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"Il giornalismo al tempo dei supporti digitali": i file audio del convegno
Il 7 maggio scorso a Coriano si è svolto un incontro sul giornalismo (e i "giornalismi") di fronte alle nuove sfide date dalla Rete e dalla quantità di supporti e mezzi che si stanno facendo avanti, sia per coloro che si occupano di informazione, sia per coloro che ne fruiscono. Qui gli audio, il video e alcune interviste ai partecipanti.

Vent'anni
e 2000 interviste


La tre giorni di dibattiti, presentazione libri e concerti che si sono tenuti a Forlì per celebrare i vent'anni di Una città.

Qui i video, le foto e gli audio degli interventi.

La casa del bigotto
Religione come guida nella vita quotidiana, saggezza popolare, iniziativa individuale, valori della comunità e nazionalismo, astio verso il welfare e l’assistenza ai poveri, quindi ai neri, verso le grandi banche e i costumi cosmopoliti... Una realtà fuori controllo del Partito repubblicano. Intervento di Stephen Eric Bronner.
La politica americana viene generalmente vista come non ideologica e pragmatica. Qualche volta tende a sinistra, altre volte a destra, ma il pendolo sembra sempre ritornare a quello che lo storico liberale Arthur Schlesinger definiva "il centro vitale”. Eppure è innegabile che i movimenti di estrema destra siano stati una costante. Le istituzioni politiche americane possono minimizzare le prospettive di conquista del potere da parte di partiti politici connotati ideologicamente, ma i movimenti reazionari di massa hanno messo sotto pressione l’apparato elettorale e hanno avvelenato l’atmosfera culturale della nazione sin dalla sua nascita. Il bigotto si è sempre sentito a casa. Gli è stato dato il benvenuto dai "nativisti” xenofobi ("know nothings”) del 1840, dal Ku Klux Klan, dagli "America Firsters” anti-interventisti durante la seconda guerra mondiale che spesso preferivano Hitler a Franklin Delano Roosevelt, dai partigiani di Joseph McCarthy, dalla John Birch Society così come dalla maggioranza "silenziosa” degli anni 60 e dalla maggioranza "morale” degli anni 80.


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UNA CITTÀ n. 169 / 2009 Novembre

Intervista a Alberto Bordignon, Cristina Ghiotto
realizzata da Barbara Bertoncin

SE NON CI FOSSERO STATE LE BADANTI...
Il disorientamento di tante famiglie costrette a diventare “datori di lavoro” di una badante. L’inquietante aumento delle vertenze, ma anche le tante storie di grande dedizione. L’assurdità di enfatizzare la domiciliarità mentre si lascia tutta l’assistenza a carico delle famiglie. Intervista a Alberto Bordignon e Cristina Ghiotto.

Alberto Bordignon è responsabile dell’Ufficio stranieri presso l’Associazione Artigiani di Vicenza; Cristina Ghiotto, ricercatrice statistico-economica, ha condotto una ricerca dal titolo "Badante, una professione di congiunzione”.

Si è da poco concluso il termine per regolarizzare lavoratrici domestiche e assistenti familiari, con un esito, tra l’altro, molto al di sotto delle aspettative. Che valutazioni possiamo trarre?
Alberto Bordignon. Alla vigilia del provvedimento, l’Irs, Istituto per la Ricerca Sociale, aveva stimato in circa ottocentomila unità le lavoratrici irregolari afferenti al lavoro domestico. Di queste si prevedeva che almeno seicentomila sarebbero state regolarizzate. In realtà siamo arrivati a poco sotto i trecentomila. Per questo si è parlato di un flop della sanatoria, di una regolarizzazione non compiuta.
C’è stata anche questa novità di aprire una finestra esclusiva per il lavoro domestico, premiando un solo settore del mercato del lavoro, che è stata molto criticata.
In realtà a mio avviso questo risultato è stato coerente con le premesse, nel senso che i requisiti di ammissione prevedevano intanto un soggiorno nel territorio della lavoratrice di almeno sei mesi. Il costo poi era significativo perché era prevista una quota forfettaria di cinquecento euro per i mesi pregressi, con la conseguenza che appena regolarizzato il rapporto di lavoro occorrerà sborsare una quota analoga per i mesi di luglio, agosto e settembre. Per cui, di fatto, si partiva con una "salita” di mille euro.
Non solo, la regolarizzazione poteva innescare dinamiche impreviste, nel senso che la badante, una volta "sanata”, se era in quella casa da un anno o due (teniamo presente che una quota delle domande fatte a dicembre 2007 non è ancora stata evasa) legittimamente, da un punto di vista formale, poteva rivendicare le ferie, la tredicesima, il Tfr e gli scatti di anzianità fino a due anni prima. Di fronte a quest’eventualità molte famiglie sono andate in crisi.
Va detto che la procedura è stata più semplice del famoso click day, ma molto faticosa sul piano dell’acquisizione di informazioni. Tanto più che queste sono decisioni che vengono prese da tutta la famiglia, dai fratelli, dai figli, e non è facile trovare un punto di intesa per tutti, soprattutto in un orizzonte economico come quello attuale.
Legislativamente molte cose non erano chiare. Alcune famiglie temevano di operare di fatto un’autodenuncia. Ad esempio, la legge dice che non sono ammesse alla regolarizzazione le persone segnalate Schengen. Dopodiché in tutte le interviste i rappresentanti del governo hanno tentato di rassicurare sul fatto che, se la segnalazione Schengen era avvenuta all’insaputa del datore di lavoro, non c’era da temere. Per quanto mi riguarda, la legge dice un’altra cosa, comunque…
Insomma tanti dubbi, tant’è che molti hanno deciso solo l’ultimo giorno. Noi abbiamo avuto l’esperienza di persone che sono venute ripetutamente, prima un pezzo di famiglia, poi un altro pezzo, poi la badante che intanto si innervosiva per l’attesa.
Alla fine qualcuno ha deciso, magari a malincuore, non sereno, di procedere con la regolarizzazione; altri hanno deciso di non farla, e sono nate delle tensioni con le lavoratrici. Dei casi che abbiamo seguito, nessuna lavoratrice ha denunciato, però ci sono stati vari problemi.
Comunque, per concludere, mentre nelle altre sanatorie c’era la sensazione che svuotassero in buona parte il bacino della clandestinità, questa volta c’è la netta certezza che ciò non sia avvenuto.
Rischiamo di diventare un paese con una fascia di popolazione -e una fascia di mercato del lavoro- che resta nella clandestinità. E purtroppo questa fascia di popolazione semivisibile è consistente. Cioè se è vero che le lavoratrici domestiche da sanare erano ottocentomila, dobbiamo dedurre che solo sul lavoro domestico oggi mezzo milione di persone sono irregolari. Poi c’è tutto il resto.
Ma il punto è che all’indomani di questa sanatoria, ci ritroviamo nell’assistenza alla persona, cioè in un lavoro che tutti riconosciamo come socialmente utile, mezzo milione di clandestini. E adesso si tratterà di decidere se fare la faccia dura anche di fronte a situazioni penose, adottando un approccio di fatto autolesionista, o procedere all’italiana, mantenendo cioè le norme rigorose, ma senza applicarle troppo.
Dicevi che c’è stata una battaglia anche sul tipo di contratto con cui assumere badanti…
Alberto. In questi ultimi due anni il costo di un’assistente familiare è cresciuto in modo significativo. Fino al 2007 una badante costava 600 euro, oggi lo stipendio di una badante convivente è di circa 840 euro.
Noi abbiamo fatto di tutto per favorire la denuncia di rapporti a tempo pieno. Per le assistenti a persone non autosufficienti, a rigore, non è infatti previsto il part-time, manca proprio la tabella, si presume che una badante che convive con una persona non autosufficiente, sia assunta a tempo pieno.
Se invece l’assistito è una persona autosufficiente, allora è contemplato che, pur avendo vitto e alloggio, si lavori solo la mattina, o comunque una parte della giornata.
Il fatto è che poi il principio si scontrava sia con i bilanci delle famiglie (devo dire anche con scelte di non spendere non sempre giustificate), ma anche con richieste esplicite delle lavoratrici.
In genere si tende a fare il part-time per ridurre il peso dei contributi. C’è l’idea diffusa che "tanto i versamenti son perduti”, considerazione non del tutto vera perché dopo cinque anni di contributi versati una lavoratrice al sessantacinquesimo anno di età ha diritto alla pensione anche se torna nel suo paese. E poi tutta una serie di corresponsioni di stato sociale, dalla maternità alla disoccupazione, sono commisurate a questi contributi.
Tuttavia, non sono solo i datori lavoro a spingere verso un monte ore basso, anche molte lavoratrici sono interessate a non far emergere tutto il salario, perché sanno che altrimenti dovrebbero pagare l’Irpef. Il datore di lavoro infatti non è sostituto d’imposta, quindi versa solo i contributi Inps.
Questo significa che, dopo un anno di lavoro, la lavoratrice che ha un reddito superiore alla no tax area, dovrebbe andare al Caf e dire: "Sono qui per pagare le imposte”.
Ora, per un’assistente familiare che lavora a tempo pieno, inquadrata correttamente, si può arrivare anche a ottocento, novecento, addirittura milleduecento euro all’anno, soprattutto all’inizio, perché paghi non solo l’imposta dell’anno passato, ma anche un anticipo su quella successiva.
D’altra parte è corretto, perché se la badante è qui, utilizza un sistema, ha il medico curante, accede a dei servizi…
Per esperienza posso dire che questo "risparmio” presenta dei rischi per il datore di lavoro, perché la lavoratrice può decidere in ogni momento di cambiare idea. Se infatti un domani, dovendo chiedere l’indennità di disoccupazione, scoprisse che prenderebbe di più se il rapporto di lavoro fosse stato denunciato correttamente, ecco allora che può rivendicare l’orario completo anche sul pregresso.
Noi abbiamo avuto un caso di recente. La lavoratrice ha deciso di stare in Italia, ma al momento di chiedere la pensione ha scoperto che aveva meno contributi di quelli che probabilmente le spettavano se il rapporto di lavoro fosse stato denunciato in modo rigoroso. Può essere che in realtà, come sostiene il datore di lavoro, ci fosse stato un mutuo accordo, inizialmente, per risparmiare entrambi. A quel punto però si apre un contenzioso in cui a soccombere sarà verosimilmente il datore di lavoro.
Per molti nuclei familiari il ricorso a una badante comporta grandi sacrifici; in alcune famiglie si tratta quasi di scegliere tra gli anziani genitori e i figli. Voi raccontate anche di veri drammi interiori.
Cristina. Le nostre famiglie sono sempre più assottigliate, per cui a occuparsi degli anziani genitori si trovano uno, al massimo due figli, che possono imbattersi in gravi difficoltà economiche ad assumere una badante, specie se hanno a loro volta dei figli.
Sono situazioni critiche perché in effetti si tratta di decidere dove investire i soldi tra la vecchia e la nuova generazione. Sono sempre scelte fatte con sofferenza e spesso con colpevolizzazione: è mio dovere farmi carico dei miei genitori, ma nello stesso tempo sono soldi che potrei investire per il futuro dei miei figli…
Alberto. Il caso peggiore è quello del figlio unico. Ci sono poi quelli che vivono distanti e che finiscono col gestire il tutto con grande angoscia, in una continua rincorsa. Tanto più che la badante ovviamente non copre tutta la necessità di assistenza e l’anziano non autosufficiente ha bisogno di supporto, anche di tipo burocratico-medico, molto importante.
In questa battaglia, che è anche di principio -no all’istituto, voglio che mia madre o mio padre stiano a casa- tornano in gioco complessi legami affettivi che talvolta subiscono tensioni dirompenti fino a mettere sotto sforzo anche il rapporto col coniuge. Questo genere di situazioni è diffusa.
Non a caso stiamo assistendo a un aumento dei litigi all’interno della famiglia che si trova a gestire un rapporto di lavoro di questo tipo.
Va anche riconosciuto che nel lavoro domestico, e soprattutto nella situazione delle badanti o assistenti alla persona non autosufficiente, la situazione è molto varia. Si va dalle famiglie molto numerose, in cui magari l’anziano ha una bella pensione, una casa in proprietà, ai casi invece dei figli unici, di nipoti che devono sobbarcarsi pesi inverosimili, perché le pensioni sono basse e magari c’è pure l’affitto. Le situazioni sono molto diversificate economicamente. Poi ovviamente vigono tante mentalità, tanti atteggiamenti. Comunque c’è una situazione che nasconde anche molta sofferenza.
Tu hai fatto una ricerca nella provincia di Vicenza un paio d’anni fa sulla figura della badante. Puoi raccontare?
Cristina. Si tratta di persone che lasciano paesi in cui le condizioni economiche sono molto compromesse. Le donne che hanno figli credono molto nella loro istruzione e così spesso li lasciano non solo per mantenerli, ma anche per garantire loro un futuro migliore.
Le rimesse raggiungono cifre importanti: ai tempi dell’indagine venivano stimate in circa due milioni di euro inviati ogni mese da tutta la provincia di Vicenza.
Escluse le giovani donne senza figli, le altre prevedono un ritorno a casa, considerano questa una pausa. Anche per questo il discorso della contribuzione è sempre stato percepito come marginale. Forse oggi c’è più informazione su questo versante.
L’età media è di circa 40 anni. Parecchie sono istruite, qualcuna ha lasciato lavori di un certo livello, ci sono dirigenti, insegnanti universitari, qualche medico. Alcune sognavano di poter fare anche qui lo stesso lavoro.
Altre, forse più realiste o con meno ambizioni, si dicevano soddisfatte del lavoro che facevano, proprio perché permette, oltre ad avere un alloggio, di spendere poco, e quindi di risparmiare molto. Non poche ammettevano: "Questo è il miglior lavoro che mi poteva capitare nella mia situazione”.
Nel 2007 molte vedevano il lavoro di badante come una scelta temporanea e aspiravano a un’occupazione diversa, magari come operaia in una fabbrica. Forse la crisi ha cambiato un po’ le carte in tavola…
Alberto. In effetti quello della badante può anche essere un buon lavoro, se c’è un anziano che non crea troppi problemi sul piano della salute, della vigilanza. Anche perché col tempo si è diffusa la consapevolezza dei propri diritti sindacali, dei termini previsti dal contratto. Oggi nessuna rinuncia al giorno e mezzo di pausa, alle due ore pomeridiane, insomma, le condizioni generali sono meno da recluse, in linea di massima. Questo per dire che se trovi un compromesso, dal punto di vista economico è una soluzione molto vantaggiosa.
Ovvio che questo discorso vale in assenza di un ricongiungimento familiare, se ti porti la famiglia, il lavoro di badante diventa insostenibile.
Cristina. Uno dei problemi più sentiti -parlo delle badanti conviventi- è proprio la mancanza di spazi. Alla fine sei ospite nell’abitazione di un’altra persona, hai una stanza, ma non è che puoi invitare qualcuno, trovarti con le amiche…
Alberto. Lo spazio collettivo è il cortile, il giardino pubblico, il parco, a seconda della città, a Bassano è vicino alla stazione…
E’ nei loro luoghi di ritrovo che poi nascono le leggende, gli aggiornamenti normativi, perché poi sanno sempre tutto, sanno le cose prima che succedano,...
Dicevi che la durata media del rapporto di lavoro non supera i due anni. Come si spiega?
Alberto. Noi gestiamo circa 400 rapporti di lavoro, e raramente si arriva allo scatto di anzianità.
Nel gestire le paghe vedi proprio che c’è una fase introduttiva, importante, di ottimo rapporto con la famiglia, in cui si chiede anche un po’ di più; poi subentra una fase intermedia, in cui comincia probabilmente la stanchezza, la pesantezza, soprattutto se vivi con un anziano solo. Parliamo in fondo di una persona che sta invecchiando, i cui problemi sono fatalmente destinati ad aumentare. Contrattualmente l’inizio del logorio spesso coincide con un aumento delle richieste, che la famiglia gestisce magari con disagio, con difficoltà, fino a dar vita a quei comportamenti che portano a un inasprimento dei rapporti.
A volte la rottura avviene in modo conflittuale, altre volte in modo silenzioso, per cui, dalla sera alla mattina, arrivano improvvisamente queste lettere di dimissioni che mettono la famiglia in enorme difficoltà.
In certi casi i rapporti degenerano proprio nel conflitto sindacale, nel senso che c’è una rivendicazione economica.
La rottura di questi rapporti di lavoro possono essere particolarmente traumatici per gli anziani. Il fondo il rapporto personale -quando funziona- è preferibile a qualsiasi altro rapporto di tipo istituzionale, tanto più se si è consolidata una relazione anche di confidenza, di intimità. Ma l’interruzione è traumatica anche per la famiglia, che si ritrova a ripartire con tutta la trafila della ricerca, delle referenze, ecc.
Conclusi i due anni che succede? Le badanti cambiano famiglia o cambiano lavoro? E le famiglie?
Alberto. Le famiglie talvolta, dopo qualche ripetuto tentativo, anche se a malincuore, finiscono per optare per la casa di riposo. Le badanti tendenzialmente -almeno in una fase iniziale- cambiano famiglia.
Cristina. In questo la rete è molto efficace. Moltissime arrivano a Vicenza come prima destinazione, perché hanno amici, parenti. La rete dei connazionali è decisiva: ti colloca nella famiglia, ti trova un primo alloggio, una prima sistemazione...
Ci sono anche piccole speculazioni dietro questo "servizio”...
Cristina. Sì, le intervistate dicevano e non dicevano. La gestione del collocamento viene svolta da loro connazionali, ma in qualche caso pure da italiani. Anche le rimesse sono filtrate da intermediari. Poche lavoratrici utilizzano i conti correnti bancari, qualcuna si appoggia ad amiche, però la via preferenziale è quella dei pacchi, dei famosi furgoncini, attraverso mediatori vari, anche questo comporta una sorta di "tasso”. …
Alberto. Anche quando il rapporto di lavoro viene chiuso o sospeso, spesso è la badante che va via a trovare una sostituta. Le famiglie vengono così a scoprire una "rivendita” del posto di lavoro. La nuova, poi, non necessariamente è complice, più spesso subisce, perché in stato di necessità. La sostituta in genere cerca di comportarsi bene, e non è raro che al ritorno dalle ferie della titolare, i datori di lavoro preferiscano la subentrata, e anche qui nascono tensioni, litigi...
Non a caso, da qualche tempo il subentro durante le ferie avviene preferibilmente con una persona irregolare, che è qui magari per turismo, così da ovviare questo rischio.
Sono stati fatti dei tentativi di rendere più formale l’incontro della domanda e offerta di lavoro, però fino adesso non funziona.
Gli esperimenti di "import” delle badanti, anche tramite le cooperative sociali, cioè di costruzione di una filiera, che preveda una selezione e formazione nel paese d’origine e poi l’introduzione qui, stenta a decollare. Secondo me, ci sono proprio dei problemi di fondo.
Organizzare il lavoro di cura non è semplice, perché non è che la formazione ti garantisca la qualità della prestazione; non è che perché la badante sa qualcosa di più d’italiano sia automaticamente più brava. La stessa "sindacalizzazione” può avere effetti controversi perché se il primo approccio della lavoratrice è del tipo: "A me spetta questo questo e questo”, beh, la famiglia si spaventa.
Il lavoro delle badanti è eminentemente relazionale, quindi non è che con 80 ore di corso hai risolto il problema. Dipende anche dalle condizioni oggettive, dal carattere della badante, dal carattere dell’assistito…
Ma, a prescindere dall’opzione preferibile, la badante è davvero più economica di una casa di riposo?
Alberto. Un tempo pieno a 40 ore, coi contributi, il Tfr, la tredicesima, più la gestione paghe oggi "costa” 1200 euro al mese, a cui vanno aggiunti i costi che la badante comporta di vitto, alloggio, utenze (che in un istituto sono già inclusi). Se poi si aggiunge il fatto che il mese estivo va pagato due volte (le ferie per la badante e lo stipendio per la sostituta) si superano tranquillamente i 15.000 euro in un anno, ben oltre una pensione media.
Alla fine, a me pare che in realtà la badante, economicamente, sia meno vantaggiosa per la famiglia, e anche molto più impegnativa, perché ovviamente tutto va monitorato, c’è da fare il contratto, la busta paga, bisogna sostituirla durante le ferie…
Va anche detto che la retta di una casa di riposo può costare di meno perché c’è l’intervento pubblico, diversamente non ci sarebbe proprio paragone. Le famiglie comunque, se ce la fanno, continuano a preferire la badante. Nella sola provincia di Vicenza sono state raccolte 4300 domande con questa regolarizzazione. Sono numeri importanti. Ci vorrebbe un intervento pubblico più consistente per chi sceglie questa strada.
Oggi molte regioni prevedono un "assegno di cura” che accorpa una serie di contributi che prima venivano gestiti separatamente.
Qui tramite i servizi sociali dei comuni puoi chiedere il contributo alla Regione Veneto, che lo elargisce in base all’Isee (Indicatore della situazione economica equivalente) dell’anziano. Con tutte le distorsioni del caso, perché che l’anziano abbia tre figli imprenditori, o un unico figlio precario, il suo Isee è sempre quello.
Cristina. Se il pubblico interviene in maniera così importante nel caso del ricovero in istituto, in effetti, non si capisce perché debba invece lasciare le assistenti alla persona quasi totalmente "a carico” delle famiglie. Non si fa che ripetere che dal punto di vista socio-sanitario è bene tenere l’anziano a casa, al proprio domicilio, si incentiva anche l’assistenza domiciliare, e poi però si scarica tutto il peso sulla famiglia.
L’ingresso di una badante in una famiglia può innescare una serie di dinamiche impreviste. Nella triangolazione badante-anziano-familiari possono insorgere perfino preoccupazioni legate all’eredità. Voi che esperienze avete raccolto?
Alberto. Durante questa sanatoria, una lavoratrice è rimasta incinta del figlio dell’assistito. Non ci sono solo i famosi matrimoni tra l’anziano e la badante. Accade più facilmente che insorgano relazioni con i familiari, il figlio, ecc. Magari hanno la stessa età, si trovano a condividere il compito di accudire questa persona anziana, e allora a volte scocca la scintilla… A noi sono capitati una decina di matrimoni.
Questi episodi, pur rari, hanno valicato i confini e sono ormai noti anche nei paesi d’origine delle lavoratrici, che si trovano così ad aver problemi col marito o la famiglia perché si diffondono quasi delle leggende su questa loro libertà e disponibilità di reddito... Parliamo di famiglie in cui il ruolo del maschio è già in crisi per via di una subalternità dovuta al fatto che è la moglie che porta a casa i soldi, e che quindi detta le regole.
Cristina. D’altra parte, vivendo qui, in effetti, le lavoratrici assumono nuovi stili di vita, le più fortunate compiono un vero e proprio percorso emancipatorio.
Nelle interviste talvolta emergeva anche la difficoltà del ritorno a casa.
Alberto. Mi è rimasto impresso il caso di una lavoratrice che aveva una gran fretta di essere regolarizzata e sanata per tornare nel suo paese. Beh, dopo 15 giorni era di nuovo qui! Lì intuisci che l’impatto del ritorno è stato estremamente pesante. Purtroppo non è raro che anche i legami coi figli si compromettano.
Le relazioni, anche economiche, tra le lavoratrici e i loro familiari andrebbero studiate. Ad esempio, c’è tutto l’aspetto del trasferimento di soldi e di beni che è estremamente interessante e significativo. Molte famiglie mi raccontano di spedizioni di televisori al plasma, di mountain bike strepitose. C’è anche forse la ricerca dell’ostentazione. O più prosaicamente si cerca di compensare la propria assenza, di portare qualche piccolo lusso in luoghi senza prospettive, senza progettualità, di vera desolazione economica.
Questi traffici danno vita a situazioni anche paradossali, per cui la badante lavora in una famiglia dove c’è solo un vecchio televisore 15 pollici e a casa sua, nel suo paese d’origine, ha una tv al plasma di ultima generazione.
Sono fenomeni in trasformazione, destinati a subire dei cambiamenti, anche nella presenza delle nazionalità. Secondo alcune indagini di Veneto Lavoro, dalla Moldavia, dall’Ucraina, col tempo caleranno gli arrivi, perché le leve giovani diminuiscono, perché non è un lavoro appagante, e molti giovani sono già emigrati altrove. Ovviamente questo non significa che non ci saranno più badanti, arriveranno da altri paesi, perché poi è anche l’offerta che crea la domanda...
Nella gestione dei rapporti di lavoro registrate un preoccupante aumento dei contenziosi tra la badante e i datori di lavoro. Puoi raccontare?
Alberto. Le vertenze sono aumentate di molto e questo è un dato che deve interrogarci.
Una vertenza è dirompente in un’azienda, figuriamoci in una famiglia, dove infatti succede di tutto. Intanto il povero cristo che si è preso la briga di trovare la lavoratrice, fare il contratto, gestire tutti i compromessi familiari è quello su cui tutti si rifanno e alla fine esplode. Io ho assistito spesso a situazioni penose, per cui magari tra i figli, quello che s’era incaricato di occuparsi di tutto, poi si è pure dovuto sobbarcare il Tfr da solo, perché gli altri hanno detto: "No, non esiste!”.
La mia impressione è che i contenziosi all’interno delle famiglie siano anche indice di questa sofferenza, di queste situazioni di disorientamento...
Intendiamoci, c’è una fascia di vertenze pretestuose, che vengono avanzate perché si sono rotti i rapporti personali, allora ci si attacca per principio, ma c’è poca sostanza dal punto di vista della realtà oggettiva dei fatti.
Le vertenze più complicate sono quelle in cui formalmente l’impostazione è corretta, però tu nell’assistere la famiglia ti rendi conto che ci sono dei problemi oggettivi. Penso ad esempio a quando c’è del nero pregresso, ma casomai dovuto al fatto che il lavoratore non era obiettivamente regolarizzabile (penso ai cittadini rumeni prima che entrassero nell’Unione Europea, o a quelli che aspettavano i flussi). In questi casi ti trovi con una gestione magari corretta dal punto di vista del salario, e che però non ha tenuto in debito conto le ferie, le festività, la tredicesima, il Tfr. Una badante che viene regolarizzata dopo due anni di lavoro può chiederti il Tfr maturato nell’intero periodo, le tredicesime, le ferie arretrate, e alla fine la famiglia si trova con un conto di 5-6.000 euro, legittimi da un punto di vista formale, ma che non erano stati considerati e che portano a una situazione di grave difficoltà economica...
Qui si entra in un campo molto insidioso per il datore di lavoro, soprattutto perché la presunzione va sempre a favore del lavoratore, in linea di massima: è lui la parte debole nel rapporto di lavoro.
In questi casi si tenta di mediare, a volte si riesce, a volte meno. La mediazione comunque è pesantemente segnata dal fatto che, se appare il nero, per il datore di lavoro è finita, perché le attuali norme sono estremamente severe. E’ prevista una sanzione amministrativa da 1500 a 12.000 euro maggiorata di 150 euro per ciascuna giornata di lavoro effettivo irregolare accertata. Fatti due conti vuol dire che un solo anno di lavoro nero può superare i 40.000 euro. Chiaro che con uno spauracchio di questa portata, le mediazioni saranno tutte al rialzo.
Senza arrivare ai casi estremi, resta vero che l’incognita del contenzioso -"Oddio, si è dimessa, abbiamo litigato, adesso mi arriva la vertenza, la lettera dell’avvocato…”- sta inquinando tanti rapporti.
Probabilmente c’è anche qualcuno che ci marcia, sia tra i datori di lavoro (che casomai non avrebbero avuto difficoltà a soddisfare le richieste della badante) sia tra alcuni avvocati. Ma più spesso devo dire che assistiamo a situazioni di grande difficoltà. D’altra parte, non si può dire niente, nel senso che dal punto di vista contabile, contrattuale, la lavoratrice ha tutte le ragioni.
Mi ricordo una volta una discussione in cui il datore di lavoro, tutto accaldato, cercava di far capire alla lavoratrice: "Ma tu non sai tutti i soldi che ho speso!” e lei: "E tu non sai tutti quelli che hai risparmiato!”. E in effetti…
L’altra constatazione è che talvolta chi ha pochi mezzi è lì che si dissangua e si mette nei panni dell’altro, mentre altri, che hanno delle fortune economiche, possono essere terribili. C’è gente con ottimi redditi che si ostina a fare improbabili part-time e che ogni mese si ricalcola la busta paga per vedere se può risparmiare.
Trattandosi di un lavoro così "liquido”, così poco codificabile anche, io mi domando se non varrebbe la pena, all’atto dell’assunzione, di certificare in modo più esteso le regole e le mansioni, magari davanti a un’autorità preposta, e in quella stessa sede stabilendo eventualmente degli incentivi. Perché oggi se anche una famiglia vuole fare le cose seriamente si trova sempre con questa spada di damocle.
Il lavoro domestico, per sua natura, non è controllabile, non è gestibile, quindi o tu tari bene gli incentivi, i controlli, anche i conflitti di interesse tra datore di lavoro e lavoratore, altrimenti corri il rischio che un’ampia fetta finisca allo sbando.
Ormai una grandissima quota di famiglie ha a che fare, direttamente o indirettamente, con un’assistente domiciliare e l’aneddotica, positiva e negativa, si spreca. Qual è la vostra esperienza?
Alberto. C’è evidentemente di tutto. Ormai si stanno configurando delle tipologie: ci sono quelle che esagerano col sonnifero, per cui i parenti arrivano a casa del padre o della madre e la badante non c’è, l’anziano è addormentato. Poi ci sono quelle che invitano amici, amiche, anche con episodi picareschi...
Purtroppo non così rare sono le lavoratrici che rubano. Abbiamo avuto più di una famiglia che, forse anche esagerando, sosteneva che la badante aveva rubato vestiti, oggetti, non necessariamente soldi (il fatto è che un furto in casa produce un effetto psicologico che supera di gran lunga il valore delle quattro carabattole che non si trovano più).
Così come ci sono quelle che io definisco "eroiche”, che si prodigano in tutti i modi e talvolta riescono anche a recuperare un anziano, a farlo "migliorare”. Magari i figli dell’assistito se ne disinteressano, e tu capisci che queste persone gestiscono tutto, anche con cipiglio: vengono loro a ritirarsi la busta paga, la portano loro al datore di lavoro, ma addirittura portano loro l’anziano in ospedale, litigano con il tecnico radiologico…
Ci sono persone che sicuramente danno incommensurabilmente di più di quello che prendono.
Io ad esempio ricordo un caso di Valdagno. La lavoratrice era riuscita a recuperare i rapporti con la figlia dell’assistito, che non andava mai a trovare il genitore. Aveva ricostruito una famiglia.
Sul versante opposto, mi si è presentata un’intera famiglia nel panico, perché l’anziano aveva manifestato il desiderio di sposare la badante, che pareva anche molto impaziente di contrarre questo matrimonio. Questi avevano pure una ditta per cui ne è nata una bega non da poco.
Un’altra volta ho seguito il caso in cui la badante aveva cominciato ad ospitare dei suoi familiari. L’anziano era contentissimo, però in realtà lo stavano fagocitando, avevano preso la residenza nella sua abitazione, avevano ridotto i rapporti con i parenti dell’assistito, insomma, la situazione stava degenerando.
Devo comunque riconoscere che rispetto al passato anche le famiglie sono meno ingenue, controllano di più, sono più smaliziate, se ne sono sentite talmente tante...
Quando invece il rapporto funziona possono nascere relazioni molto forti e molto belle. Ho presente il caso di una badante di un altro paesino che, alla morte dell’assistito, ha ricevuto un’eredità notevole, ma con la famiglia consenziente, perché consapevole dell’importante ruolo che aveva avuto.
Cristina. D’altra parte, se ci pensiamo, molte accompagnano gli anziani proprio fino alla morte.
Alberto. E’ un lavoro in cui spesso l’esito è la morte dell’assistito... E’ terribile se ci si pensa. Ho in mente una famiglia di Vicenza, dove la badante ha fatto tutto. Ha organizzato persino il funerale, con grande disappunto per l’atteggiamento dei figli verso questo genitore...
Devo dire che la fase finale è spesso critica. Quando avviene il ricovero, in genere alla badante viene richiesto un maggior impegno, anche di fornire assistenza ospedaliera, a quel punto lei chiede un aumento o il rimborso delle spese. Ma al di là delle incombenze pratiche, parliamo di una fase molto carica emotivamente, sia per i figli che per la badante, segnata da un sovraccarico di lavoro, in cui il rischio di finire logorati è molto alto. Tant’è che proprio alla vigilia del decesso assistiamo a rotture violente dei rapporti di lavoro.
E’ capitato più di una volta.
Abbiamo parlato delle badanti. E sul versante dei datori di lavoro, a parte le questioni contrattuali, l’approccio è corretto, rispettoso?
Alberto. Anche in quest’ambito c’è di tutto. C’è chi ne abusa volentieri, anche in termini di irregolarità, di minacce. Mi è capitato qualcuno che addirittura tratteneva i documenti della lavoratrice, ed è un reato. Li conservava lui, "perché non li perdesse” diceva.
Le badanti sono sempre più consapevoli dei propri diritti, anche grazie alle reti che citava Cristina, che sono molto efficaci in questi frangenti, ti trovano l’avvocato il giorno dopo. Tuttavia non è così per tutte. Ad esempio, le lavoratrici originarie dalla Romania sono più disorganizzate, si muovono individualmente, arrivano perlopiù tramite un familiare, per cui l’approccio è più solitario. Se poi aggiungiamo che magari è il primo lavoro che trovano all’estero, che sono intimidite, non sanno bene la lingua, insomma non è così facile alzare la testa. Capita anche ai lavoratori italiani di non trovare il coraggio di chiedere le ferie, eppure non è che non sappiano di averne diritto.
Tra i datori di lavoro ci sono poi i pasticcioni, quelli che ogni due mesi litigano, la cambiano, che compiono scorrettezze più per inettitudine che per malafede. Tante persone, al momento di assumere una badante, vanno in confusione: improvvisamente diventano datori di lavoro e non sanno neanche cosa significhi, che responsabilità si stanno assumendo, ne fan di tutti i colori...
Sempre sul versante dei datori di lavoro devo dire che nel tempo mi sembra venir meno il senso della giustizia sociale. Cioè non c’è quasi nessuno che, pur avendo i mezzi, riconosca: "Ma sì, è anche giusto che paghi i suoi contributi...”.
Questo senso della giustizia sociale, di trattare le persone come lavoratori, è sempre più raro. Si fanno soprattutto i conti su ciò che più conviene.
Cosa succederà ora rispetto al mezzo milione di lavoratrici domestiche rimaste irregolari?
Alberto. Ho paura che si verifichi di fatto una sorta di incontro al ribasso tra le famiglie in difficoltà e le lavoratrici clandestine, in cui il compromesso sarà diverso da quello del contratto di lavoro...
La badante clandestina in cambio di un lavoro e di un alloggio accetterà di assistere l’anziano anche il sabato e la domenica, di giorno e di notte. In fondo, se rischia l’arresto, dove vuoi che vada? Basterà fornirle una tv. E magari accetterà anche metà dello stipendio, perché in fondo tu come famiglia le fai pure un favore, rischi.
Ora, questo possibile scenario apre una questione più estesa e profonda. Mi spiego: mentre prima la clandestinità era una fase introduttiva, creata anche dalle nostre norme, che poi verosimilmente avrebbe aperto le porte della regolarità, ora il pericolo è che diventi strutturale. E ciò, paradossalmente, proprio con un governo che ha fatto della clandestinità il suo bersaglio.
Mi chiedo anche cosa succederà in concreto. Le forze dell’ordine probabilmente si troveranno in grave imbarazzo. Perché, cosa fai? Porti via la signora che sta accompagnando il vecchietto col bastone, lasciandolo lì sulla strada?
Applicare delle norme socialmente invise provocherà delle reazioni.
Ricordo che nel 2002, a Feltre, arrivò un ufficiale particolarmente attivo, che cominciò a comminare delle espulsioni. Il paese insorse. Tra l’altro colpirono anche la badante irregolare che curava l’ex vescovo in pensione. Poi arrivò la sanatoria Bossi-Fini, ma i livelli della protesta erano diventati ingestibili.
Il comandante dei carabinieri di un piccolo paese, ancora ai tempi delle vecchie norme, mi diceva: "Lo so che ci sono queste 10-15 persone, però cosa faccio, mando una pattuglia che le porti via da casa?”.
Poi c’è il problema dell’accesso ai servizi, che non riguarda solo le lavoratrici domestiche non sanate, ma tutti gli irregolari. Ora che la clandestinità è diventata reato, cosa succederà di loro? Tanto più che basta che non ti venga rinnovato il permesso, magari perché la tua fabbrica ha chiuso e non trovi altro lavoro, per tornare nella clandestinità, e a quel punto uno cosa fa? Ritira i figli da scuola, li lascia lì sperando che nessuno lo sappia? E se ci sono problemi di salute?
Cristina. Anche il taglio, lo spirito con cui alcuni provvedimenti sono stati presi, è sempre all’insegna dell’ordine pubblico, non si fa mai un discorso sul sistema sociale. Oggi nel nostro paese l’assistenza agli anziani poggia pesantemente sulla presenza di queste figure. Ma questo dato è come se fosse rimosso. L’ottica è sempre quella del controllo, della sicurezza...
Alberto. Purtroppo è così e non si vede molta luce in fondo al tunnel.
Mi piacerebbe sapere se nel resto d’Europa il fenomeno delle badanti ha assunto la stessa fisionomia che in Italia. Ne dubito. Ho la sensazione che solo da noi si è trovata questa strada, delegando molto o tutto alle famiglie.
Invece andrebbero fatte delle proposte serie. In fondo parliamo di una risorsa incredibile. Negli ultimi 10 anni questo sistema, per quanto malandato, sgangherato, ha garantito soluzioni impensabili per le dimensioni, per la capillarità. Io mi chiedo: ma se non ci fossero state le badanti? Che disastro sarebbe stato?



  


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