lo scopo di migliorare la loro situazione.
Questo è il discorso: diteci cos’è che non va, cosa invece va, ecc.
Cosa è emerso dalle interviste?Nonostante tutte le difficoltà che ha posto una indagine sul campo di questo tipo, siete riusciti a trarre delle conclusioni?
L’analisi dei materiali che risultano dalle interviste è spesso più lunga di tutto il resto. Sono convinto che il rapporto tra pensiero e realtà stia tra le parole. Mettiamo allora in atto un lavoro che può anche ricordare quello della psicanalisi. Significa, cioè, leggersi e rileggersi le due o trecento pagine che risultano dalle nostre interviste.
Inizialmente la lettura è molto deludente, per questo io non faccio quasi mai vedere, non rendo disponibili, le interviste, perché spesso a una lettura superficiale si notano solo le ripetizioni, i temi già sentiti, il linguaggio approssimativo. Più di una volta mi è stato detto: "Ah tu consideri quelli dei grandi intelligentoni, in realtà sono dei poveracci”... Certo, io li considero come testi sacri da interpretare. Non dirò mai questi non capiscono niente, questi sono dei disperati. In fondo, si tratta di capire il rapporto tra pensiero e realtà. Non nascondo che delle volte abbiamo lasciato perdere, cioè ci siamo resi conto che le interviste e le ricerche compiute erano nulle, non davano risultato. Ad esempio, questo è capitato nel caso di un gruppo di giovani che seguivano un corso di apprendistato. Abbiamo avuto la sensazione che i ragazzi non pensassero niente del luogo in cui si trovavano. Dalle loro parole emergevano solamente completo disinteresse e assoluta estraneità. Questi corsi di formazione, cioè, non si sono rivelati dei luoghi sociali, ma semplicemente dei luoghi di passaggio, assolutamente inconsistenti. I ragazzi coinvolti non avevano molto da pensare: dicevano "chi se ne frega”, facevano molto dell’ironia, non c’era nessuna sostanza.
Tornando però alla ricerca sui senza fissa dimora presso il centro Beltrame, come dicevo, sono emerse questioni molto interessanti. Ad esempio, il problema relativo ai rifugiati politici, che secondo me è molto esplicativo di come funzionano le cose in Italia da questo punto di vista. Nel nostro paese i rifugiati hanno uno statuto sempre controverso, complicato. Anche quando giungono con credenziali di organismi internazionali, che propendono per riconoscerli come rifugiati politici, le autorità italiane procedono ad accertamenti ulteriori e nel frattempo, in questo interregno, vengono lussuosamente trattati da senza casa, e quindi messi in mezzo a una popolazione che, invece, senza casa è o per scelta o per destino, ma comunque ha una dimensione "cronica”, non casuale. Per cercare di attenuare questa situazione incresciosa, le istituzioni cosa fanno?
Peggio il rimedio del male: consigliano agli operatori dei luoghi di accoglienza di applicare dei trattamenti di favore, e quindi ufficiosamente gli operatori hanno l’incarico di essere più benevoli con gli immigrati-rifugiati politici in fieri. Risultato: razzismo, da parte degli altri, che ripetono il famoso refrain: lo zuccherino lo danno a loro, non a noi. E ancora: "questi che arrivano da fuori”, "l’invasione”, ecc. La situazione, d’altra parte, è vissuta male anche dai rifugiati politici, che si trovano in mezzo a una popolazione tendenzialmente ostile. Questa è una segmentazione gravissima, che la dice lunga sui modi e sull’incapacità italiana di trattare tali problemi.
Un altro aspetto mi ha sorpreso. Esiste una letteratura che spiega come, almeno in certe situazioni, ci siano delle forme di solidarietà tra i senza casa, cioè punti di ritrovo, consigli reciproci, mutuo appoggio. Tuttavia, nel dormitorio vige una pesante e forte solitudine, condita da antipatia e disprezzo degli uni verso gli altri. La frase ricorrente è: "Io ce la farò, gli altri no”; "Gli altri finiranno qui i loro giorni, io probabilmente no”. Lo sto dicendo in modo molto banale, è interessante vedere gli enunciati. Il problema è che nel dormitorio si incrociano condizioni molto diverse: quelli che possono andare lì solo per dormire, senza rimanere durante il giorno; ci sono quelli che possono restare tutto il giorno; alcuni vanno e vengono, altri sono lì da decenni. Uno dei nostri interlocutori ci ha detto: "La mia prossima meta è Parigi, io voglio andare a Parigi... Parigi è la città dei clochard, lo so, lo dicono tutti... A Napoli stavo benissimo, mentre a Bologna sono un po’ più stronzi, però è un paradiso, c’è tutto qua... Insomma, a Napoli l’assistenza è più occasionale, però la gente è più buona... Qua però è un paradiso, tutto è organizzato”.
A Bologna, in effetti, ci sono gli avvocati di strada che danno ai senza fissa dimora una sorta di manuale di sopravvivenza: con indicazioni su dove puoi andare per mangiare e per dormire, dove se stai male e così via. Va detto, comunque, che Bologna non è più un paradiso per i servizi sociali, benché rimanga in molti questa immagine mitizzata. Con Cofferati ci sono stati grossi tagli e anche una sorta di ricatto verso le cooperative sociali, che per sopravvivere sono andate al ribasso e hanno offerto servizi a minor costo. Le politiche sociali in città sono in gravissimo declino o, comunque, in controtendenza rispetto all’idea di posizione ottima che c’era un tempo... Al punto che mi accade di sentire molte autocritiche da parte delle stesse cooperative sociali, che si rimproverano di aver accettato il ricatto. Di essersi piegate alla logica che, se non lavori a determinate condizioni di economicità, allora non vinci gli appalti.
Tra le persone che abbiamo conosciuto durante le interviste, ne abbiamo trovata una che tutte le mattine si mette la cravatta e va a lavorare. Oggi un salario non è più un salario, ormai lo sappiamo bene. Non consente più, come invece ai tempi di Marx, la riproduzione della forza lavoro: gente che lavora deve comunque dormire per strada. Dunque, situazioni molto diversificate, comportamenti altrettanto variegati. Ripeto, molta solitudine.
I servizi sociali si prendono in carico questi destini e applicano loro un protocollo che si può definire come una specie di gioco dell’oca: per cui se sbagli, torni alla casella precedente. Faccio un esempio: tu sei un alcolizzato; un operatore sociale afferma che sei migliorato e che sembri un po’ meno dipendente dall’alcool, poi però ti vede che prendi una "ciucchetta” una sera e ti declassa di una casella.
Gli assistenti sociali sono figure molto fragili, perché molto poco supportate da conoscenze di metodo e da sostegni materiali. Si sentono molto intimoriti dalle istituzioni che gli stanno attorno. Sono schiacciati dalle responsabilità, con la paura di sbagliare, di essere troppo permissivi e ottimisti sulle "carriere individuali” (si usa proprio questo termine). In fondo, è un problema di investimenti: gli operatori andrebbero adeguatamente sostenuti.
Devo dire che anche nella fase iniziale del progetto, durante le riunioni al Ministero, mi sono scaldato e arrabbiato. Tra gli assessori e gli altri ricercatori coinvolti nel progetto, il dibattito finiva sempre per concentrarsi sull’obiettivo del reinserimento, dell’integrazione, con un’idea di fondo sempre fortemente evolutiva. In buona sostanza si diceva: i senza dimora ci sono, ma non ci dovrebbero essere. L’amico Paolo Pezzana, direttore della Federazione dei senza fissa dimora, bravissimo e molto simpatico, mi ha relazionato recentemente sulle politiche a livello europeo, che hanno toni molto sinistri. Si tiene come stella polare la Danimarca: pare che in quel paese siano riusciti a ridurre la popolazione dei senza dimora a non più di sessanta unità. Semplicemente, li hanno messi in casa.
L’integrazione intesa come annientamento della condizione presente passa attraverso la cosiddetta "personalizzazione delle carriere”. Un modo di operare che ovviamente sconta percentuali di insuccesso enormi. Come persona, infatti, il senza casa fallisce molto, moltissimo, e quindi si sente tristissimo e riscontra negli altri il proprio fallimento. A noi, invece, non interessa né il passato né il futuro delle persone che interpelliamo, a noi interessa il presente. Non ci interessano le motivazioni o le aspettative: "perché sei qui, o dove vuoi andare”. A noi interessa cosa pensano qui ed ora, dove sono, come possono migliorare questo posto, questo luogo.
Una parola circolava spesso nelle interviste che abbiamo fatto, quella dei "lavoretti”, cioè i piccoli lavori, le piccole attività che permettono ai senza dimora di vivere meglio (svuotare i solai, ad esempio). Il lavoro come attività materiale, riconosciuta. Se uno lavora è considerato come qualcuno che fa fatica e, quindi, meritevole di compenso. Credo che sia assolutamente da riscattare il lavoro come categoria fisico-meccanica, rispetto a tutte le manfrine del lavoro immateriale, perché il lavoro o è materiale o non è lavoro, il lavoro immateriale è un ossimoro, come dire ghiaccio bollente.
Organizzare i lavoretti per i senza fissa dimora richiede un grande impegno e l’assunzione di molte responsabilità da parte degli addetti al dormitorio. Gli operatori delle cooperative sociali sono secondo me i nuovi eroi del lavoro. Figure retribuite pochissimo, che vivono delle condizioni difficilissime, ma accumulano un patrimonio di conoscenze straordinarie su realtà sociali spesso estreme. A Bologna, a fronteggiare il disagio massimo, o ci sono dei preti o ci sono dei cooperatori. Questi ultimi sono avviliti da retribuzioni inferiori a quelle di un operaio, si parla di cinque o sei euro all’ora - hai capito bene -per avere a che fare con persone come anziani non autonomi, bambini psicologicamente labili, senza fissa dimora... Molti dicono: io per fare questo lavoro ne devo fare un altro. Un operatore ci ha detto: ci vorrebbe un libro per spiegare quello che facciamo. E allora, abbiamo detto, facciamolo!
(a cura di Carlo De Maria)
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