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"Il giornalismo al tempo dei supporti digitali": i file audio del convegno
Il 7 maggio scorso a Coriano si è svolto un incontro sul giornalismo (e i "giornalismi") di fronte alle nuove sfide date dalla Rete e dalla quantità di supporti e mezzi che si stanno facendo avanti, sia per coloro che si occupano di informazione, sia per coloro che ne fruiscono. Qui gli audio, il video e alcune interviste ai partecipanti.

Vent'anni
e 2000 interviste


La tre giorni di dibattiti, presentazione libri e concerti che si sono tenuti a Forlì per celebrare i vent'anni di Una città.

Qui i video, le foto e gli audio degli interventi.

La casa del bigotto
Religione come guida nella vita quotidiana, saggezza popolare, iniziativa individuale, valori della comunità e nazionalismo, astio verso il welfare e l’assistenza ai poveri, quindi ai neri, verso le grandi banche e i costumi cosmopoliti... Una realtà fuori controllo del Partito repubblicano. Intervento di Stephen Eric Bronner.
La politica americana viene generalmente vista come non ideologica e pragmatica. Qualche volta tende a sinistra, altre volte a destra, ma il pendolo sembra sempre ritornare a quello che lo storico liberale Arthur Schlesinger definiva "il centro vitale”. Eppure è innegabile che i movimenti di estrema destra siano stati una costante. Le istituzioni politiche americane possono minimizzare le prospettive di conquista del potere da parte di partiti politici connotati ideologicamente, ma i movimenti reazionari di massa hanno messo sotto pressione l’apparato elettorale e hanno avvelenato l’atmosfera culturale della nazione sin dalla sua nascita. Il bigotto si è sempre sentito a casa. Gli è stato dato il benvenuto dai "nativisti” xenofobi ("know nothings”) del 1840, dal Ku Klux Klan, dagli "America Firsters” anti-interventisti durante la seconda guerra mondiale che spesso preferivano Hitler a Franklin Delano Roosevelt, dai partigiani di Joseph McCarthy, dalla John Birch Society così come dalla maggioranza "silenziosa” degli anni 60 e dalla maggioranza "morale” degli anni 80.


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Intervista a Enzo Ciconte, studioso delle mafie, sulle infiltrazioni al Nord


  
UNA CITTÀ n. 171 / 2010 Febbraio

Intervista a Enzo Ciconte
realizzata da Barbara Bertoncin

MILANO, REGGIO CALABRIA
I fatti di Rosarno non si spiegano senza la ’ndrangheta e alcune direttive europee dagli effetti perversi; le infiltrazioni al Nord, in particolare a Milano, dove siamo ormai alla terza generazione di ‘ndranghetisti; il rapporto con la Chiesa, le ambigue iniziative del governo e la speranza nei giovani; intervista a Enzo Ciconte.

Enzo Ciconte è stato consulente presso la Commissione parlamentare antimafia, ha realizzato numerosi studi relativi al meccanismo di penetrazione delle mafie al Nord. Recentemente ha pubblicato, per Rubettino, Storia criminale. La resistibile ascesa di mafia, ‘ndrangheta e camorra dall’Ottocento ai giorni nostri, 2008; ‘Ndrangheta, 2008; Australian ‘ndrangheta, 2009.

Cos’è successo a Rosarno?
La vicenda la conosciamo. Due cittadini africani sono stati colpiti con un fucile ad aria compressa da qualcuno che quindi non mirava a ucciderli, ma solo a ferirli. Lì è scattata la reazione da parte della comunità degli immigrati. La violenza è scoppiata anche perché la voce circolata all’inizio parlava di quattro africani morti, non di feriti e questo ovviamente ha fatto scatenare la rabbia.
Da lì la controreazione di una parte della popolazione locale, che si è conclusa con una vera e propria deportazione degli africani da Rosarno. Perché è successo tutto questo? Le ragioni sono molteplici. Negli ultimi anni a Rosarno la situazione economica e sociale era completamente mutata rendendo sempre più tesa la convivenza coi cittadini africani venuti per aiutare nella raccolta degli agrumi, arance e mandarini.
A un certo punto, infatti, la Comunità europea ha introdotto una nuova modalità di concessione delle integrazioni ai contadini. In pratica i finanziamenti agli agricoltori, ai possessori dei terreni, non sono più stati dati in base alla produzione, ma in base agli ettari posseduti.
A quel punto raccogliere o meno le arance è diventato indifferente, e di conseguenza quel mercato è entrato in crisi. Entrando in crisi il mercato, questi africani sono stati considerati inutili, un sovrappiù, anzi un potenziale danno per il paese. Intanto gli africani vivevano in condizioni igieniche e di vita disumane.
Così negli ultimi anni si erano create delle frizioni tra le due comunità, quella rosarnese e quella africana. Tanto più che gli africani erano presenti in un numero molto consistente, 1500 persone, forse eccessivo per un paese di poche migliaia di abitanti. Quindi, si è creata una miscela esplosiva, di insofferenza reciproca, che si è trascinata per mesi senza che nessuno intervenisse.
Un’avvisaglia c’era già stata a ottobre dell’anno scorso. Anche allora gli africani erano stati oggetto di violenza da parte di alcune persone di Rosarno, avevano quindi protestato ma in modo del tutto civile, andando a denunciare i fatti. Era seguita una riunione a Reggio Calabria e il governo aveva annunciato l’invio di duecentomila euro, soldi che non sono mai arrivati.
Ora, uno dei punti da chiarire è chi abbia guidato questa rivolta e la mia impressione è che a fomentare gli animi sia stata la ’ndrangheta. Per due ragioni. Primo, perché non potevano accettare che a Rosarno continuassero a rimanere uomini -come gli africani- che reagivano. Secondo, siccome la popolazione di Rosarno non voleva più i "negri”, gli ’ndranghetisti dovevano dimostrarsi in grado di fare "pulizia”. Ne andava del loro prestigio.
Quindi la ’ndrangheta è stata attivamente presente. D’altra parte è immaginabile che i cittadini di Rosarno si armassero di spranghe di ferro o di fucili e andassero in giro a cacciare gli extracomunitari? Io sinceramente non ci credo. Quella che abbiamo visto non è la Rosarno che tutti quanti conosciamo: una cittadina democratica, pacifica e accogliente. E’ stata la ’ndrangheta a trasformarla, strumentalizzando situazioni di disagio e di intollerabilità che i cittadini pativano da tempo, ma che potevano e dovevano essere risolte in modo diverso.
Non a caso, uno degli arrestati è il figlio di un ergastolano appartenente alla famiglia Belloco, nota alle cronache giudiziarie non solo rosarnesi, con appendici anche in Emilia Romagna.
La presenza della ’ndrangheta nei fatti di Rosarno era quindi visibile. A non vederla è stato solo il Ministro degli Interni, il quale ritiene di avere conseguito una vittoria a Rosarno. Io credo invece che a Rosarno lo Stato sia stato sconfitto. Uno Stato democratico avrebbe isolato e processato gli africani violenti, impedendo ai locali di reagire come hanno reagito, frapponendosi tra gli uni e gli altri e riportando la calma.
A Rosarno invece la calma è stata portata soltanto dopo che tutti i cittadini africani erano stati cacciati. Non mi pare una vittoria. Quelle persone non avevano violato alcuna legge, avevano il permesso di soggiorno, quindi avevano tutto il diritto di rimanere e circolare liberamente. E’ stato un esito molto triste, indegno.
D’altra parte, con un Ministro dell’agricoltura che non è mai sceso in Calabria! Probabilmente, stando in Padania, pensava di aver bisogno del passaporto. Non sa che la Calabria fa parte dell’Italia ben prima della Padania. Qualcuno dovrebbe ricordargli che il moto risorgimentale è partito da giù per andare su e non viceversa.
La ’ndrangheta, per quanto rimanga tendenzialmente più in ombra rispetto a mafia e camorra, è in ascesa, anche per certi suoi tratti caratteristici. Può raccontare?
‘Ndrangheta, mafia e camorra hanno molti elementi comuni, però hanno anche tratti peculiari che dipendono dalla loro storia, dalle modalità di rapportarsi al territorio e, soprattutto, dal tipo di struttura che hanno creato.
Se prendiamo l’arco storico che va dall’unità d’Italia a oggi, abbiamo conosciuto presenze della mafia in Sicilia, della camorra in Campania e della ’ndrangheta in Calabria (anche se all’epoca non si chiamava ’ndrangheta, che è un termine recente, bensì picciotteria o famiglia Montalbano, ecc).
Possiamo dire che la prima parte dell’Ottocento è stata dominata dalla camorra napoletana. Dagli anni ’80-’90 dell’Ottocento fino ai giorni nostri, è stata la mafia siciliana a occupare la scena. Nell’ultimo periodo stiamo invece assistendo a una prepotente ascesa della ’ndrangheta.
Intanto perché c’è stato un indebolimento della mafia siciliana, che dopo essersi infilata nell’avventura stragista corleonese è finita per aprire un conflitto armato, frontale, con lo Stato. Questo ha reagito all’attacco, mettendo l’organizzazione siciliana oggettivamente in difficoltà.
Ora, la mafia è stata attaccata e colpita, perché la sua struttura, che tutti consideravano la migliore, si è rivelata in realtà debole. L’esistenza di un vertice, con un capo, una cupola (termine giornalistico per indicare la Commissione provinciale di Palermo) di fatto ha reso più facile individuare e quindi catturare i vari capi, da Riina a Provenzano. Attualmente c’è un unico latitante di un certo spessore, Matteo Messina Denaro, che a quanto pare sarebbe il nuovo capo della Commissione provinciale.
Questo compito è stato facilitato dalla collaborazione di quelli che vengono volgarmente chiamati "pentiti”, un termine infelice per indicare i collaboratori di giustizia: non ha senso parlare di pentiti, né il pentimento deve interessare allo Stato.
Lo stesso Buscetta, che collaborò con Falcone e Borsellino, ebbe a dire ai magistrati: "Io non mi devo pentire di niente”. Per lui, infatti, la mafia era una buona cosa, rappresentava dei valori, un modo di vita, erano stati gli altri -e cioè Riina, i corleonesi- a tradire Cosa Nostra, a trasformarla in qualcos’altro, autorizzandolo quindi a fare i nomi.
Negli anni i collaboratori hanno così indicato i capifamiglia, i responsabili di omicidi, stragi, intaccando pesantemente Cosa Nostra.
Ecco, questo con la ’ndrangheta non è avvenuto. In parte perché ha tenuto sempre un basso profilo, cercando di non mettersi in mostra, agendo in silenzio. Infatti a lungo si è pensato che fosse un’affiliazione di Cosa Nostra, una mafia di serie B, fatta di gente violenta che faceva i sequestri di persona, di selvaggi, di briganti.
Ma la ragione principale per cui sono rari i collaboratori della ’ndrangheta è che la sua struttura poggia sui rapporti familiari. Di norma i familiari più stretti del capobastone sono quasi tutti a loro volta ’ndranghetisti, pungiuti come si dice, ritualmente affiliati. Questo ha consentito alla ’ndrangheta la massima riservatezza. Già per un mafioso è difficile fare lo sbirro, l’infame, tradire cioè i propri compagni d’avventura. A maggior ragione lo è per un ’ndranghetista che deve fare il nome del padre, del fratello, dello zio, del nipote, ecc.
La struttura familiare ha anche permesso una politica di espansione nelle regioni del centro nord e all’estero. Alcune famiglie sono infatti emigrate collocandosi in diversi punti nevralgici, nel Lazio, in Toscana, in Emilia Romagna, ma soprattutto nelle zone di forte immigrazione, cioè Lombardia, Piemonte e Liguria, ma anche nel Veneto e in Val d’Aosta.
La ’ndrangheta è dunque un’organizzazione che ha più sedi. E se una delle capitali è Reggio Calabria l’altra è Milano. Questo è un punto importante: la città di Milano non è in provincia di Milano, è in provincia di Reggio Calabria! Dal punto di vista mafioso è così.
Se non si capisce questo, si è destinati a mancare l’obiettivo. Non basta colpire la ’ndrangheta a Reggio Calabria, se non la si intacca nei patrimoni, se non si tagliano le sue radici economiche, che sono saldamente affondate nelle regioni del centro-nord.
Nei decenni passati -quando si negava anche l’esistenza della mafia- la ’ndrangheta, silenziosamente, senza che nessuno se ne accorgesse, ha investito al centro-nord, acquisendo proprietà immobiliari, alberghi, imprese, attività economiche, commerciali… L’edilizia è diventata per la mafia italiana -soprattutto per la ’ndrangheta e per i Casalesi- il cavallo di troia della penetrazione nelle regioni del Nord.
Oggi dobbiamo parlare di una ’ndrangheta che è insediata, radicata nelle regioni del Nord. Francamente non ha più senso usare l’espressione "infiltrazioni”, quando a Milano e in Lombardia siamo oramai alla terza generazione di ’ndranghetisti, quando nelle indagini della Dda (Direzione Distrettuale Antimafia) di Milano ricorrono non solo gli stessi cognomi, ma addirittura gli stessi nomi, trasmessi dai nonni ai nipoti.
La lotta e il contrasto alla ’ndrangheta non può limitarsi a Reggio Calabria.
Le vicende di Rosarno e la bomba davanti alla Procura generale hanno concentrato l’attenzione su questa provincia, ma non vorrei che si dimenticasse che c’è una ’ndrangheta agguerrita anche nel lametino, ma soprattutto nel vibonese e nel crotonese. Tra l’altro, le ‘ndrine del crotonese e vibonese sono molto presenti in Emilia Romagna, in Toscana, in Lombardia e in Piemonte. Esiste oggi un vero reticolo, una struttura policentrica, in cui i vari centri sono governati da queste antiche famiglie, che si riproducono, perché gli ’ndranghetisti hanno anche un’altra caratteristica: fanno molti figli. Non solo, il ricorso ai matrimoni combinati consente alla ’ndrangheta di allargare la famiglia, di potenziare l’espansione. Bisogna anche dire che questi matrimoni non sono sempre coatti, alcuni sono frutto di libere scelte: se frequenti solo mafiosi è facile poi innamorarsi del rampollo di una di queste famiglie, l’ambiente è quello, la cultura è quella…
Questo policentrismo ha preservato la ’ndrangheta dalle attività di contrasto, perché lo Stato può disarticolare una ’ndrina, ma non l’insieme di queste, perché non c’è un capo della ’ndrangheta, non c’è una cupola. Esiste invece una sorta di vertice federato delle ‘ndrine, nel senso che le famiglie mafiose più importanti di solito si consultano prima di compiere azioni clamorose.
Sono convinto che per l’omicidio Fortugno, per la strage di Duisburg e per la bomba alla Procura generale di Reggio Calabria ci sia stato quanto meno un consulto tra le famiglie più importanti. Perché è evidente che iniziative del genere non restano senza conseguenze e se lo Stato reagisce colpisce tutti, quindi le varie ’ndrine vogliono essere informate per cautelarsi. Ma non esiste un vertice che metta il naso, che metta becco su tutte le attività delle famiglie; ogni famiglia di ’ndrangheta è autonoma, è signora del proprio territorio. Semplicemente, se su quel territorio devono avvenire fatti che possano in qualche misura compromettere l’attività di altre ’ndrine è chiaro che c’è il passaparola, la consultazione.
Detto questo, le famiglie mafiose si conoscono tra di loro e lavorano assieme soprattutto nella partita della droga. La ragione è abbastanza semplice e qui c’è una furbizia. In una logica mercantile tu cerchi di fare l’affare a danno degli altri e quindi di avere il monopolio.
In un’attività anomala come il traffico illegale di droga, se ti metti in proprio corri il rischio che qualcuno lo venga a sapere e faccia la soffiata alla polizia. Nonostante la mitologia sull’appartenenza e sulla fedeltà, non dobbiamo dimenticare che i mafiosi restano dei delinquenti, dei criminali, quindi non sono affidabili, nemmeno tra di loro, questo dev’essere chiaro. Quindi cosa fanno? Si consorziano, ciascuna famiglia investe dei soldi, cosicché nessuno abbia interesse a fare soffiate, e in caso di fortuito intervento della polizia, la perdita viene suddivisa e quindi ridimensionata.
Anche nella ’ndrangheta c’è una gerarchia al cui vertice c’è il capobastone e poi vari livelli; per passare da un grado all’altro ci sono sempre delle cerimonie...
Le cerimonie sono importanti, fondamentali. Per molti anni i rituali sono stati sbeffeggiati, considerati un retaggio passato, folclore, ecc. In realtà sono talmente importanti che noi li abbiamo trovati anche all’estero.
Nell’ultimo libro che ho fatto col giudice Macrì, Australian ’Ndrangheta, abbiamo riprodotto i rituali della ’ndrangheta in uso in Australia. Non dimentichiamoci che uno dei morti ammazzati della strage di Duisburg aveva nella tasca dei pantaloni un santino bruciato, segno che quella notte era stato ritualmente affiliato alla ’ndrangheta. D’altra parte perché dovremmo meravigliarci di questo? I rituali sono importanti per qualsiasi organizzazione. Sono importanti per la massoneria, ma anche per la Chiesa cattolica. Sono importanti persino per qualche partito politico.
Allora perché meravigliarci se dei giovani credono a favole come Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i tre cavalieri spagnoli che avrebbero portato in Italia la mafia?
I riti sono da sempre strumento di coesione, di riconoscimento. In fondo noi, nella vita quotidiana, quante feste facciamo? Ci sono compleanni, onomastici, anniversari di matrimonio. Ecco, i mafiosi non vivono in un mondo diverso dal nostro, vivono in un mondo parallelo al nostro, copiato dal nostro. Il dramma è che anche noi abbiamo copiato il loro!
Gli annunci quasi quotidiani sui risultati della lotta alla mafia danno l’impressione che l’azione di contrasto stia portando a dei risultati.
L’azione di contrasto è il frutto di più cose. Intanto è il frutto del lavoro di quei magistrati che questo governo non perde occasione per attaccare e svillaneggiare. E poi è il frutto dell’opera delle forze di polizia che dipendono dai magistrati, ma soprattutto è il prodotto di operazioni e ricerche durate anni. Le confische di oggi sono l’esito di operazioni avviate anni fa. Mi sono spiegato? Questo per dire che il governo un’attività la sta svolgendo, certo, però essendo loro abilissimi venditori, stanno "vendendo” anche prodotti che non hanno realizzato loro.
Ma la vera nota dolente è che l’attività di contrasto di questo governo si scontra con una politica legislativa in totale controtendenza rispetto ai proclami.
Lo scudo fiscale è stato un regalo ai capitali mafiosi che in questo modo sono rientrati in Italia, dove ora possono essere tranquillamente reinvestiti senza che nessuno possa dire alcunché. Tra l’altro, in questa situazione economica in cui le banche non erogano prestiti, c’è invece chi i finanziamenti li può fare tranquillamente.
Terza cosa: hanno deciso in modo pervicace, con un’ostinazione degna di migliore causa, di vendere i beni dei mafiosi. Nonostante Libera e tantissime altre associazioni e intellettuali avessero fatto presente quanto fosse sbagliato e pericoloso, l’hanno fatto. Ora a Reggio Calabria hanno creato quella che io ho definito un’agenzia immobiliare: perché se un’agenzia ha come scopo quello di vendere i beni non si può che chiamarla così.
Sono rimasto così indignato che ho provocatoriamente chiesto al Ministro degli Interni, che è uno della Lega, se ci sono dei coraggiosi della Padania disposti a venire a comprare casa a Rosarno o a San Luca o in tanti posti dove ci sono forti presenze mafiose, di partecipare a un’asta pubblica -perché di questo si tratta- per comprarsi un bene o un’azienda e poi gestirla e viverci.
Voglio vederli questi coraggiosi che arrivano in Sicilia, Campania e Calabria e fanno un’operazione del genere.
Non solo, ma in questo modo hanno danneggiato i Comuni, perché molti di quegli appartamenti, se adeguatamente ristrutturati, potevano diventare asili nido, caserme per la polizia, per i carabinieri, per la guardia di finanza, cioè potevano essere strumenti di effettiva utilizzazione sociale di questi beni. Purtroppo le cose sono andate diversamente e quello che mi preoccupa è che sono in discussione altre misure, che saranno ancora più devastanti. Mi auguro che non siano attuate, perché se invece vengono portate a termine è chiaro che la lotta alla mafia sarà un bel ricordo del passato, ma non sarà più un progetto per l’avvenire.
Mi riferisco in particolare alle intercettazioni telefoniche. Se tu vieti o riduci al massimo le intercettazioni telefoniche, tu impedisci le attività contro i reati di mafia. Obiezione: no, ma noi per i reati di mafia non prevediamo di abolire le intercettazioni. Già, ma nessun magistrato inizia un’attività d’indagine per il 416-bis. Le indagini originariamente vengono avviate per attività molto minori; dopodiché, se si configurano come attività mafiose, per competenza passano poi il fascicolo alla Direzione Distrettuale Antimafia, Dda. Quindi partiamo da reati minuti.
Ho condotto delle ricerche sulla presenza delle mafie, sia italiane sia straniere, a Reggio Emilia e in Toscana. Ebbene, la presenza di mafie straniere è stata rilevata solo e soltanto grazie alle intercettazioni telefoniche e ambientali. Perché altrimenti come fai a sapere cosa fanno i cinesi, i nigeriani, gli albanesi, i rumeni? Come fai a mettere un agente sotto copertura, un cosiddetto infiltrato, tra i cinesi e i nigeriani? Difficile.
Allora bisogna sapere che se si eliminano le intercettazioni telefoniche ci si preclude la conoscenza di questi problemi. Lo dico con amarezza perché non possiamo giocare su queste questioni.
Ulteriore problema: si vogliono ribaltare i rapporti che ci sono tra la polizia giudiziaria e la magistratura. Oggi cosa succede? Che il magistrato si avvale degli organi di polizia giudiziaria, cioè polizia, carabinieri, guardia di finanza, ecc. che fanno delle indagini in modo del tutto riservato e segreto rispondendone solo a lui.
Quindi il dominus, chi decide, è il magistrato che, essendo un’autorità indipendente, non risponde a nessuno (se non alla sua coscienza e alla legge) e quindi ha un’autonomia. Ora, il progetto del governo è di rovesciare il rapporto esistente tra polizia e magistratura. In altre parole, meno poteri ai pm, più autonomia alla polizia giudiziaria, con il rischio che se il Ministro degli Interni o il questore di turno ritiene più importanti gli scippi o i furti d’auto, indirizzerà i suoi su questo e non sulle attività mafiose -che tanto non si vedono e non creano allarme sociale.
Come la mettiamo? Non dico che così le azioni di contrasto alla mafia si fermeranno, però l’ipotesi e la possibilità ci sono.
A me sembra tutto molto grave perché il messaggio che viene mandato -i mafiosi tutto sono tranne che fessi- è che in fondo possono stare tranquilli, perché tanto l’economia mafiosa non viene disturbata, e se qualche proprietà viene intaccata basta partecipare all’asta e riprendersela. In sostanza viene salvaguardata la borghesia mafiosa, cioè il cuore e l’essenza della mafia.
Questo approccio si fonda su una concezione della mafia come mero fatto militare, per cui questa è fatta di assassini, delinquenti, spacciatori, narcotrafficanti. E basta. Guai a parlare di politica. Al massimo, ci sono i consigli comunali: ma sopra questi non esiste alcun rapporto con la politica. Anzi, dopo Fondi si è addirittura fatto un passo indietro: quel consiglio doveva essere sciolto per mafia, così come avevano chiesto il Prefetto di Latina e lo stesso Ministro degli Interni. Invece è stato concesso che i membri del consiglio comunale si dimettessero, così il Comune non è stato ripulito dai condizionamenti mafiosi e quegli stessi uomini, volendo, possono nuovamente candidarsi. Fondi è una pagina vergognosa.
Il quadro è molto fosco.
Lo so di dare un quadro fosco, ma è bene che ci rendiamo conto di quello che sta succedendo. Dobbiamo capire la natura del nemico e dei problemi che abbiamo di fronte per reagire opportunamente.
Se si pensa di avere a che fare semplicemente con una questione militare, si manda l’esercito. Bene, si può mandare l’esercito in un momento di emergenza, come in Sicilia, con l’operazione Vespri Siciliani, ma bisogna anche essere consapevoli di che cosa si ottiene. In Sicilia i militari hanno liberato le forze di polizia prima impegnate nelle attività di sorveglianza di edifici pubblici o comunque sensibili (rispetto al rischio di essere sottoposti ad attacchi da parte delle mafie) in modo tale che potessero muoversi sul territorio. Con quest’intensificazione dell’attività di repressione si sono ottenuti dei risultati. Ma non basta.
Io faccio sempre questo esempio. Si può pensare di controllare un intero stabile mettendo ai quattro angoli dei carabinieri, dei poliziotti o delle volanti. Benissimo, ma se in quello stabile c’è una banca e in quella banca arrivano i soldi riciclati col narcotraffico? E se arriva un signore che si compra uno, due, tre appartamenti di quello stabile pagando in contanti, quei poliziotti o carabinieri all’angolo della strada che possono fare?
Allora, se noi pensiamo che la mafia non sia solo una questione militare, dobbiamo agire diversamente.
Non solo, io ritengo importante che di queste questioni se ne parli nelle scuole. Io sono uno che gira moltissimo nelle scuole, perché sono convinto che discuterne aiuta. C’è ancora oggi una strana teoria per cui se tu parli di mafia in una determinata città o regione tu criminalizzi quella realtà. E’ una solenne sciocchezza!
Sono ormai undici, dodici anni che conduco ricerche sulle presenze mafiose in Emilia Romagna e non credo di aver danneggiato quella regione. Anzi, grazie alla presa di coscienza del fatto che il problema esisteva, le amministrazioni locali, le forze politiche, imprenditoriali, la cooperazione, hanno avuto la capacità di reagire impedendo che quelle forze potessero prevalere.
Parlarne serve. Dalla mia esperienza posso dire che i ragazzi manifestano sempre grande interesse, attenzione, sensibilità.
Quattro anni fa proposi all’Università Roma Tre, alla facoltà di Giurisprudenza, di fare un corso sulla criminalità organizzata. Mi immaginavo una cosa così, trenta-quaranta ragazzi, con cui potersi confrontare, interloquire, divertire anche, cercando di capire come la pensavano, indagando le loro curiosità.
Beh, messo in piedi il corso si sono presentati seicento ragazzi!
Io mi sono chiesto come mai. Evidentemente c’è una domanda di conoscenza, non solo dei fenomeni mafiosi, ma proprio anche della storia d’Italia.
Mi sono convinto che i giovani, se adeguatamente sollecitati, possono capire questi fenomeni. Purché si tolga di mezzo la demagogia, il tentativo di fare di tutta l’erba un fascio, di rendere la politica una cosa irrimediabilmente sporca, per cui tutti quelli che ci governano sono dei malandrini, dei delinquenti. Questo è profondamente sbagliato.
Non si può definire mafioso un cattivo amministratore. Sui problemi della mafia bisogna avere un’accortezza e una capacità di distinguere, non bisogna appiccicare etichette di mafioso ai propri avversari politici. Quella va data solo a chi effettivamente è mafioso. Perché altrimenti si fa una melassa in cui, siccome tutti quanti sono mafiosi, nessuno è mafioso!
E allora hanno vinto loro.
Lei ha indagato anche il rapporto tra la Chiesa e le varie mafie.
Uno studio sui rapporti tra Chiesa e mafia ancora manca. Sta per uscire un libro di Isaia Sales sui preti mafiosi. Io ho cercato di capire perché i mafiosi avessero sempre avuto un rapporto ambiguo con la Chiesa cattolica e perché la Chiesa cattolica avesse avuto un rapporto ambiguo con i mafiosi. Anche qui vale la regola di metodo di prima: non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, ma capire cos’è successo e quindi cercare le ragioni storiche di questo incontro.
C’è una ragione di ordine ideologico: la Chiesa non ha mai considerato il mafioso un nemico, come potevano essere -dopo l’Unità d’Italia- lo Stato, il liberalesimo. Una contrapposizione che trovò soluzione nel 1929 con i Patti Lateranensi.
L’altra ideologia nemica era quella socialista, e ancor più comunista, con cui la Chiesa ingaggiò una lotta, entrando così a far parte di quel blocco anticomunista in cui c’erano persone perbene, ma anche soggetti che semplicemente ne approfittavano, come appunto i mafiosi.
Quando venne meno anche questo secondo blocco ideologico, nel 1989, la Chiesa, rimasta senza antagonisti, si accorse di avere allevato nel proprio seno un nemico ben più temibile, contro cui, a partire dagli anni ’90 (non prima) ingaggiò un’attività di contrasto. Don Diana e don Puglisi muoiono significativamente nel ’92-93.
Lo stesso discorso di papa Wojtyla davanti alla Valle dei Templi ad Agrigento, quando disse ai mafiosi: "Pentitevi”, è del 1993.
Inutile dire che su questa "prossimità” tra mafia e Chiesa influiva anche la società del tempo. La società meridionale dell’epoca era segnata dalla povertà, dalla miseria e dalla fame e molte famiglie erano in qualche modo costrette a mandare qualche giovane a fare il prete; spesso non c’era una chiamata divina, ma una necessità molto terrena, materiale: togliere una bocca da sfamare e garantire comunque a quest’ultima la sussistenza. Insomma, non era una questione di vocazioni.
Nelle stesse famiglie qualche giovane, invece, pensò di fare carriera in un altro modo, ovvero facendo il mafioso. Quindi nelle stesse famiglie convivevano preti e mafiosi.
La vicenda più nota, da questo punto di vista, quasi un esempio paradigmatico, è la famiglia Coppola. Don Agostino Coppola fu infatti padrino di Totò Riina, quando questi si sposò Ninetta Bagarella -in latitanza!- e in seguito fu arrestato per alcuni sequestri di persona. Insomma, nella stessa famiglia talvolta c’erano mafiosi e preti. Nel caso di don Agostino, il mafioso e il prete erano addirittura nella stessa persona!
Resta il fatto che a lungo furono in molti, nella Chiesa, a pensare che fosse possibile una convivenza con l’ideologia mafiosa.
Io penso ci sia stato proprio un abbaglio della Chiesa in questo rapporto. D’altronde, i mafiosi avevano tutto l’interesse ad abbracciare la religione cattolica: in una popolazione come quella meridionale, fortemente cattolica, dove poteva andare una mafia che si proclamasse atea? Da nessuna parte!
In realtà però la mafia più che cattolica è sempre stata pagana. La Chiesa inizialmente tollerò, intravedendo degli elementi cattolici e per non inimicarsi quelle popolazioni… era il cane che si mordeva la coda. Le manifestazioni dei mafiosi erano quanto di più sfrontato ci potesse essere. In alcuni paesi siciliani le processioni religiose venivano fatte fermare davanti alla casa del capomafia. Un’aberrazione!
I mafiosi però pagavano le parrocchie, finanziavano le feste patronali, davano dei soldi e quindi i preti, tutto sommato, chiudevano un occhio di fronte a questa presenza che secondo loro faceva comunque parte della società. Questi erano gli intrecci, che non si sono poi completamente sciolti.
La partita non è chiusa. Le partite culturali non sono mai chiuse per sempre. Non tutti i preti che operano in Sicilia sono convinti che la mafia sia un male, alcuni sono addirittura convinti che si tratta di un servigio che si fa alla popolazione minuta…
Però c’è motivo di sperare. Oggi la scomunica di mafiosi, il divieto di celebrare i matrimoni e i funerali religiosi ai mafiosi, non sono più argomenti tabù. Se questa distanza tra religione e mafia aumenterà e diventerà un fossato incolmabile avremo guadagnato un punto di vantaggio fondamentale nella lotta alla mafia.
Ma anche qui il raggiungimento dell’obiettivo non si ottiene coi carri armati o l’esercito o la polizia e i carabinieri. Occorre invece che la bandiera della legalità, della trasparenza, della lotta alla mafia, venga presa in mano dai preti e dal cosiddetto popolo di Dio. Il fatto che molte delle attività di utilizzazione dei beni confiscati siano guidate dai preti è indice di un cambio di direzione che rincuora.
Lei è calabrese. Come si è appassionato a questo fenomeno?
Ero impegnato nel Pci. Per chi fa politica in Calabria è inevitabile incontrare la ’ndrangheta. E allora o fai finta che il problema non ci sia oppure cerchi di capire. Io ho cercato di capire perché non potevo accettare l’idea -che circolava allora- che la ’ndrangheta fosse un’organizzazione di serie B, e poi che fosse un fenomeno recente, degli ultimi vent’anni, quindi in qualche modo trascurabile.
A me quest’idea non convinceva. Era un’impostazione culturale che non condividevo. Perché non era vera, perché non era basata sui fatti. Quando chiacchieravo con gli anziani del posto, mi raccontavano di quando da ragazzi avevano avuto rapporti con la ’ndrangheta ed essendo loro ormai vecchi voleva dire che le cose erano accadute parecchi anni prima.
Per verificare le mie convinzioni non mi restava che condurre delle ricerche storiche e quindi sono andato a Catanzaro e ho preso tutte le sentenze penali dal 1800 fino agli anni ’90 del ‘900, decine e decine di migliaia di atti processuali, e ho trovato gli ’ndranghetisti nell’800. Eppure, nessuno ne aveva mai parlato. Cioè, se lei prende una qualsiasi storia della Calabria dei massimi storici calabresi scoprirà che nessuno riporta una presenza significativa della ’ndrangheta.
Gli ’ndranghetisti c’erano, ma nessuno apparentemente li aveva visti, o meglio li avevano visti soltanto i magistrati, che li avevano processati e condannati. Perché la cosa incredibile è che nell’800 in Calabria ci sono stati i maxi-processi! Dico sul serio: alla fine degli anni ’80 dell’800 ci fu in Calabria un’indagine che portò a 500 arresti. Tant’è vero che dovettero essere processati in più tribunali. All’epoca non c’erano le aule bunker, dovettero pertanto dividere in più tronconi questi processi e ovviamente i difensori protestarono: "Com’è possibile che il mio assistito, che è imputato dello stesso reato di un altro, venga processato in un altro tribunale, da altri giudici? E’ un orrore…”, considerazione peraltro vera.
Grazie a quest’opera di scavo e di raccolta di tutta una serie di fonti, non solo giudiziarie, sono riuscito a ricostruire una storia della ’ndrangheta. Era il 1992. Fu il primo libro sulla ’ndrangheta.
Purtroppo l’idea che invece la ’ndrangheta sia un fenomeno minore e recente resiste. Tant’è vero che lo stesso Scalfari, qualche domenica fa, in un editoriale proprio su Rosarno, sosteneva che quarant’anni fa la ’ndrangheta non c’era, c’era solo il brigantaggio. Non è vero. Come ho già avuto modo di raccontare, la ’ndrangheta è altrettanto vecchia di camorra e mafia siciliana. Solo che la mafia e la camorra hanno goduto di una diversa visibilità, invece fin dall’inizio la ’ndrangheta ha viaggiato sotto traccia, ma è proprio questo oggi a renderla così pericolosa. Tant’è che, pur restando l’organizzazione meno conosciuta, è in ascesa, anche per questa sua affidabilità (è l’unica organizzazione di cui si fidano i narcotrafficanti colombiani) e poi per la sua incredibile versatilità che permette a queste famiglie di controllare un comune dell’Aspromonte come il riciclo dei rifiuti in Germania!

  

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Imposta nata in Francia negli anni 50 e oggi diffusa in 140 Stati, l’Iva, nel nostro paese resta un elemento di debolezza anziché di forza; i crediti Iva illegittimi e il paradosso di uno scontrino che non è affatto fiscale; il videogames dei commercialisti sugli studi di settore chiamato "Gerico”. Intervista a Roberto Convenevole.

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La gestione del rischio significa innanzitutto fare in modo che, quando si verifica il disastro, si debbano prendere il minimo delle decisioni; il dibattito sulla prevedibilità e l’importanza di creare una "protezione civile dal basso” perché l’improvvisazione è sempre deleteria; il caso de L’Aquila; intervista a Giuseppina Melchiorre.

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