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UNA CITTÀ n. 168 / 2009 OttobreIntervista a Ugo Trivellato
realizzata da Barbara Bertoncin
I REQUISITI
Un sistema di ammortizzatori esteso a pezzi e bocconi, che lascia regolarmente fuori qualcuno; l’assenza, grave, di un reddito minimo garantito; il “triangolo d’oro” dei paesi della flexicurity; il dubbio che gli interventi sui cassaintegrati servano a contenere la “visibilità” della disoccupazione. Intervista a Ugo Trivellato.
Ugo Trivellato è professore di Statistica Economica presso la Facoltà di Scienze Statistiche dell’Università di Padova. Collaboratore de lavoce.info, si occupa di misura e analisi della partecipazione al lavoro e della disoccupazione, della valutazione dell’impatto di politiche sociali, di modelli strutturali e di misura nelle scienze sociali.
Recentemente l’Inps ha comunicato un aumento del 52,2% delle domande di indennità di disoccupazione liquidate nell’ultimo anno e di oltre il 400% della cassa integrazione.
Sono dati che dicono qualcosa, e qualcosa di preoccupante, ma nello stesso tempo dicono poco.
Quanto alla cassa integrazione, una sola notazione: l’informazione si riferisce alle ore concesse alle imprese, non a quelle che le stesse hanno effettivamente utilizzato.
Guardiamo con attenzione, invece, all’indennità di disoccupazione ordinaria. Il problema fondamentale non sta nel numero delle indennità erogate, che peraltro cresce di oltre il 50%, ma nei requisiti di ammissibilità all’indennità, requisiti che -lo ricordo- sono due: aver versato contributi per almeno 52 settimane nell’arco dei 24 mesi prima del licenziamento e per almeno una settimana precedente gli ultimi 24 mesi.
I dati elaborati dall’Osservatorio di Veneto Lavoro sul possesso o meno di tali requisiti da parte dei lavoratori licenziati sono, a mio modo di vedere, impressionanti. Tanto più che il Veneto è una delle regioni con il tasso di occupazione più alto e l’elaborazione è riferita al 2007, quindi prima della crisi finanziaria ed economica.
Ebbene, nel 2007 in Veneto sono stati licenziati 354.000 lavoratori; 61.000 si sono rioccupati entro 7 giorni. Ne restano 293.000. Di questi, gli ammissibili sono 97.000, cioè il 31%. Questo significa che il 69% non ha diritto all’indennità di disoccupazione, a causa dell’assenza di almeno uno dei requisiti richiesti. In sostanza, su 293.000 licenziati quasi 200.000 restano disoccupati senza accesso alla protezione sociale fornita dall’indennità di disoccupazione ordinaria.
Ma non è finita: sui 97.000 ammissibili, solo 44.000 si sono iscritti come "disponibili” ai Centri per l’impiego: condizione, questa, per poter presentare la domanda di indennità all’Inps. Quindi il dato finale sui disoccupati che godono dell’indennità di disoccupazione ordinaria scende al 15% dei potenziali interessati.
Sono dati che parlano da soli. In questi ultimi nove anni è stato progressivamente aumentato il rapporto fra indennità di disoccupazione e salario del lavoratore, ed è stata allungata la durata per la quale la si può percepire. Non si sono riconsiderate, invece, le condizioni di ammissibilità all’indennità. Sono queste condizioni che, oggi, rappresentano la strozzatura cruciale. Detto in altre parole, non si è tenuto conto che tipicamente i licenziati non sono più lavoratori a tempo indeterminato e pieno, con una storia lavorativa lunga e (quasi) ininterrotta, ma sempre più spesso lavoratori con episodi di occupazione brevi e intermittenti.
Anche fra chi ha diritto agli ammortizzatori sociali c’è una situazione fortemente diversificata.
Senza entrare nei dettagli, recentemente sono stati introdotti ammortizzatori per i lavoratori interinali, i co.co.co. e i co.co.pro. Ma, soprattutto per questi ultimi, con una griglia di condizioni per cui ancora oggi non sappiamo chi "finisce dentro” lo strumento di protezione sociale e chi ne resta invece escluso.
Ora, misure così diversificate (tra l’altro, spesso anche "povere”) potrebbero forse avere un senso in una situazione in cui esistesse un reddito minimo di garanzia. Ma in Italia una misura generalizzata di protezione contro la povertà non c’è. Quindi, chi non soddisfa gli specifici requisiti dell’ammortizzatore sociale che lo riguarda non ha alcun sostegno del reddito.
Tra gli elementi di debolezza del nostro sistema di protezione sociale io vedo soprattutto il suo impianto decisamente lavoristico-categoriale, per di più molto frammentato.
La protezione per la disoccupazione, ad esempio, è molto più alta per chi è licenziato da imprese sopra i 15 dipendenti. Le liste di mobilità, prima delle ultime estensioni, riguardavano solo i licenziati da imprese sopra i 15 dipendenti nell’industria e sopra i 50 nel commercio.
C’è poi la fascia di chi è protetto perché formalmente mantiene il rapporto di lavoro con l’impresa, pur potendo essere di fatto molto vicino alla condizione di disoccupato: i cassaintegrati, i cosiddetti "sospesi”. Anche l’utilizzazione della cassa integrazione, prima delle recenti estensioni "in deroga”, dipendeva dal settore e, indirettamente, dalla dimensione dell’impresa.
Riguardo alla cassa integrazione, la mia lettura dei recenti provvedimenti del governo è che siano stati assunti anche per contenere il più possibile la "visibilità” della disoccupazione. Detto altrimenti, il governo ha dilatato le misure in favore dei sospesi, che non compaiono come disoccupati. Il caso più vistoso è l’estensione della cassa integrazione alle imprese artigiane (che per la cassa integrazione non pagano alcun contributo, sicché questa è detta appunto "in deroga”, ed è a carico della fiscalità generale).
Tutto questo fa sì che la crescita della disoccupazione venga rilevata principalmente dal fatto che le imprese non assumono, o comunque assumono poco a fronte del flusso "naturale” degli usciti (per pensionamento, dimissioni, morte). La disoccupazione conseguente ai licenziamenti, infatti, è in buona parte temporaneamente "congelata”, perché i lavoratori sospesi mantengono il rapporto di lavoro. E’ sperabile che questi lavoratori riescano poi a rientrare come occupati a pieno titolo nell’impresa che li ha collocati in cassa integrazione, ma verosimilmente per una parte di essi vi sarà il licenziamento.
Questo non possiamo nascondercelo.
Per questi motivi, ritengo che la misura e la percezione che noi abbiamo della disoccupazione in Italia in questo momento siano sottostimate.
Ciò non vuol dire che la cassa integrazione non sia una sensata misura tampone, efficace nel breve periodo. Però la crisi finanziaria ed economica data dalla primavera del 2008. E misure tampone non possono essere mantenute troppo a lungo nel tempo.
La prassi poi di procedere all’insegna dello slogan -condivisibile- "nessuno sarà lasciato solo”, ma "a pezzi e bocconi”, aggiustando il tiro man mano che emergono nuove categorie non protette, mi sembra poco efficace e poco equa. Gli ammortizzatori sociali sono stati estesi agli apprendisti; poi sono arrivate le misure per i lavoratori interinali; poi si è visto che i co.co.co. e i co.co.pro. erano senza protezione alcuna, e si è previsto qualcosa anche per loro. Adesso ci si è accorti che non sono protetti i precari della scuola, e si sta cercando di rimediare. Ma di questo passo ci sarà sempre un segmento di lavoratori che resta fuori...
Questa logica di interventi tampone frammentari, forse giustificabile nel breve periodo, dopo un anno e mezzo dallo scoppio della crisi diventa rischiosa. L’idea per cui "non è questo il tempo della riforma del welfare, perché deve prima passare la nottata” poteva essere forse ragionevole per il primo semestre della crisi, ma se prolungata rischia di aggravare una situazione innegabilmente iniqua, perché i trattamenti sono disparati e assicurano livelli di protezione molto, troppo differenti. L’esito della vicenda dei lavoratori dell’Alitalia, con la sua dimensione aziendale e i suoi risvolti corporativi, resta insuperato. Ma in generale le iniquità distributive sono forti.
C’è poi un’altra riflessione che si impone. E’ difficile immaginare che si esca dalla crisi senza una forte ristrutturazione dell’apparato produttivo. Ma essa richiede mobilità dei lavoratori e loro riqualificazione, quindi interventi in favore dell’indennità di disoccupazione ordinaria accompagnati da politiche attive.
Il rischio è che concentrare la protezione sociale sui sospesi, anziché rafforzare e estendere l’indennità di disoccupazione, alla lunga tenda a "ingessare” il sistema produttivo più che ad aiutarlo nel difficile processo di ristrutturazione. Ciò significa che la ripresa rischia di essere più tarda, più fragile e più lenta, con effetti negativi sulle capacità di recupero di competitività del paese, preoccupanti anche perché veniamo da dieci anni in cui siamo cresciuti molto meno dell’Europa dei 15.
In Europa oggi si parla molto di "flexicurity”. Quali sono le caratteristiche di questo modello?
Possiamo adottare la rappresentazione utilizzata dall’Ocse: il "triangolo d’oro”. Il modello della flexicurity prevede in sostanza flessibilità nei rapporti di lavoro (quindi costi di licenziamento bassi) e un sistema di welfare universale e generoso. Questi due pilastri, da soli, non stanno però in piedi, perché comportano un costo eccessivo. Occorre un terzo pilastro: un insieme di politiche attive del lavoro che riqualifichino e ricollochino rapidamente i disoccupati nel sistema produttivo.
In tal modo il "triangolo d’oro” porta a un sistema di welfare generoso senza essere spropositatamente caro, perché le persone vi transitano per un periodo breve, e a un sistema produttivo efficiente, perché caratterizzato da alti livelli di occupazione e da capacità di innovare delle imprese.
Aggiungo che, a livello internazionale, solo col tempo il modello della flexicurity è emerso come il più convincente. Inizialmente l’Ocse aveva fatto propria una linea tutta centrata sulla flessibilità, muovendo dalla convinzione che il problema basilare fosse la rigidità del lavoro, responsabile della modesta crescita economica dell’Europa rispetto agli Stati Uniti. In seguito le politiche di flessibilità, che in varia misura quasi tutti i paesi europei avevano adottato, dal Regno Unito di Blair alla Spagna di Aznar, sono state rivisitate. La conclusione è stata che l’esito degli interventi in favore della flessibilità dei rapporti di lavoro era indeterminato: in alcuni contesti avevano funzionato, in altri no. Complessivamente, si è dedotto che non fosse quella la politica da perseguire. Da lì l’emergere di un nuovo paradigma sulle politiche del lavoro: la flexicurity.
Va detto anche che in questo modello è essenziale che esista una qualche forma di reddito di garanzia per i poveri, universale. Questa misura non solo risponde a un obiettivo di equità, ma alleggerisce il welfare del lavoro da pressioni e pesi impropri.
Il welfare del lavoro, infatti, funziona prevalentemente secondo una logica assicurativa, su base contributiva: lo pagano imprese e lavoratori, in modo che sia in equilibrio nell’arco del ciclo economico. Il reddito di garanzia è invece una misura propriamente sociale, a carico della fiscalità generale.
Noi siamo molto lontani da questo modello, non solo perché, come ho già ricordato, non abbiamo un reddito minimo di garanzia, ma anche perché gli ammortizzatori di tipo lavoristico sono molto frammentati: per settore produttivo (agricoltura, industria, artigianato, commercio e servizi privati, pubblico impiego); per dimensione di impresa, con la soglia emblematica dei 15 dipendenti; per tipo di rapporto di lavoro: se un lavoratore è sospeso ha una certa tutela, se è stato licenziato ed è disoccupato ne ha un’altra (con le falle che abbiamo visto), se è in cerca di prima occupazione o disoccupato di lunga durata, non ha nulla.
La flexicurity è stata adottata come obiettivo dall’Unione Europea, e l’Italia ha convenuto su questo modello. Però passi significativi, sistematici, in questa direzione non sono stati fatti.
E’ vero, nel nostro paese il peso del debito pubblico è tale per cui la spesa sociale è compressa, ed è inoltre assorbita in gran parte dalle pensioni. Tuttavia, ritengo che si potesse, e si possa e si debba, almeno imboccare una strada che vada gradualmente nel senso dell’universalità da un lato e della omogeneità di contributi e trattamenti dall’altro.
Altrimenti si rimane a un welfare fatto di molti, troppi comparti, il che rende il sistema rigido, insieme inefficiente e iniquo. E questa è fuori di dubbio una brutta combinazione.
La flexicurity ha come condizione un alto tasso di occupazione. In Italia continuiamo invece ad avere bassi tassi di occupazione femminile, ma anche di lavoratori over-50.
I paesi della flexicurity hanno, in effetti, un tasso di occupazione molto alto. In Danimarca raggiunge il 77%.
Se prendiamo i dati Eurostat (anche questi pre-crisi, al 2007) e facciamo un’analisi comparativa dell’Europa dei 15, confrontando l’Italia con tre paesi della flexicurity -Danimarca, Svezia e Olanda- e anche con Germania, Francia e Regno Unito, vengono notevoli spunti di riflessione.
Il primo dato che salta all’occhio è che nell’ultimo decennio il nostro Pil pro-capite è cresciuto di oltre 10 punti percentuali in meno rispetto alla media. Inoltre, abbiamo un peso abnorme del debito pubblico.
Per quanto riguarda il prelievo fiscale, siamo sulla media, ma bisogna tenere conto che 4-5 punti servono per pagare gli interessi sul debito pubblico, per cui per la spesa pubblica, segnatamente per la spesa sociale, abbiamo meno risorse disponibili (se poi togliamo la spesa per le pensioni, l’Italia si ritrova con un terzo delle risorse che hanno gli altri paesi).
Venendo alla specifica domanda sulla partecipazione al lavoro, l’Italia ha un tasso di occupazione che è otto punti sotto la media europea, addirittura venti punti più basso rispetto ai paesi della flexicurity.
Ciò si spiega in parte con il fatto che negli altri paesi c’è molto più lavoro part-time, una formula che proprio le donne e i lavoratori anziani privilegiano. Facendo sempre riferimento ai dati Eurostat del 2007, in Italia c’è un tasso di occupazione del 58,7%, e il 13, 6% degli occupati è part-time. Al polo opposto, l’Olanda ha un tasso di occupazione del 76%, con una frazione di lavoratori part-time del 46,8%. Ma anche la Germania vanta una percentuale di lavoratori part-time molto più alta della nostra, il 26%, a fronte di un tasso di occupazione del 69,4%.
Quali sono i costi della flexicurity? L’Italia potrebbe permettersi questo modello?
E’ un modello costoso, e per questo non immediatamente realizzabile nel nostro paese. Ma è un modello al quale è ragionevole tendere nel medio periodo, se ci si impegna a muovere in quella direzione con gradualità e costanza.
Dalle stime fatte da Berton, Richiardi e Sacchi nel loro bel libro, Flex-insecurity, appena uscito per il Mulino, il costo aggiuntivo va dai 10 miliardi di euro (nel caso di un’indennità di disoccupazione ordinaria generalizzata) agli oltre 3 miliardi e mezzo di euro in un’ipotesi minima (un accesso più facile all’indennità di disoccupazione ordinaria per i dipendenti e un’indennità più ridotta per i parasubordinati). Sono cifre importanti.
Inoltre, i fronti sui quali intervenire sono molti. Un modello simile, infatti, oltre alle risorse finanziarie, richiede un’amministrazione rigorosa, efficiente, che abbia la capacità di riqualificare i lavoratori e di chiedere agli stessi comportamenti conseguenti, in una logica di "obblighi reciproci”.
Formalmente oggi per i lavoratori qualche vincolo c’è. Il disoccupato deve firmare un "patto di servizio”, con cui si impegna a seguire attività formative e di orientamento, e ad accettare lavori ragionevoli. La norma dice che se un disoccupato non accetta un lavoro "congruo” (in base alla distanza da dove risiede, al salario precedente, alle competenze…) gli viene negata l’indennità.
Il problema è che la norma resta largamente inapplicata. Perché? Innanzitutto, perché i Centri per l’impiego non possono fare solo il carabiniere. Se mettono in campo politiche attive in grado di seguire e riqualificare davvero il lavoratore, allora sono anche legittimati a chiedere conto al disoccupato, se del caso a sanzionarlo; ma fino a che essi per primi sono carenti...
Il secondo ostacolo è dovuto al fatto che in Italia l’erogazione della componente passiva -l’indennità di disoccupazione- e l’intervento attivo -le politiche di formazione e orientamento e le eventuali sanzioni- fanno capo a due soggetti diversi: l’Inps e i Centri per l’impiego. E i due soggetti sono poco o per nulla coordinati.
In terzo luogo, va tenuto presente che c’è stato un andamento dell’economia stanco, il che non ha certo agevolato l’innovazione nelle politiche del lavoro.
In conclusione, le indicazioni dell’Unione Europea, che in questa materia non hanno carattere impositivo ma rientrano nel cosiddetto "metodo del coordinamento aperto”, sono state sì accolte dal nostro paese. Però la situazione resta complessivamente arretrata e "a macchia di leopardo”: ci sono piccole parti dell’Italia in cui iniziative innovative funzionano, e ampie parti, soprattutto le meno sviluppate, in cui semplicemente non esistono.
Ma c’è qualche proposta in discussione?
Nel luglio 2007 tra governo e sindacati venne firmato il "protocollo sul welfare”; c’era il governo Prodi II. A fine anno ne uscì una legge di principi e di orientamenti, che delegava al governo l’emanazione di decreti legislativi che realizzassero il disegno.
Il governo Prodi II cadde poco dopo, e il nuovo governo lasciò decorrere i termini per i decreti legislativi. Quindi quel disegno di riforma, che ci incamminava gradualmente sulla strada giusta, è caduto.
Adesso ci sono diverse iniziative. C’è un disegno di legge del senatore Ichino, c’è la proposta Boeri-Garibaldi sul "contratto unico”, ci sono varie proposte di generalizzazione del welfare in chiave universale. Sono state fatte anche delle stime sulla "scopertura” dei lavoratori, non ultima quella del governatore della Banca d’Italia: un milione e 650mila lavoratori potenzialmente senza alcuna protezione sociale. C’è il bel libro di Berton e colleghi che ho appena citato, il quale giunge sostanzialmente alle stesse stime. In realtà le analisi e le proposte non mancano. Non c’è però una riflessione collettiva che investa le forze politiche e sociali. Gli stessi sindacati in effetti non sono estranei all’accusa di continuare a occuparsi soprattutto dei già tutelati.
Il governo, dal canto suo, fino a quasi un mese fa, è rimasto fermo sulla posizione che avevano assunto esplicitamente sia il ministro Sacconi sia il ministro Tremonti, ossia che "questo non è il tempo delle riforme”, è il tempo delle misure tampone in attesa che passi la crisi. Nell’ultimo mese entrambi i ministri hanno riconosciuto: "Dobbiamo cominciare a pensare alle riforme”. Anche perché le misure tampone fra poco si esauriranno. Come ho già detto, non vedo ancora, però, l’avvio di una riflessione seria, impegnata, sistematica degli attori politici e sociali.
Detto questo, non è impossibile che anche l’Italia si incammini lungo la strada già scelta dagli altri paesi. In fondo è vero che la flexicurity è costosa, però se consideriamo che per le estensioni degli ammortizzatori sociali, temporanei e in molti casi "in deroga”, per il 2008-2010 sono stati stanziati otto miliardi di euro...
Gli indicatori europei ci dicono anche che stiamo diventando un paese pericolosamente diseguale...
C’è un modo interessante, e chiaro, per misurare gli effetti redistributivi dell’azione pubblica. In sostanza si confronta la frazione di popolazione a rischio di povertà (o "a basso reddito”, come dice l’Eurostat) prima e dopo l’intervento pubblico, fatto di imposte e tasse da un lato e di servizi pubblici e trasferimenti dall’altro. La differenza tra la frazione della popolazione a rischio di povertà prima e dopo l’intervento pubblico ci dà la misura della portata redistributiva dello stesso.
Sempre secondo le stime dell’Eurostat, in Italia la frazione di famiglie a rischio di povertà passa dal 24% al 20%. Cioè quel gran movimento di risorse in termini di imposte e tasse, servizi pubblici e trasferimenti -circa il 45% del Pil- alla fin fine abbassa la percentuale di famiglie a rischio di povertà di soli quattro punti. All’opposto, in Danimarca prima dell’azione pubblica vi è una frazione più alta di famiglie a rischio di povertà, il 28%, ma l’intervento redistributivo è molto più efficace e la riduce al 12%. Risultati analoghi si hanno in Francia e Germania, dove si passa da un 25-26% a un 13%.
Nel nostro paese, poi, l’indice di Gini di disuguaglianza nella redistribuzione dei redditi (un indice che va da 0 a 100, ed è tanto più alto quanto maggiore è la disuguaglianza) per la prima volta nel dopoguerra ha raggiunto il 32%, valore che ci affianca al Regno Unito, il paese europeo sviluppato più diseguale.
Questi sono dati strutturali, allontanarsi dai quali è difficile, anche per i vincoli che vengono dall’alto debito pubblico.
Lo ripeto: occorrerebbe adottare un disegno di medio-lungo periodo e perseguirlo in maniera coerente. In passato, qualche tentativo c’è stato, se non altro a livello di autorevoli studi promossi dal governo. Risale a 12 anni fa il rapporto della "Commissione Onofri”. E in parte sulla stessa linea si collocavano le proposte del "Libro Bianco della commissione Biagi”: misure di welfare universalistiche, politiche attive del lavoro, ecc. Di fatto, questa strada non è stata (ancora?) imboccata.
Oggi chi resta platealmente fuori da qualsiasi forma di protezione?
E’ difficile dirlo, proprio per la modalità di procedere "a pezzi e bocconi” cui facevo prima riferimento.
Intanto ci sono le persone che non hanno nulla. La mancanza di un reddito di garanzia -lo ripeto- è grave. E i tentativi di surrogare quest’assenza con interventi spot non risolvono affatto il problema.
Guardiamo alla social card. E’ prevista per gli ultrasessantacinquenni poveri e per le famiglie povere con un figlio sotto i tre anni (la condizione di povertà essendo definita secondo i criteri dell’Isee).
Ora, a parte che si tratta di 40 euro al mese, sicché si è sotto la soglia dei food stamps statunitensi, la social card non è prevista per le famiglie con molti figli, che sono quelle più esposte al rischio di povertà, né tantomeno per la generalità dei poveri. Se una famiglia è decisamente povera, ha molti figli, ma l’ultimo ha tre anni e mezzo, è infatti esclusa dalla social card. Perché? Si tratta davvero di una misura di poco peso e profondamente equivoca: sembrerebbe quasi voler sostenere la maternità (la condizione del figlio con meno di tre anni), ma è così esigua che certo non lo fa; sembrerebbe pensata contro le povertà estreme, ma nemmeno questo è vero, perché, lo abbiamo appena visto, esclude molti poveri: dalle famiglie povere con più figli ai poveri con meno di 65 anni.
Questo per quanto riguarda il piano prettamente sociale.
Venendo al mercato del lavoro, ad essere scoperte sono le persone in cerca di prima occupazione, ma anche tutte le categorie di interinali e co.co.pro, co.co.co che non rientrano nelle condizioni particolari (molto restrittive) recentemente approvate; sono esclusi poi i disoccupati di lunga durata; infine, ne è escluso tutto il lavoro autonomo.
Come se ne esce? Io non vedo altro sistema che un reddito di garanzia, un sostegno di base contro la povertà, universale e dignitoso. Per alcuni (ad esempio gli anziani) con il solo obiettivo dell’integrazione sociale; per coloro che possono essere formati e reinseriti nel lavoro con un impegno forte a farli approdare a un’occupazione.
Dopodiché servono misure di sostegno del reddito prevalentemente assicurative, pagate cioè da imprese e lavoratori: che abbiano però la caratteristica di non essere categoriali, ma uniformi; e con requisiti per l’ammissibilità i quali tengano conto che molte delle storie lavorative oggi sono frammentate, con episodi di occupazione brevi, spesso interrotti da periodi di disoccupazione.
Il fatto che nel Veneto oltre i due terzi dei licenziati non abbiano diritto all’indennità di disoccupazione ordinaria è un dato allarmante. Il punto non è portare l’indennità dal 60% al 70% del salario precedente, o da otto a dodici mesi. La vera urgenza oggi è aprire l’indennità di disoccupazione a tutti, con "dosaggi” ragionevoli, promuovendo un’unificazione dell’aliquota contributiva.
In prospettiva si affaccia poi un altro tema importante, al quale accenno soltanto: le pensioni. Il nuovo regime è di tipo assicurativo, a contribuzione definita: la pensione che ogni lavoratore riceverà sarà commisurata ai contributi versati.
La conseguenza è che se nell’arco della sua vita un lavoratore è occupato saltuariamente, tanto più se con basso salario, versa pochi contributi; avrà quindi una pensione bassa, con la sola ancora di salvataggio data dall’integrazione fino alla pensione sociale.
Nel periodo in cui Padoa Schioppa era ministro dell’economia, erano state elaborate ipotesi di interventi di tipo equitativo, con una modesta percentuale della pensione calcolata sul contributo medio dei lavoratori (e non sulla contribuzione individuale). Questa misura avrebbe ridotto di poco le pensioni molto alte, e avrebbe alzato sensibilmente le pensioni basse. Non se ne fece nulla.
Anche di questo penso che sarà bene tornare presto a parlare.
Altrimenti si creeranno le condizioni per avere "pensionati poveri”, che poi saranno comunque da sostenere.









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