










La difesa
della normalità

UNA CITTÀ n. 170 / 2010 Dicembre 2009-Gennaio 2010Intervista a Liviana Collodet
realizzata da Barbara Bertoncin
SALUTA PAPA'
La relazione col marito che riprende quando tutto sembrava ormai perduto, e allora la casa, i progetti... fino all’arrivo, implacabile, della malattia; l’importanza di un luogo, l’hospice, in cui la fase terminale, e la morte stessa, possono essere vissute dignitosamente e rimanendo accanto ai propri cari; intervista a Liviana Collodet.
Liviana Collodet vive a Codognè, in provincia di Treviso, con la figlia.
… Con la separazione avevo firmato che lasciavo tutto là, anche il corredo; me n’ero andata senza niente. Volevo che capisse che non lo facevo per interesse o perché non lo amavo più; volevo solo ritrovare la pace.
Nel giro di pochi mesi è tornato e ha messo in moto un altro corteggiamento, un altro fidanzamento, con gli inviti per il fine settimana e tutto il resto. E’ riuscito a trovare questa casetta, piccolina, ma ci siamo detti: per noi è sufficiente, tanto nostra figlia è grande, tra poco se ne andrà per conto suo. E ci sono venuta ad abitare prima io, per essere più tranquilla.
Dopo tre mesi che ero qui, ancora con la casa vuota, tutta da arredare - perché avevo perso tutto quello che avevamo di là…
Avevate lasciato tutto là?
Sì, nell’altra casa, la casa di suo padre, perché me n’ero andata dicendo: voglio ricominciare da zero.
Dopo tre mesi è venuto qui a dirmi di aver questo mal di denti, all’inizio sembrava che il dente toccasse, e questo e quello… poi sembrava un ascesso, e ha fatto gli antibiotici per un mese e mezzo, però il dolore non passava. Un giorno mi è arrivato un messaggio: stasera passo di là che ti devo parlare, e mi ha detto che gli era stato diagnosticato il tumore. Allora gli ho detto: "Vieni qua subito… arrederemo un po’ alla volta…”. E anche se era ammalato, posso dire che sono stati tre anni molto belli; lui aveva veramente capito quanto bene si stava noi due da soli. Infatti mi diceva tante volte: "Quanto ho sbagliato, quanto avrei voluto… Averlo capito prima…!”.
Come vi eravate conosciuti?
Andando a ballare la domenica pomeriggio. Lui aveva ventidue anni e io quasi diciotto, e potevo uscire solo dalle tre alle sette. Avevo solo quelle tre orette poi dovevo essere a casa. Lui invece il pomeriggio giocava a calcio perciò faceva la scappatina finita la partita. Quel giorno è entrato e mi ha salutato, non mi ha invitato a ballare perché allora si ballava lo shake, dopo mi ha raccontato che era rimasto colpito. E la domenica dopo è venuto proprio per cercarmi e da lì è partito tutto. Che io poi, non sapendo che la domenica giocava a calcio non capivo perché arrivasse così tardi e mi chiedevo: "Se ci tiene tanto a me perché arriva alle cinque e mezza quando io alle sei e qualcosa devo tornare a casa?”.
Dopo tre anni e mezzo ci siamo sposati, io avevo ventun’anni lui venticinque. Poi abbiamo aspettato altri quattro anni prima di avere la bambina. Comunque lo rifarei…
Com’è stato il decorso della malattia?
Oh, quando me l’ha detto ho pianto tre giorni di seguito. Però gli ho detto: "Vieni qui, l’impossibile non lo posso fare ma il possibile sì, ti do un aiuto, tu pensa solo a guarire”. Infatti è venuto ad abitare qui, e ci è venuta la forza di farcela, abbiamo combattuto insieme, lui lottava per la sua malattia e io lo aiutavo. Aveva cominciato la chemio e la radioterapia in modo molto positivo e io gli stavo vicina, gli preparavo i cibi, gli facevo tanta minestra, passati e frullati, di tutte le vitamine possibili, un po’ perché aveva difficoltà a deglutire -il tumore aveva colpito la bocca- e un po’ perché non gli si abbassassero i valori così da poter proseguire con le cure e non perdere tempo prezioso. La chemio infatti abbassa i valori dell’emoglobina e di tanti altri parametri, e finché non tornano nella norma non si può proseguire. Loris invece è riuscito sempre a fare tutto come era stato stabilito e si è sempre sforzato di mangiare tantissimo nonostante avesse la bocca bruciata -faceva la radio e la chemio in contemporanea- per cui mangiare era doloroso, ma lui si sforzava, gli ci voleva tanto tempo. Ha sempre cercato di vivere, non è più vivere come prima sai, perché vivi con la paura, senza più fare programmi, però abbiamo fatto le nostre serate…
Mi ricordo il giorno che ha cominciato a perdere i capelli; lui ci ha sempre tenuto al suo fisico, all’estetica, ai suoi capelli, così ha cominciato a mettere un cappellino, anche se era luglio e faceva caldo.
Io gli ho detto: "Ma ce ne sono tanti senza capelli…”. Così l’ha tolto e siccome la testa era bianca e non era tanto bella si dava l’autoabbronzante, olio e autoabbronzante, in modo da renderla lucida. Alla fine si era abituato, aveva superato anche quell’impatto.
Un’altra cosa che l’ha aiutato è stato il fatto che qui eravamo appena arrivati e non lo conosceva nessuno, si sentiva libero. Vicino c’è un bel parco dove d’estate fa fresco e lui andava spesso a sedersi su una panchina a mangiare un gelato, senza essere obbligato a incontrare conoscenti e dover dare spiegazioni, questo me lo diceva sempre.
Questo da giugno a dicembre; a gennaio ha deciso di ritornare al lavoro.
Cosa faceva?
Lavorava alla Visottica, una ditta che fa micromeccanica, componentistica per occhiali, vitine, torneria e cose di queste genere. Era tanto debole però aveva una forza incredibile. Faceva tutti i controlli e a giugno gli avevano detto che era guarito, che il male si era fermato. Così abbiamo fatto giugno, luglio, agosto, settembre e ottobre vivendo oltre le nuvole, veramente felici, abbiamo fatto le vacanze, le ferie, tutto quello che c’era di bello… Un giorno di ottobre invece mi torna a casa dal lavoro e mi dice: "Sento qualcosa che non va qui”, sempre sulla guancia. E’ tornato su ad Aviano ma i medici lo hanno tranquillizzato: "Ma no, sarà un’infiammazione”, hanno aspettato un po’ poi gli hanno fatto un’ecografia. Verso la fine di novembre era certo che il male era ritornato. Lui allora ha detto: "Ok, tutto quello che era da fare è stato fatto, se devo morire muoio e non voglio più chemio”. Nel frattempo avevamo fatto anche la cura Di Bella, abbiamo provato anche quella, poi era seguito da uno psicologo che faceva la nuova medicina germanica. Diciamo che lo ha aiutato moralmente ad andare avanti. A marzo dell’anno scorso la guancia ha cominciato a bucarsi, forse anche a causa della radioterapia che era stata così forte da intaccare i tessuti. Loris ha poi deciso di fare un’altra chemio sperando che magari potesse bloccare un po’ l’avanzare della malattia. Nel frattempo ci eravamo messi in contatto con l’assistente sociale che segue l’hospice "La casa dei gelsi”.
Gli avevano già fatto capire che non c’erano grandi speranze?
Sì, tutto. Fin dall’inizio, lui aveva un sarcoma che aveva colpito la guancia e il tessuto connettivale, gli avevano detto: "Vincerai qualche battaglia ma non la guerra”. E lui ha sempre parlato della sua malattia, consapevole di tutto, ha sempre deciso lui quello che voleva o non voleva fare, sempre.
Nonostante la chemio, però, il male si allargava sempre di più allora sono stata io per prima a dire: "Non voglio vederlo finire in un ospedale”. Siamo arrivati ad agosto e anche il medico gli ha detto: "Guarda Loris, tu hai sempre saputo tutto della tua malattia e hai sempre saputo e voluto decidere, sì, no, aspetto, non aspetto… Adesso vedi tu, se te la senti ancora di fare chemio, decidi”. Loris si è preso un po’ di giorni, ha fatto un altro ciclo, poi però si è reso conto che era troppo debole e stava male ugualmente, non aveva nemmeno più i benefici di prima, che almeno non sentiva il dolore. Così mi sono messa in contatto con l’assistente sociale, nel frattempo eravamo entrati in graduatoria. Era il quinto ma gli hanno detto: "Vieni dentro se hai male che vediamo se si può controllare”. Perciò quando è entrato era ancora bene in forza. E’ stato contento di andare là dentro.
Quando è entrato nell’hospice?
Era il primo di settembre. All’inizio, anche grazie alle flebo, perché a casa beveva poco, si era rimesso quasi in forza, si sentiva protetto, sereno, voluto bene, in un ambiente tranquillo, mentre qui alla fine non era facile uscire con quella fascia sul volto. Io ho preso subito l’aspettativa, anche perché avevo parlato col medico: "Non ho mai chiesto niente di preciso in tutto questo tempo perché ho sempre vissuto giorno per giorno e con speranza, ora però mi rendo conto che…”, e lui mi aveva dato un tempo ristretto. Sul lavoro ne avevo già parlato ma siccome sono solo sei mesi non volevo chiederla troppo in anticipo per poi ritrovarmi all’ultimo momento a dover rientrare al lavoro. Visti i tempi ristretti ho detto: "Ok, la prendo subito”. E così andavo giù al mattino e tornavo a casa la sera.
Vivevi con lui praticamente…
Sì, sì, sono sempre stata là, a parte il primo periodo in cui la domenica lo portavo a casa e lo riportavo dentro il lunedì: L’ultimo mese e mezzo facevo giorno e notte perché dai primi di dicembre alla notte aveva cominciato ad avere un po’ di ansia a trovarsi da solo, al buio, e allora ho cominciato a fermarmi a dormire, l’ho fatto per un mese e mezzo, però, ti dico, ho trovato proprio una casa lì.
Durante il giorno cosa facevate?
Beh, lui ha sempre cercato di mantenere fino all’ultimo giorno la sua autonomia corporea; era una persona sportiva, gli piaceva farsi la doccia; finché era in piedi camminava, al mattino c’era il momento importante della medicazione, poi mangiava, e ci voleva il suo tempo; si andava fuori in giardino e poi a lui piaceva tanto leggere, leggeva libri uno dopo l’altro; si parlava, si giocava a carte; venivano a trovarlo gli amici; era piacevole. Alla sera si guardava un po’ la televisione insieme prima che io tornassi a casa.
Quando ha cominciato ad allettarsi al mattino lo lavavo io, gli mettevo la crema, lo massaggiavo, stavo anche due ore ma vedevo che per lui era un beneficio, mi faceva grandi sorrisi. Poi ho cominciato che leggevo io a lui, a lui piacevano i libri di storia, cose storiche.
Parlavate della malattia, del fatto che se ne stava andando?
Mi ha lasciato dei quaderni. Lui alla sera, dopo che io ero tornata a casa, scriveva: le terapie fatte, com’era andata la giornata, se aveva avuto male, cosa aveva preso, cosa non aveva preso, e poi scriveva dei pensieri, per me, per Elisa. Però non sono riuscita ancora a leggerli.
Ah, non li hai ancora letti…
Ci ho provato, non riesco. Però posso dire che ho imparato tanto, io continuo a dire che mi ha insegnato tante cose sulla malattia e sul morire. Infatti sia nell’epigrafe che nella lapide ho fatto scrivere le frasi che mi sono uscite l’ultimo giorno: ci ha insegnato che la malattia e il morire si possono vivere, perché lui proprio ha vissuto con la sua malattia.
Tutti dicono che quando venivano lì stavano bene con noi, stavano bene con Loris, Loris era sempre positivo, era lui che chiedeva: "Come state?”. Un giorno mia mamma mi ha chiamata: "Liviana oggi è una brutta giornata, mi sento giù, sono depressa, sto pensando a te”. "Mamma vuoi che ti passi Loris?”. "Sì, passamelo che quando lo sento sto bene”; "Ida, come sta? Non deve fare così”. Alla fine era sempre lui quello che si interessava agli altri, che dava.
Adesso dov’è sepolto?
Qui vicino. E mi aveva detto: "Non farmi le cose da morto!”.
Cosa voleva dire?
Dovevo scegliere delle cose che non fossero da morto. E ho sempre cercato di farlo, sia per l’epigrafe che per i fiori, per la cassa. La cassa, sì, sembra strano dirlo così, però cercavo di guardare con gli occhi suoi, con gli occhi da vivo, come se uno andasse a scegliere un abito. Mi chiedevo: "Cosa gli piace?”. La lapide l’ho fatta in blu, con l’incisione della rosa, per la foto, siccome eravamo a un pranzo, sullo sfondo ho messo il mare, perché a lui piaceva molto; una cosa che, anche se non va bene dirlo, alla fine pensi: "E’ bello”. So che è assurdo dire così però ho continuato a vedere le cose con gli occhi suoi, anche questo mi ha aiutato: fare quello che gli sarebbe piaciuto.
Vostra figlia?
Elisa era a Venezia all’università, si è laureata il due di aprile. A dicembre era stanca, aveva voglia di mollare tutto, aveva già finito gli esami e scelto l’argomento della tesi, avrebbe dovuto già cominciare a novembre ma diceva: "Non mi viene niente, non ce la faccio”. Io ero un po’ preoccupata allora ne ho parlato a Loris. Tanto lui, quando entravo, si accorgeva subito se qualcosa non andava, mi faceva la radiografia. Così le ha parlato: "Guarda, io ci terrei tanto che tu… Non so se arriverò a vederti ma ci terrei che tu andassi avanti per la tua strada, fallo proprio per me”. Lei si è messa subito in moto, però ha detto: "Gli unici argomenti a cui riesco a pensare sono l’hospice, le cure palliative”. Anche lei era rimasta impressionata dal benessere che si respirava alla "Casa dei Gelsi” sia per i pazienti che per i familiari. Così ha cominciato a scrivere di questo. Loris è mancato il 17 gennaio e lei ha continuato a scrivere, ricordo che aveva in camera la foto del papà e scriveva, scriveva, scriveva. In quella tesi c’è proprio il cuore.
Il dolore è stato controllato bene?
Il dolore è stato controllato benissimo, magari ogni due giorni aveva quella punta ma intervenivano subito.
Siete stati aiutati ad affrontare il percorso...
Sì. Loris è sempre stato aiutato dalla psicologa dell’hospice, dalle infermiere, e lui è stato bravo ad accettare. Ci sono stati diversi passaggi. Quando anche l’occhio ha cominciato a essere intaccato gli hanno proposto una fasciatura ma trovarsi con l’occhio chiuso non è stato facile. Ricordo che la prima volta che ha provato a chiudere l’occhio gli è venuta un’ansia; io stavo arrivando e lui ha detto: "No, no, mi dovete rifare la medicazione perché la Liviana non è pronta a vedermi con l’occhio chiuso”. Io mi sono messa a ridere… Così abbiamo architettato una fascia con un buco, in modo da permettergli di vedere almeno la luce e questo gli diminuiva l’ansia. E’ andata avanti così per un po’ finché abbiamo eliminato il buco ma ormai aveva perso anche quella luce. Sono passaggi faticosi da dover accettare perché se è una malattia interna non te ne rendi conto, ma questa era esterna, vedevi proprio dove mangiava.
Ma tu come facevi?
Lui non voleva che io assistessi alle medicazioni, però a casa, nel periodo precedente all’hospice, gliele facevo io. Diceva: "No, non voglio che tu veda” e ho sempre rispettato questa volontà.
Dicevi dell’ultima settimana…
Io temevo molto quel momento perché non mi era mai mancata una persona cara e non sapevo esattamente come e cosa sarebbe successo. Anch’io sono stata aiutata proprio in questi passaggi. L’ultima settimana mi dilettavo a fargli i massaggi, perché me lo sono proprio…, me lo alzavo io, gli facevo il bagno. Se c’era bisogno chiamavo, erano meravigliosi, però lui aveva più fiducia in me. E poi quel venerdì…
Nelle notti precedenti aveva avuto un po’ paura di soffocare così la sera lo sedavano. La prima sera mi sembrava di essere il boia, era stato lui ad accettarlo però vederlo addormentarsi così… La dottoressa mi aveva tranquillizzato: "Guarda è una piccola anestesia, domattina sarà sveglio”, però la prima notte sono stata ansiosa io. Poi al mattino ho visto che effettivamente si era svegliato…
Avevi paura che non si svegliasse più…
Sì, temevo di perderlo così. Invece ho visto che la notte in questo modo riposava tranquillo, non aveva la sensazione di soffocare, ed è andata avanti così per due o tre giorni. Il venerdì mattina non ha mai aperto gli occhi anche se dava segni di capire, lo sentivo dalla mano; anche l’infermiere mi aveva detto: "Guarda oggi gli abbiamo fatto la medicazione ma Loris non ha reagito più di tanto”. Io gli ho fatto ugualmente il bagno, gli ho messo la crema, sono riuscita a mettergli il pigiama, gli ho messo in sottofondo la musica che gli piaceva e sono stata lì tranquilla… Quel giorno mi è venuta una gelosia incredibile, ho chiuso la porta e nessuno me lo doveva toccare. Quando è entrata la dottoressa al mattino le ho detto: "Mi sembra che oggi, che lui non riesce più ad esprimersi, solo io so cosa gli dà fastidio, come vanno sistemate le lenzuola, come posso toccargli la mano, come sta bene il piede sul fondo…”, solo io potevo farlo. Lei mi ha risposto: "Chiudi la porta, stai dentro tranquilla, quando hai bisogno chiama”. Allora l’ho accarezzato tutto il giorno, sempre con la musica sotto, e al pomeriggio ho telefonato all’Elisa: "Vieni subito quando finisci di lavorare, papà oggi non si è svegliato”. E’ venuta giù, e dopo poco è arrivato anche il suo ragazzo. A quel punto ho pensato: "Glielo devo dire che non me lo può toccare, l’Elisa sì ma lui no”. Allora lui mi ha chiesto il permesso di stare seduto sull’angolo perché aveva piacere di stare con noi. Così ho acconsentito. Poi a Elisa ho detto: "Vuoi rimanere qua con me stanotte? Una si mette in poltrona, una sul letto, ogni tanto ci scambiamo e stiamo qui con il papà, vediamo come passa la notte”. Così è andata a casa a prendere le sue cose ed è tornata. Intanto io ho continuato ad accarezzarmelo. Prima si è messa a dormire lei e io sono rimasta sulla poltrona dopodiché ci siamo scambiate. Verso le quattro e mezza mi risveglio e chiedo di fare ancora cambio -si facevano quelle due orette-, Elisa acconsente però mi dice: "Sai, mamma, papà ha cominciato a respirare più piano”. Allora mi sono alzata e mi sono avvicinata… Io mi immaginavo chissà che cosa dovesse succedere, invece ho sentito solo che il respiro era molto debole. Eravamo lì che lo guardavamo, nella penombra della lucetta, quando è entrata l’infermiera. Io le faccio: "Loris ha il respiro molto più stanco, puoi sentire?”. Lei sente il polso, ci guarda e ci fa: "Lo lasciamo andare?”. Ho sentito che era arrivato il momento e ho detto di sì. Gli ho dato un bacio sulle labbra, gli ho detto: ciao Loris.
Ho guardato Elisa e le ho detto: "Dagli un bacio e saluta papà”. Se n’è andato così, senza sofferenza, con noi due che lo guardavamo e lo abbiamo salutato. Questo è stato bene per me e bene per Elisa, perché lei aveva questa paura, il morire… Invece ha visto proprio che si è addormentato. Dopo è stato importante poter rimanere lì con lui un altro po’ di tempo, senza fretta di coprire e di fare. Ho detto a Elisa che andavo a cambiarmi -ero in pigiama- e pensavo che lei avesse una reazione di paura a rimanere sola nella stanza, così ho lasciato la porta del bagno mezzo aperta, ma quando sono tornata lei era lì che se lo accarezzava tranquilla. Poi l’infermiera ci ha detto: "Quando siete pronte cominciamo”. Io già da alcuni giorni avevo portato il vestito e così… Sono rimasta dentro con l’infermiera e l’operatrice e l’ho lavato di nuovo, gli ho rimesso la crema e l’abbiamo vestito; alla fine gli ho messo il profumo (mi piaceva il suo profumo, infatti ogni tanto lo metto anche adesso per sentirlo ancora vicino), anche a casa a volte lui lo metteva così, senza motivo, e io gli chiedevo di metterlo sul collo così quando mi avvicinavo -lui era alto- lo sentivo. Ad un certo punto sembrava avesse fatto, almeno a me è parso, quell’espressione di sorriso, di beffa come me la faceva a casa. Boom! Sul momento mi sono spaventata. Ed è rimasto col sorriso.
Il vestito l’avevate scelto insieme?
No, non ne avevamo mai parlato. Loris più che altro vestiva sportivo, al massimo la giacca però col pantalone spezzato. Quello era un vestito che in genere teneva per i matrimoni, era sull’azzurro e a lui piaceva. Ho detto: beh gli metto quello lì…
Quando mi era stato detto che era arrivato il momento, lo avevo portato in tintoria, avevo comprato la camicia, i calzini, avevo preparato tutto. Elisa se n’era accorta e aveva avuto un po’ di rabbia verso di me ma io le avevo spiegato che sarebbe potuto succedere: "E se succede di domenica come facciamo?”. Le ho spiegato che non era stato facile nemmeno per me preparare tutto… Andare a comperare la camicia e ti chiedono: "Ma con che vestito va messa? In che occasione la porta?”. E tu te lo immagini solo in una certa posizione. Lo stesso con i calzini: "Ma con che scarpe, con che cosa?”. Tu dici: "Sì, vanno bene quelli…”. Alla fine ha capito, li avevo preparati solo per rispetto. Però quando ho portato il vestito all’hospice ho fatto in modo che Elisa non se ne accorgesse per paura di andare a smuovere certe cose. Così l’avevo messo via. Quando Loris è mancato noi siamo uscite un attimo in corridoio -gli hanno dato un puntino qui per chiudergli la bocca- ed Elisa mi ha chiesto: "Mamma, e adesso il vestito…?”. "Elisa non ti preoccupare, il vestito è già qui”. "Già qui?”. "Sì, già qui, possiamo fare tutto senza problemi”. "Adesso capisco che avevi ragione”. A partire dal giorno dopo ho accompagnato i miei genitori e gli amici che avevano piacere di salutarlo ma io non l’ho più guardato. Ho il ricordo di lui lì e del momento in cui mi ha sorriso con quel profumo… La persona che era rimasta non la riconoscevo più.
Ma Loris che carattere aveva prima della malattia?
Loris era un carattere chiuso, molto buono di fondo, ma chiuso e orgoglioso. Come con la separazione, prima di cedere aveva dovuto toccare il fondo. Dopo invece mi diceva sempre: "Non doveva venire la malattia per capire certi valori. Perché essere duro per volere avere ragione quando la vita è così breve… Che sarebbe bastata una parola per poterci capire…”. Il suo caratteraccio lo chiamava, però di fondo era buono. E poi abbiamo fatto un percorso che mi ha fatto bene perché non mi ha lasciato punti di domanda, c’è stata la malattia, la devastazione, ci sono state tante cose, adesso c’è il vuoto, ma averlo potuto seguire così, aiutata da persone, non mi ha lasciato dentro del rammarico…
Raccontavi che mentre lui era ancora vivo venivate entrambi sostenuti psicologicamente.
Sì. Spesso ad esempio gli venivano dati dei consigli però lui aveva sempre bisogno del suo tempo per pensarci e per decidere. Questo veniva rispettato. Aiutavano anche me quando magari mi sentivo in un passaggio, vedevo l’aggravarsi e mi faceva male… Per esempio c’era stato un periodo in cui si temeva un’emorragia per cui il momento della medicazione era molto delicato, infatti si pensava che sarebbe mancato per quello. Una volta ero fuori, e ho visto correre, ho pensato: "Mio Dio adesso se ne va…”. Oppure la decisione di cominciare a nutrirlo con la flebo, perché non riusciva più ad aprire la bocca. Quando serviva, chiamavo Stefania e le parlavo delle mie ansie, delle mie paure, anche di quello che mi succedeva intorno. Stefania conosceva la nostra storia e le chiedevo: "Come mi devo comportare, mi devo sentire in colpa? Io non ho bisogno di colpe”. E lei, sotto questo aspetto, mi dava delle conferme, anche rispetto alle problematiche familiari di Loris, che non erano facili da gestire.
E adesso?
E adesso c’è il dottor Colusso. Non conosco esattamente la sua storia, so che dodici anni fa gli è morta una figlia per un incidente stradale. L’ho contattato un giorno che ero un po’ sul disperato. Quando la persona manca ti accorgi che non tutti ti ascoltano, alcuni per paura di farti soffrire chiudono il discorso. Invece a me piace ricordarlo, non c’è più fisicamente ma per me c’è ancora. Mi piace parlare di quello che gli piaceva, di quello che faceva, diceva, è un pezzo della mia vita. Così ho parlato con lui, sono andata due o tre volte e adesso vado alla riunione il lunedì. Ieri sera eravamo dodici.
Sono tutti familiari di persone che sono state all’hospice?
No, c’è una coppia a cui è morto un figlio suicida, una donna che ha perso il marito di infarto, un altro di malattia, un altro ancora per un incidente. Mi piace andarci e non mi rattrista anche se sento raccontare altri dolori; è una condivisione. Almeno ti ascoltano. Per esempio qualche tempo fa ho chiesto se anche agli altri era mai capitato di cercare la persona mancante tra le altre persone, a me è andata avanti una settimana di aver bisogno di vedere Loris. Ne cercavo l’aspetto fisico, anche l’accappatoio che avevo portato a casa, l’ho fatto mio, sono stata un mese senza lavarlo. E mi hanno confermato che a tanti succede; oppure il suo profumo, ci sono momenti in cui lo spruzzo perché ho bisogno di risentirlo, e dicevano che alle donne capita di più. Altre volte invece chiudo, non voglio sentire. Mi fanno capire che sono sensazioni normali, e vedo che vado volentieri, a volte mi viene da piangere, a volte non parlo, a volte ascolto soltanto, però sto bene, è un angolo mio.
Haïm Vidal Séphiha
Papa Chissokho
Louisette Ighilahriz
Maria Josè Gonzales
Ester Fano
Giuliana Ciani
Lucia Calzari
Adriana Musella
Elisabeth Seebacher
Dorina Palmieri
Françoise Rudetzki
Mariella Gramaglia
Nelly Norton
Giuseppe Laterza
Mordechai Morale Bar-on
Ali Abu Awad
Silvia degli Alberti Marsoni
Stefano Majnoni


















