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UNA CITTÀ n. 164 / 2009 Aprile

Intervista a Kamran Ashtary
realizzata da Stefano Ignone

BOB DYLAN A TEHERAN
Democrazia in Iran, difesa dei diritti umani, dare voce a chi vuol diffondere le proprie idee, sono gli obiettivi di una radio fondata da iraniani emigrati che trasmette dall’Olanda; un sito con un milione e mezzo di passaggi al mese, molti dei quali dall’Iran dove sono attivi 62.000 blogger... Intervista a Kamran Ashtary.

Radio Zamaneh è una radio online, finanziata dal Ministero degli Esteri olandese, che da Amsterdam trasmette via satellite in Iran, con contenuti in lingua farsi realizzati da blogger, ex giornalisti e nuove leve. Kamran Ashtary, blogger e fotografo, è il responsabile comunicazione e sviluppo di Radio Zamaneh. Com’è nata Radio Zamaneh? L’idea di fare Radio Zamaneh -che significa “il nostro tempo”- è venuta nel 2006 a due parlamentari: Hans van Baalen, del Partito Liberale e Farah Karimi, di origine iraniana, del Partito Verde. In Olanda c’è una grande comunità iraniana. La maggior parte è arrivata qui dopo la rivoluzione, quando le cose sono peggiorate…
Erano cinque anni che i partiti politici olandesi discutevano su come aiutare i media indipendenti nel nostro Paese, dove i giornali continuavano a chiudere, e molti giornalisti rimanevano disoccupati, per cui sembrava proprio non ci fosse modo di arrivare al pubblico iraniano con un’informazione davvero libera. Così, i due parlamentari presentarono la proposta di creare una radio con base in Olanda che potesse trasmettere anche in Iran. La proposta fu approvata all’unanimità dal Parlamento. Il governo olandese stanziò un finanziamento e l’affidò a Press Now, un’organizzazione che si occupa di tutelare la libertà di stampa, incaricandola di supervisionare le nostre attività; comunque, siamo indipendenti, abbiamo la nostra direzione e l’ultima parola sui contenuti. Ci siamo dati tre linee guida: vogliamo promuovere la democrazia in Iran, difendere i diritti umani e fare da piattaforma per quanti non riescono a diffondere le proprie idee. Il nostro pubblico è composto di giovani dai 18 ai 35 anni, la maggior parte dei quali vive in Iran. Abbiamo iniziato a trasmettere via satellite nel settembre 2006, dopo un mese di prova in cui non avevamo ancora uno studio, usavamo i nostri portatili…
Io sono addetto alle pubbliche relazioni, seguo le strategie di marketing, di pianificazione delle attività; non soltanto per scoprire come arrivare a un pubblico più ampio, ma anche per aumentare il sostegno al nostro lavoro in Iran e all’estero. La mia famiglia si è trasferita qui che avevo solo diciott’anni, dunque sono diventato giornalista in Occidente, non in Iran. Ho il mio blog personale, ma di fatto non scrivo per Radio Zamaneh. Le persone che lavorano per noi, però, dall’Iran o dall’estero, sono spesso giornalisti molto noti, che lavoravano in radio, o nei giornali iraniani; poi ci sono giornalisti che stiamo formando per la radio, giovani che hanno studiato giornalismo e che in Iran non hanno mai trovato opportunità…
Cerchiamo di combinare diverse esperienze di giornalismo. La vostra è conosciuta anche come la “radio dei blogger”, puoi raccontare? La nostra politica è molto chiara. Siamo tra i primi sostenitori dei blogger iraniani, molti nostri collaboratori hanno un proprio blog. Tutto ciò che esce su Radio Zamaneh però è pensato appositamente per la radio. Poi, i nostri collaboratori possono ripubblicare tutti i contenuti nelle proprie pagine, ma devono indicarne la provenienza. L’idea è di promuovere l’attività dei blogger, cercando anche di valorizzare il loro lavoro, chiedendo loro di scrivere per noi, che vuol dire rispondere al nostro standard. Da questo punto di vista, il nostro è un ibrido. Il giornalismo partecipato è un tema molto delicato: se vuoi promuoverlo, devi creare delle strutture, offrire delle opportunità. Poniamo, ad esempio, che tu viva in una piccola città in Iran: assisti a un grave incidente, e vuoi raccontarlo. Se sei un giornalista preparato, scrivi il pezzo e ce lo mandi; se fai video, invece, puoi caricare il filmato e mandarlo alla radio, dove poi noi lo montiamo, aggiungiamo il sonoro, e finalmente lo pubblichiamo online. Purtroppo in Iran la connessione non è velocissima, a volte va e viene, e il nostro sito non è sufficientemente attrezzato... [ continua ]

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La grande disfatta

L’aumento delle truppe in Iraq e l’apertura ai Sunniti sono mosse ormai tardive. Il rischio di una disfatta peggiore del Vietnam. La rinuncia ai sogni imperiali ed egemonici dell’America. L’Iraq deciderà chi sarà il prossimo presidente. L’inevitabile scelta di sedersi a un tavolo con l’Iran. Intervista a Andrew Arato.

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Cooperazione sostenibile

Una cooperazione troppo spesso pensata e decisa lontano dai paesi interessati; l’esperienza dell’Osservatorio dei Balcani, per un’informazione che contribuisse alla formazione dei cooperanti; il grande cambiamento introdotto dalla "dottrina” Clinton, volto a egemonizzare le future vie dell’energia. Intervista a Luca Rastello.

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L’errore, all’indomani della Liberazione, di imputare tutti i problemi alla colonizzazione e l’incapacità di far fruttare il capitale della lingua francese; una laicità che stenta ad affermarsi e la convinzione che la questione decisiva, anche per la democrazia, sia l’emancipazione femminile; intervista a Mohammed Harbi.

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Quando è scoppiata la rivoluzione, in strada, a manifestare contro Ben Ali, c’erano anche giudici e avvocati; un sistema, quello della giustizia tunisina, da riformare profondamente, in tutte le sue articolazioni, a cominciare dai poliziotti; la fase della giustizia, a cui deve seguire la riconciliazione. Intervista a Wahid Ferchichi.

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Una dinamica profonda, con al centro il conflitto fra ortodossia e modernizzazione, preesistente alla stretta del 2009, ha bisogno di tempo per svilupparsi; il 70% della popolazione sotto i trent’anni; a scanso di effetti boomerang la questione nucleare deve essere ispirata a valori universali e di equità. Intervista a Pietro Marcenaro.

Di fango e paglia

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Un Islam europeo

A Drancy, dove convivono una forte comunità musulmana, ma anche piccole comunità ebraiche, cattoliche e protestanti, è in corso un esperimento di dialogo interreligioso; il problema dei finanziamenti delle moschee e quello, altrettanto cruciale, della formazione degli imam. Intervista a Hassen Chalghoumi.

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La fallimentare avventura irachena, tutt’ora senza sbocchi, ideata e decisa ben prima dell’11 settembre, quando la destra americana si convinse che, con la fine della Guerra Fredda, all’America si presentava un’occasione irripetibile per affermare anche territorialmente l’impero. La convinzione americana che l’Europa non fa paura. La novità della legalizzazione della tortura. Intervista a Philip Golub.
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Dopo l’11 settembre una parte della sinistra americana s’è fatta contagiare dalla febbre patriottica. L’impossibilità di inseguire la destra, di far compromessi, sul terreno dei valori dominanti negli stati del sud: "God, Guns, Gays”. La necessità di tornare ai valori pragmatici della giustizia sociale. Un cosmopolitismo che oggi può trovare in internet uno strumento straordinario. Intervista a Stephen Eric Bronner.
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Una sinistra che è stata incapace di simpatizzare con le vittime dell’11 settembre e che poi di fronte al Patriot Act che rompeva il quadro dei diritti costituzionali non ha saputo che gridare al fascismo. La sottovalutazione del problema della sicurezza. Col rigetto della guerra in Iraq la sinistra rischia di rigettare ogni possibile uso della forza. Il rischio di elezioni libere in Egitto. Intervista a Michael Walzer.
I due elettricisti

Perché trent’anni di occupazione ingiusta dei Territori palestinesi hanno favorito il progresso economico e sociale dei palestinesi. La possibilità di lavorare in Israele, di esportare e importare i prodotti locali, l’inizio degli investimenti dei palestinesi in diaspora e degli stranieri. Il disastro della seconda Intifada. Il problema della sicurezza, che per Israele viene prima di tutto, e che rischia di far naufragare ogni progetto di sviluppo. I nuovi imprenditori palestinesi, giovani dei Territori che si sono guardati in giro... Intervista a Ephraim Kleiman.
Il funzionario dell'Ohio

America mostro imperialista o forza complicata? Le due sinistre americane che non si parlano più. L’errore grave di non condannare Saddam Hussein. Il problema di un partito democratico che in tante zone del paese non è presente sul territorio. L’attacco della destra alle istituzioni ‘ancora democratiche’ come le università attraverso la denuncia di presunte discriminazioni. Intervista a Todd Gitlin.
La neo-umma

Una rivoluzione silenziosa che ha visto crescere in Europa una presenza musulmana sempre più consistente. Il senso di esclusione dei giovani e la radicalizzazione jiadista di una parte, per ora esigua, di loro. L’immaginario di una neo-umma minacciata da un Occidente demonizzato. Il senso di umiliazione vissuto tramite la tv. Immolarsi, non già per il paradiso, ma per una causa sacra. Intervento di Farhad Khosrokhavar.
Teocrazia
e imperial presidency

La teologia del "dominionismo”, che nega ogni separazione fra stato e religione e che sulla base di una lettura letterale della Bibbia vorrebbe che il Dio cristiano dominasse la vita degli uomini, pur non dichiarando apertamente i propri scopi, è sempre più diffusa negli Stati Uniti. Il pericolo di un aumento delle prerogative presidenziali. Un dialogo sulla destra religiosa fra Riccardo Gori-Montanelli e Aaron Thomas.


Ora che i mariti
sono tornati

Le donne palestinesi stanno discutendo di come far valere i loro diritti nella futura costituzione. Il problema dell’inter-pretazione della legge islamica, finora al maschile. L’esempio illuminato tunisino e la beffa subita dalle donne algerine. La tradizione inventata del velo e il rischio che la donna diventi oggetto di negoziato fra islamici e Olp. Il grande realismo della donna araba. La possibile delusione sugli accordi. Intervista a Ruba Salih.
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Le donne algerine, dopo aver sfidato in questi anni il terrorismo integralista difendendo la vita quotidiana delle donne, dopo essere andate a votare in massa dimostrando quanto fossero false le analisi che prevedevano un bagno di sangue, ora si stanno organizzando per la lotta politica contro quell’infame codice della famiglia che le condanna ad essere minorenni a vita. Intervista a Khalida Messaoudi.
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L’originalità di politiche e gesti di Barack Obama non si esaurisce nel suo carisma e nell’uso della rete, ma affonda nell’infanzia segnata dalla madre antropologa, nell’esperienza di organizzatore di comunità e ad Harvard. La figura e il ruolo di Saul Alinsky e l’importanza dell’arte di ascoltare. Intervista a Marianella Sclavi.

Il potenziale
di cambiamento

L’Amministrazione di Obama si sta dimostrando aperta al dialogo, non islamofoba e capace di criticare Israele. La questione, intricata, di Pakistan e Afghanistan. L’importanza di tenere alta l’attenzione in Iran, senza però interferire. L’impegno del ritiro dall’Iraq, ormai improrogabile.
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La nostra casa

Quella mattina, poco dopo la fine della guerra, in cui si presentarono tre palestinesi e chiesero di dare un’occhiata alla "loro” casa, la difficile scelta di farli entrare e poi la nascita di un’amicizia e la decisione di fare della propria casa una "open house” per israeliani e palestinesi.
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Due sarte togolesi

Un’associazione, Seniores, che mette insieme professionisti prossimi alla pensione disponibili a viaggiare e a trasmettere gratuitamente l’esperienza accumulata nel corso della vita e l’idea di due sarte di fare un corso di alfabetizzazione femminile nel mercato principale di Lomé...
Intervista a Paola Piva.
Posso sempre
andare in Ecuador!

All’indomani delle elezioni locali, in cui questa volta hanno votato anche i serbi, il Kosovo si presenta come un paese "quasi normale”; il paradosso di un paese al centro dell’Europa i cui abitanti non possono andare da nessuna parte e i problemi di un’economia che stenta a partire.
Intervista a Vjosa Dobruna.
In Cecenia è genocidio?

Il 20% della popolazione uccisa, il 50% profuga. Un terrorismo di Stato circondato dal silenzio di una stampa imbavagliata. La disperazione dei ceceni. L’indifferenza colpevole dell’Europa. Intervista a Olivier Dupuis.

Bob Dylan a Teheran

Democrazia in Iran, difesa dei diritti umani, dare voce a chi vuol diffondere le proprie idee, sono gli obiettivi di una radio fondata da iraniani emigrati che trasmette dall’Olanda; un sito con un milione e mezzo di passaggi al mese, molti dei quali dall’Iran dove sono attivi 62.000 blogger... Intervista a Kamran Ashtary.





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