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La difesa
della normalità
Il cancro da "male incurabile” sta trasformandosi, grazie all’avanzamento delle cure e alla loro personalizzazione, in un male cronico, che si può tenere a bada, impedendogli di impossessarsi della propria vita. La battaglia principale è la difesa della normalità. L’importanza della psicologia oncologica. La grande paura del dolore, che oggi però può essere debellato. Intervista a Anna Segre.

storie

  

UNA CITTÀ n. 158 / 2008 Agosto-Settembre

Intervista a Patrizia
realizzata da Barbara Bertoncin

MAMMA PATRIZIA
Dopo aver cresciuto da sola i figli a Barra, la scelta di andare a fare la ‘mamma sociale’ a Chance, e poi quel sogno, un giorno, di andare in un paese povero ad aiutare altri bambini. Intervista a Patrizia.

Patrizia fa la “mamma sociale” nell’ambito del progetto Chance contro la dispersione scolastica. Vive a Barra, Napoli.

Sono la madre di tre ragazzi. Adesso sono adulti, il più grande è già sposato, la ragazza si deve sposare quest’anno, l’ultimo ha vent’anni.
La mia storia? Sono originaria di Napoli centro. La mia vita non è stata facile. Mia mamma è morta giovane, quando ci ha lasciato eravamo in sei, tre femmine e tre maschi. Io ero la seconda, ho una sorella maggiore. Il minore aveva sei anni. Come abbiamo fatto? Che problemi! Il piccolo non voleva andare a scuola. E non ti dico quando arrivava la festa della mamma che bisognava fare il tema… una tragedia! Bisognava andarlo a prendere a scuola.
Comunque ce la siamo cavata. Siamo diventati grandi e ognuno ha preso la sua strada.
Io sono stata sposata, poi mi sono separata, di fatto, non per legge, perché non ho avuto la possibilità di prendermi un avvocato e quindi... Comunque ormai sono quasi 13 anni che non stiamo assieme. Da ragazza facevo la macchinista in una fabbrica di alta sartoria a Portici. Era un lavoro che mi piaceva. Quando mi sono sposata ho lasciato, poi quando i ragazzi hanno cominciato ad andare a scuola, ho avuto la possibilità di fare un po’ di volontariato dalle suore. Ora sono dieci anni che lavoro tutti i giorni coi maestri di strada.

A Chance faccio la “mamma sociale”. Cosa vuol dire? Che mi prendo cura dei ragazzi. Mi piace e mi gratifica. Si fa accoglienza, si ascoltano i loro problemi, si entra un po’ nella loro vita, se si può li si aiuta. Poi aiutando loro io aiuto me stessa, è questo il fatto, è un lavoro che mi fa star bene.
La giornata comincia con l’arrivo dei ragazzi. Quando entrano gli facciamo fare la prima colazione, ogni ragazzo ha le sue esigenze, c’è chi vuole il cornetto e chi invece il wafer o i crackers, ormai li conosciamo, poi c’è il succo di frutta...
Oltre all’accoglienza, facciamo anche servizio sul corridoio. Ad esempio, quando i ragazzi non riescono a stare in classe, escono e noi li teniamo qua nello “spassatiempo” e vediamo un po’ cos’hanno, perché stanno nervosi. Li aiutiamo a tranquillizzarsi per poi rientrare in classe. Cos’è lo spassatiempo? E’ la stanza dove fanno colazione, ma poi è anche la nostra stanza “decompressiva”, dove i ragazzi vengono se sono agitati e noi cerchiamo di contenerli, di farli calmare… Ci sono tanti modi. Si può parlare, leggere un libro. Si può anche solo stare zitti. A volte infatti a sentirsi ripetere le stesse cose si agitano ancora di più, allora stare in silenzio può essere più efficace. Mi piace moltissimo stare coi ragazzi perché ho la sensazione di fare qualcosa di buono, poi non so.
C’era un ragazzo in particolare, si chiamava Ciro, si metteva sempre in corridoio, si prendeva una sedia e non si riusciva a smuoverlo, sembrava il portinaio della scuola, non riusciva a entrare in aula, né a fare niente.
Un giorno, non so, ero con una collega e abbiamo avuto l’intuizione di prendere un gioco di costruzioni, “Il meccano”. Ecco, attraverso quello lui è riuscito a fare dei gran passi avanti. Ha iniziato a scrivere quello che faceva, poi si è messo a leggere. Sembra poco, ma per me è stata una cosa bellissima.
Delle volte, per tranquillizzarli può andar bene anche un massaggio, o delle coccole, un po’ le cose che fanno le mamme. Molti di questi ragazzi non conoscono nemmeno i giochi. Ecco, in questo spazio, nel break abbiamo insegnato loro a giocare a dama, un gioco in cui bisogna rispettare delle regole.

Alcuni di questi ragazzi abitano dove abito io e devo dire che purtroppo mi è capitato di rivederne qualcuno dopo anni e capire che non ero stata d’aiuto come credevo. E’ così, ed è triste. Quando vedi che, nonostante tutti i tuoi sforzi, i ragazzi alla fine hanno preso la strada dei padri, beh, sono cose che fanno male. Hai dato tanto, ti sei affezionata e però…
C’è un ragazzo di questi che stanno dalle mie parti che quando mi vede non mi saluta. Io lo cerco con lo sguardo, ma lui guarda a terra, forse si vergogna, fa finta proprio di non vedermi. Devi fare i conti anche con questo.
Fare la mamma sociale a volte ti fa anche soffrire. Ci sono queste storie, magari tu fai tanto, ma prendono comunque quella piega. E allora ti senti proprio sconfitta…
Alle volte penso che ci vorrebbe proprio una bacchetta magica. Più che altro bisognerebbe lavorare con le famiglie per cambiare la mentalità. Io comunque non perdo la speranza perché anche i miei figli sono vissuti in una zona a rischio, però mi sembra siano venuti su bene. Quindi non è vero che il quartiere ti dà questo marchio che tu diventi per forza… se uno ha voglia di cambiare e una famiglia che lo segue…
Certo, bisognerebbe lavorare sui genitori. Informalmente l’abbiamo sempre fatto, perché oltre i ragazzi, accogliamo anche i padri e le madri. Ora però stiamo facendo un vero progetto e credo che si potrà realizzare qualcosa di buono. Perché io penso che il problema sia a monte. A volte capita che senti i genitori: “Ah, no, io voglio che mio figlio faccia una vita diversa”, però alla fine sono solo chiacchiere.
Come l’hanno presa i miei figli? All’inizio il piccolo era geloso: “Ma come, invece di stare qui con me, vai con gli altri ragazzi!?”, poi man mano ha capito. Anzi adesso mi incoraggiano, mi dicono: “Fai bene!”. Se anche sto fuori sono contenti. Devo dire che grazie a questo lavoro ho imparato anche a dialogare con loro. Non è che prima non lo facessi, però ora so che è importante soprattutto ascoltarli.
Il mio figlio maggiore lavora nella ditta del suocero. Operano sia in Val di Sangro che a Napoli, vanno pure a Cassino. Lavorano per la Fiat. Sono personale esterno. E’ carpenteria pesante, spesso lavorano di notte. Sinceramente non so bene. A volte me lo fanno pure vedere, ma non capisco. Ora anche il piccolino sta lavorando con loro. Il più grande se l’è portato dentro.
Ho visto che sulla sicurezza sono attenti. Hanno la “licenza di fuoco”, tutti i permessi devono avere, altrimenti non li fanno lavorare. Nell’ultimo periodo, con tutte le cose che sono successe, ne abbiamo parlato. E loro mi dicevano: “Abbiamo tutte le sicurezze, però a volte, o per il tempo o per il caldo, o perché danno fastidio, non le usiamo”. Io sono uscita pazza: “Ma come?!?”.
Comunque per salire sui tetti hanno l’imbragatura, poi siccome lavorano con le saldatrici elettriche, quando operano devono esserci nei paraggi i vigili del fuoco. Se non hanno questi permessi non possono lavorare. Loro dicono che, essendo personale esterno, i controlli sono più severi. Addirittura c’è la pesata dei ferri all’entrata e all’uscita. Il lavoro è abbastanza faticoso, però a loro piace perché costruiscono. Ora fanno le notti a Cassino, sempre per la Fiat.
La figlia femmina adesso non lavora, ha 23 anni. Lavorava dalle suore, affiancava una maestra d’asilo, poi ha litigato con la madre superiora: non la pagava! Allora si è messa a fare la commessa. Ora ha smesso, tra poco si deve sposare e allora…
Devo dire che ho una bella famiglia. Anche se il papà non c’è…
Per dire, qualche tempo fa, mia nuora, poverina, che ha solo 25 anni e una bambina piccola, ha avuto una pancreatite acuta. Beh, gli altri miei figli non ci hanno pensato due volte, hanno fatto le valigie e ci siamo trasferiti da loro dieci giorni per aiutarli. Intendiamoci, non è che siamo andati così lontani, siamo andati ad Acerra e però…
Ecco, posso dire che sono stata una mamma fortunata, ora sono pure nonna, la nipotina si chiama Sabrina, è bellissima. Vedi, delle volte passi questi momenti che pare proprio che il mondo ti cade addosso, e poi invece tutto si risolve.

Certo, tirarli su da sola non è stato facile, sì, mio marito mi passava qualcosa, ma cosa vuoi… poi devo dire che loro, arrivati a una certa età, si sono subito messi a lavorare, quindi già il fatto che non gli dovevo comprare io i pantaloni o le magliette, che non gli dovevo mettere i soldi in tasca…
Hanno sempre lavorato. Il primo aveva 13 anni, era ancora alle medie. Mi disse: “Mamma, io non voglio continuare più. Se vado alle superiori ti faccio solo buttare i soldi”. Così già durante la terza media trovò un posto come aiuto meccanico a Barra. A lui è sempre piaciuto montare e smontare il motorino. Una volta più grande è andato a lavorare a Napoli…
Poi ha conosciuto la moglie. Il suocero, che era anche lui operaio, si è messo in proprio e gli è andata bene così ha preso anche lui.
Mio figlio non potrebbe mai stare a una scrivania, “Tu mi fai morire!”, dice. Adesso però fa anche delle cose complicate, riduce in scala, fa delle operazioni. Credo che anche a lui ora dispiaccia non aver studiato. D’altra parte dice che arrivano ingegneri che non sanno fare proprio niente! E però quel pezzo di carta vale, purtroppo s’è dovuto far grande per capirlo.
Il secondo invece dopo aver fatto tre volte la seconda superiore all’Itis, m’ha detto: “Mamma, voglio andare a lavorare, non voglio più andare a scuola. La professoressa m’ha detto che m’aiutava, ma non m’ha aiutato”. Col fratello abbiamo provato a convincerlo: “Eh, non sai cosa vuol dire saper parlare l’inglese, avere un pezzo di carta!”. Ma non ha proprio voluto saperne. Si è messo a lavorare.
Adesso è contento, guadagna pure abbastanza bene. Qualche scemenza l’ha fatta anche lui. All’inizio si lamentava che il suocero di mio figlio lo pagava poco, l’orario, “Io mi licenzio” e il fratello a dirgli: “Pensaci bene, chi ti prende a lavorare? Sei piccolino”, niente da fare. Si era pure già comprato una macchina a rate. Insomma, s’è licenziato. Per fortuna il suocero di mio figlio alla fine l’ha ripreso. Lui infatti ha preso ed è andato in giro a cercarsi un altro lavoro, come garzone, a un bar, ma gli davano poco poco, niente. Comunque ha fatto quest’esperienza, dopodiché, da solo, senza dire niente a nessuno, è tornato dal datore di lavoro…
Sia mia figlia che il piccolo vivono ancora con me. Noi abbiamo ancora una mentalità vecchia. Cioè a me non piace che vadano a convivere. Se lo vogliono fare, va bene, ormai sono grandi, però a me non piace molto, io lo dico.
Devo dire che comunque sono bravi, non mi hanno mai dato problemi gravi. Il più piccolo quando si ritira più tardi, per non farmi preoccupare, mi fa la telefonata. Io glielo dico: “Vedete di non farmi stare in pensiero, con tante cose che succedono…”. Abbiamo un dialogo. Poi non so se lo fanno per farmi stare zitta o perché si preoccupano che stia tranquilla.
Comunque non mi posso lamentare.
Ora mia figlia si sposa. Lei ha fatto la terza media, poi un corso professionale per parrucchiera, ha fatto parecchie cose, però…
Non so cos’ha in testa. So che anche dopo sposata vuole lavorare. E’ importante che la donna lavori. Io mi sono trovata molto in difficoltà avendo smesso. Se avessi avuto un lavoro, sarebbe stato tutto diverso. Mi è andata bene comunque, però, io lo dico sempre: uno non deve mai dipendere, deve essere autosufficiente. Se sei autonoma il discorso cambia: non ti fai maltrattare. Comunque lei è una persona capace, se ha un obiettivo ci arriva. Sono contenta di come sono venuti.

Quando i ragazzi arrivano a Chance sono aggressivi, talvolta violenti, ma alla fine dell’anno, al momento di andarsene, ti abbracciano. E’ una bella ricompensa! Ti salutano sempre con gratitudine, con grande gioia. Insomma, le cose positive ci sono, io però vorrei fare di più. Mi piacerebbe poter creare qualcosa di più concreto per loro, nel momento in cui lasciano la scuola, non dico un posto di lavoro, ma magari un luogo in cui star sereni. A volte infatti queste famiglie si mettono a fare quello che non dovrebbero proprio per mangiare. Allora, se non sono cattivi, se hanno solo un problema di reddito, io non dico di offrirgli quella cosa del reddito minimo, che non mi piace, perché è assistenzialismo, però aiutare qualche mamma a lavorare, anche solo 2-3 ore. In passato il Comune ha dato tanti soldi a queste persone, però non si è concluso niente. Tra l’altro prima glieli dà e poi glieli toglie…
Non lo so. Io vedo i miei vicini che dormono tutta la mattina. D’altra parte che si alzano a fare? “E dove devo andare? Non c’ho nemmeno i soldi per farmi la spesa”, mi dice la signora, “Tanto vale che dormo”. Invece già alzarsi e vestirsi per accompagnare i figli a scuola… Ma li vedi, sono passivi, non sono combattivi, si adagiano… in questi posti la depressione ti ammazza.
A Barra ci mancava solo la spazzatura! Noi ci siamo trovati con l’immondizia fuori dai nostri palazzi. Eppure bastava muoversi prima con la differenziata, e con un po’ di educazione civica. Il fatto è che qui non ce ne hanno nemmeno dato la possibilità.
Qualche anno fa avevano introdotto la differenziata: il martedì, il mercoledì e il giovedì. Ci avevano anche dato i sacchetti per differenziare. Noi come inquilini della palazzina, ma in generale nel viale, l’abbiamo fatto. Con tutto che abitiamo in un quartiere degradato, noi mettevamo le nostre buste dove andavano messe e sai cosa succedeva? Che non passavano a prenderle! Poi hanno smesso anche di portarci le buste…
Ora vedremo. Per il momento è un po’ migliorato. Certo abbiamo avuto dei topi così, grandissimi, sembravano scoiattoli! Che poi sti topi si trovavano morti a terra proprio dove passano i bambini. Noi siamo andati anche al Comune, credi che siano andati a pulire? Lo spazzino diceva che non era compito suo…
Poi dicono i “cittadini qui, i cittadini là…”.

Qui a Barra la situazione non è buona. Alle otto di sera scatta il coprifuoco. Quando vado a Portici o ad Acerra, dove sta mio figlio, in pizzeria, in gelateria, vedo tanti giovani. Se vieni a Barra alle otto di sera di giovani ne vedi pochi. E’ un luogo cupo.
I miei figli infatti qui non ci stanno. L’altro ieri mattina in salumeria si parlava delle cose che succedono qua a Barra. Perché, per dire, ora hanno incendiato l’immondizia ed è bruciata pure una centralina telefonica, così noi ora siamo senza telefono, tutti. Abbiamo fatto il reclamo, quasi mezza Barra è messa così. Le signore che erano in negozio hanno iniziato a lamentarsi: “Qua alle otto ci dobbiamo chiudere dentro, perché ci sono solo teppisti”, “Sono tornata da un matrimonio, erano le dieci e mezza di sera e pareva già un mortorio!”.
Alla fine qualcuno se n’è uscito dicendo che non dovevano bruciare solo la cabina telefonica, ma tutta Barra, toglierla proprio dalla cartina geografica…

No, non ho mai pensato di rifarmi una vita. Coi miei figli sto bene e a volte penso: “Ma se io mi faccio una vita sarebbe la stessa cosa?”. Ho paura di no. Intanto dovrei mettere i miei figli a confronto con un’altra persona e non so se a loro piacerebbe. E se a loro non piace? Io starei male. E quindi ho deciso così. Già hanno sofferto, dargli un altro dispiacere… Neanche mio padre si è mai risposato.
Quello che davvero mi piacerebbe fare è andare ad aiutare i bisognosi nel terzo mondo. Lo so che può far ridere che da Barra voglia andare a fare del volontariato in un paese povero. Però è così, ai miei figli l’ho sempre detto: “Quando vi sarete fatti grandi, quando ve ne sarete andati tutti quanti, me ne vado anch’io in un paese povero, ad aiutare altri bambini”.
Poi non so se ci riesco.

A scuola a volte i ragazzi mi confidano anche cose loro personali. In questi anni ho visto che tutti amano molto i loro genitori, casomai li fanno combattere, ma sono legatissimi. In questo senso dev’essere chiaro che nessuno cerca di sostituirli.
E’ successo un episodio. Una signora, una mamma, che io conoscevo già, con una storia difficile, una volta è venuta da me e mi ha raccontato di quanto avesse sofferto, mentre era in galera, quando suo figlio le aveva scritto che la comunione la faceva con “mamma Patrizia”. Si era addirittura fatta la fantasia che volessi adottarlo. Le ho detto: “Non la devi mai pensare una cosa così. A noi ci chiamano così perché siamo lì a scuola, ma io mai potrei sostituirmi…”, insomma ho cercato di tranquillizzarla. Figurati, già era in carcere, quando nella lettera del figlio ha letto “mamma Patrizia mi fa la comunione…” c’è rimasta malissimo. Per fortuna già la conoscevo e comunque c’era un buon rapporto…
Insomma ci siamo chiarite e adesso quando mi vede, anche lei mi chiama: “Mamma Patrizia! Come stai?”.



  


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