









Lettere dall'Inghilterra
di Belona Greenwood
Lettere dalla Cina

"Sono, queste di Ilaria Maria Sala alla redazione di "Una città”, delle vere lettere ad amici, in cui racconta e si racconta. Racconta le sue giornate e le sue esperienze in un tono molto familiare. Ma le sue pagine ci fanno scorgere una Cina vera, con la sua gente (gli Han, ma anche gli Uiguri e i Tibetani e gli altri), e il continuo muoversi velocemente di uomini e donne in città sempre più grandi. Forse quella che cresce di meno fra tutte è proprio Hong Kong, il cui espandersi è limitato da confini fisici, geografici. Città più tranquilla, e ancora oggi più libera: per questo, probabilmente, Ilaria ha scelto di viverci". Continua qui.
UNA CITTÀ n. 172 / 2010 MarzoIntervista a Jennie Feldman
realizzata da Joan Haim e Claudia Rosenzweig
MADRE DI YAKUB
L’esperienza di un’associazione, Humans Without Borders, che cerca di far curare bambini palestinesi ammalati in ospedali israeliani, facendoli passare fra i tanti posti di blocco; l’imperativo morale che spinge tanti israeliani a far qualcosa per i palestinesi pur in un contesto politico di disperazione. Intervista a Jennie Feldman.
Jennie Feldman è scrittrice e traduttrice. E’ nata in Sud Africa ed è cresciuta in Inghilterra. Ha studiato ad Oxford. Vive in Israele dal 1975. E’ sposata e ha due figli. Tra i suoi libri, la raccolta di poesie The Lost Notebook, Anvil, London 2005 e il volume di traduzioni di poeti francesi contemporanei Into the Deep Street, Seven Modern French Poets. 1938-2008, Anvil, London 2009. Jennie è attiva nell’associazione Humans without Borders.
(http://www.humans-without-borders.org/).
Com’è iniziato il tuo impegno nell’associazione Humans without Borders?
Il mio coinvolgimento in questa organizzazione è cominciato dopo l’attacco israeliano, quello chiamato "Piombo fuso”, a Gaza un anno fa, quando, come molti israeliani -purtroppo penso comunque una minoranza- mi sono sentita disperata, arrabbiata e addolorata per quello che stava succedendo e volevo fare qualcosa di pratico oltre a partecipare alle manifestazioni.
E così ho sentito parlare di questa organizzazione fondata da Yafit, Gamila Biso, una ebrea di origini siriane, che conosce benissimo l’ebraico ma anche l’arabo, che è la sua madre lingua.
Lei assiste molto i palestinesi in difficoltà, specialmente le famiglie che vengono curate negli ospedali israeliani. La maggior parte dei pazienti sono bambini con malattie croniche che non possono essere trattate nella West Bank. I problemi sono soprattutto quelli della burocrazia ai posti di blocco.
Gamila coordina un’associazione di volontari che fornisce aiuto per portare le famiglie dai posti di blocco agli ospedali e per riportarli indietro. Il suo obiettivo non è solo quello di offrire un sostegno immediato alle famiglie palestinesi, ma anche di contribuire a creare dei legami tra gli israeliani e i palestinesi, cercando di superare gli stereotipi che ciascuno ha degli altri, perché per molti palestinesi l’immagine tipica dell’israeliano è quella del soldato o del colono. Ci sono circa centoventi volontari coinvolti che aiutano circa seicento pazienti palestinesi, come dicevo per lo più bambini.
Lei è una donna straordinaria che dedica tutto il suo tempo a questa attività, ha un grande carisma, non ha particolari ambizioni nella sua vita professionale, infatti è stata chiamata la Madre Teresa della West Bank. La sua dedizione è ben nota: è stata candidata allo John Humphrey Freedom Award. Vive molto modestamente, talora al di sotto del livello delle persone che aiuta. Nella West Bank la conoscono tutti: le famiglie palestinesi che vogliono il suo sostegno la contattano, dopodiché lei va a visitarle. Deve anche fare una selezione perché altrimenti il sistema crollerebbe: si fa una lista delle famiglie che hanno più bisogno che viene aggiornata ogni settimana sul suo sito. Tra i volontari, alcuni hanno impegni regolari legati a scadenze fisse, e altri intervengono, come la stessa Gamila, nei casi di emergenza. Può capitare di passare la giornata intera guidando e portando avanti e indietro dagli ospedali le famiglie che ne hanno la necessità.
Questa è la principale attività di Humans Without Borders. ma poi ce ne sono altre: organizza dei campi estivi per bambini e presta il proprio aiuto ai contadini della West Bank impossibilitati a raggiungere i campi di ulivi o a coltivare la terra per via del Muro e dei coloni.
Altre organizzazioni compiono queste azioni, come Rabbis for Human Rights. C’è coordinamento tra le varie realtà.
Quando i genitori devono accompagnare il figlio malato in un ospedale israeliano, c’è il problema dei fratelli che restano a casa. Allora l’associazione fornisce alle madri delle tessere telefoniche per facilitare i contatti con il resto della famiglia; sono piccoli dettagli che aiutano molto.
Il tuo impegno in cosa consiste concretamente?
Vado al posto di blocco alle sette del mattino di ogni domenica, a Gilo, che è sulla strada per Betlemme.
Quando guidi su questa strada improvvisamente ti trovi davanti il Muro che ti impedisce di proseguire e lì al posto di blocco prendo i due bambini che accompagno, con le loro madri, che a volte aspettano molto per poter passare. Una delle madri in particolare si deve alzare alle cinque del mattino perché viene da un villaggio dalla parti di Hebron, che è più lontano, l’altra è di Betlemme.
Così le madri portano questi due bambini piccoli, Yakub e Majid, e io li saluto. Già questa possibilità di entrare in contatto con donne e bambini palestinesi è qualcosa di importante perché non li avrei incontrati nella mia vita di tutti giorni.
Io so poco l’arabo ma ogni volta che ci vediamo mi insegnano qualche parola nuova che io cerco di imparare. Li porto a Sha’are Tzedek, un ospedale di Gerusalemme: questi due bambini hanno bisogno della dialisi tre volte alla settimana. Non ci sono dialisi pediatriche nella West Bank e perciò devono venire in Israele a curarsi. L’istituzione che paga per loro è il Peres Center.
Ai posti di blocco ci sono molti lavoratori palestinesi giornalieri che aspettano di entrare in contatto con i datori di lavoro. Ecco, per loro vedere degli israeliani che accolgono dei bambini palestinesi è importante perché crea una crepa nella loro percezione. L’impatto è dunque potenzialmente maggiore di quello che può sembrare, non è solo una singola azione individuale.
Per quello che mi riguarda quest’esperienza coi bambini è arricchente. Sento di poter esprimere qualcosa di umano prima che politico.
Tutto ormai in questo paese ha un’etichetta politica: ogni albero, ogni casa ha un significato politico, non c’è niente nel paesaggio israeliano che non sia investito dalla politica. La stessa cosa succede con la gente: quando incontri qualcuno lo collochi immediatamente dentro una categoria politica.
Ciò che è bello in questi incontri è che la politica è il movente, ma questo è irrilevante per l’attività. Noi non parliamo direttamente di politica con le madri; loro parlano un po’ di inglese e un po’ di ebraico, mi dicono che sanno che ci sono degli israeliani che vogliono aiutarle e sono molto grate e penso che questo senso di sostegno alla fine è soprattutto psicologico ed emotivo.
Queste donne, tre volte alla settimana dedicano l’intera giornata ai loro bambini, dal mattino prestissimo fino al tardo pomeriggio.
Anche mia sorella partecipa, va al posto di blocco di Calandia, e porta un bambino in uno degli ospedali di Tel Aviv; una volta a un posto di blocco ha spiegato a un soldato che lei faceva parte della organizzazione di Gamila e il soldato ha esclamato "Ah, Gamila!”: tutti la conoscono e la rispettano.
Un giorno che sono andata a prendere i bambini, li ho trovati molto emozionati perché doveva andare a visitarli in ospedale. Lei conosce ogni bambino per nome. Tra parentesi aggiungo che i bambini sono chiamati solo con i nomi propri. Anche i genitori sono identificati solo come Padre di Yakub (Abu Yakub) e Madre di Yakub (Umm Yakub) così non ci sono cognomi. E’ per la loro tranquillità e incolumità.
Talvolta i bambini non stanno molto bene, sono esausti. Man mano che si avvicina la dialisi sono sempre più deboli. Io li porto solo in ospedale, non li riporto al posto di blocco, ma ho sentito da altri volontari che dopo la dialisi i bambini stanno meglio.
Esistono forme di coordinamento tra i volontari?
Ogni tanto ci sono delle riunioni tra i volontari di ogni regione. Due mesi fa abbiamo organizzato per pranzo un pic nic per tutte le famiglie dei bambini dializzati e i volontari, e questo si è svolto in una delle case dei volontari: è stata una opportunità per incontrarsi non solo nelle macchine. Vengono organizzate anche delle gite al mare per i bambini con i volontari.
Gamila si occupa anche dei permessi per tutti i bambini e i loro genitori perché possano oltrepassare la Linea Verde.
Dicevi che lavorate anche con altre organizzazioni...
Ci sono i Rabbis for Human Rights e Ta’ayush, che è una forma di cooperazione israeliano-palestinese. La parola Ta’ayush significa ‘vivere insieme’ o ‘coordinazione’.
Ta’ayush organizza molte attività di sostegno pratico, come ad esempio la raccolta delle olive e il reimpianto di alberi di ulivi tagliati o sradicati dai coloni israeliani. Due o tre mesi fa c’è stato un convoglio di acqua che è stato organizzato per portare l’acqua sulle colline a Sud di Hebron perché i villaggi sono privati dell’acqua da parte dei coloni: di fatto l’idea dei coloni è quella di costringere alla fine gli arabi a spostarsi dalla loro terra.
David Shulman, che è molto impegnato nell’organizzazione di Ta’ayush, è un professore di sanscrito dell’Università Ebraica di Gerusalemme. E’ autore del libro Dark Hope: Working for Peace in Israel and Palestine. Scrive dei rapporti sulle attività di Ta’ayush nella West Bank e ha riferito di questa spedizione di acqua e due settimane fa ha raccontato un’altra vicenda, di come lui e altri volontari hanno accompagnato dei pastori palestinesi che volevano far pascolare le loro pecore in una zona vicina a un insediamento di coloni che solitamente li cacciano via e a volte li minacciano: Ta’ayush si è divisa in gruppi di modo che ogni pastore col suo gregge fosse accompagnato da due o tre volontari; purtroppo il gregge non ha avuto abbastanza tempo per pascolare perché i coloni hanno chiamato l’esercito e li hanno mandati via.
Queste azioni hanno qualche impatto?
Nelle prime pagine dei giornali israeliani ultimamente si parla molto di Sheikh Jarakh, quartiere di Gerusalemme Est, dove di fatto si sta portando avanti la politica generale di insediamento di una presenza ebraica: ultimamente sette famiglie palestinesi sono state sfrattate dalle loro case dove si sono insediate otto famiglie di ebrei. Altre sei famiglie della zona hanno ricevuto l’avviso di evacuazione. Questo sta succedendo anche nella Città Vecchia.
Dal tempo di Teddy Kollek (sindaco di Gerusalemme dal 1965 al 1993), era stato stabilito che a Gerusalemme bisognasse mantenere lo status quo. Ma questa regola viene ora infranta.
L’ideologia di questo governo è quella di incrementare la presenza ebraica in modo che Gerusalemme Est non possa diventare una capitale palestinese.
Tutti i venerdì negli ultimi mesi ci sono delle manifestazioni di attivisti israeliani a Sheikh Jarakh e quasi ogni settimana ci sono degli arresti. Due settimane fa, quando il caso è stato portato in tribunale, l’arresto è stato giudicato illegale perché gli attivisti avevano diritto a manifestare; infatti una manifestazione è considerata politica quando ci sono dei comizi, ma questa era una manifestazione senza comizi.
La scorsa settimana, quando sono stata lì, non ci sono stati arresti. C’erano circa 400 manifestanti, e c’era anche lo scrittore David Grossman. Tu mi hai chiesto se questo tipo di attività può avere un impatto. Ebbene, Sheikh Jarakh sta avendo un impatto.
Lo sfratto delle famiglie palestinesi di Gerusalemme Est è stato sulle prime pagine dei giornali; altrimenti tutto continuerebbe a succedere in modo silenzioso e nessuno ne saprebbe niente: tutta questa protesta sta mantenendo viva l’attenzione del pubblico. Inoltre, la gente di Sheikh Jarakh, che sente che qui viene commessa una tremenda ingiustizia, apprezza moltissimo questa solidarietà da parte degli israeliani.
C’è una partecipazione significativa da parte dei giovani?
Ci sono molti giovani impegnati in questa protesta. C’è un gruppo di batteristi, bravissimi. Sono sei e quando le manifestazioni sono cominciate si sono vestiti da clown, e ci sono anche le foto di loro in manette al momento dell’arresto. Quindi l’impatto è ancora maggiore. Se questo riuscirà a cambiare il contesto generale, non lo so.
Ma ad esempio nei giornali è stato scritto che il sindaco di Gerusalemme ha fatto marcia indietro sulla sua posizione riguardo alla faccenda Silwan: un quartiere arabo di Gerusalemme Est, dove c’è un edificio enorme, di sette piani, costruito nel mezzo del villaggio (chiamato ‘Beth Yonathan’, in ricordo di Jonathan Pollard, l’ebreo americano arrestato per spionaggio in favore di Israele). Questo edificio ora è stato dichiarato illegale e destinato alla demolizione, mentre inizialmente il sindaco aveva dato il suo sostegno agli ebrei che vi si erano insediati. Forse è stato influenzato anche dalla reazione pubblica su Sheikh Jarakh. Non so, ma penso che queste azioni abbiano un effetto cumulativo.
Quali sono le tue speranze rispetto a una evoluzione della situazione?
Non si può vivere senza speranza. A volte devi costruirtela tu, se questo non avviene naturalmente: ognuno dà vita al suo tipo di speranza, ed è quello che sto cercando di fare con le mie azioni; in un quadro più generale mi sforzo di non essere pessimista.
Non è frustrante tanto impegno a fronte di risultati politici così controversi?
Lo stato di conflitto è endemico. Gli israeliani pensano che si debba sempre agire in conseguenza del nostro bisogno di sopravvivenza nazionale. Di fatto noi siamo un paese molto forte, ma Israele non si è mai scrollato di dosso la sensazione di essere una vittima e questo naturalmente deriva dalla Shoà e da tutte le guerre che ha attraversato.
Questo paese ha molte cicatrici. Il modo in cui lo Stato di Israele concepisce se stesso è stato deformato; siamo una società traumatizzata e proprio per questo ci vorrebbe una leadership pragmatica e creativa in grado di portarci fuori dalla trappola in cui siamo caduti.
Inutile dire che tale leadership oggi in Israele non c’è: ci sono voci che esprimono questo orientamento, ma non fanno parte della leadership. Entrambi i paesi, Israele e Palestina, si considerano vittime, e quel gesto generoso che potenzialmente Israele, nella sua posizione di forza, potrebbe fare, non viene fatto: c’è sembra questa paura esistenziale. L’Iran naturalmente la sta accentuando ma, secondo me, i Palestinesi non rappresentano una minaccia reale all’esistenza di Israele.
Sfortunatamente il fatto che sia forte non aiuta Israele a essere un paese sano. Perché l’occupazione corrompe, non ci può essere una occupazione sana, e questo influisce su tutta la società a ogni livello.
Ognuno ha bisogno di un confine riconosciuto e Israele non lo ha. La definizione di Israele cambia a seconda della persona con la quale stai parlando. Se chiedi a un bambino di disegnare la carta di Israele, lui la disegnerà inclusiva dei territori occupati. La Linea Verde è diventata obsoleta, ed è diventato molto difficile portare la gente a rapportarsi al dilemma nel quale ci troviamo.
Agli israeliani conviene vedere i palestinesi come dei nemici. L’idea di un ‘loro’ e di un ‘noi’ offre a entrambi i gruppi una definizione semplicistica di chi è l’‘altro’, e blocca la reale comunicazione.
Ci sono talmente tanti conflitti all’interno della società israeliana che solo il senso di minaccia può mantenere unito il paese. Le divisioni interne (askenaziti/sefarditi, religiosi/laici) stanno creando fratture molto profonde nella società e andrebbero affrontate.
Ma finché Israele ha una minaccia esterna, non si occuperà mai dei suoi problemi interni.
L’attività che porti avanti è soggetta a critiche? Suscita delle ostilità?
E’ difficile poter fare delle critiche a Humans Without Borders, a meno che tu non pensi che i Palestinesi non si meritino aiuto: se uno è razzista, non sarà incline a provare simpatia per un aiuto portato dall’altra parte e non ci puoi fare niente; è difficile educare le persone a uscire dal razzismo. Ta’ayush e le dimostrazioni di Sheikh Jarakh, per esempio, vengono viste da alcuni come delle forme di tradimento. C’è chi sostiene che gli ebrei vanno sostenuti sempre e comunque dagli altri ebrei; e che l’interesse superiore degli ebrei (di Israele) è quello che deve sempre guidarci. Per come la vedo io, invece, anch’io agisco per un interesse ebraico e non solo per empatia con i palestinesi: se l’occupazione della West Bank continua, e se le famiglie palestinesi saranno sfrattate da Gerusalemme Est, noi imboccheremo una strada molto pericolosa, che porterà a sempre maggiori conflitti.
A volte durante queste manifestazioni a Sheikh Jarakh ci sono delle persone che stanno dall’altra parte della strada con delle bandiere israeliane, per mostrare che loro sono i veri sionisti israeliani, e noi siamo il fronte anti-israeliano. Questi condividono la stessa ideologia di una nuova organizzazione di estrema destra, che si chiama ‘Im tirzu’. Si presentano come i nuovi pionieri, e come ai tempi del Mandato Britannico era un onore compiere delle attività illegali se il fine era quello di creare una patria ebraica, così anche loro si considerano oggi al di sopra della legge e creano degli insediamenti illegali: ai loro occhi i motivi sono più alti, si considerano i veri sionisti.
E’ un fatto che disturba molto vedere le bandiere israeliane sventolate dal loro lato. ‘Im tirzu ze lo halom’, ‘Se vorrete, non sarà un sogno’: questa è una famosa affermazione fatta da Theodor Herzl, e questo gruppo di estrema destra quindi si richiama direttamente al fondatore del Sionismo. Così la bandiera, che è un simbolo nazionale, diventa un simbolo di destra. Gli appartenenti a ‘Im tirzu’ accusano il New Israel Fund, diretto da Naomi Hazan -che sostiene molte organizzazioni per i diritti umani e l’eguaglianza sociale e fa un lavoro fantastico- di essere ostile allo Stato di Israele, perché ha dato soldi a organizzazioni che hanno contribuito a dare delle informazioni per il Rapporto Goldstone sulla Guerra di Gaza.
Quelli di ‘Im tirzu’ chiamano Naomi Hazan traditrice, esattamente come hanno fatto con Yizhak Rabin prima che venisse assassinato. Così chi non è leale secondo i loro criteri, diventa un traditore.
L’ipotesi dei due Stati secondo te è ancora realistica?
Penso che i coloni stiano trasformando questa idea in qualcosa di impossibile. Prendiamo per esempio Ariel, che è situato nel mezzo della West Bank: il ministro Ehud Barak ha deciso che il College di Ariel diventerà una Università. Da un lato Barak dice questo, ma ha anche detto che se gli insediamenti resteranno nella West Bank, questa diventerà un zona di Apartheid, oppure ci sarà uno Stato binazionale.
Come vedi il futuro?
Ci sono due livelli: da una parte le azioni quotidiane, gli sforzi personali per misurarsi con la realtà e decidere di agire secondo i propri principi morali; e dall’altra parte c’è la sensazione che le cose stiano andando in una direzione che non è quella che vogliamo, che gli israeliani in generale si siano spostati molto a destra e che stiano perdendo la compassione per l’altro.
Ma io penso che senza lo sforzo immaginativo di vedere la prospettiva dell’altro, del palestinese, non ci sia speranza.
E’ più facile mettere un muro, e dimenticarsi di tutto, e andare avanti con la tua vita, con le tue difficoltà quotidiane. Penso che la gente sia profondamente stanca della situazione ma non abbia voglia di fare lo sforzo di pensare altrimenti che in bianco e nero. I media spesso presentano le cose in modo che la gente vede confermati i propri pregiudizi, invece di essere sfidato a pensare altrimenti.
Quindi si agisce come se ci fosse una speranza, ma d’altra parte si vede questa speranza diminuire sempre di più. Obama è stato una grande fonte di speranza, ma non è successo ancora niente.
Hai sentito parlare di J Street? E’ un movimento ebraico americano che è a favore di Israele ma critico verso la sua politica. Questo movimento sta facendo circolare su internet una petizione contro ‘Im tirzu’.
Ci sono persone in questo paese che sono ancora idealiste, che vogliono promuovere un’esistenza pacifica tra israeliani e palestinesi, anche se sono una minoranza, ma questo rende il loro valore ancora più grande. I giovani che manifestano a Sheikh Jarakh, gli ebrei americani di J Street, i Rabbis for Human Rights, persone come Gamila e poi le diverse attività pratiche, di cooperazione, tra israeliani e palestinesi, che continuano silenziosamente senza essere riportate dai media... Ecco, tutto questo ti fa sentire che non sei solo, che ci sono altri come te...
(a cura di Joan Haim e Claudia Rosenzweig)


















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