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storie

UNA CITTÀ n. 156 / 2008 Maggio

Intervista a Gianni Manzo
realizzata da Barbara Bertoncin

L'EDUCATORE
La passione per un lavoro, quello dell’operatore sociale, a torto considerato giovanile o transitorio. I problemi, anche gestionali, di una piccola cooperativa stretta tra bandi al ribasso e mancato riconoscimento di una professionalità. Il sogno, un giorno, di offrire dei contratti a tempo indeterminato. Intervista a Gianni Manzo.

Gianni Manzo, laureato in Scienze politiche all’Università Federico II di Napoli, presidente della cooperativa “Il tappeto di Iqbal”, è coordinatore degli educatori del progetto Chance contro la dispersione scolastica. Vive a Procida. La mia prima esperienza come educatore, o operatore sociale in senso più ampio, è stata con Opera Nomadi, con i rom. Mi occupavo della dispersione scolastica dei bambini del campo rom di Secondigliano, uno dei quartieri più infelici di tutto il Mezzogiorno. La giornata cominciava alle sei e mezzo, perché poi alle sette, sette e qualcosa, dovevi bussare alle porte e alle sette e mezzo bisognava correre a scuola. Il campo era in una situazione disperata, oggi poi sarà pure peggiorato, perché ci sono stati diversi nuovi ingressi. Adesso sono soprattutto rumeni; quelli con cui ho lavorato io erano famiglie di origine slava, anche se i bambini poi erano nati a Napoli, parlavano napoletano. Comunque il lavoro era tosto perché dovevi dare proprio la sveglia alle famiglie, e già entrare in quelle baracche era veramente un casino, a volte non si trovava neanche il bambino; poi c’erano quelli con cui la mediazione era abbastanza semplice, e quelli coi quali ci dovevi litigare tutte le volte. Una volta recuperati i bambini si andava nelle scuole con un pulmino guidato da uno dei rom della comunità (con un equilibrio sempre precario si era riusciti anche a professionalizzarne qualcuno, a farlo lavorare per la loro stessa causa, diciamo così) . Poi a scuola cominciava questo lavoro di mediazione molto difficile. Tra l’altro si arrivava costantemente in ritardo, e c’era subito la discussione sui problemi del giorno prima, insomma ti lascio immaginare…
Durante la mattinata oltre a fare dell’alfabetizzazione si faceva un lavoro anche con gli insegnanti e il personale ausiliario, per via dei pregiudizi, ecc. Devo dire che comunque in molti si erano anche affezionati a questi ragazzi…
Oltretutto noi, della scuola, utilizzavamo tutto: i bagni per permettere loro di farsi una doccia, la refezione per garantire un pasto, eccetera. Al termine di quell’esperienza ho iniziato a lavorare coi Maestri di strada, a Chance, e contemporaneamente in un progetto per gli immigrati, uno sportello legale, infine un laboratorio interculturale nelle scuole. Quell’anno ho fatto diverse cose. Alla fine fui chiamato a Chance e mi dissero che avrei dovuto abbandonare le altre attività e dedicarmi solo a questo. Così è stato. Oggi sono il presidente della cooperativa “Il tappeto di Iqbal” e quindi svolgo più una funzione di coordinamento, ma è stato il lavoro di educatore quello che mi ha fatto affezionare di più al progetto. Il lavoro con i minori è molto più gratificante di quello con gli adulti. Quando sono arrivato, per forza di cose mi sono inserito nel gruppo che c’era, in un secondo tempo, quando sono diventato coordinatore dell’équipe di Barra San Giovanni, ho potuto intervenire sull’organizzazione, anche sulle persone che ne facevano parte. L’epoca d’oro è stata quella con Ciro Naturale, quando giravamo con quella macchina sgarrupata, la famosa “Chance mobile” facendo davvero gli “educatori di strada”. A parte la passione, oggi riconosco anche la professionalità che ci abbiamo messo adattandoci alla flessibilità che il progetto comportava, che voleva dire fare i domiciliari anche la sera, o occuparci di dettagli che non ci competevano, ma la cui cura era fondamentale. Insomma non badavamo tanto all’orario di servizio o a delle indicazioni specifiche che venivano date nella programmazione. La disponibilità poi non era solo quella del nostro tempo, ma anche ad imparare in continuazione, a metterci in discussione…
La chiamavamo l’educativa territoriale dei poveri. Siamo riusciti a fondare un centro di aggregazione senza una lira: anziché prendere un nuovo spazio, abbiamo messo in gioco i rapporti che avevamo con le... [ continua ]

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