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La difesa
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Il cancro da "male incurabile” sta trasformandosi, grazie all’avanzamento delle cure e alla loro personalizzazione, in un male cronico, che si può tenere a bada, impedendogli di impossessarsi della propria vita. La battaglia principale è la difesa della normalità. L’importanza della psicologia oncologica. La grande paura del dolore, che oggi però può essere debellato. Intervista a Anna Segre.

storie

  

UNA CITTÀ n. 163 / 2009 Marzo

Intervista a Chino Piraccini e Guido D’Altri
realizzata da Gianni Saporetti, Andrea Babini

OH SI’, LA STORIA CI CAMBIERA’...
Una chiesa ormai pura istituzione, incapace di profezia, aggrappata a leggi fatte da lei stessa, senza fondamento teologico, come il celibato o il modo di nominare i vescovi, con seminari faraonici del tutto deserti, i monasteri in vendita, la quasi totalità dei preti di interi continenti che ha la donna, con parroci disperati a correr di chiesa in chiesa a dar l’Eucarestia o a dover star dietro a sacramenti senza ormai alcun senso e inventati a suo tempo per fare il numero sette... Intervista a Chino Piraccini e Guido D’Altri.

Chino Piraccini, già vicerettore del seminario regionale di Bologna, sposato, vive a Cesena. Guido D’Altri, già parroco a Ravenna, sposato, vive a Ravenna.

Voi siete preti che a un dato punto siete andati in crisi, avete chiesto la dispensa dal celibato, vi siete sposati e ciononostante rimanete preti. Volete raccontare un po’?
Chino. La crisi mi coglie negli anni 70, mentre sono vicerettore al seminario regionale di Bologna, subito dopo i tempi di Lercaro, Dossetti e Bettazzi, a cui poi sono subentrato un po’ nell’insegnamento di filosofia teoretica, mentre lui andava ausiliare a Bologna e poi a Ivrea. A un certo punto ci siamo resi conto che dopo il Concilio, che apriva orizzonti molto ampi e vasti, stava arrivando invece una chiusura, agevolata dal fatto che i sedici documenti non erano mai stati assimilati da un certo episcopato fermo praticamente al Concilio Vaticano I e al Concilio di Trento, e che quindi le novità le aveva solo subite. Così mentre noi ci aspettavamo di continuare un cammino in avanti, l’impressione forte era che si cercasse, non solo di frenare, ma proprio di tornare indietro. Durante i ventisei anni di papa Wojtyla e tuttora, con papa Ratzinger i segnali di un ritorno indietro sono molto precisi. Non per niente papa Wojtyla e Ratzinger sono stati insieme per circa trent’anni, a Roma, e in un punto chiave, che era la Congregazione della Dottrina della Fede, o ex Sant’ Uffizio. Qui si è portata avanti sistematicamente, anche se in maniera soft, ma in realtà molto occhiuta, una vera opera di restaurazione.
In che senso soft?
Nel senso che non si ripristinava certo l’Inquisizione dove, ci diceva il nostro vecchio professore di Sacre Scritture, fino agli anni Trenta menavano pure, e però la riduzione al silenzio di tutte le voci innovatrici, dalle rettorìe dei seminari a quelle delle facoltà universitarie, dai direttori di giornali ai superiori di ordini religiosi, sia generali che locali, fu attuata con sistematicità. Celebre il caso del manifesto dei teologi, con il nostro Carlo Molari, Ortensio Da Spinetoli, e tanti altri, ma poi c’è una lunga serie di teologi che furono messi a tacere, quando non ridotti allo stato laicale, che è del resto un’espressione molto impropria, teologicamente non corretta, meglio ancora dire: sospesi a divinis, quanto meno. Ma quando ti riducono in penam allo stato laicale, come capitò all’ex abate di San Paolo Fuori le Mura, Giovanni Franzoni, vuol dire evidentemente che c’è uno scontro di visioni teologiche. Questo a noi diede molto fastidio, perché speravamo che la grande apertura continuasse. Senza aspettarci certo che si gridasse: “Avanti con le comunità di base, avanti con la teologia della liberazione”, e però neanche che si procedesse a uccidere tutte queste esperienze innovatrici. C’è un libro di Giancarlo Zizola, di qualche tempo fa, La restaurazione di papa Wojtyla, dove sono descritti, uno a uno, tutti i punti nevralgici dove ha colpito, riducendo al silenzio ed estromettendo. Ora, sapendo cosa succedeva nella gestione ordinaria della vita della Chiesa a me poi faceva male anche assistere al successo enorme, a base di folle oceaniche osannanti, di papa Wojtyla, certamente grande attore e grande comunicatore.
Cosa vuol dire gestione ordinaria?
Chino. Come faccio a farti i vescovi, come te li nomino, come ti nomino i superiori religiosi a cominciare dal papa nero dei gesuiti, a cominciare dalle facoltà teologiche; quali persone metto dentro? Si aveva il terrore di avere persone che andavano avanti, troppo avanti.
L’immagine poi di un Wojtyla che in Cile appare con Pinochet dal balcone del palazzo. Ecco, quello per me è stato un segnale pauroso: la teologia della liberazione, sospettata di collusione col comunismo, doveva essere uccisa, verso i suoi esponenti si diventava delle belve, mentre si aveva un occhio di riguardo per la destra militare. Non per niente non è mai stato fatto cardinale Helder Camara, un uomo di grande spessore evangelico, di grande testimonianza, tant’è vero che più volte hanno tentato di eliminarlo, la sua casa è crivellata di colpi. E come ci si è comportati di fronte al vescovo di San Salvador, Oscar Romero?
Un comportamento assolutamente indegno. Mentre si procedeva alla beatificazione e alla canonizzazione di Pio IX, della quale Paolo VI aveva detto: “Non ne parleremo mai”, o alla santificazione di Pio X, il papa che sacrificò i modernisti, su Oscar Romero, che andava fatto beato e santo immediatamente, in nome del martirio, bastava quello, ipso facto, martire e altissimo testimone!, si continuava a discutere ancora se, e in che misura, fosse stato in qualche modo legato alla teologia della liberazione. Ma insomma, vogliamo scherzare! Questa è stata una delle ragioni della mia profonda crisi.
L’altra è stata l’invadenza forte, debordante, che si allargava a macchia d’olio, di Comunione e Liberazione, che invece al tempo di Paolo VI era guardata con occhi anche sospetti. La Romagna era “il covo” della grande esperienza di Luigi Giussani. Noi facevamo una gran fatica a condividere soprattutto il legame fede e politica e più in generale l’abbandono sistematico, favorito dall’ascesa di papa Wojtyla, della visione problematica di papa Montini in nome del ristabilimento di certezze, di sicurezze granitiche, anche in campi dove si poteva essere piuttosto perplessi. Quando Giussani venne al seminario regionale a dirci che l’esperienza socialista, con Nenni, Lombardi, era assolutamente deleteria, e che bisognava ritornare ai “sani principi”, quando ho sentito questo, quando ho sentito questa sterzata a destra in nome dell’ortodossia teologica, ho detto: “Caro don Luigi, non ci capiamo più. Non è di tua competenza venirmi a dire come bisogna votare”.
Torniamo alla gestione ordinaria, che proprio in quegli anni segnala l’inizio di una crisi che non ha più finito di acuirsi…
Chino. Sì, è il periodo in cui si svuotano i seminari di tutto il mondo. Tutti seminari nuovi, minori e maggiori, e tutti che sistematicamente si svuotano. Andate a vedere ovunque, cosa ne hanno poi fatto, dei seminari, e vedrete che a distanza di pochi decenni dalla loro costruzione sono affittati a questo e a quello...
Guido. In Emilia Romagna, per esempio, negli anni fine ’50-60, praticamente sono stati fatti nuovi tutti i seminari, quello di Cesena, di Forlì, di Rimini, quello regionale di Bologna, che costò una cifra esorbitante, sei miliardi nel 1965 e che ora, di passaggio in passaggio, è andato a finire all’Istituto Rizzoli…
Chino. Il quale ora l’ha venduto a sua volta alla Regione, perché non era adatto strutturalmente...
Guido. Oggi questi palazzi sono del tutto vuoti, e vedere questi enormi corridoi ipotizzati ancora per 60, 100, 200 piccoli seminaristi, completamente deserti, spettrali, fa un’impressione enorme, perché ti dà la dimensione della perdita di ogni senso della realtà da parte della chiesa. Ti stava per cadere il mondo addosso, e tu non ti sei accorto di niente. Costruivi seminari come se ci fossero ancora le parrocchie che ti mandavano ognuna tre ragazzi, o quattro, per cui alla fine avevi sempre cento, centoventi seminaristi in ogni seminario. Ma poi questi corridoi, queste camerette ti danno l’idea di come erano impostati, lontani da tutto. Mi ricordo invece, quando sono stato in Brasile, che loro il seminario lo concepiscono in tutt’altro modo: tu vuoi fare il prete? Prenditi un appartamento, fai la vita che fa la gente, vai a lavorare come fanno gli altri, noi ti aiutiamo a studiare, però stai in mezzo alla gente. Non ti formiamo noi, culturalmente, ti forma la gente con la quale tu devi andare poi a lavorare. Per cui piccoli appartamenti, nei quartieri in mezzo alla gente.
Chino. Ma non capivano, anche quando ormai il fenomeno l’avevano sotto gli occhi e stava succedendo dappertutto.
Mancava proprio il respiro culturale. Ingenuamente, stupidamente anche, si continuava a dire: “Ah, dal ’68 al ’72 si sono svuotati i seminari, anche il seminario regionale? La responsabilità è dei preti superiori, che sono lì dentro”.
Non si era neanche capito che se i seminari nell’immediato dopoguerra erano pieni era perché erano tra i pochi luoghi dove si poteva studiare, non c’era la media d’obbligo fuori. La media d’obbligo arriva nel ’63.
Quindi prima c’era una grande abbondanza di preti?
Chino. Con una quantità enorme di preti ordinati, il nostro vescovo Gianfranceschi, benedetto che sia nel profondo del paradiso, poteva fare quello che voleva. Arrivava a dire: “Tu non puoi fare delle obiezioni di coscienza -su questo o quel tema, dal rapporto fede e politica, o quando arriva la legge sul divorzio- da quando mi hai promesso obbedienza, la tua coscienza sono io”. Quindi sradicando un concetto che, finalmente, col Concilio Vaticano II, dalla tradizione luterana, dopo quattro secoli, eravamo riusciti a fare nostro. Niente da fare: resisteva un modo di ragionare episcopale, che ti dice: la tua coscienza sono io. Quindi l’obbedienza perinde ac cadaver, tipica della peggior storia della chiesa gesuitica; l’obbedienza cieca, perinde ac cadaver, che vuol dire: come se tu fossi un morto. “Ti metto nella cassa, ti sposto dove voglio. Va bene? Zitto”. E infatti si veniva mandati a fare i cappellani con dei preti e dei parroci che spesso il Concilio non sapevano dove stava di casa. Quindi il disagio era piuttosto profondo.
Così in nome della libertà del cristiano, che, insomma, è una delle opere di Lutero -non puoi essere mezzo uomo, mezzo prete, mezzo, mezzo, anche meno- appena è stato possibile, appena abbiamo avuto la possibilità di un’alternativa, l’abbiamo imboccata. Va detto che io disponevo anche di una laurea civile, perché se no sarebbe stato ancora più difficile, come lo è stato per altri preti. E tanti infatti, non avendo alcuna possibilità di autonomia economica, non hanno mai potuto decidere. Quindi abbiamo fatto la domanda...
Ma perché una caparbietà così ostinata a difendere il celibato?
Chino. Chiesa, carisma e potere. E’ quello che si diceva prima: io il prete celibe lo sposto come succedeva una volta ai carabinieri, che non potevano sposarsi fino a 30 anni, lo sposto a seconda del bisogno e della necessità, da qui a là, e non ho i problemi del carrozzone della famiglia, che quella è una palla al piede. Fino a che i preti non avranno un crollo verticale, il numero dei presbiteri, sul punto non cederanno, assolutamente, perché è lì che si fonda ancora il loro potere. Se un domani il prete avrà famiglia dovrà avere anche una capacità di autonomia economica, ci dovrà essere la distinzione netta tra ciò che è finanza locale, della chiesa, e ciò che invece è mantenimento suo personale e questo creerà autonomia, radicamento.
Apriamo una parentesi. Cos’è la dispensa, esattamente?
Chino. La dispensa sarebbe di per sé la dispensa dagli obblighi celibatari, per avere poi la possibilità di frequentare tutti i sacramenti, dal matrimonio a tutto il resto. Per un certo periodo loro hanno tentato di convincere a trasformare la richiesta di dispensa in richiesta di annullamento, che vuol dire rendere proprio invalida l’ordinazione, poi hanno visto che era pericoloso.
Guido. La dispensa è un rescritto, firmato dal Papa, in risposta a una domanda che dice: “... chiedo la dispensa dal celibato”. In Vaticano la Congregazione addetta nomina una persona che generalmente è uno della Sacra Rota che ti fa questo processo: ti chiama, ti dice, ti chiede, poi esaminano la questione, e il papa emana il rescritto di dispensa dal celibato.
In assenza di dispensa si resta però preti?
Guido. Comunque, si resta preti. A meno che non ci sia la questione che dicevo dell’annullamento, che avviene esattamente come per gli sposati che lo chiedono: noi ci siamo sposati, poi, a un certo punto lei dice: “Io credevo di sposarmi un uomo, invece era un leopardo...”. Valgono le stesse regole anche per i preti. Come ti dicevo la Chiesa per un po’ proponeva l’annullamento, perché diceva: diamo la dispensa, poi quello rimane ancora prete e chissà cosa combina. Così ti diceva: guarda che forse è meglio che tu dica che quando ti sei fatto prete non eri capace di intendere e di volere, ti chiama lo psicologo che dice che tu probabilmente avevi delle pressioni, della zia, della nonna, della mamma...
Io, per esempio, quando ho incontrato monsignor Tampieri, la prima cosa che gli ho detto è stata: “Sia ben chiaro, io non chiedo l’annullamento, se parliamo di annullamento mi alzo e vado via. Io chiedo la dispensa, perché io ero capace di intendere e di volere, perfettamente, quindi lo sapevo allora, lo so adesso quello che faccio, chiedo la dispensa dagli obblighi celibatari, che voi avete collegato, in un certo momento della storia, all’ordinazione. Per cui io chiedo l’annullamento di quella parte lì”. Così sono stato dispensato, e ci siamo sposati in chiesa, per cui io sono prete sposato, in chiesa. E io, per provocare, perché non me ne fregava niente, chiesi pure la benedizione del papa, come si usa fare, no? Era una provocazione, ma arrivò il telegramma del papa che benediceva le nozze. Senonché il prete fifone che ci ha sposato, terrorizzato dall’idea di leggere questa cosa qui, che a lui sembrava una cosa blasfema, mi disse: “Non è arrivato”. Il giorno dopo mi telefona: “E’ arrivato adesso, vieni su a pagarlo”.
A pagarlo?
Guido. Sì, perché il Vaticano non te la dà mica gratis la benedizione del papa. Io ci rido sopra, ma per dire di questi poveri preti che non sanno dove mettere le mani...
Chino. Io, per esempio, come tanti altri, la dispensa l’ho ottenuta, ma dalla Congregazione per la Dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio, al tempo del cardinal Seper, che era predecessore del cardinal Ratzinger. E anche lì c’è stato da lottare parecchio, perché, allora puntavano agli annullamenti. Adesso ci vanno adagio ad annullare le ordinazioni, perché hanno capito che annullando l’ordinazione viene annullato tutto quello che hanno fatto in precedenza.
Guido. Matrimoni, battesimi…
Chino. Hanno detto: “Madonna, ma allora ha un valore retroattivo, tu hai fatto quello che non dovevi fare!”. Chiaro? Si sono resi conto dell’enormità teologica che stavano combinando.
Guido. Se c’era un cristiano che diceva: se l’avete annullato, io voglio essere ribattezzato, voglio essere ri-sposato perché il mio matrimonio non vale! Diecimila, centomila persone che cominciano a dire così metton su un subbuglio mica da poco.
Da un punto di vista dei numeri, cosa si sa? Sono più gli annullamenti o più le dispense?
Guido. Tempo fa c’erano molti annullamenti, perché proprio il Vaticano aveva stretto, per cui la gente se ne andava ugualmente e subiva l’annullamento. C’è il caso di un prete che conosciamo, che accettò l’annullamento, poi in là negli anni, dopo che sua moglie era morta, chiese di rientrare e non fu possibile.
La mia impressione è che molti, oggi, se ne freghino di tutto e se ne vadano, senza chiedere neanche la dispensa. Sarei curioso di sapere com’è la situazione di Vito Mancuso.
Chino. Dicono che non è prete...
Guido. E’ prete, è prete. Vorrei sapere se ha la dispensa...
Quindi il dispensato resta prete, ma cosa può fare, come prete?
Guido. Può fare tutto quello che vuole, solo che questi vescovi, per paura, non ci fan fare nulla. Se io andassi in Brasile, oggi, non direi solo la messa, sarei parroco di una parrocchia di 500.000 abitanti, farei i battesimi, farei tutto, ma siamo in Italia, fanno fatica proprio a guardarti.
E l’espressione “riduzione allo stato laicale” cosa significa?
Chino. Nulla. E’ un’espressione priva di qualunque contenuto teologico, perché è un’espressione tipicamente feudale, laddove c’era il clero, diviso a sua volta fra alto e basso, disgiunto dal mondo laicale. Oggi non c’è niente da ridurre, perché laici lo siamo tutti. Il problema è se l’ordinazione è valida o no. Punto e basta.
Questo è abbastanza importante da sottolineare. E vi racconto un altro fatto a proposito delle nostre dispense. Un’altra cosa che ci è capitata è stata quella di far domanda nel periodo a cavallo dei tre papi. Il cardinal Poma aveva promesso “tre mesi” per una dispensa e invece siamo rimasti incastrati. Noi presentiamo domanda nel 1978, ad agosto muore papa Montini, le domande ce le ha lui, 6000 domande, già con il consenso della Commissione che dice “pro gratia”, però lui non ha fatto in tempo a firmarle e va tutto a papa Luciani. Papa Luciani è durato un mese, non sappiamo neanche bene di cosa è morto, poverino, e tutto è rinviato a Wojtyla. Arriva Wojtyla e cambia tutto. Prende un provvedimento restrittivo e lo rende retroattivo, dicendo: “Ah no, io non posso mica... Adesso sono 8000 le domande, no, no, no, io non posso mica dispensare a livello amministrativo quello che voi avete promesso davanti a Dio. Io non posso intromettermi tra voi e Dio”.
Questa fu l’argomentazione teologica, dimenticando che la legge del celibato è una legge semplicemente umana, ecclesiastica, non di origine divina, Dio non c’entra nulla.
Quindi Wojtyla blocca, ma allora come avete ottenuto la dispensa?
Andando a Radio anch’io. Mi chiama la sede Rai di Bologna, per un servizio che dura tutta una mattinata, e mi chiede: “Allora, cos’è ’sta roba?” “Io ho chiesto la dispensa nel ’78, siamo nell’80 e non è ancora arrivata, perché i provvedimenti che sta prendendo papa Wojtyla sono restrittivi e retroattivi. Non lo fa neanche il diritto romano, quello di rendere retroattivo un provvedimento restrittivo, casomai il contrario”.
La dispensa è arrivata nello spazio di una settimana, perché l’unica cosa che temono, a Roma, è la confusione che si può fare attraverso la stampa e la televisione. E’ incredibile.
Io, nel frattempo, avevo dovuto fare, per correttezza, il matrimonio civile, subito, nel ’78, alla chetichella. Il vescovo di Cesena, di cui non faccio il nome, lo viene a sapere per caso, perché la radio a Cesena mi fece gli auguri lo stesso giorno, e mi manda a dire: “Guarda, Chino, che io purtroppo devo mandarti la lettera di scomunica”, late sententiae perché tu fai un matrimonio civile e per il codice di diritto canonico vale praticamente la vecchia impostazione, per cui tu lo fai come in odium fidei. “No, non lo faccio in odium fidei per niente, non lo posso fare in chiesa subito perché non ho ancora la dispensa, quindi lo faccio civile, ma non in odium fidei, non ci penso neanche. Quindi se lei vuol mandare la lettera di scomunica, di dire, cioè, che non posso fare la comunione, lo faccia, ma stia attento, perché lei mi conosce e si ritorcerà contro di lei come un boomerang”. Difatti non mandò un bel niente, e feci il civile. Due anni dopo, quando arrivò la dispensa, facemmo quello religioso, in chiesa, a Celincordia.
Ma quanti sono i preti che abbandonano il celibato?
Chino. Oggi molti non chiedono neanche la dispensa, forse sono i più, quelli che non chiedono, perché non capiscono per che cosa, a cosa serva. Se uno vuole essere fedele al codice di diritto canonico, fa la domanda di dispensa, ma sono molti quelli che non ce l’hanno, forse sono metà e metà, probabilmente. Nel complesso si parla di 110-120 mila, quindi un quarto del clero mondiale, insomma. E’ tanto, no?
Quindi dovrebbe essere una preoccupazione seria, per i vescovi, per il papa. Tanto più che il condizionamento del presbiterato a una legge celibataria è priva di ogni fondamento biblico, completamente. Per il primo millennio questa legge non c’era. L’arcivescovo di Ravenna lo sa benissimo. Noi abbiamo, in una delle chiese madri di Ravenna, l’arcivescovo che va a morire, nel VI secolo, sulla tomba della moglie, ed era un sant’uomo. Oppure i cinque figli del vescovo. E’ tutto descritto nella chiesa.
Nei primi anni del 1800 noi, anche qui in Romagna, ogni 120 persone avevamo un prete, e le suore tre volte in più. Oggi abbiamo un prete ogni duemila persone. Ma allora, dico io, facciamo dei gran diaconi, magari sposati, e i preti prendiamo quelli che ci sono. Già oggi in caso di necessità noi possiamo fare i sacramenti, lo dice il codice di diritto canonico. Invece, niente. Ci lasciano a non far niente.
Guido. In tutto questo si vede proprio la pesantezza di un’istituzione che non riesce a dare un senso alla vita che cambia. Non è più una Chiesa profetica, capace di leggere il tempo e la novità. Se oggi noi, e sarebbe un’altra indagine interessante che “Una Città” potrebbe fare, andassimo a vedere in una città quante parrocchie sono senza prete. Vent’anni fa quelle parrocchie non solo avevano il parroco, ma avevano il cappellano, a volte due. Vent’anni! E fra vent’anni cosa succederà? E noi siamo lì, ci mettiamo le mani nei capelli, diciamo: “Oddio, non abbiamo più preti, oddio...”. Non sappiamo dire altro che “Oddio non abbiamo più preti”.
Qui si vede proprio una Chiesa che è diventata talmente sclerotizzata, talmente istituzione, da essere incapace di dare una risposta a una situazione nuova. In questa situazione se proprio non vuoi arrivare all’abolizione del celibato, fai i viri probati. L’esperienza dei viri probati potrebbe essere interessantissima. Hai un’infinità di coppie, di uomini sposati, bravi, preparati, che hanno guidato un’azienda, che hanno guidato un ufficio, che hanno portato avanti una comunità, che hanno lavorato, che hanno tirato su dei palazzi lavorando da muratori, che potrebbero essere capacissimi, capacissimi. Gli fai una preparazione teologica, biblica soprattutto, di un anno o due, e quelli sarebbero degli ottimi conduttori di comunità. Ma c’è il celibato... E’ veramente un’ossessione che ottunde la mente e ti rende incapace di capire.
Ecco quando l’istituzione diventa oppressiva: tu che sei stata mandata a salvare la gente, a condividere il pane, a dare l’Eucarestia, preferisci che ci siano delle comunità senza Eucarestia, piuttosto che tirarti via da questa paranoia, da questo condizionamento della storia...
Già adesso sulle nostre colline ci sono comunità intere che la domenica rimangono senza Eucarestia, perché quell’ignorante del vescovo è legato al suo condizionamento storico, non è capace di chiamare lui, sua moglie, eccetera, dire: “Vi ordino sacerdoti perché voi lì siete...”. Pur di rimanere aggrappati al celibato, non solo non chiami i viri probati, non solo fai rimanere delle comunità senza Eucarestia, ma a questi poveri preti gli dai sette, otto chiese, per cui arrivano di corsa, tac, ti fanno la messa, e poi via, tac, “questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”, tac tac tac, e poi via.
La verità è che all’interno della Chiesa non si sa più chi è il prete. Si pensa che il prete sia l’uomo celibe, che è stato ordinato, quando poi sappiamo benissimo chi sono quei preti disgraziati: in Germania non c’è un prete che non abbia l’amante, in Sudamerica i preti ti ridono dietro se vai a parlare di celibato, in Africa il problema semmai è la poligamia.
Io sono stato chiamato a una trasmissione a una tv svizzera, per un contraddittorio con Maggiolini, sì il vescovo che adesso è morto, e si parlava di queste cose qui, e la televisione aveva preparato un servizio, in cui avevano fatto una piccola indagine tra i preti: “Tu cosa ne pensi del celibato?”, e tutti ridevano: “Celibato, ma che roba è il celibato?”. Erano i preti stessi, in televisione, a dire così. Svizzeri. Ho ancora la cassetta.
Il mio parroco era per il celibato, ma per un motivo prosaico, per difendere l’autorevolezza del prete. Se io ho dei figli -diceva- e metti che un mio figlio cada nella droga, come faccio io a parlare con il parrocchiano che viene a chiedermi consiglio sui suoi figli?
Guido. Io credo che i problemi non li risolvi stando lontano dai problemi. La tua autorità non la acquisisci dai libri, dandola agli altri dal di sopra e dal di fuori dei problemi; la tua autorità la acquisisci stando dentro le situazioni, anche sporcandoti le mani, a volte.
A Ravenna noi abbiamo avuto un prete che è morto alcolizzato, non molto tempo fa. Allora quello lì era forse al di sopra di tutto e poteva andare a parlare alla gente? La gente è là che lavora, che si affatica, che ha il figlio che si droga, che non riesce ad andare avanti, e tu puoi dare buoni consigli perché sei fuori? No, no, non ci credo.
La concezione è quella di Gesù Cristo, che si è incarnato dentro le situazioni, e dal di dentro ha detto: “Come possiamo venir fuori da questa storia insieme?”. Cioè standoci dentro, nella real­tà, incarnandosi. Il cristianesimo non è star fuori. Che poi fuori non ci stai, perché poi hai il prete omosessuale, il prete che ha la donna, hai il prete pedofilo, hai il prete che va fuori strada perché si è ubriacato di notte, eccetera.
Chino. Anche don Lino, lo ricordi Guido?, è morto alcolizzato. Era confinato lassù da 24 anni, per penitenza, non l’han portato via più da quella parrocchia di Roversano. Storie terribili.
Per me, finché non si rivedrà in modo molto serio, profondo, responsabile il modo di nominare i vescovi, ho paura che sarà fatica uscire dall’ingranaggio di questa obbligatorietà della legge del celibato, molto difficile.
Non cederanno facilmente su questo punto. Perché si dice: “Non vorrai mica ridurre la Chiesa a una democrazia, la Chiesa non è una democrazia, è una comunione gerarchica”. Ma è comunione, il che richiede grande corresponsabilità, quindi dovrebbe essere un di più di democrazia, non un di meno. Qui, invece, si pensa che la democrazia sia qualcosa che avvilisce. La si insulta. Perché i vescovi devono essere nominati dall’alto? “Perché se no chissà che gran confusione fareste!”.
Così succede che se sbagli la partenza, un vescovo te lo tieni vita natural durante, magari, anche se crea un sacco di problemi. Un vescovo che dice a un suo prete: “Ma lascialo perdere, quello lì, tanto prima o poi lo prendo per fame”, non è proprio una gran fraternità, insomma. “Quello lo prendo per fame”: frasi dette da vescovi, con nomi e cognomi, giusto? E questo lo possono fare, perché, una volta vescovo, diventi pressoché inamovibile e nella tua diocesi, se non stai attento, finisci per esercitare pieni poteri, che nessuno può neanche discutere.
In un sistema così il rinnovamento diventa difficile...
Chino. Molto difficile. Vai a vedere perché il cardinal Re è lì, vita natural durante, dal tempo di Wojtyla, in combinazione con Ratzinger. E’ lui che ha la concistoriale in mano, ed è lui il responsabile, in fondo, di tutti i vescovi del mondo. E la concistoriale, come funziona? Attraverso amicizie. E con Wojtyla Comunione e Liberazione e l’Opus dei, fino ad allora invise, diventano movimenti portanti all’interno della vita della Chiesa. Perché Scola diventa Patriarca di Venezia? Perché arriva Luigi Negri vescovo a San Marino? Bene, di Luigi Negri vi faccio vedere dei testi che ha scritto su Galileo, due volumi per dimostrare che Galileo aveva torto marcio, che era un povero imbecille. Dico due volumi, ve li dò. E li ha scritti quando papa Wojtyla aveva chiesto già perdono nei confronti di Galileo.
Allora la domanda è: ma quali sono i criteri che usate per fare i vescovi? La capacità di fare apologetica come Luigi Negri? Ma per carità di Dio, per carità di Dio! Perché degli spropositi del genere, se io li trasferisco poi qua e là, rischio di contrabbandare per volontà di Dio, per volontà evangelica, quello che è un mio pensiero, anche abbastanza idiota.
Guido. Ma proprio per tutto questo io personalmente sono molto fiducioso. Ok, la Chiesa, non essendo più una realtà profetica, è incapace di dire parole nuove nella situazione che cambia. Però la storia è talmente forte, nella sua presenza, è talmente veloce, che sarà lei a cambiarci. Se vent’anni fa noi avevamo le parrocchie della Romagna tutte col parroco e il cappellano, oggi noi abbiamo un prete che deve badare a cinque o sei parrocchie. Cosa sarà fra vent’anni? Con un clero, che a Ravenna, per esempio, per l’80% ha più di 70 anni? I seminaristi di Ravenna sono tre, quattro, e poi combinano dei guai enormi. Ma stanno vendendo i monasteri, la Sacra Famiglia è venduta, l’Osservanza credo sia in vendita, il monastero del Monte, se non lo vendono adesso, non tarderanno molto... E’ tutto velocissimo.
Oh sì, la storia ci cambierà.
Mi ha colpito quel che tu, Chino, dicevi prima, del livello culturale quando parlavi del cardinal Poma, di Montini, adesso c’è Ratzinger…
Chino. Sì, il mostro teologico, che poi non è vero niente...
Ma comunque il livello culturale sembra molto grande. Perché c’è questo scarto fra il sapere tanto e il vedere così poco?
Guido. Questa cosa qui, tu la spiegazione la trovi, se studi Levinas, e se ti leggi il libro di Arturo Paoli, Ciò che cambia, ciò che resta. Qual è il motivo? Il motivo è che noi siamo ammalati di idea, di filosofia, e non abbiamo la capacità, invece, di interrogare la storia. Faccio un esempio, per farmi capire. Perché di fronte ai Pacs, alla fecondazione artificiale, subito scatta il “no, no, no”. Perché da una parte c’è la persona che ti chiede una cosa, dall’altra parte hai l’idea che “la natura non vuole”.
Ecco l’idea, “la natura non vuole”, per cui non riesci a dare la risposta concreta alla persona, per cui sacrifichi la persona all’idea.
Ma, di nuovo, qual era l’atteggiamento di Gesù? Cosa dice Gesù quando gli dicevano: “Mosè ha detto...”. Se hai letto bene il Vangelo di Marco, Gesù dice: “Non me ne frega niente di Mosè”. Dice proprio così, in greco, “non me ne frega niente di Mosè”, non me ne frega niente dell’idea, c’è la persona qui che ha bisogno, io rispondo alla persona. Quello è il Mosè presente...
Chino. L’uomo non è per il sabato, ma il sabato per l’uomo.
Guido. Quello lì è chiarissimo, loro avevano l’idea del sabato, in cui non potevi neanche muoverti. Se tu oggi vai in una casa di ebrei ortodossi, l’ascensore non ha i pulsanti, perché se è sabato non li puoi spingere, per cui l’ascensore si ferma in ogni piano. Questo è il problema: non dobbiamo rispondere a un bisogno concreto, alla persona, ma a un’idea, a un principio, dobbiamo rispondere a un qualcosa che è al di sopra. Noi siam venuti su studiando solo Platone, Agostino, San Tommaso, la filosofia medievale. In seminario, io son venuto fuori nel ’64, senza aver mai letto un giornale, non mi hanno mai fatto leggere un giornale, mi hanno solo fatto leggere della roba di tremila, duemila, mille, cinquecento anni fa. Noi abbiamo dovuto fare un lavoro enorme su di noi, per liberarci da questi condizionamenti.
Sai cosa vuol dire, per tredici anni sentirti dire: “San Tommaso, Sant’Agostino, i Padri della Chiesa, Dio ha detto, la verità, la natura...” e mai una volta che sia venuta a parlarci una donna, un operaio, un padre di famiglia, mai una volta... E allora io mi dicevo: “Ma i miei genitori, mentre io son qui a sentire ‘ste cazzate di Serafino Zardoni, ci sono i miei genitori là, che stan faticando come dei disgraziati a mietere il grano a culo dritto, ma io cosa sto a fare qui?” Queste eran le crisi vere, che poi fortunatamente mi hanno salvato.
Chino. Guido, non è Platone, è il modo di conoscere Platone, che è sbagliato.
Guido. Ma io non dico che non bisogna studiare. Ma tu mi insegni a non dare una risposta a una persona che ti rappresenta un bisogno, in nome di un’idea, è quello il problema. Io ho piacere di averla conosciuta, l’idea, però mi piace anche che non sia quella a condizionarmi.
Chino. Se tu vai a leggere “Ad catholici sacerdotii”, che è un’enciclica del 1931, quando si dice quali sono i requisiti necessari per essere preti, o vescovi, si parla, in latino, di costans animi dispositio ad studendo, di costante disponibilità allo studio, ma è rimasta lì, lettera morta. Ma è un vizio vecchio. Basta leggere Le cinque piaghe della Santa Chiesa di Antonio Rosmini. Qual è una delle piaghe di fondo? L’ignoranza più crassa del clero. Non si studia. Galileo che dice: “Sentite, anch’io sono aristotelico, ma se Aristotele fosse vivo, sarebbe con me, allora non avete capito”. E noi quanto ci abbiamo messo a capire che Galileo aveva le sue ragioni? Quattro secoli. Ma dove è scritto nel Vangelo che bisogna sempre arrivare in ritardo? Da nessuna parte. “Mi raccomando, arrivate sistematicamente in ritardo, perché così capirete come stanno le cose. Se anticipate i tempi, prendete delle cantonate”. Non c’è scritto. E invece questa è regola. Ma Rosmini è stato condannato. Il suo libro, Le cinque piaghe della Santa Chiesa, è stato messo all’indice. Quando l’han tolto? Al Concilio Vaticano II.
La Bibbia, in realtà, non la si legge. Monsignor Antonio Angioni, nostro direttore spirituale al Seminario regionale, in pieno Concilio, io sono stato ordinato nel ‘66, poi viene mandato vescovo ausiliare a Pisa, poi da Pisa a Pavia, dove è morto, ci diceva, col Concilio Ecumenico Vaticano II appena finito: “Quelle pagine lì della Bibbia sono da leggere, le altre no”. Quali sono da togliere, soprattutto, indovinate: il Cantico dei Cantici. Il Cantico dei Cantici, mai e poi mai, perché si parla dell’amore fisico...
Guido. Io mi ricordo come adesso, che sono arrivato in seminario regionale di Bologna per fare teologia, e il rettore, monsignor Pirotto, i primi giorni, arrivò con l’elenco dei libri della Bibbia che si potevano leggere e quelli invece proibiti. E stavamo studiando per diventar preti. Noi veniamo da questa formazione qui, eh.
Chino. Con mia moglie che era suora e subiva le stesse proibizioni ci scherziamo su: “Madre, ho 35 anni, posso leggere tutta la Bibbia? O quanto devo aspettare? La potrò leggere nel regno dei cieli? Ma dopo non è un po’ tardi, visto che dopo la Bibbia non servirà più a niente?”.
Guido, dicevi del seminario, del contrasto fra il dentro e il fuori. Puoi raccontare?
Guido. Io non posso dire sulla situazione attuale, perché sono fuori, e non mi interessa neanche più tanto. Quello che posso raccontare è quel che ho vissuto io, dal punto di vista psicologico. L’ingresso in seminario, cioè al liceo-teologia, è stato un trauma. Si faceva di tutto per immetterti in un mondo separato borghese, per cui c’era il rettore che in cappella, cioè in chiesa!, arrivava con il libro del galateo che dovevamo imparare. Il seminario era un’istituzione che aveva il compito di prendere queste persone rozze, provenienti generalmente dalla campagna, e portarle nel mondo borghese, in un altro mondo, cioè. Quindi ti separavano da tutto il tuo contesto. Io ho sempre sentito questo come una difficoltà, come un problema.
Come dicevo, è stata proprio quella mia cultura contadina, che avrei dovuto abbandonare, a farmi fare resistenza. Non mi sono fatto plasmare.
Una possibilità di liberazione l’ho avuta andando a Ravenna dov’era vescovo Baldassarri. Ecco, lui è stata la persona che mi ha spalancato le porte e le finestre. Mi chiamò e mi disse: “Ti mando in una parrocchia che non c’è mai stata, la devi costruire te, non c’è niente, però guai a te se fai una parrocchia tradizionale, perché la parrocchia così com’è non risponde più alle esigenze dell’uomo di oggi”. “Vai allo Stadio, non c’è la chiesa, c’è solo questa gente che viene dalle Marche, perché c’è l’Anic, questo enorme quartiere, però mi raccomando, non fare la chiesa tradizionale”. Quindi senza parrocchia, senza struttura, senza nulla.
Così abbiamo fatto in modo che fossero le case della gente a diventare la “chiesa”, e noi facevamo la cresima non in chiesa, ma in piccoli gruppi nelle catechesi dove i bambini andavano a fare il catechismo, in un giorno feriale, per non creare tutto quel meccanismo della festa, eccetera. Il pomeriggio, o la sera, arrivava il vescovo, che si prestava ad andare in 15 catechesi a fare 15 volte la cresima. Questo è stato Baldassarri, che io devo solo ringraziare perché ha fatto venir fuori tutte le mie potenzialità. Poi è arrivato Tonini, e ha detto: “Non si fa così, non si fa così e non si fa così”, e allora...
Chino. E siamo di nuovo sul problema della nomina dei vescovi. Oggi il vescovo è un funzionario che arriva da fuori, sempre da fuori, e deve rendere conto a Roma. E quello per il vescovo è un incubo: rendere conto a Roma, fare la relazione “ad limina”, riferire a Roma questo, questo e questo, e poi soprattutto portare i soldini, anche perché le basiliche costano, a Roma c’è una basilica ogni paracarro, siamo afflitti dal male della pietra che assorbe il 70% del tempo di un prete. Non per niente il vescovo si chiamava amministratore apostolico. Amministratore, uno che deve far bene i conti.
Guido. Il fatto che vengano da fuori a me ha fatto sempre molto problema. Tu sei a Ravenna, anche come prete, cioè ti conosci, ti trovi, hai amicizie, a un certo punto si deve fare il vescovo, inizia il patema, chi sarà, chi non sarà, e poi, tac, ti arriva uno che comincia a dire: “Tu fai così, tu fai così”... “Ooohh, ma tu che ne sai, quanto sei stato qui?”. E’ questo il problema. Io mi ricordo ancora un prete di Ravenna, don Giovanni Baldini, a Tonini che, appena arrivato, ha cominciato a sbragare tutto quello che aveva costruito Baldassarri, e che gli aveva detto: “Don Baldini, guarda che se non ti va bene, te ne puoi anche andare”, rispose: “Ma è stato lei, che è venuto qui, è lei che se ne va prima di me, se non le va bene la storia”. Aveva ragione, perché sei tu che vieni dal di fuori, come ti permetti? Ecco, questo atteggiamento proprio della mancanza completa di comunità colpisce. Qui siamo nell’istituzione che ti manda il funzionario, altro che comunità! Invece dovremmo essere una comunità inter pares che esprime, sceglie chi in qualche modo dovrà dirigerci.
Chino. Già. Tonini è una pecca di Enzo Biagi, è lui che l’ha portato fino al cardinalato.
Guido. Il cardinalato di Tonini è nato sulla disgrazia degli undici morti della MecNavi, a Ravenna. Undici morti bruciati vivi, a metà degli anni ’80. Grande panico nelle istituzioni, perché squarciava la situazione sul porto, dove, sai, tutti comunisti, il Pci che comandava il porto, e invece subappalti, subappalti, subappalti, con il ragazzo drogato che andava a lavorare la mattina per avere la sera i 30 euro per farsi…, quindi panico generale. Tonini salvò la faccenda, prendendo in mano la situazione, e rilegittimando le istituzioni a cui non parve vero di “riuscire finalmente a dialogare con l’istituzione cattolica...”. Si sono autolegittimati...
Chino. Già, Tonini. Questa la devo raccontare. Un giorno non ricordo a quale cerimonia arriva in ritardo perché era stato allo sposalizio del mare, e c’era un po’ di maretta, perché i genitori, i parenti, dovevano andare a cena. E lui cosa dice, anche per tacitare il brusio? Non credevo alle mie orecchie: “Silenzio, perché adesso vi parla Dio”. Mia moglie si ricorda tutto. Le dissi: “Ci troviamo di fronte a un pazzo, andiamo”. L’è brot, znì, cattiv (è brutto, piccolo, cattivo, ndr) ma se Dio è così che non mi compaia più davanti…
Guido. Sì, sì, io confermo. Era il periodo che diceva: “Adesso vi parla Dio”. Lo fece anche al seminario con i seminaristi che cominciarono a imprecare: “Ueh, ma cosa dici?”.
Voi avete da ridire anche sui sacramenti. Potete spiegare?
Chino. I sacramenti è tutto un capitolo da aprire. Innanzitutto come vengono dati. In un’epoca postcristiana, tu continui a darmi il sacramento più importante della visione di fede evangelica, a tre mesi, due mesi, un mese. E’ evidente che hai una concezione magica del sacramento...
Guido. Il problema grosso, Chino, che oggi crea angosce enormi nei parroci, è il catechismo per la prima comunione. Se voi andate nelle parrocchie, oggi, se fate un’indagine, c’è da ridere ma da ridere, perché è come una lotta del tiro alla fune: da una parte ci sono i genitori che dicono: “Devo far fare la comunione a mio figlio, perché non può mica stare senza comunione”, e però “non può mica andare anche al catechismo”, perché c’è la piscina, la scuola di ballo, c’è la musica, e allora c’è il tira e molla tra il parroco che dice “se non venite al catechismo non vi dò...”, per cui vengono, però poi la domenica non si vede nessuno alla messa. Andate a vedere le parrocchie.
A Ravenna c’è il parroco che mette i bollini: “Chi viene a messa la domenica ha il bollino per andare al cinema e per essere ammesso alla comunione e alla cresima”... E’ una lotta che stanno facendo i parroci, tutti: da una parte gli scappano via, non sanno come tenerli e dall’altra parte vogliono la comunione. E’ come una porta girevole, per cui entrano i bambini, con le mamme che tirano da tutte le parti, e poi appena fatto scappano via e non rimane più nessuno.
Chino. La cresima è confermazione, ma non c’è nella Bibbia, non c’è proprio. Perché si chiama confermazione? Perché, una volta che tu cominci a dare il battesimo quando non si capisce niente, allora tu devi confermare il battesimo un po’ più adulto. Ma io dove te la metto? A 9-10 anni, la cresima o confermazione te la metto lì. Ma che senso ha? Dovrebbe casomai essere eliminata e mettere il battesimo da adulto, si risolverebbe il problema. La cresima è un pleonasma, insomma, ma comunque, là il battesimo non sapevi quello che facevi, lo vuoi confermare il battesimo, o no? Se non fai la cresima, non è che non confermi il battesimo, ti dovresti sbattezzare, ma te pensa, ma siccome non ti sbattezzi, poi se la cresima non la fai non è così grave…
Guido. Sì, però se poi ti vuoi sposare in chiesa, il giorno prima ti dobbiamo fare la cresima, se no non puoi sposarti... Perché se tu fai un matrimonio e quello non è cresimato, quando mi arriva il documento in Curia, come faccio io a registrarlo, se non è a posto? Ma è tutta una roba formale, non sostanziale. E questi poveri parroci che non sanno più come arrabattarsi, presi fra il diritto canonico e i vescovi, vedono la loro vita che gli sta sfuggendo dalle mani...
Chino. E perché son sette i sacramenti? Perché è il numero perfetto, di pitagorica memoria. Sette i sapienti dell’antica Grecia, sette le stelle dell’Orsa Maggiore, sette i vizi capitali, sette le note della mia chitarra, sette, sette, sette, fino a quando dovrò perdonare? Settanta volte sette. Ma dove li han tirati fuori ’sti sacramenti, per dire sette? La cresima, intanto, non c’entra niente; il matrimonio, come sacramento proprio, lo puoi aggiungere come ti pare...
Guido. Una cosa istituzionale. Quando c’è stato il crollo dell’impero romano, e non c’erano più le istituzioni, allora questa gente dove si sposava? Visto che le uniche istituzioni erano le chiese, andavano ac portas ecclesiae, usciva il vescovo, o il prete, che li registrava e li sposava. Poi, da ac portas ecclesiae, hanno detto: ma portiamoli dentro, così lo facciamo diventare un sacramento, e via.
Chino. Lutero qui ha ragione, ti rimane il battesimo, l’eucarestia, che sono fondanti, la lavanda dei piedi che era un sacramento, ma è la messa, l’Eucarestia quindi...
Guido. Quando uno non è sposato in chiesa non può far la comunione? Ma per favore! L’abbiamo inventato noi il matrimonio in chiesa! Oggi, con questa sovrastruttura, questa chiusura mentale, pensiamo che essendo un sacramento, se tu non ce l’hai, non ti puoi accostare ai sacramenti, ma è una roba, proprio, che non sta né in cielo né in terra! Bisognerebbe liberare la gente... far come dice Gesù Cristo, il “liberatore dalla legge”, liberare la gente dalla legge, “slegate la gente dalla legge, sentitevi liberi”…
Chino. Per esempio, l’unzione degli infermi, “estrema unzione”, è un sacramento che l’abbiamo messo lì noi. Tutta la storia della confessione idem. Hai mai sentito dire che San Paolo si sia confessato? Hai mai sentito dire che Sant’Agostino si sia confessato? Ha scritto le Confessioni, ma non c’entrano niente con la confessione o penitenza. Siamo già nel V secolo, non si parla di confessioni individuali.
C’era la confessione pubblica, non auricolare, che era una confessione per cose molto grosse, e soprattutto per personaggi che aveva senso che lo facessero, a quel tempo; si veniva investiti di una penitenza da compiere, poteva essere il pellegrinaggio, e non c’era neppure un’assoluzione vera e propria, si doveva espletare la penitenza...
Chino. Si confessava in pubblico il peccato pubblico, contro la comunità…
Guido. C’è un testo molto importante nel medioevo, in cui un papa dice, ed è rintracciabile: “Ho sentito dire che ci sono dei preti che pretendono di fare la confessione auricolare. Ma cos’è questa novità?”. Questo nel 1200.
Chino. Che fa il paio con l’altra, di Gelasio I, VI secolo, che ai preti francesi dice: “Cos’è ‘sta novità che sento dire, che i vostri presbiteri vogliono incominciare a vestirsi in modo diverso dagli altri? Cos’è ‘sta novità?”. Gelasio I. Citata ripetutamente dal cardinal Lercaro quando cominciò il clergyman. Ricordo che il mio vescovo, Gianfranceschi, io avevo il clergyman, mi disse: “Oh, e quest’altra volta cosa fai, ti vesti di rosa?”. Faceva anche dello spirito, perché non avevo la talare. “Guardi, eccellenza, che adesso il clergyman si può portare”, “Anche te in nome del Concilio? Sempre ‘sto Concilio!” “No, l’avete deciso voi, come vescovi della Conferenza Episcopale…”. E avevo il clergyman correttissimo, eh, fumo di londra, come doveva essere, con tanto di pettorina...
Guido. Ci siamo liberati, e siamo dei liberatori, e siamo talmente sereni, e tranquilli, e liberi, che tornare “dentro” ci sembrerebbe come tornare in schiavitù in Egitto. Anzi, loro ebbero anche dei ripensamenti: “Torniamo indietro, a mangiare le nostre cipolle in Egitto”. Noi no, assolutamente.
Siete in una rete?
Guido. Siamo in una rete, sì. Ci sono diverse associazioni di preti sposati, ci sono in tutte le nazioni, in Brasile, Francia, Spagna, Italia, in Germania, dappertutto. Poi si fanno convegni nazionali, convegni internazionali, ci sono delle riviste, dei siti internet, ci sono le associazioni delle donne dei preti sposati. Solo che in tutto questo mondo ci siamo un po’ convinti che non conviene, non ha più senso “andare contro”, perché tanto quelli lì non cambiano, per ora. Per ora stiamo a guardare questo mondo che si sta dissolvendo, e noi in qualche modo viviamo la nostra vita, la nostra fede, la nostra esperienza, nelle nostre possibilità di esprimere la nostra sensibilità.
Chino. In Italia siamo minimo 10.000 e un’e­ventuale capacità di organizzazione unitaria potrebbe far tremare il colonnato del Bernini. Purtroppo noi siamo come la sinistra, tot capita quod sententiae, tante teste tante idee diverse, e però in modo così anarchico e fazioso che non si va da nessuna parte e così ci teniamo il Cavaliere unto del Signore.
Per concludere, potete raccontare la storia della moneta in seminario che è divertente?
Guido. In seminario, sempre per abituarci a entrare nel mondo borghese, ci erano proibite diverse cose, fra cui, per esempio, “zufolare”, cioè fischiare. Ma quel che soprattutto non si poteva fare era parlare in dialetto. Quello era severamente vietato. Allora cosa avevano pensato? Alla mattina il prefetto, di nascosto, dava a uno un soldo, e questo doveva stare attento a quando uno parlava in dialetto e tac, gli dava la “baiocca”, questo doveva stare attento a che un altro parlasse in dialetto e tac, gliela dava. A una certa ora della giornata il prefetto chiedeva: “Chi ha la baiocca?”, “Ce l’ha Chino Piraccini”, “Tre giorni di silenzio”, che voleva dire che per tre giorni non si poteva partecipare ad alcuna attività, si doveva stare in assoluto silenzio, non si poteva giocare, non si poteva fare ricreazione, niente. Immagina quel tale che si trovava la baiocca in tasca e non riusciva a darla via... Insomma, ci insegnavano la delazione, a fare la spia, a cercare di fregare l’amico: “Tu sei il mio amico, però mi dispiace, hai parlato in dialetto, mi dispiace, te la devo dare”. Questo provocava anche rottura dei rapporti, quindi proprio il contrario della costruzione di comunità.
Chino. Ricordo cosa inventai una volta per dar via la baiocca: cominciavo a parlare in dialetto, provocavo qualcuno, casomai i meno furbi, in dialetto, “cut vegna un azzident…”, finché l’altro non reagiva rispondendo anche lui in dialetto e io: “Tieni mo’”.
Hai capito? Ci insegnavano a fregare il prossimo.



  


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