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Appello per Berneri

Noi ovviamente non contiamo nulla, ma ciononostante avanziamo una richiesta solenne agli ex-comunisti del Pci (la specifica è necessaria perché ci sono anche gli altri ex-comunisti, quelli del 68, e l’impressione è che i conti con le loro idee e con i loro atti di un tempo li abbiano fatti ancor meno dei primi): convochino un grande convegno sulla figura di Camillo Berneri, grande intellettuale e militante italiano, anarchico eterodosso, antifascista della prima ora e altrettanto rigoroso anticomunista, amico dei fratelli Rosselli, combattente di Spagna, ucciso dai comunisti delle brigate internazionali che ne rivendicarono l’omicidio sul giornale comunista in Francia.
E in questo convegno si faccia luce, finalmente, sul ruolo che ebbe Togliatti in Spagna.
E’ chiedere troppo? E’ una richiesta da pazzi? Forse sì, visto che pensiamo anche che se l’avessero fatto per tempo, negli anni scorsi, forse ora la situazione del nostro paese sarebbe diversa...
E chissà, se mai si dovesse tenere un simile convegno, che non possa svolgersi sotto l’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica...

l'altra tradizione

UNA CITTÀ n. 160 / 2008 Novembre

Intervista a Pietro Adamo
realizzata da Gianni Saporetti, Franco Melandri

SE JEFFERSON...
Il modo ambivalente di guardare all’America della sinistra europea dipende dalla storia: quando qua regnava il privilegio là si diceva “una testa un voto”, qua si aspettava sempre la rivoluzione là pensavano di averla già fatta; il deficit terribile di liberalismo della sinistra italiana. Intervista a Pietro Adamo.

Pietro Adamo insegna Storia moderna all’Università di Torino. Ha pubblicato, fra l’altro, La città e gli idoli. Politica e religione in Inghilterra (1524-1572) e Il dio dei blasfemi. Anarchici e libertini nella rivoluzione inglese, per Unicopli; in collaborazione con Giulio Giorello, Quale Dio per la sinistra? Note su democrazia e violenza, Unicopli. Vive a Milano. In tutti questi anni abbiamo sentito esaltare l’Europa, la sua saggezza dovuta a tutte le guerre scatenate e patite, l’Europa che non sarebbe andata in Iraq, l’Europa del welfare, il tutto contrapposto all’America dell’Iraq e di Cheney, della non assistenza sanitaria, eccetera eccetera. Poi arriva Obama e l’America, all’improvviso, torna a essere la grande America, giovane, idealista, proiettata verso il futuro, e si torna a vedere la pesantezza dell’Europa, delle sue divisioni, delle sue burocrazie…
L’America è un dilemma per gli europei, perché l’America è contemporaneamente simile e diversa. Da un lato è una scheggia d’Europa trasportata nel nuovo mondo; dall’altro è evidente che questo andare nel nuovo mondo ne ha cambiato la fisionomia politica profonda. Per noi, quindi, non è facile usare le categorie europee per comprendere la realtà americana. E anche per loro non è semplicissimo comprendere l’Europa, proprio perché le categorie politiche, negli anni, nei secoli, si sono divaricate. Noi, i francesi, gli spagnoli, quando diciamo sinistra o destra abbiamo punti di riferimento precisi, tutto sommato condivisi. Negli Stati Uniti abbiamo lo stesso tipo di catalogazione, ma i riferimenti sono diversi, e molto più problematici (per noi, almeno) . Quando l’America è diventata veramente America, a partire dalla rivoluzione, si è davvero proposta come qualcosa d’altro e diverso. Immaginiamoci i sudditi degli inglesi, considerati parte dell’Inghilterra fino al giorno prima, che improvvisamente diventano un’altra nazione, diversa, con una differente cultura politica, con un proprio programma di emancipazione. Un evento che colpisce l’immaginario europeo in un modo straordinario, soprattutto la Francia. Vedi la pagina più bella in assoluto di Diderot, l’apostrofe agli insorti d’America nel suo Saggio sui regni di Claudio e Nerone. Nel saluto a questi nuovi americani è come se all’improvviso scoprisse una cosa che prima non aveva mai visto: “Benvenuti sulla scena del mondo”. E meno male che ci siete voi, repubblicani, democratici, radicali…
Possibilmente, se riusciste a mettere un po’ a posto le cose anche qui sareste i benvenuti…
Mi viene in mente Kant, notoriamente una persona compassatissima, che si trova a questionare per strada con un inglese proprio per difendere la rivoluzione americana …
Sembra quasi che in Europa si attraversino dei cicli nella percezione dell’America. Qual è il modo in cui sono percepiti generalmente gli americani? O come ingenui bamboccioni incapaci di comprendere la realtà, come degli idealisti, che non capiscono, che non sono veramente addentro alla pratica bruta e bieca della politica, della società, eccetera. Oppure come una nazione imperialista, che ambisce a diventare padrona del mondo. E non è nemmeno detto che le due cose siano in contrasto l’una con l’altra. E poi, ogni tanto, emerge in modo eruttivo un’altra immagine dell’America e all’Amerika con la k subentra l’America con la c. Gli anni ’50 sono gli anni di Eisenhower, della guerra fredda, dell’America che si propone come il difensore a oltranza del capitalismo. E gli anni ’60 sono gli anni dell’America libertaria, controculturale, dell’America messaggera di libertà. Adesso, con Obama, siamo di fronte nuovamente all’America con la c. Poi, certo, Obama resta uomo delle istituzioni, dell’establishment, resta pur sempre presidente degli Stati Uniti, ma per ora il messaggio è questo. E comunque teniamo presente che ci sono stati presidenti... [ continua ]

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Se Jefferson...

Il modo ambivalente di guardare all’America della sinistra europea dipende dalla storia: quando qua regnava il privilegio là si diceva "una testa un voto”, qua si aspettava sempre la rivoluzione là pensavano di averla già fatta; il deficit terribile di liberalismo della sinistra italiana. Intervista a Pietro Adamo.





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