








A scuola con il sintomo
Un gruppo di insegnanti che da anni si ritrova ogni mese, con una supervisione, per discutere casi difficili, non per improvvisarsi provetti psicologi, ma per fare meglio il proprio mestiere; l’importanza di non stroncare il sintomo, perché è sempre una risposta intelligente; intervista a Marina Baguzzi e Marco Lodi.

UNA CITTÀ n. 160 / 2008 NovembreIntervista a Federica Musetta e Giorgio Paterna
realizzata da Stefano Ignone
NON SOLO NO
Un movimento, quello dell’Onda, che nasce orizzontale e senza leader, ed è composto da studenti disaffezionati alla politica dei partiti. Intervista a Federica Musetta e Giorgio Paterna.
Federica Musetta è coordinatrice nazionale dell’Unione degli Universitari, Udu, Giorgio Paterna è responsabile didattica dell’Udu.
Possiamo parlare del movimento studentesco dell’Onda? Com’è nato?
Federica. Direi che una delle caratteristiche principali di questo movimento è che per la gran parte è composto di studenti che non hanno un passato di militanza in partiti o organizzazioni, molti proprio non si sono mai impegnati politicamente in nessun senso e verosimilmente non hanno neanche interesse per un’eventuale attività politica futura. Questa è già una grossa novità rispetto al passato.
Questi studenti hanno visto i provvedimenti messi in campo dal governo, li hanno studiati, li hanno analizzati, hanno intravisto la loro portata distruttiva sull’università e spontaneamente si sono mobilitati.
Tant’è che l’Udu è presente come realtà tra le altre, non come struttura organizzata rappresentativa. Qui non si tratta di mettere la bandierina, o il famoso cappello, ma di essere presenti, portando i nostri contenuti (in fondo vantiamo quindici anni di attività nell’Università). Noi siamo dentro il movimento come lo sono i rappresentanti degli studenti della facoltà di lettere, i rappresentanti degli studenti in consiglio di amministrazione.
Abbiamo deciso di aderire al movimento proprio perché apprezziamo la spontaneità che lo caratterizza, e per la libertà della critica. In fondo, per quanto il governo abbia strumentalizzato la protesta, noi sappiamo che ci sono anche studenti che dichiaratamente hanno votato il governo in carica.
Questo poi è un movimento molto coscienzioso, se posso dir così, tant’è che non è partito dalle occupazioni, dalle manifestazioni, ma da assemblee di corso di laurea, di facoltà, fino a passare alle assemblee d’ateneo. In tantissimi atenei italiani oggi ci sono gruppi di studio che vagliano passo passo questa legge, la famigerata 133. Si chiede in particolare l’abrogazione di due articoli della 133, l’art. 16 e l’art. 66. Sono gli articoli che sanciscono il taglio dei finanziamenti: nell’arco di cinque anni si arriverà a tagliare un miliardo e mezzo di euro, qualcosa come il 25% delle risorse che vengono stanziate per l’università. E poi c’è il blocco del turn-over, ovvero per i prossimi tre anni, dal 2009 al 2011 ogni cinque persone, docenti e personale che andranno in pensione potrà esserne assunta una sola. Terza cosa, drammatica, è la possibilità di trasformare le università in fondazioni di diritto privato. Ora, anche qui il governo mette i puntini sulle i, dicendo che è una possibilità, ecc. Certo che, però, se io unisco i grandi vantaggi che ci sono nel trasformarsi in fondazione ai tagli, insomma, il combinato disposto, come direbbero i migliori sindacalisti, rende questa formula non solo una tentazione, ma quasi una costrizione. Perché a fronte di una situazione di carenza di fondi, passare a una fondazione privata vorrebbe dire non solo beneficiare delle agevolazioni tributarie, ma anche sottrarsi a tutta una serie di vincoli. Ne cito uno. Attualmente, c’è un decreto del Presidente della Repubblica che prevede che la quota di bilancio dell’università derivante dalle tasse degli studenti non possa superare il 20% della quota di finanziamento che l’università riceve dalle Stato. Ecco, se questo vincolo viene meno è prevedibile che ci sarà un aumento delle tasse universitarie.
Possiamo entrare nel merito delle questioni?
Federica. Partiamo dal blocco del turnover. Il decreto 31 del ottobre del 2007 in qualche modo lega il numero dei docenti a quello degli studenti. In pratica, fino a un tot di studenti è sancito un numero minimo di docenti per potere aprire un corso di laurea. Superata questa soglia il numero dei docenti cresce proporzionalmente al numero degli studenti iscritti. Allora, di fronte ad una situazione di questo genere, con i docenti che andranno in pensione, si aprono due strade che sono o la chiusura dei corsi di laurea o l’introduzione indiscriminata del numero chiuso.
Ora è vero che in Italia ci sono troppo corsi di laurea, tra l’altro alcuni, come “scienze del fiore e del verde”, o “benessere del cane e del gatto”, insomma, abbastanza discutibili. Quello che qui viene contestato è che, in questo modo, i corsi verranno chiusi a caso, solo sulla base dell’anzianità dei docenti, casomai lasciando intatti quelli di cui sopra.
Il blocco del turnover, poi, va a impattare anche sulla schiera di ricercatori precari che sono destinati a rimanere in quella situazione, con un effetto a catena anche sui potenziali nuovi ricercatori che troveranno tutto saturo. Il numero chiuso francamente non sto neanche a commentarlo.
Veniamo ai tagli. Ora, ad essere tagliato sarà il fondo di finanziamento ordinario, ovvero quello che serve per i capitoli di spesa principali: stipendi, spese correnti (carta per le fotocopiatrici, luce, riscaldamento, eccetera) e servizi agli studenti.
Bene, dato che possiamo dare per scontato che non taglieranno gli stipendi ai docenti, che rappresentano il 90% dei finanziamenti, possiamo facilmente immaginare in che condizioni drammatiche si troveranno i bilanci degli atenei. Anche perché è vero che non si possono tagliare gli stipendi dei docenti, ma è anche difficile tagliare sulle utenze, cioè non si potranno lasciare le aule ghiacciate. Quindi cosa resta? La ricerca di base e i servizi agli studenti, ovvero le varie convenzioni sui trasporti piuttosto che i laboratori, le aule studio, le aule di informatica, le aperture delle biblioteche in orari serali, eccetera.
Già nelle nostre università la condizione media delle segreterie è disastrosa perché essendo il personale carente, la gente passa la vita a fare le file, se poi intervengono tagli e blocco delle assunzioni…
Per quanto riguarda il capitolo privatizzazione?
Federica. Anche qui voglio subito mettere una cosa in chiaro: non è che noi siamo contrari a un collegamento tra università e territorio, a un coinvolgimento delle imprese. Non si può però ignorare che quando si ha a che fare coi finanziamenti privati, poi la ricerca verosimilmente prende la direzione scelta dai finanziatori, che com’è noto non sono enti di beneficenza. Insomma, noi denunciamo il rischio che ne vada della libertà di ricerca e di insegnamento, che scompaiano i settori che non hanno un tornaconto immediato… Infine, non va sottovalutato il pericolo che questo meccanismo vada ad accentuare ancora di più le differenze tra atenei di serie A e atenei cosiddetti di serie B, cioè quelli che, casomai per ragioni geografiche, non sono inseriti in un tessuto imprenditoriale e pertanto faticano a reperire i finanziamenti.
Allora, la critica del governo è condivisibile nel momento in cui sostiene che in Italia ci sono troppi atenei magari di qualità scadente. Però, voglio anche aggiungere, questi atenei non sono nati a caso, sono sorti anche per interessi politici, e pertanto contestiamo che adesso dobbiamo essere solo noi studenti a pagare le conseguenze di scelte fatte dalla politica negli anni passati. Non solo. Quando si parla del proliferare di atenei bisogna tener conto anche di un’altra considerazione: fino a che non ci sarà un sistema di diritto allo studio veramente funzionante (con borse di studio, alloggi adeguati, ecc.), che permetta allo studente di scegliere liberamente dove andare a frequentare, quale corso di laurea, molti si fermeranno nell’ateneo sotto casa. Oggi infatti gli studenti provenienti dalle classi sociali più disagiate continuano a essere penalizzati.
Qualcuno sostiene che, a differenza del ’68, questo sarebbe un movimento di difesa di un sistema, di reazione più che di rivoluzione…
Federica. E’ un’interpretazione che non condivido. Questo movimento non sta difendendo questa università, sta cercando di difendere l’esistenza dell’università pubblica. Su questo sì sta facendo resistenza e reazione. Ma, ripeto, non si sta affatto difendendo l’università così com’è, gli studenti hanno ben presente quali sono i difetti dell’università, non sono mai stati teneri nei giudizi nei confronti delle lobby universitarie, degli squilibri del sistema, e non da ora…
Si è detto che stiamo coi baroni, ma non è vero. Gli studenti non stanno certo manifestando per difendere gli interessi dei docenti, per quanto è innegabile che in questa fase prevalga l’obiettivo comune. Io non so se a un certo punto si arriverà a una resa dei conti tra le varie anime del movimento. Noi speriamo che questa diventi un’occasione anche per i docenti di rimettersi in gioco, per mettere in discussione quello che sta succedendo nelle università. Se niente di questo accadrà è probabile che prima o poi si aprirà anche questo conflitto, perché -lo ripeto- gli studenti non stanno scendendo in piazza per difendere i diritti o i privilegi dei baroni…
Giorgio. Quando è cominciata la mobilitazione contro la 133, ci hanno accusato sostanzialmente di essere il “partito del no”, di essere in grado di dire solo che vogliamo l’abrogazione degli articoli 16 e 66, senza fare proposte innovative. Il ministro poi ci accusa di non considerare il fatto che l’università è diventata luogo di spreco del bilancio pubblico. Allora, questo forse è vero, però è altrettanto vero che tutta una serie di discorsi portati avanti negli ultimi anni sulla necessità di mettere in atto un sistema di valutazione dell’università, su cui abbiamo più volte chiesto una discussione, beh, è rimasto tutto lettera morta. Allora bisogna che ci intendiamo, perché una cosa è puntare a una seria analisi degli sprechi che ci sono effettivamente negli atenei, altra cosa è dire: togliamo l’università dal bilancio pubblico, si arrangino i privati. Ma un paese è civile quando investe nell’università pubblica. Cioè qui mi sembra ci sia un conflitto proprio a livello dei principi. Che poi, appunto, non si tratta solo di investire ma anche di sapere gestire un sistema pubblico di formazione. E allora noi diciamo che non si sta investendo seriamente sul diritto allo studio. L’impressione è che questa sfida non interessi, che cercare di capire non solo come fare a mantenere il sistema pubblico, ma anche come farlo funzionare non appassioni. Però allora non ci si venga a dire che siamo solo per i no. Noi abbiamo discusso molto della progressività delle tasse rispetto al reddito. Se ci sono degli sprechi negli atenei è anche a causa dell’assenza di qualsiasi valutazione della docenza. Insomma, di proposte ce ne sono e anche tante, quello che manca è la disponibilità ad ascoltarci.
Ma oggi esiste una qualche forma di valutazione?
Giorgio. Mah, qualcosa c’è, ma di fatto non ha alcun effetto per un docente che si comporta in maniera arbitraria e che preferisce passare il tempo a scrivere per riviste e giornali lasciando la didattica a ricercatori a cui non spetterebbe questo ruolo… Per farla breve, l’impressione è che quello intorno alle università e alla spesa pubblica resti un ragionamento sommario, che non si voglia davvero intervenire seriamente sullo stato delle cose. D’altra parte noi, allo stato attuale, possiamo fare poco.
Questo, se vogliamo, ci riporta al discorso della rappresentanza studentesca negli atenei, che è disposta dal Dpr 382/80 e prevede la presenza di un certo numero di rappresentanti degli studenti negli organi accademici secondo percentuali e quant’altro. In un secondo tempo si è arrivati anche a una sorta di rappresentanza studentesca sindacale, per modo di dire.
Oggi nelle università ci sono i consigli studenteschi, e poi c’è il Cnsu. Solo che sono tutte forme di rappresentanza che rischiano di essere fittizie se poi non hai un rettore, o una istituzione, pronti a dialogare con la componente studentesca. Siamo sempre lì, non c’è niente e nessuno che costringa i nostri governanti, piuttosto che i nostri presidi o rettori a mettersi seduti intorno a un tavolo per ascoltarci, così da evitare che poi si scateni il movimento o le mobilitazioni.
Non c’è un riconoscimento di status sociale o, se vogliamo, di status giuridico, degli studenti universitari. In questo senso io sento l’esigenza di una carta dei diritti sia all’interno dell’ateneo che nell’ambito dei diritti di cittadinanza. Penso a un vero e proprio riconoscimento dello studente come risorsa su cui investire, ma anche come cittadino, i cui diritti vanno rispettati. Ecco, mi sembra che questa visione manchi e mi auguro che dopo questo autunno ci si renda conto che gli studenti sono un vero e proprio corpo sociale…
C’è un qualche collegamento tra questo ritorno nelle piazze e il fatto che i partiti dell’estrema sinistra siano fuori dal Parlamento?
Federica. No, io non lo vedo. Credo che il punto siano gli avvenimenti contingenti, più che la disfatta di alcuni partiti della sinistra alle scorse elezioni, tanto più che, come dicevo, gran parte degli studenti del movimento non si sentono rappresentati da quei partiti. In generale c’è una diffusa disaffezione da parte dei giovani rispetto alla politica. Questo è proprio un dato.
Intendiamoci, non voglio dire che non ci sia più passione politica. Quello che è certo è che buona parte di questi giovani semplicemente non si sente rappresentata dai partiti. C’è la percezione di un grave scollamento tra le idee e le politiche che vengono sostenute dai partiti e la nostra vita quotidiana, i nostri problemi.
In questa occasione, i ragazzi che si sono mobilitati l’hanno fatto perché si trattava di qualcosa di concreto, che andava a pesare sulle loro vite. Quando hanno capito cosa stava succedendo si sono fermati e hanno provato a fare dei ragionamenti, a mettere in campo delle soluzioni, delle proposte.
Questo è un movimento orizzontale, senza leader. Anche questa è una novità…
Federica. Direi di sì. Noi, come Udu, in un certo senso abbiamo messo a disposizione del movimento le nostre competenze, le nostre capacità organizzative, ecc., dopodiché al momento è impossibile individuare una realtà univoca che possa rappresentare l’interezza di questo movimento, credo si possa definire orizzontale e spontaneo.
Anche questo in effetti pone degli interrogativi sulla tenuta del movimento e sul futuro. Cosa ne sarà di questo movimento, io non lo so. E’ troppo presto per poterlo immaginare. Ci sono due prospettive diametralmente opposte, da una parte la peggiore, che dopo la grande mobilitazione del 14 novembre, si comprenda che non ci sono vie d’uscita e tutto termini, e la prospettiva inversa, e cioè che la lotta vada avanti. E’ presto per fare previsioni.
Credo che comunque la scommessa oggi sia di allargare la base della protesta. La legge 133 in realtà interviene su molti punti. Uno dei compiti del movimento dovrebbe essere quello di fare comprendere alla società civile i pericoli della distruzione di scuola e università. Dobbiamo provare ad ampliare il fronte della protesta, far comprendere che questi temi non sono solo “nostri”, perché l’università non è una scatola chiusa e slegata dal resto del mondo. Ecco, coinvolgere la società civile dovrebbe essere il prossimo passo; in qualche modo già ci si sta muovendo in questa situazione.
Finora il movimento, anche durante le manifestazioni, è stato molto composto. Non temete eventuali derive violente?
Federica. Stiamo portando avanti la nostra protesta in maniera molto consapevole, assolutamente pacifica e rispettosa delle opinioni differenti. Anche di fronte alla minaccia dell’intervento delle forze dell’ordine, mi sembra che il movimento abbia dato prova di una certa maturità; nonostante la sgradevolezza di alcune dichiarazioni, abbiamo mantenuto i nervi saldi continuando a protestare con le consuete forme nonviolente. Noi proseguiremo per questa strada, nella speranza che da parte del governo non arrivino altri input tesi a inquinare il clima…
In questo momento anche nelle università occupate si sta cercando di agire rispettando chi non vuole partecipare a questa forma di protesta (per quanto noi pensiamo di stare lottando anche per loro). Ad ogni modo, io sono fermamente convinta che scuola e università siano comunità democratiche, e che dunque sappiano auto-regolamentarsi al proprio interno. Mi piace pensare che gli studenti delle varie università italiane sapranno trovare forme di equilibrio tali per cui chi non vuole aggregarsi alle proteste possa proseguire gli studi…
L’Unione degli universitari ha sempre avuto come prospettiva lo statuto dei diritti degli studenti. A che punto siamo?
Federica. Purtroppo non siamo a buon punto ed è un peccato perché io credo che in questo momento più che mai ci sarebbe bisogno di uno statuto dei diritti degli studenti…
Per anni questa è stata una nostra rivendicazione. Nel 2007 siamo andati al Cnsu, al Consiglio nazionale degli studenti universitari, con una proposta articolata e organica di come doveva essere secondo noi uno statuto dei diritti degli studenti. Il Cnsu ne ha poi approvato una versione, che non era esattamente quella che avevamo definito noi e però poteva essere una buona proposta… La richiesta è dunque passata al Ministero, all’allora Sottosegretario all’Università e alla Ricerca, Dalla Chiesa. In quell’ambito il testo è stato ulteriormente integrato, modificato. Secondo noi sono stati depennati alcuni punti fondamentali, soprattutto nella parte sulla rappresentanza, sui diritti degli studenti lavoratori, ma comunque un primo passo sembrava essere stato fatto. A quel punto Dalla Chiesa propose la sperimentazione di questo statuto in un po’ di atenei, dopodiché tutto si è arenato. La nostra richiesta era che lo statuto venisse approvato come legge nazionale, ma il governo precedente non ha portato avanti le nostre istanze, e temo che il governo attuale non sappia nemmeno dell’esistenza di una proposta di statuto dei diritti degli studenti…
Insomma siamo fermi: gli atenei che hanno deciso di adottarlo sperimentalmente sono pochissimi. In alcune università, come a L’Aquila, a Lecce, siamo riusciti a fare approvare una carta dei diritti degli studenti, grazie a una battaglia condotta esclusivamente dagli studenti, però si tratta di casi isolati. Ripeto, è un peccato, perché mai come in questo momento in cui le università sono messe così sotto attacco, in cui si stanno andando a stravolgere le regole, è importante che gli studenti non restino schiacciati in un meccanismo di lobby baronali all’interno di un sistema in cui hanno pochissima voce, pochissime certezze, e pochissime possibilità di vedere rappresentati i loro diritti… Ecco, credo che questa sia una battaglia da portare avanti.
(a cura di Stefano Ignone)





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