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UNA CITTÀ n. 164 / 2009 AprileIntervista a Giuseppe Berta
realizzata da Barbara Bertoncin
SEMPRE PIU’ CENTRALISMO
L’apparato produttivo italiano, sottoposto dalla crisi comunque a una selezione darwiniana, resterà in piedi; il ruolo dell’innovazione che per le piccole e medie imprese non può prescindere da un rapporto con l’università; l’incapacità di una classe politica, sempre più accentratrice e lontana dal territorio. Intervista a Giuseppe Berta.
Giuseppe Berta, storico dell’industria, docente alla Bocconi presso il dipartimento di Analisi Istituzionale e Management Pubblico, recentemente ha pubblicato La questione settentrionale. Economia e società in trasformazione, Feltrinelli 2008.
Lei da tempo si interroga sulla “questione settentrionale”. Come sta reagendo il Nord a questa crisi?
Se vogliamo partire dall’industria, allora lo stato di salute dell’industria italiana non è cattivissimo, posto che la crisi incide su tutti i paesi che hanno un apparato industriale ancora considerevole, per cui l’Italia come la Francia e la Germania.
Certamente la nostra industria è legata alla minore dimensione delle imprese, e questo può essere un vantaggio come uno svantaggio. E’ un vantaggio perché le capacità di assorbimento spontaneo sono maggiori. E’ uno svantaggio perché le politiche di aiuto e di sostegno sono tagliate su misura dei gruppi industriali maggiori. Noi non abbiamo delle politiche specificamente indirizzate al sostegno delle piccole unità produttive, dunque questo è certamente un problema. E però devo dire che io sono dell’idea che, pur ridimensionato, l’apparato produttivo italiano resterà in piedi. Certo, probabilmente, anzi sicuramente, stiamo già andando verso un riduzione ulteriore della sua consistenza, della sua entità quantitativo-materiale. Però questo direi che è nelle tendenze generali dei paesi sviluppati.
La Lombardia e il Veneto restano aree del paese che hanno un solido nucleo industriale. Ecco, questo nucleo industriale resisterà alla crisi anche se, come dicevo prima, dovrà subire degli inevitabili snellimenti.
La dimensione piccola non aiuta però a investire nella ricerca, nell’innovazione…
Anche rispetto al tema della ricerca e dell’innovazione, in realtà è stato proprio quel grappolo di medie imprese innovative ad aver investito nella ricerca, magari non direttamente, casomai attraverso delle collaborazioni con l’università. Io conosco delle medie imprese dell’area torinese che hanno investito il 7-8% nella ricerca e sviluppo. Naturalmente non è un’attività di ricerca e sviluppo generata direttamente dall’impresa al proprio interno. E’ un’attività che si deve appoggiare alla collaborazione, alla partnership, con altri centri di ricerca all’esterno. Ma io questa la vedo come una cosa positiva nel senso che è uno stimolo anche al sistema universitario. E’ un modo in cui l’impresa si apre al sistema universitario e il sistema universitario si apre all’impresa. Purtroppo questa realtà è ancora troppo limitata. Bisognerebbe andare di più in questo senso.
Io penso sempre di più a un’attività di ricerca che non sia condotta dall’impresa direttamente. Le piccole e medie imprese non si possono permettere di collocare dei veri e propri centri di ricerca al proprio interno pertanto devono sviluppare ricerca in sinergia con altri enti e soggetti prevalentemente di tipo universitario.
Il terziario?
Il terziario è diverso. Noi in questi anni abbiamo subito una grande terziarizzazione però il nostro terziario non è, come dire, governato, pilotato, guidato con la stessa capacità adattiva dell’industria. Il nostro terziario per alcuni aspetti si è molto gonfiato e rischia di essere più debole e più esposto ai contraccolpi della crisi. Pensiamo agli effetti sull’occupazione. Noi non abbiamo un sistema di garanzie per i lavoratori del terziario che sono più flessibili.
Lì, secondo me, noi accusiamo un certo ritardo. Già quando usiamo la parola terziario, noi dovremmo quanto meno declinarla al plurale e parlare di terziari per quanto sono vasti e differenziati gli aggregati che compongono questa categoria così ampia.
Invece noi continuiamo a parlare di terziario in maniera ancora indistinta. Bisognerebbe capire di più cos’è l’impresa terziaria, capire soprattutto di quali sostegni ha bisogno in un periodo di crisi come questo, capire che tipo di ammortizzatori sociali possiamo applicare alla realtà terziaria. Altrimenti lì si verifica uno scossone all’occupazione che non è governato in alcuna maniera. Tanto più che nel terziario c’è veramente di tutto: c’è il lavoratore autonomo, il dipendente travestito da autonomo, ci sono tutte le forme di flessibilità immaginabili… Su questo, devo dire, siamo proprio scoperti. Mentre per l’industria bene o male c’è una tradizione di intervento lì no. E questo rivela un’intrinseca debolezza.
In questi giorni gli occhi sono tutti puntati sulla Fiat…
La Fiat sta giocando una partita complessa che riguarda la possibilità di assumere una configurazione effettivamente globale, che è legata a variabili complesse quali quelle del sistema auto in America eccetera. C’è da sperare che ci riesca. Ieri Marchionne ha sostenuto che le probabilità sono il 50%. Se ci riesce, la Fiat sarà poi in condizioni di affrontare un’altra e più ampia successiva alleanza da una posizione di forza. Mentre è chiaro che prima la affrontava in una condizione di maggiore debolezza.
Se riesce a stringere questo legame di partnership con Chrysler certamente la presenza internazionale della Fiat e la sua configurazione come gruppo sono destinati a subire un mutamento molto rilevante.
La crisi è destinata a operare una selezione darwiniana, non solo nel campo dell’auto…
Questa selezione darwiniana è già in atto, su scala mondiale. Vediamo appunto il sommovimento che è in atto nell’industria automobilistica. Tra l’altro la crisi sta spostando i nostri assi di riferimento dal sistema occidentale al sistema asiatico. Il fatto che la Cina sia diventata il più grande mercato automobilistico è certamente un dato sintomatico. Chi pochi anni fa avrebbe immaginato che si potesse produrre così a breve questo sorpasso? E’ un sorpasso che si verifica in caduta del mercato americano. Però, mentre il mercato americano fa registrare una contrazione impressionante, la Cina quest’anno cresce del 10% per quanto riguarda il settore automobilistico. Questo vuol dire che una serie di attività stanno spostando il loro baricentro sull’Asia.
Anche in Veneto molte piccole e medie imprese si giocheranno il proprio destino entro l’anno...
Non c’è dubbio. Anche se, da quel che vedo, il sistema veneto sta rivelando una capacità di assorbimento che non c’è in altre parti d’Italia. Perché comunque la possibilità di sostegno che dà spontaneamente il territorio in cui queste imprese sono inserite è notevole.
Ma d’altra parte devo dire che c’è un’assenza di politiche nazionali. Questo è molto evidente.
Proprio in Lombardia e Veneto, regioni ricche e con un welfare che funziona, il sentimento di precarietà, di insicurezza, sembra più forte…
Certo. E’ la precarietà tipica dei ricchi, delle componenti ricche del nostro paese e del sistema europeo, che appunto perché hanno il senso della ricchezza che hanno accumulato nel tempo, hanno più forte il senso della minaccia e della paura di perdere questa ricchezza acquisita.
Parlava di un’assenza della politica…
La politica mi sembra, come sempre, in una fase di grande afasia in realtà. Anche questo tema del territorio dopo tutto questo gran parlare di federalismo, di federalismo fiscale… In realtà mi sembra che tanti segnali dimostrino come ci sia una tendenza di fatto contraria, vale a dire verso l’accentramento delle risorse, anche per colpa di eventi catastrofici, come il terremoto che si è verificato l’altra settimana. Le politiche di ricostruzione, inevitabilmente, chiamano in causa il ruolo del centro, perché bisogna spostare massicciamente delle risorse. Dunque, ciò che io vedo, è che l’effetto della crisi e di alcuni eventi catastrofici, come appunto il terremoto d’Abruzzo, è quello in realtà di riportare le decisioni al centro, perciò di depotenziare l’autonoma capacità di gestione politica dei territori periferici.
Anche rispetto al progetto federalista, in fondo, dietro la retorica che si è profusa a piene mani in questo periodo, cosa vediamo? Che il debito sul Pil è al 110%, un record, e che le risorse sono tutte centralizzate, perché è chiaro: chi deve mettere mano ai 12 miliardi stimati -e sicuramente molto inferiori alla realtà finale- per la ricostruzione dell’Abruzzo? Tocca al governo centrale.
Insomma, dopo tutta l’orgia di federalismo a parole che si è fatta, di fatto il nostro resta un sistema fortemente centralizzato, in cui, non a caso, il ruolo del governo è enfatizzato al massimo grado. Basti pensare alle ultime settimane, i poteri locali sono scomparsi, è il ruolo del governo ad essere costantemente sotto i riflettori. Perciò mi sembra una smentita pratica alla molta retorica che si è fatta sul federalismo.
Allora, io non credo che il federalismo si esaurisca nel federalismo fiscale. Innanzitutto, poi, sarebbe più corretto ripristinare il linguaggio storico italiano, che non è quello del federalismo ma delle autonomie, cioè di potenziare un reale sistema delle autonomie locali. Questo è insito nella tradizione italiana. In tutto questo però, ripeto, c’è uno scarto tra le parole e i fatti, che mi sembra impressionante, perché non vedo rinascita autonoma.
Adesso andiamo a un nuovo turno elettorale per le elezioni europee, dove da una parte c’è la candidatura di Berlusconi, che certamente non è espressione del territorio. Dall’altra parte le polemiche in casa del Partito Democratico, dove i candidati sono imposti dalle segreterie centrali, gettano nello sconforto. Io ho presente il caso di Cofferati, che ha suscitato qui tante resistenze: cioè bisogna avere, mi permetta, una bella faccia tosta a parlare di partito federale, di politica federalista, e poi a decidere tutto nelle segreterie politiche romane! Mi sembra una palese contraddizione.
Insomma, io trovo che ci sia un divario crescente, nel nostro paese, tra le parole e i fatti: mentre la retorica del linguaggio politico sembra condurci in una direzione che era quella che dicevamo prima, il decentramento, ecc., in realtà le scelte concrete portano a un’effettiva ri-centralizzazione di tutte le attività politico-amministrative e istituzionali, per cui è un federalismo tutto immaginario, a parole, mentre il problema delle autonomie, delle autonomie funzionali, è completamente disatteso, lasciato ai margini.
Ecco, a me sembra pericoloso lasciar progredire una situazione in cui, mentre si fa un gran parlare di questi valori del decentramento, si attua, nei fatti, una politica che tende a ri-centralizzare tutto, che tende a riportare la politica al centro, e non ho bisogno di aggiungere esempi. Basta sedersi alla televisione e vedere il telegiornale delle 20, e uno ha chiaro che è tutto centralizzato in questo paese. Non c’è nessun afflusso di energie politiche nuove, rappresentative, da parte del sistema periferico italiano.
Lei quindi ridimensiona anche il senso della partita giocata dalla Lega…
Ma pensi solo a questo dibattito -mi lasci dire, molto povero- sull’election day: sembra una cosa meramente formale, dove i contenuti effettivi non importano a nessuno. Alla Lega importa solo di far vedere il suo potere di condizionamento del governo, e al centro-destra importa di mantenere il rapporto con la Lega a cui pertanto vengono dati dei contentini così, formali, in modo che possa dire di aver vinto, anche se, mi dica lei questa questione dell’election day, che significato ha. Ecco, sinceramente mi sembra davvero poco appassionante confrontarsi su queste questioni.
Il Nord, comunque, sembra destinato a rimanere appannaggio di Berlusconi e della Lega…
Il Nord si è sempre giocato nel campo del centro-destra, sulla partita tra Berlusconi e la Lega. Il problema di Berlusconi è di dosare la presenza della Lega, cioè di far vedere che la Lega conta, impedendole però di avere il governo di città importanti e tanto meno di una regione.
Rendiamoci conto: la Lega può occupare le amministrazioni di tante realtà locali, ma non di un capoluogo regionale, non è alla guida di Milano, Torino, Genova, oppure, se vuole, simbolicamente, di Venezia. Ha tanti centri importanti, ma non di prima visibilità. Questa come prima cosa. E poi la Lega non ha la guida di una regione. Ma perché, come dicevo, la strategia di Berlusconi è di lasciare sì spazio alla Lega, ma non fino al punto di farne una forza determinante, per cui la Lega è sempre lì, alleata, ma sotto tutela...
Dall’altra parte, devo dire, non mi sembra che si creda veramente, nel campo della sinistra, alla possibilità di rilanciare il territorio come serbatoio di risorse politiche, perché se no, mi spieghino che senso ha una candidatura come quella di Cofferati. Così, precipitata dall’alto, contro il parere del sindaco di Torino, che è anche membro della segreteria del pd. Infatti, gliel’ho anche detto nei giorni scorsi: “Ma scusami, che senso ha che tu stia nella segreteria di questo organismo, se tu che dovresti rappresentare le istanze del Nord, eccetera, non hai nemmeno la forza di proporre un candidato vostro?!”.
Lo ripeto, mi sembra che ci sia un enorme sfoggio, un enorme dispendio di retorica, una retorica che però stenta miseramente a tradursi in atti concreti, con delle candidature locali.
Ma se noi siamo convinti che lì si debba scommettere, bisogna lasciare spazio alle forze locali. Invece, non mi sembra che ci sia questa volontà e questa intenzione. Mi sembra che alla fine la logica degli apparati politici, da una parte e dall’altra, prevalga nettamente. Quindi io sono abbastanza pessimista sul profilo e sulla qualità della politica italiana.
Per quanto riguarda invece le risorse del nostro paese io dico che continuano ad essere ampie e cospicue, e che potremo contarci anche nel dopo crisi.









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