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La difesa
della normalità
Il cancro da "male incurabile” sta trasformandosi, grazie all’avanzamento delle cure e alla loro personalizzazione, in un male cronico, che si può tenere a bada, impedendogli di impossessarsi della propria vita. La battaglia principale è la difesa della normalità. L’importanza della psicologia oncologica. La grande paura del dolore, che oggi però può essere debellato. Intervista a Anna Segre.

storie

  

UNA CITTÀ n. 170 / 2010 Dicembre 2009-Gennaio 2010

Intervista a Mauro Ortelli e Paolo Lombardo
realizzata da Andrea Babini e Gianni Saporetti

FUORI DALLE MURA C'E' TANTA GENTE
Un’identità sessuale chiara fin dall’infanzia, le prime esperienze, fino alla maturazione del desiderio di un’affettività stabile, di una vita di coppia; l’eterno dilemma del dire o non dire, per non perdere gli affetti; il difficile rapporto con una Chiesa che costringe all’ipocrisia e il sogno di una comunità; intervista a Mauro e Paolo.

Mauro Ortelli e Paolo Lombardo vivono a Faen­za.

Siete una coppia di omosessuali e credenti. Potete raccontare la vostra esperienza?
Paolo. Sono il settimo di otto figli, di origine veneta, e sono venuto ad abitare in Romagna con la mia famiglia quando avevo quattro anni. Possiamo parlare subito della mia sessualità perché quando avevo cinque o sei anni già si faceva sesso in casa. Cinque fratelli maschi, con qualche fratellino è successo, anche più grande. E non mi ha mai molto meravigliato, fin da piccolo, che si potesse fare del sesso. Non ricordo bene come lo facessi però accadeva tutto in maniera molto semplice.
A undici anni, a Marina di Ravenna (dove praticamente ho abitato per tutta la vita) ho frequentato dei ragazzini, erano tre fratelli e anch’essi facevano sesso fra di loro. E lo feci anch’io con loro. Si vede che quest’abitudine di fare sesso per gioco nelle famiglie era abbastanza normale. Io poi sono sempre stato un ragazzo molto giocoso fino a 17 o 18 anni; insomma mi sono un po’ divertito. La mia omosessualità è sempre stata presente: non ricordo di essere mai stato eterosessuale.
A 29 anni ho voluto anch’io provare a formare una famiglia con una donna e ho fatto dei tentativi con due ragazze ma sono andati male. Una era venuta anche in casa, aveva conosciuto mia madre, andavamo in giro, a mangiare o al cinema, con mia sorella e mio cognato, dopo però ho capito che era assurdo.
Verso i 43 anni ho fatto un altro tentativo con una collega di lavoro, ci siamo frequentati abbastanza assiduamente per due o tre mesi però poi ho lasciato perdere: non si poteva prendere in giro una persona. A quel punto mi sono detto: basta, lasciamo stare le donne. A quell’età!
Le mie storie di omosessualità sono state tutte abbastanza semplici, senza un percorso di vita insieme. Ho avuto una storia molto importante verso i 30 anni, che è continuata per dieci anni, siamo ancora amici. Però non era una vita insieme, si stava insieme per le ferie, per qualche passeggiata, per un cinema, così. Ecco non era come la vita che ho scoperto con Mauro, a 45 anni. Un po’ tardi, però… La mia vera vita di coppia è cominciata lì. Prima la mia omosessualità era veramente nascosta: io facevo le mie cose e nessuno lo sapeva. Con Mauro invece ho sentito il bisogno di dirlo, non alle sorelle e ai fratelli, ma a mia cugina, che per me è la persona più importante della famiglia. L’ho fatto con molto timore, ma lei è stata molto disponibile e dopo mi ha ringraziato.
Vado con Mauro a trovare tutti i fratelli, più facilmente le sorelle e ormai lo conoscono bene, non ci fanno più caso, sanno che viviamo qua. Però non so cosa penserebbero se vedessero il letto matrimoniale… Non gliel’ho mai detto.
Con la mamma di Mauro il rapporto è diverso, conosce la sua identità sessuale e sa che viviamo insieme. Il letto matrimoniale che abbiamo di là è quello dei suoi genitori. Il papà non ci poteva più dormire così quando sua mamma ha detto: "Cosa ne facciamo di questo letto?” io le ho proposto di darlo a noi. E adesso abbiamo il letto matrimoniale della mamma.
Sua madre è una donna meravigliosa. Anche se poi naturalmente di omosessuali non si parla, si parla della vita, perché poi non è che il sesso conti molto.
Mauro. Io ricordo di avere avuto a sette anni un forte innamoramento per un altro bambino. A distanza la vedo come la prima avvisaglia di una crescita interiore avvenuta così, da sola, come attrazione nei confronti del maschio. Nei confronti delle bambine non ho mai avuto interesse, soprattutto per quanto riguarda il corpo.
L’omosessualità la si impara abbastanza presto, in qualità di onta. Però solo quando si arriva ad una certa età, nel mio caso potrei dire fra i 14 e i 15 anni, si acquisisce la consapevolezza dell’orientamento sessuale e lì emerge anche la conflittualità. Questa conflittualità io me la sono vissuta dentro ancora per un paio d’anni poi ho cominciato a fare le prime confidenze alle compagne di liceo.
Ho fatto vita parrocchiale durante gli anni delle elementari e delle medie, ma negli anni ’70 era comune un po’ a tutti. Dopo la Cresima mi sono allontanato, ma anche questo capitava a tanti ragazzini. Mi sono riavvicinato solo dopo qualche anno, grazie all’incontro con una parrocchiana della Cresima che mi ha invitato agli incontri del gruppo giovani. Erano incontri di approfondimento di fede con qualche puntata anche nella liturgia. Una formazione che non avveniva solo in parrocchia, ma anche in altri luoghi, in particolare in quello splendido luogo di ritiro che ancora fino a tutti gli anni ’80 è stato Camaldoli.
Ho avuto così l’occasione di affrontare il conflitto fra l’omosessualità stigmatizzata dalla società e anche da certa dottrina religiosa, e un approfondimento di fede che invece mi raccontava altro. Fino alla scelta di mantenermi in un percorso di fede nel quale credevo, senza il bisogno di dover rinnegare verità profonde dentro il mio essere.
Durante gli anni di Università ho cercato degli ambienti che mi dessero la possibilità di mettere d’accordo la fede cristiana e il mio orientamento sessuale. E ho incontrato i gruppi di omosessuali credenti -in Italia ce ne sono diversi- dove ho trovato la possibilità di sdrammatizzare tutta la situazione. E’ stato un percorso lungo, più che altro psicologico.
Contemporaneamente è maturato il desiderio di una progettualità che appagasse la mia affettività.
All’inizio ho fatto i tentativi che fanno tutti gli omosessuali, cercando, nel mettere in piedi un rapporto affettivo, di rifarmi ai principi, ai valori e ai modelli che si imparano durante la propria vita. E per quanto riguarda la coppia i valori possono essere quelli del rispetto, dell’ascolto, della trasparenza, della fedeltà, della stabilità della relazione, che è una cosa molto diversa dalla fissità.
Si è trattato anche di una sperimentazione, perché in queste nostre relazioni c’è veramente poco controllo. Ma se si ha la fortuna di costruirsi una comunità di amici dove condividere non solo i divertimenti, ma anche le confidenze, allora si riesce ad avere anche una certa solidarietà, quella che dalla famiglia non ti arriva. Perché la famiglia purtroppo per queste nostre coppie rimane un luogo problematico.
Paolo. Infatti questo è un grosso nodo. Il fatto stesso di averci messo degli anni a dire anche solo a mia cugina "io sono omosessuale” la dice lunga. Alla mia famiglia, ad esempio, non so se glielo dirò. Ne vale la pena? Perché bisogna valutare bene le situazioni: ci sono persone che prevedibilmente ti accetteranno ma ci sono persone delle quali non puoi prevedere la reazione. E quando gli affetti sono importanti hai paura di perderli, devi fare attenzione.
Come vivete la vostra omosessualità all’interno della Chiesa e all’interno della vostra prospettiva di fede?
Paolo. Io devo ringraziare Mauro perché mi ha fatto vedere un’altra strada per raggiungere Dio. Prima di conoscerlo avevo dato per scontato che per me nella Chiesa non ci fosse posto. Andavo qualche volta a messa ma mi sentivo rifiutato, escluso, e verso i 22, 23 anni me n’ero allontanato senza alcuna intenzione di riavvicinarmi (prima facevo anche catechismo). Con Mauro ho riscoperto la fede e mi sono ritrovato all’interno di una Chiesa che mi prende per quello che sono. Dio mi vuole bene e mi accetta per quello che sono, e se sono in comunità con Mauro e vivo con lui un rapporto speciale di amore, questo a Dio fa solo piacere. La nostra è anche un relazione "feconda” perché siamo aperti agli altri, facciamo tante cose per chi ci sta vicino; io penso che la nostra maturità di persone e di coppia dia a chi ci frequenta una certa serenità.
Uno dei miei sogni sarebbe creare una comunità. Mi piacerebbe tanto fare una comunità di omosessuali, ma anche di eterosessuali, credenti, che vivono insieme. Non dico come in un monastero, però mi piacerebbe che ci fosse una comunità di questo tipo. E voglio realizzarla. Ci sono tante altre persone nel mondo omosessuale che hanno questo desiderio di creare una famiglia ancora più grande, dove le persone che stanno insieme vivono una vita di relazione e anche una vita religiosa.
Mauro. Ad un certo punto della mia vita mi sono accorto che lo stigma -non saprei come altrimenti chiamarlo- vale a dire quella gamma di atteggiamenti, pensieri e sentimenti discriminatori nei confronti dell’omosessualità, che alla fine diventano disprezzo, è così forte che spesso non c’è nemmeno più il bisogno di fare un’operazione attiva di discriminazione: sono gli omosessuali stessi ad allontanarsi dal consesso sociale. (Quando non cadono in depressione, fino a essere a rischio di suicidio).
Questo non accade sempre per fortuna. Ciononostante, se devo parlare della mia vita, devo dire che questa è stata anche la mia esperienza. E rispetto alla Chiesa è come se mi fossi messo da solo fuori dalla porta. A vivere dentro la Chiesa di nascosto, con quella specie di ipocrisia "come se” non fossi omosessuale, non ci sono riuscito.
Ho preferito andarmene piuttosto che dover continuare una vita in cui si dicono certe cose e poi in realtà se ne pensano altre.
Questo essere fuori dalla porta mi ha dato però l’opportunità di incontrare tanta gente. Se non altro tutti quelli che fuori dalla porta c’erano già, prima di me, o che si stavano affacciando, perché comunque fuori dalle mura c’è tanta gente. Quindi il rapporto con la Chiesa l’ho vissuto così, con questa immagine: essere fuori dalle mura, non poter entrare a causa dell’arroganza di chi sta dentro; avendo avuto però l’occasione di incontrare tante persone interessanti, proprio in termini di percorso di fede. Questo ovviamente ha salvato anche il mio rapporto con Dio. Libero dalle mediazioni delle parole di uomini, il mio percorso di fede personale si è potuto rafforzare, maturare, diventare grande, adulto, fino a camminare sulle proprie gambe e non con le stampelle di altri, trasformando anche la mia vita di omosessuale.
La domanda come vivo la mia fede da omosessuale in realtà mette assieme aspetti che non c’entrano gli uni con gli altri. Ognuno vive la propria fede nelle proprie condizioni di vita, qualunque esse siano.
La particolarità omosessuale forse sta nel fatto che, per questioni storiche ma anche di incontri personali, si frequentino più facilmente persone omosessuali che il resto della società non incontra perché rimangono confinate là nel ghetto, e questo significa incrociare strade di evangelizzazione non canonica. Perché, intendiamoci, l’accoglienza nella comunità di credenti che io non ho ricevuto allora, negli anni ’70 e ’80, continua a non esserci. D’altronde un conto è avere una confidenza personale con un singolo prete, un confessore o una guida spirituale, altro è muoversi all’interno di una comunità. Meglio ancora se una comunità omosessuale.
Una persona omosessuale ovviamente avrebbe il diritto di avere anche questo tipo di ambiente; noi cerchiamo di offrirlo però siamo pochi, i gruppi in Italia sono circa una ventina e molto concentrati nelle grandi città, mentre nelle piccole città di provincia non c’è quasi nulla.
Il nostro gruppo copre tutta la Romagna, e fino a poco tempo fa anche le Marche, che da poco ha fatto gruppo a sé.
Insomma non è facile, tanto più che uno deve venirne a conoscenza, muoversi, spostarsi, conoscere persone sconosciute, avere a che fare con le proprie paure, è sempre un azzardo… Noi offriamo un’accoglienza, ma è difficile "stare sul mercato”, viene poca gente. Gli omosessuali che non vengono o hanno liquidato il proprio percorso di fede in modo definitivo oppure lo vivono ancora con estrema difficoltà, quasi con una vita sdoppiata, andando in chiesa in segreto e continuando a fare la propria vita, senza poter mettere in relazione questi due aspetti della vita.
Potete parlarci del vostro gruppo?
Mauro. Si chiama "Narciso e Boccadoro” ed è un gruppo di gay credenti e non credenti, che assieme cercano di approfondire quelli che sono in generale i valori della fede, condivisibili però anche come valori di piena umanità. Questa è l’attività specifica che si fa all’interno del gruppo, però la sua missione comprende anche l’accoglienza di tutti coloro che ancora vivono la conflittualità fra fede e omosessualità, oppure che hanno voglia di fare un approfondimento valoriale.
Cosa pensate del matrimonio fra gay?
Mauro. Intanto penso che il cosiddetto "matrimonio gay” sia un titolo dietro il quale ci sono elementi e aspetti diversi che non vengono mai approfonditi abbastanza. Io stesso non saprei sviscerarli tutti. D’altra parte, neppure gli sposi eterosessuali sarebbero in grado si farlo; semplicemente si trovano un format già fatto, dentro il quale più o meno stanno sapendo che ci sono delle regole da seguire punto e basta. Per il resto è tutta esperienza umana.
Poi ogni tanto si incontra un paletto con su scritto "fuori di qui non si va” e allora uno può giudicare se farlo o meno, come potrebbe essere l’annosa questione delle corna oppure la separazione con connesse la questione legale, dei soldi o dell’educazione dei figli, ecc. Partendo da questi aspetti, può emergere che anche la coppia omosessuale ha tutta una serie di bisogni e di soluzioni non poi così diversi da quelli di una coppia eterosessuale.
Una coppia matrimoniale ha poi questo grosso capitolo che è la procreazione e l’educazione dei figli, che oggigiorno, qui in Italia, viene ancora messo in contrapposizione con l’omosessualità, come se fossero due cose inconciliabili. Su questo preferirei non pronunciarmi perché è un argomento da approfondire, non ho formule precostituite o verità già appurate. Ci sono però delle esperienze personali, sia all’estero sia in Italia, di coppie omosessuali con figli. E’ tutto un mondo da andare a scoprire… Parlo di figli naturali, che possono esser nati in un precedente matrimonio eterosessuale o da una relazione eterosessuale, oppure con una fecondazione fai-da-te. Le situazioni sono le più diverse. Però a me pare che ciò che conta non sia tanto come si è giunti al concepimento quanto come quel bambino cresce o è cresciuto. Sotto questo profilo conta molto la società in cui si vive, ma anche la stabilità di cui una coppia omosessuale può godere, quella affettiva, che è in buona parte sostenuta anche dall’esterno, ma anche quella abitativa e professionale.
Ora, nella nostra società, dagli anni ’60 in qua, si è andato sempre più indebolendo il supporto esterno alle coppie eterosessuali, con un conseguente moltiplicarsi di separazioni. Questo è avvenuto nel mondo eterosessuale, e allora non si capisce perché il mondo omosessuale debba essere, da una parte, santificato come se ci fossero delle capacità specifiche che gli omosessuali hanno di mantenere stabili le proprie relazioni, dall’altra -ed è lo stereotipo che solitamente viene proposto- ritenuto intrinsecamente incapace di creare coppie stabili. In realtà la stabilità affettiva tra due persone dello stesso sesso ha gli stessi meccanismi della stabilità affettiva fra un uomo e una donna.
Paolo. Certo anche in Italia sarebbe necessario trovare una soluzione per istituzionalizzare in qualche modo il rapporto fra due persone omosessuali. Prima o poi ci si dovrà arrivare. D’altronde non vedo perché non ci debba essere il matrimonio fra omosessuali così come c’è il matrimonio fra eterosessuali, visto che in alcuni paesi c’è già.
Mauro. Sul matrimonio gay, mi piacerebbe aggiungere una cosa importante, che ci riguarda e che condividiamo con tanti altri: all’interno della nostra relazione noi ci giochiamo la stabilità affettiva del tutto indipendentemente da qualsiasi forma giuridica, ovvero fuori da tutta una serie di elementi, chiamiamoli diritti e doveri, ovvero il sostegno economico, l’assistenza sanitaria, morale, personale, che andrebbero se non altro restituiti alla consapevolezza delle due persone che iniziano una relazione.
Anche noi ne sentiamo il bisogno, per quanto, fino ad oggi, fortunatamente, abbiamo incontrato persone che, quando è stato necessario, sono state presenti, anche a livello sanitario o economico, per quanto riguarda questioni di famiglia, la finanza familiare, l’eredità e cose di questo tipo.
Non se un giorno io o Paolo incontreremo delle difficoltà, certo preferirei essere salvaguardato da questo punto di vista. E preferirei anche che tante altre coppie a noi vicine, che invece hanno situazioni ambientali meno favorevoli, fossero tutelate per legge. Soprattutto, vorrei il riconoscimento della relazione affettiva, fra due persone dello stesso sesso o qualsiasi sesso, come luogo dove si spendono diritti e doveri riconosciuti per legge, fatti emergere, restituiti alla consapevolezza.
Avete parlato dell’amore. La Chiesa continua a parlare dei figli, della procreazione, fra l’altro stigmatizzando anche gli sterili. Questo riferimento alla Natura va d’accordo con il Cristianesimo?
Paolo. Non ha senso parlare di naturale e di contro natura: la natura viene modifica continuamente dall’uomo. E’ un discorso che ha tirato fuori la Chiesa, l’istituzione, ma in verità non esiste. Noi dobbiamo parlare di amore, questo sì che esiste e ha la sua base nel messaggio evangelico, riscoperto a suo tempo con il Concilio. Prima chi era Dio? Era quello che giudicava, che mandava in paradiso o all’inferno, secondo quello che avevi combinato.
Ora abbiamo riscoperto il Dio del Vangelo, un Dio che è amore, che vuole bene, che ci ha creati per amore, per avere una relazione con noi e che non ci lascerà mai.
Questa è la nostra grande fortuna: Dio ha creato l’uomo perché si relazioni attraverso l’amore, l’amore che unisce. Questa Chiesa invece non fa altro che dividere, separare, allontanandosi veramente dal messaggio evangelico. Quando tu, Chiesa, allontani gli omosessuali, i divorziati, i separati, che scelta hai fatto? Hai fatto la scelta di non andare incontro alle persone, ma di allontanarle.
Mauro. La questione natura-contronatura secondo me è un dibattito che in questo momento ci fa solo perdere tempo.
Così come tanti altri temi, in questo momento viene agitata dentro la Chiesa da alcuni -fra cui anche prelati considerati dall’Istituzione come la parte "docente”, il Magistero- come un argomento contro gli omosessuali, per cercare di arginarne l’emancipazione, così come avviene per la stessa emancipazione femminile.
Ma su tutti questi temi - parità femminile, dignità delle persone omosessuali, dignità della persona nel momento della fine della vita, il testamento biologico- usano una serie di argomentazioni, a volte anche in contraddizione tra di loro, per fare il gioco delle tre tavolette, cioè per riuscire a convincere quelli che non sono informati,.
Avete parlato di stabilità ed è entrata in gioco anche la parola "fedeltà”. Però l’omosessualità ha conosciuto un momento iniziale di libertinaggio formidabile, che purtroppo ha avuto anche delle conseguenze tragiche. In America l’hanno chiamata "epopea del sesso”…
Mauro. Credo che sia stata fatta confusione, a volte in maniera inconsapevole, altre volte invece in maniera colpevole -perché diventa un’accusa, quella degli omosessuali che sono promiscui. Sono convinto infatti che sia l’erotismo maschile in generale, nelle sue espressioni tipiche, a tendere alla poligamia e alla promiscuità. Dove potrebbe essere la differenza? Semplicemente nelle muraglie di contenimento: un marito subisce una sorta di controllo sociale affinché non sgarri, un maschio omosessuale queste barriere di contenimento non ce le ha.
Durante gli anni ’60, poi, la liberazione sessuale ha coinvolto tutti, e i gay e le lesbiche hanno potuto prendere coscienza di sé, liberarsi, uscire dai ghetti nei quali hanno sempre vissuto.
Poi è chiaro che le singole persone fanno sempre caso a sé e sicuramente non tutti i maschi omosessuali sono uguali: ci sono i percorsi di maturazione e se si cresce in un ambiente dove i rapporti promiscui sono facili, si avrà facilità ai rapporti promiscui; se invece si cresce in un ambiente dove i rapporti sessuali sono più difficili e viene magari data molta più importanza agli aspetti di stabilità affettiva, può darsi che si dia importanza a questo. Però sono tutti percorsi di maturazione personale che vengono offerti al singolo dalla nostra società, non sono caratteristiche intrinseche.
Un discorso a parte è invece la fedeltà all’interno della coppia. Noi l’assorbiamo fin da piccoli come un valore assoluto. In realtà crescendo ho scoperto che la fedeltà intesa come virtù in sé è difficile da mantenere in tutti gli ambiti di vita.
Voglio dire che non si può pretendere di parlare di fedeltà sul piano sessuale e poi cadere in tutta una serie di infedeltà su altri piani come la menzogna, l’illegalità, il pubblico, la politica. Laddove c’è un patto o una promessa lì si gioca sempre la fedeltà.
All’interno delle mie relazioni affettive io ho voluto dare molta più importanza alla stabilità, che non è la stessa cosa della fedeltà sessuale. E’ molto più di valore, nella mia vita, avere una stabilità affettiva anche se lungo il percorso posso aver incontrato altre relazioni sessuali, che hanno costituito, come dire, delle parentesi. O delle fughe. Dopo sta alla capacità del singolo riuscire a leggerle, a non esserne travolto. Perché uno ha a che fare anche con le proprie pulsioni e riuscire a regolamentarle, ad averne padronanza, non è né ovvio né banale. Serve un esercizio.
D’altronde, mentre ci infliggiamo tutta una serie di esercizi in palestra, dal punto di vista dell’animo non facciamo nessun esercizio, come se l’animo non dovesse mai fare ginnastica.
Questa è una grande argomentazione dei preti…
Mauro. Non sto parlando di spiritualità. La spiritualità ha le sue ginnastiche, ma siamo su un altro piano. Parlo proprio delle pulsioni del corpo, che hanno molto a che fare con il mondo emotivo interiore, e con le quali spesso si viene lasciati soli e senza strumenti.
Paolo. Quando si parla di fedeltà si parla esclusivamente del sesso, mentre per me è un percorso di vita: fondare la propria relazione su certi valori, su certi discorsi, su certe strade. Si sta insieme perché si sta bene insieme, perché ci si vuole bene, perché ci si capisce, perché ci si viene incontro, perché si vogliono realizzare delle cose insieme, e tutto ciò è molto più importante del sesso.
Il sesso in una vita di relazione può occupare un 10% un 20%, non di più. Naturalmente il sesso è importantissimo, perché io ho conosciuto Mauro attraverso il sesso e per me è fondamentale che una persona ti attragga veramente, però la fedeltà è qualcosa che è nel tempo della relazione, negli anni, e allora subentrano anche altre cose.
La scappatella, secondo me, può anche rafforzare il confronto col tuo partner. E poi la scappatella dura poco. Si fa, però non può avere l’ampiezza della vita di relazione che dura negli anni. Questa per me è la fedeltà importante.
Parlavate di comunità…
Paolo. E’ un progetto un po’ ambizioso un po’ difficile da realizzare, però io ho questo sogno, anche perché darebbe la possibilità a tante persone di vivere una vita migliore, di non essere sole. Vedremo se riusciamo a farlo. Magari, quando andrò in pensione. Ne parliamo da dieci anni, non è che sia una novità. E poi il gruppo lo frequentiamo da diversi anni, quindi c’è già un piccolo nucleo che vorrebbe creare questa comunità. Poi naturalmente non si fa una comunità esclusiva, si fa una comunità inclusiva, dove tutti possano accedere.
Certo che è più facile trovare un omosessuale solo che un eterosessuale solo, certo che è più facile trovare un omosessuale che ha bisogno di integrarsi, di vivere in una comunità, piuttosto che una persona eterosessuale, però non ci sono assolutamente preclusioni.
Mauro. Io sono meno illuso sulla sua realizzazione, perché mi rendo conto che ancora oggi, e per un po’ di tempo, saranno necessari gruppi di approfondimento specifici, solo per omosessuali, siano essi donne o uomini, anche misti, però all’interno di un ambiente chiuso, dove le singole persone possano dirsi liberamente ciò che sentono dentro e confrontarsi con altri che vivono la stessa dimensione.
Per poi scoprire che tale dimensione non è così primaria, non riempie tutto lo spazio -perché all’inizio il problema sembra così grosso che pare riempire tutto lo spazio- in realtà è una delle tante caratteristiche che la persona…
Anzi, pur essendo tutti omosessuali, siamo talmente diversi gli uni dagli altri che talvolta uno si chiede: "Ma cosa ci stiamo a fare assieme se l’unica cosa che ci accomuna è l’omosessualità?”. In realtà si sta facendo attorno all’omosessualità un percorso di riscoperta di sé, quindi di autocoscienza, di maturazione e di emancipazione.
Fatto questo, la persona può decidere se continuare con le proprie gambe da solo fuori dal gruppo, perché magari non ha più granché da dire, non ha più granché da ascoltare, oppure può rimanere dentro, facendo assieme ai nuovi un percorso come dimensione di servizio.
Quella che intende Paolo, invece, è una comunità con delle caratteristiche leggermente diverse. Unisce persone singole con altre che hanno relazioni stabili di coppia e vogliono tentare di creare un progetto di vita comunitario, che potrebbe essere simile, ad esempio, al condominio solidale. Un gruppo che si mette anche al servizio di chi, in un determinato momento della vita, può trovarsi anche solo temporaneamente in condizioni di bisogno, e costituisce un luogo di riferimento a cui rivolgersi, un segno visibile, reale, presente all’interno della società, come dimostrazione che una certa comunione è possibile.
E’ molto importante che all’interno di questa comunanza di intenti l’omosessualità sia risolta, sia tra gli omosessuali che tra gli eterosessuali.
Noi omosessuali ci siamo dati come obiettivo il superamento della nostra omofobia interiore, quella che abbiamo assorbito durante gli anni, un’omofobia che ci ha proprio pervaso e dalla quale ci siamo dovuti liberare.
Gli eterosessuali invece non hanno occasione per liberarsi dalla propria omofobia, perciò anche loro devono fare un percorso: alcuni sono più pronti, altri meno.
In certi luoghi abbiamo trovato un ambiente accogliente, in altri no; nei luoghi dove abbiamo trovato un’atmosfera accogliente siamo rimasti, e siamo diventati occasione di approfondimento e segno vivente di una comunione possibile. Senza di noi quella comunità sarebbe meno ricca.



  


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