Jennie Feldman è scrittrice e traduttrice. E’ nata in Sud Africa ed è cresciuta in Inghilterra. Ha studiato ad Oxford. Vive in Israele dal 1975. E’ sposata e ha due figli. Tra i suoi libri, la raccolta di poesie The Lost Notebook, Anvil, London 2005 e il volume di traduzioni di poeti francesi contemporanei Into the Deep Street, Seven Modern French Poets. 1938-2008, Anvil, London 2009. Jennie è attiva nell’associazione Humans without Borders.
(http://www.humans-without-borders.org/).

Com’è iniziato il tuo impegno nell’associazione Humans without Borders?
Il mio coinvolgimento in questa organizzazione è cominciato dopo l’attacco israeliano, quello chiamato "Piombo fuso”, a Gaza un anno fa, quando, come molti israeliani -purtroppo penso comunque una minoranza- mi sono sentita disperata, arrabbiata e addolorata per quello che stava succedendo e volevo fare qualcosa di pratico oltre a partecipare alle manifestazioni.
E così ho sentito parlare di questa organizzazione fondata da Yafit, Gamila Biso, una ebrea di origini siriane, che conosce benissimo l’ebraico ma anche l’arabo, che è la sua madre lingua.
Lei assiste molto i palestinesi in difficoltà, specialmente le famiglie che vengono curate negli ospedali israeliani. La maggior parte dei pazienti sono bambini con malattie croniche che non possono essere trattate nella West Bank. I problemi sono soprattutto quelli della burocrazia ai posti di blocco.
Gamila coordina un’associazione di volontari che fornisce aiuto per portare le famiglie dai posti di blocco agli ospedali e per riportarli indietro. Il suo obiettivo non è solo quello di offrire un sostegno immediato alle famiglie palestinesi, ma anche di contribuire a creare dei legami tra gli israeliani e i palestinesi, cercando di superare gli stereotipi che ciascuno ha degli altri, perché per molti palestinesi l’immagine tipica dell’israeliano è quella del soldato o del colono. Ci sono circa centoventi volontari coinvolti che aiutano circa seicento pazienti palestinesi, come dicevo per lo più bambini.
Lei è una donna straordinaria che dedica tutto il suo tempo a questa attività, ha un grande carisma, non ha particolari ambizioni nella sua vita professionale, infatti è stata chiamata la Madre Teresa della West Bank. La sua dedizione è ben nota: è stata candidata allo John Humphrey Freedom Award. Vive molto modestamente, talora al di sotto del livello delle persone che aiuta. Nella West Bank la conoscono tutti: le famiglie palestinesi che vogliono il suo sostegno la contattano, dopodiché lei va a visitarle. Deve anche fare una selezione perché altrimenti il sistema crollerebbe: si fa una lista delle famiglie che hanno più bisogno che viene aggiornata ogni settimana sul suo sito. Tra i volontari, alcuni hanno impegni regolari legati a scadenze fisse, e altri intervengono, come la stessa Gamila, nei casi di emergenza. Può capitare di passare la giornata intera guidando e portando avanti e indietro dagli ospedali le famiglie che ne hanno la necessità.
Questa è la principale attività di Humans Without Borders. ma poi ce ne sono altre: organizza dei campi estivi per bambini e presta il proprio aiuto ai contadini della West Bank impossibilitati a raggiungere i campi di ulivi o a coltivare la terra per via del Muro e dei coloni.
Altre organizzazioni compiono queste azioni, come Rabbis for Human Rights. C’è coordinamento tra le varie realtà.
Quando i genitori devono accompagnare il figlio malato in un ospedale israeliano, c’è il problema dei fratelli che restano a casa. Allora l’associazione fornisce alle madri delle tessere telefoniche per facilitare i contatti con il resto della famiglia; sono piccoli dettagli che aiutano molto.
Il tuo impegno in cosa consiste concretamente?
Vado al posto di blocco alle sette del mattino di ogni domenica, a Gilo, che è sulla strada per Betlemme.
Quando guidi su questa strada improvvisamente ti trovi davanti il Muro che ti impedisce di proseguire e lì al posto di blocco prendo i due bambini che accompagno, con le loro madri, che a volte aspettano molto per poter passare. Una delle madri in particolare si deve alzare alle cinque del mattino perché viene da un villaggio dalla parti di Hebron, che è più lontano, l’altra è di Betlemme.
Così le madri portano questi due bambini piccoli, Yakub e Majid, e io li saluto. Già questa possibilità di entrare in contatto con donne e bambini palestinesi è qualcosa di importante perché non li avrei incontrati nella mia vita di tutti giorni.
I ...[continua]

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