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La difesa
della normalità
Il cancro da "male incurabile” sta trasformandosi, grazie all’avanzamento delle cure e alla loro personalizzazione, in un male cronico, che si può tenere a bada, impedendogli di impossessarsi della propria vita. La battaglia principale è la difesa della normalità. L’importanza della psicologia oncologica. La grande paura del dolore, che oggi però può essere debellato. Intervista a Anna Segre.

storie

  

UNA CITTÀ n. 161 / 2009 Dicembre-Gennaio

Intervista a Keser Velibor
realizzata da Barbara Bertoncin

LORO DICONO: "TORNIAMO A CASA"
L’arrivo in italia in fuga dalla guerra in Bosnia, al seguito di un fratello che aveva trovato lavoro nel vicentino; il primo permesso, come “turisti”, e poi i tanti lavori fino alla decisione di metter su un’impresa edile che oggi conta dieci operai, quasi tutti bosniaci; la nostalgia di casa, che col tempo cresce. Intervista a Keser Velibor.

Keser Velibor, serbo bosniaco, da oltre quindici anni vive in Italia, a Thiene, in provincia di Vicenza, dove ha avviato un’impresa edile. Sposato, ha due figli.

Siamo venuti in Italia all’inizio del 1992 quando è cominciata la guerra. Io avevo lavorato dall’86 fino al 91 in Algeria. Facevo l’autista di camion. Avevo vent’anni, dovrebbero essere gli anni più belli della vita e invece lavoravo dodici ore al giorno, poi con quel caldo…
Ero stato assunto da una ditta di Zagabria, ricordo che c’erano anche ditte italiane, e i loro autisti per lo stesso lavoro prendevano il doppio del mio stipendio e ogni tre mesi avevano il biglietto aereo per tornare a casa, noi ogni sei mesi. Un trattamento molto diverso. Poi gli italiani mangiavano cucina italiana, noi araba. D’altra parte non avevo avuto scelta. Subito dopo la scuola ero andato militare e in Bosnia non c’era lavoro. Insomma quando ho visto questo annuncio di una ditta croata che cercava autisti, ho preso e sono partito. Tra l’altro metà dei soldi che avevo messo da parte sono rimasti là. Con la guerra hanno bloccato i conti, e se adesso li vado a chiedere non mi danno la liquidità, ma me li danno in mattoni. Senza contare il fatto che l’ultimo anno non sono stato pagato per niente. Tirava già una brutta aria…
Comunque con l’inizio del conflitto, sono stato richiamato, a quel punto me ne sono venuto via perché non condividevo quella guerra. Era gennaio. Pensavamo di andar via per poco e invece non siamo più tornati.
Abbiamo deciso di partire anche perché mia moglie era incinta del primo figlio che adesso ha 16 anni, e Banja Luka, la città più vicina, era bloccata e senza presidi medici.
Ovviamente siamo arrivati qua senza permesso di soggiorno. Eravamo clandestini. I primi anni non c’erano permessi per i profughi, almeno io non ne sapevo. Il primo permesso che abbiamo avuto è stato come “turisti”. Allora era molto difficile. Oggi è più semplice, chi viene qua trova tutto pronto: casa, lavoro, prima non avevi niente.
Siamo riusciti a regolarizzarci dopo un anno: alla fine del 1993 avevamo i documenti a posto. Nel frattempo, però, alla fine del 1992, io avevo portato mia moglie a Belgrado, dove aveva una zia, per partorire, qui non si poteva, senza essere in regola, per cui il nostro primo figlio è nato là.
Il primo permesso di soggiorno l’abbiamo avuto a Firenze, a Vicenza non era possibile, ricordo che abbiamo aspettato 24 ore, in fila. Adesso finalmente abbiamo la carta di soggiorno, è a tempo indeterminato. Non dobbiamo più rinnovarla ogni anno. Come funziona? Dopo sette anni di residenza regolare si ottiene. Noi siamo residenti dal 2002.
Per la cittadinanza ancora non è chiaro, bisogna portare i certificati e qualche carta al tribunale di Vicenza e poi aspettare…

Da quando sono arrivato ho quasi sempre lavorato come muratore, mi sono fatto un po’ tutti i cantieri della zona, poi ho fatto due anni con una ditta, un anno l’autista, due anni in fabbrica e infine sono partito come artigiano edile. Ho visto che c’era tanta richiesta per l’edilizia. Mi è andata anche bene, ho sempre avuto lavoro, anche grazie alle conoscenze, però ci vuole tanta serietà, e soprattutto puntualità. Abbiamo deciso di metterci in proprio nel dicembre del 1998. Adesso abbiamo tanto lavoro, ma all’inizio è stata dura, perché bisognava farsi conoscere, tant’è che i primi tempi al sabato e alla domenica giravo per cantieri, mi prendevo giù i numeri delle ditte o delle agenzie immobiliari, veniva anche mia moglie, trascorrevamo il fine settimana così…
Quando ho cominciato avevo tre dipendenti, man mano che passavano i mesi e aumentava il lavoro assumevo altra gente, fino a che sono arrivato a dieci dipendenti. A quel punto anche mio fratello ha aperto una partita Iva e così ci siamo divisi. Dopo due anni sono di nuovo tornato a dieci dipendenti e anche il più giovane dei fratelli si è messo in proprio. Adesso io ho dieci dipendenti e lui ne ha sei e lavoriamo insieme.

Abbiamo lasciato la Bosnia in tempi diversi. Prima è venuto mio fratello più grande, nel 1991 mi pare. Io inizialmente sono andato a Zagabria poi in Austria. In Austria erano più freddi e anche il fatto che fossi serbo, insomma… In Italia è tutto diverso, basta che lavori e non fai robe strane ed è tutto a posto, nessuno ti chiede niente.
Siamo arrivati a Thiene per puro caso. Mio fratello maggiore aveva trovato lavoro in una ditta e a un certo punto mi ha chiamato. Lui a sua volta era stato chiamato da un amico arrivato qui prima della guerra. Come si dice… uno tira l’altro!
Io stesso in questi anni ho fatto tante di quelle carte per fare venire amici e conoscenti. Sì, i miei dipendenti sono praticamente tutti bosniaci, a parte un paio della Serbia. Ho assunto anche bosniaci musulmani della mia zona, per me non ha importanza, ciò che conta è che si lavori e che ci si rispetti…
Ora nel nostro paese è un disastro e poi ci sono quelli che con la guerra si sono arricchiti di soldi e di potere. La guerra è stata una tragedia, col tempo la Bosnia si riprenderà, ma adesso davvero non è facile… e poi se non sei dentro qualche giro…
Le mie sorelle sono venute qui due anni dopo. I miei cognati sono impresari, manco a dirlo, anche loro nell’edilizia. Una mia sorella prima lavorava in banca, come pure il marito, ora fa la domestica. La più grande ha due figlie, una studia a Roma, una si è già laureata a Trento. Sono soddisfazioni. A scuola erano entrambe bravissime, tra le migliori.
I miei figli sono più piccoli, il più grande fa geometri, è in seconda. Poi c’è la piccola… Comunque siamo alla seconda generazione.
Anche mia moglie adesso ha trovato lavoro in una fabbrica, continua a darmi una mano qui in ditta se c’è da portare qualche carta in giro.
Ormai Thiene è piena di bosniaci, solo della mia famiglia iniziamo a essere un certo numero, dato che siamo tre fratelli e due sorelle, per non parlare degli altri originari del mio paese. Mah, saremo circa un centinaio. Che poi il nostro è proprio un paesino, si chiama Cerovica. Ormai quasi tutto il paese si è tasferito a Thiene! Sono rimasti gli anziani, tanta gente è morta, quella è una zona che è stata abbastanza martoriata.

Sono iscritto alla Lega, anche se ancora non posso votare, dato che non ho la cittadinanza. Io sono del parere che se uno viene qua per lavorare, bene, ma se viene per delinquere, che torni nel suo paese. Come ha detto Bossi. Ha ragione: se uno vuole far casino che vada a casa sua, non in casa di altri. Io sono stato in Africa quattro anni e ho sempre lavorato dodici ore al giorno. Avevo 20 anni, potevo farlo… Anche oggi lavoro moltissimo, dalle cinque del mattino alle nove di sera, sempre in giro a controllare i cantieri. Devi essere il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene, per controllare che sia sempre tutto a posto.
Ora ho un cantiere a Verona, uno qui a Thiene e uno nel padovano.
Com’è la mia giornata? Sempre in giro con il camion. Siccome facciamo anche intonaci, bisogna essere sempre pronti a portare ciò che manca nei cantieri. Altrimenti resti fermo. Io poi arrivo per primo perché c’è sempre da preparare il camion e bisogna alzarsi presto perché i posti non sono sempre vicini, se parti tardi arrivi tardi ed è un disastro, soprattutto d’estate quando il caldo verso mezzogiorno diventa insopportabile. Comunque per me il punto è che se stai alle regole bene, sennò torni a casa tua.
Se la Lega è razzista? Per me no, quando sono andato a iscrivermi mi hanno detto: “Benvenuto!”, no, non sono razzisti. Conoscevo già il presidente, è stato anche sindaco, è uno alla mano, parla con tutti, in centro abbiamo anche bevuto qualcosa assieme. E’ proprio una brava persona.
Adesso la Lega va bene perché loro vogliono mettere tutto a posto, cioè non è possibile che mentre sei lì che mangi uno ti suoni 5-6 volte il campanello chiedendo un euro, o che ci sia delle gente che vende per strada abusivamente. Se io pago le tasse, e tanto, le devono pagare tutti. Io la penso così, e spero che i controlli diventino più rigorosi.
No, non temo che così si penalizzino anche le brave persone. Se uno delinque, va in una casa a rubare, o aggredisce qualche persona anziana, va punito, anzi espulso. Credo di non dire niente di strano.

La sicurezza? Noi siamo abbastanza in regola, abbiamo fatto il corso del primo soccorso, quello anti incendio, la 626, ecc. ci siamo appoggiati a uno studio di Vicenza e tutti i dipendenti hanno seguito i corsi. Poi facciamo sempre fare la visita medica. Molte ditte iniziano a chiedere una serie di carte, anche loro vogliono tutelarsi prima di appaltare i lavori.
Qui comunque sul fatto di trattare bene gli operai non si discute. Siamo come una famiglia, ogni sabato facciamo una grigliata, agnello, gulash, cibi tradizionali bosniaci, non spaghetti. Abbiamo ricreato un po’ un micropaese. Quello che ci manca è un ritrovo vero. Ora ci vediamo qui, a lato del capannone c’è una cucina con un caminetto e un tavolone.
A Vicenza c’è un club vero, qui non c’è niente, sarebbe bello avere un’associazione però ci vuole tempo per metterla su. E cosa vuoi uno deve stare innanzitutto dietro alla ditta…
A me piacerebbe anche avere una maestra che insegni ai nostri figli la mia lingua. Mio figlio parla sia il bosniaco che l’italiano, però non è la stessa cosa. A casa parliamo la nostra lingua. Io vorrei che i miei figli parlassero il bosniaco anche tra loro, ma fanno fatica, anche perché a scuola con i compagni parlano italiano e allora…
Al lavoro, manco a dirlo, con i dipendenti parlo bosniaco. Ho un dipendente che è qui da dieci anni e ancora parla pochissimo italiano, invece ci sono ragazzi più giovani che l’hanno imparato abbastanza bene. Quasi tutti li ho fatti venire io dalla Bosnia, tranne due-tre che lavoravano già in altre ditte, dove però magari non erano in regola, o comunque non gli pagavano la cassa edile, il tfr, le ferie.
Io pago tutto: tfr, cassa edile, tutto, busta piena, 160-172 ore lavorate, non chiedo mai “sconti” per pagare meno tasse, tanti magari mettono 100 ore… Io segno anche gli straordinari. Lo stipendio di un edile, dipende dal livello, ma insomma è sui 1050-1100-1200 euro. Tra contributi, tasse, ecc., bisogna aggiungere altrettanto. Lo stipendio raddoppia. Io ho dieci dipendenti e pago 2500 di cassa edile più i contributi che saranno 15.000 euro al mese. Eh, sì, i dipendenti costano però senza non puoi lavorare! Soprattutto adesso che tutti chiedono libro matricola e “cartellini”. Cosa sono? Sono i cartellini con la foto che ora bisogna mettere in cantiere. Il governo precedente ha inventato il Durc, per cui solo se uno è in regola e versa i contributi può essere pagato dal committente. Per dire, se mi chiedono il Durc e io non ce l’ho, i committenti non mi pagano perché se si scopre l’irregolarità ci rimettono loro.
Il Durc è il certificato che attesta la regolarità di un’impresa per quanto concerne gli adempimenti Inps, Inail e cassa edile. Tant’è che molti oggi chiedono una fotocopia della busta paga (il dipendente ha due anni per denunciare un mancato pagamento e di nuovo sarebbe il committente a dover pagare).
Io comunque pago sempre tramite banca, con bonifico, così è tutto registrato. Io sono contento di questo provvedimento perché nell’edilizia c’è tanto lavoro nero, per cui la concorrenza è falsata, nel senso che uno in regola finisce che ci rimette.
Io ormai mi sono fatto anche un nome, le ditte della zona mi conoscono, sanno che lavoro bene, che sono di parola…

I miei genitori sono rimasti al paese. Da soli. Noi cinque figli qua e loro là. Li aiutiamo, e ora andiamo spesso a trovarli. All’inizio era più difficile. Siamo venuti via nel 1992 e la prima volta li abbiamo rivisti dopo due anni, nel 1994, ci siamo trovati in Serbia. Adesso, tra l’uno e l’altro andiamo quasi ogni mese. Durante la guerra loro sono rimasti là, ci sentivamo poche volte perché le linee telefoniche erano messe male. Noi volevamo che venissero qua, gliel’abbiamo chiesto tante volte, ma loro non vogliono, dicono che se vengono sono un peso, che disturbano. Ma figurati!
E’ che hanno una certa età, e allora la distanza, il viaggio, la lontananza… Così, non sono mai venuti. Non hanno neanche visto quello che abbiamo fatto e come ci siamo sistemati. Peccato. Io l’ho detto tante volte a mio padre (mia madre ha problemi di salute) di venire almeno a vedere, ma non vuole, mi dice che noi ormai abbiamo la nostra vita e non abbiamo tempo per lui. Ma per un genitore il tempo c’è sempre. Io almeno la penso così. Noi continuiamo a insistere e spero che nei prossimi mesi… certo bisogna fare le carte, devo chiedere un permesso per turismo, non hanno nemmeno il passaporto, non sono mai andati da nessuna parte!

Se abbiamo deciso di rimanere qui per sempre? Beh, per sempre non ne sono sicuro. Certo che più gli anni passano più c’è la nostalgia. D’altra parte bisogna anche fare i conti col fatto che i figli sicuramente rimarranno, perché qui hanno amici, sono cresciuti qua. Infatti quando andiamo in Bosnia, loro dicono: “Torniamo a casa”, anche perché loro sono abituati qui, non è per la povertà, noi in Bosnia stavamo anche bene perché abbiamo sempre lavorato, però... insomma non puoi chiedere loro di partire e se la scelta è tra il mio paese e loro… Penso che finché hanno questa età è giusto vivere per loro. Io ogni tanto vado e torno. Spero che la Bosnia prima o poi entri in Europa, così non ci sarà più bisogno di tante carte. Adesso mio figlio compie 16 anni, lui è nato in Serbia è venuto qui quando aveva tre mesi; invece l’altra figlia è nata a Thiene, per lei sarà più semplice, a 18 anni deciderà lei.
I miei fratelli? Uno è sposato con un’italiana e ha tre figli, però non so cosa pensi. Mio fratello più giovane si è sposato l’anno scorso con una bosniaca del suo paese. Credo che loro la pensino come me, qui si sta bene, ma più gli anni passano, più ci manca il nostro paese. Non dico di tornare definitivamente, ma magari passare più tempo là…
Sono più di 20 anni che sono all’estero. E’ tanto. Intendiamoci, qui mi sono inserito bene, frequento gli italiani, la domenica vado in centro a Thiene, vedo i geometri, i collaboratori, gli amici. Mia moglie poi, ora che non ha più la mamma, è meno motivata a ritornare. Sicuramente il fatto che io abbia ancora entrambi i genitori conta…
Ora è da tempo che non vado a casa perché mia moglie ha lavorato tutto agosto e sono dovuto rimanere qua. L’anno scorso non ho fatto ferie: quando hai lavoro devi rimanere sulla ruota che gira, c’è sempre qualcosa da finire e poi cominci un altro… però inizia a essere troppo. Ogni tanto bisogna staccare un po’, riposarsi. Ricordo che i primi tempi qui lavoravo in fabbrica, poi avevo un cantiere di fronte all’appartamento e allora avevo chiesto di poter fare qualche ora di straordinario. Lavoravo dalle cinque all’una in fabbrica, poi dalle due alle sei in cantiere, alle sei andavo a mettere marmi sulle scale. Alla fine però sono stato male perché ho avuto un’ernia e sono stato in ospedale. C’è un limite che il corpo può sopportare poi scoppia e allora bisogna staccare tutto, il telefono, fare un po’ di vacanze.
Adesso seguiamo sei-sette cantieri. Ogni giorno giro tutti i cantieri. Due volte al giorno. Gli operai sono divisi per squadre, due-tre su uno, cinque su un altro. Ora stiamo facendo un cantiere con sei case io e i miei fratelli, io ho dieci dipendenti mio fratello anche e l’altro sei, e siamo in ventinove uomini con noi tre. Io seguo di più le cose collaterali, ma i miei fratelli sono sempre in cantiere. Seguo anche i rapporti con l’Associazione Artigiani, loro mi aiutano con le carte. I miei operai sono contenti, apprezzano i momenti conviviali, quando organizziamo le feste, le grigliate, ma lavorano anche volentieri. Io sono convinto che se sono trattati bene rendono di più.
Anche loro si sono ambientati bene, tanti hanno anche portato la famiglia, moglie, figli. Adesso quando arrivano hanno tutto pronto, gli evitiamo la fila e tutto, mia moglie porta le carte agli artigiani, loro le compilano, poi gli operai vanno alle poste e in mezz’ora, un’ora se la cavano.
Ancora abbiamo molto lavoro, però è da tempo che si parla di una crisi del mercato immobiliare, se si vendono poco appartamenti o case, si rischia. Già oggi non è come dieci anni fa, allora vendevi sui disegni. Adesso è più difficile. Ecco, bisogna tutelarsi, perché se il lavoro cala, l’operaio non lo deve sentire, il suo stipendio lo deve prendere. E poi non c’è solo l’operaio, perché se anche non vendi comunque i fornitori, i piccoli artigiani, li devi pagare… insomma sono preoc­cupazioni



  


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