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UNA CITTÀ n. 165 / 2009 Maggio

Intervista a Gary LaFree
realizzata da Valentina Pasquali

IL FRANCHISING DEL TERRORE
Il terrorismo jihadista, a differenza di esperienze precedenti come l’Ira irlandese e l’Eta basca, non è centralizzato; il fenomeno dei “gruppi di ragazzi”; la moralità diffusa ovunque per cui non va bene colpire innocenti, usare violenze estreme; il fatto che il terrore colpisce soprattutto paesi non occidentali. Intervista a Gary LaFree.

Gary LaFree è il direttore del National Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism (Start) , un centro affiliato al Dipartimento di Sicurezza Nazionale (Homeland Security) e con sede presso l’Università del Maryland. All’inizio di gennaio, la Cia ha annunciato di aver ucciso due ufficiali di alto rango di Al-Qaeda, durante una manovra militare in Pakistan. Questo genere di notizie come vanno interpretate? Qual è il significato vero di un evento come questo, visto all’interno della ben più vasta “guerra al terrorismo”? Penso che, ormai, la maggior parte degli addetti ai lavori siano d’accordo che gli Stati Uniti abbiano ottenuto grandi successi nella battaglia contro l’organico militare di Al-Qaeda. Il problema è che siamo stati molto meno efficienti nel mettere un freno al movimento sociale che lentamente è cresciuto attorno a Al-Qaeda. A Start abbiamo condotto una serie di sondaggi sull’opinione pubblica nel Medio Oriente e abbiamo registrato un sostegno diffuso da parte della popolazione per Al-Qaeda, o per le idee proposte da quest’organizzazione. Si è creata nel tempo una frattura interessante: da un lato gli Stati Uniti hanno ottenuti grossi successi nella cattura, l’uccisione, o l’isolamento della leadership di Al-Qaeda, dall’altra il movimento sociale collegato all’organizzazione militare è ancora vivo e vegeto. Infatti, mentre nell’ottica dei conflitti convenzionali, rimuovere la leadership avversaria è sempre stata una strategia fondamentale alla vittoria, ciò non è più tanto vero oggi, considerata la natura differente delle battaglie che ci troviamo a combattere contro Al-Qaeda. Colpire i capi avversari non ha lo stesso peso quando c’è sostegno popolare e simpatia per il tipo di idee che sono proposte dai nemici. Questi ultimi assassinii sono stati largamente pubblicizzati nei media americani. Pensa che questa sia una strategia voluta, per fini domestici, o potrebbe essere anche diretta a demoralizzare i membri o le potenziali nuove reclute di Al-Qaeda? La popolazione mediorientale come reagisce al diffondersi di notizie come questa, a proposito degli ultimi duri colpi subiti dalla leadership di Al-Qaeda? La mia impressione è che i media americani siano troppo diversificati e indipendenti per essere controllati dal processo politico in questa maniera. Ho il sospetto che questa ipotesi sia troppo sofisticata considerata la forza relativa dell’élite politica. Per quanto riguarda il Medio Oriente, nei nostri sondaggi non abbiamo posto la domanda in questi termini. Però direi che, in generale, gli assassinii mirati sono davvero un affare rischioso, perché molto facilmente finiscono per scatenare una reazione controproducente da parte delle popolazioni locali. Se guardiamo a studi condotti in passato, specialmente nel caso del conflitto nell’Irlanda del Nord, ci sono forti indicazioni su come la strategia britannica che si appoggiava sugli omicidi mirati abbia solo peggiorato le cose, causando l’indignazione della popolazione e rafforzando il sostegno per l’Ira. Penso che la stessa cosa sia vera nel caso di Israele. Viceversa, da quello che abbiamo osservato nei nostri sondaggi, direi che è importante notare come la reazione delle popolazioni in Pakistan, Marocco e Egitto sia diversa nei casi in cui gli attentati terroristici colpiscano militari o civili americani. Gli attacchi portati contro le forze armate, ad esempio in Iraq, godono di percentuali di approvazione molto più alte di quelli contro i civili. Penso che questo sia interessante, perchè mostra che il pubblico non ha ancora compreso appieno che la relazione tra i civili e i militari che gli Stati Uniti hanno contribuito a creare in Iraq è molto intricata e i confini difficili da delineare. Infatti, molte società private, composte di personale non militare, avendo vinto appalti pubblici svolgono funzioni sul territorio che assomigliano... [ continua ]

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