Logo Una Città
i nostri libri
Vai al catalogo completo dei libri


La difesa
della normalità
Il cancro da "male incurabile” sta trasformandosi, grazie all’avanzamento delle cure e alla loro personalizzazione, in un male cronico, che si può tenere a bada, impedendogli di impossessarsi della propria vita. La battaglia principale è la difesa della normalità. L’importanza della psicologia oncologica. La grande paura del dolore, che oggi però può essere debellato. Intervista a Anna Segre.

storie

  

UNA CITTÀ n. 155 / 2008 Aprile

Intervista a Rosa Apice
realizzata da Barbara Bertoncin, Carla Melazzini

NON E' CHE AVREI VOLUTO FARE CHISSA' COSA...
Intervista a Rosa Apice, di Barra, Napoli.

Sono nata nell’81, l’anno dopo il terremoto, allora abitavamo da un’altra parte, dietro via Ceccarelli, poi nei bipiani che hanno buttato giù, ma sempre a Barra. Son venuta qua che avevo 7-8 anni e sono cresciuta qui, in questi appartamenti... La mia infanzia è stata così così, comunque ho vissuto con due persone speciali, i miei nonni. Mia madre purtroppo non è stata fortunata dalla nascita, né coi genitori, né coi nonni. Noi almeno abbiamo avuto i nonni, lei neanche quelli. Psicologicamente è rimasta bambina, e poi i problemi di salute... Comunque, allora era tranquillo, non era così come adesso. Molto, molto più tranquillo di adesso. Insomma, ho avuto un’infanzia normale, si giocava fuori, non c’erano tutte le recinzioni, non ci stavano problemi. Un quartiere normale. Quando ha cominciato a diventare “non normale”? Pian piano, non ci sta una data specifica…
A scuola mi trovavo bene, ho fatto materna, elementare e pure le medie. Alle elementari ho avuto un’insegnante molto severa, però oggi dico brava. Alle medie pure. Io poi non ero ribelle come bambina. Ero molto più calma di mia figlia, cioè, temevo, avevo paura dei castighi, delle sgridate... Infatti non sono mai stata bocciata, ho fatto fino alla terza media. Avrei pure voluto continuare, poi però c’è stato il fidanzatino, che oggi è mio marito... Mi sono fidanzata a 13 anni. Un po’ prestino? Già, tornassi indietro... Cioè, sceglierei comunque le cose che ho fatto, perché sono contenta di quello che ho fatto, e però forse non a 13 anni... Ricordo che ho festeggiato il mio tredicesimo compleanno e ci siamo fidanzati di nascosto...

Non è che avrei voluto fare chissà cosa, avrei continuato la scuola. Avrei fatto qualcosa legato alle scienze, perché m’interessa scoprire le cose, fare domande: perché ci sta ‘sta cosa, perché succede questo… Mi piace la natura, i vulcani, le piante… tengo un limone qui in giardino, l’ho visto nascere, me lo sto crescendo… Sì, lui non voleva che continuassi. Escluso il liceo scientifico, dissi: “Mo’, se non mi fai fare la scuola almeno fammi fare un qualcosa”. C’è la scuola di estetista e parrucchiera qui. Disse di no. “Se vuoi qualcosa te lo do io”, era questo l’argomento. Cosa vuoi, non avendo dei genitori che si impongono. Voglio dire, un genitore può anche intervenire: “Quello è il fidanzato, io sono il genitore e tu fai quello che dico io”. Io comunque così farò. Tu genitore cerchi il meglio per tua figlia e arriva uno di 13 anni… Non esiste. Poi non vorrei che mia figlia si fidanzasse a 13 anni, è troppo presto. Le cose sono belle comunque, però… Allora non è che ho accettato così, mi sono anche ribellata, ma poi dopo mi son stufata, si vede che forse non ero tanto interessata, mo’ me ne pento, però così è andata e così andiamo avanti.

Lui è un bravo ragazzo, tranquillo. Ha cinque anni più di me, a 15 anni già era a lavorare a Verona con un parente. A 18 anni è tornato qua per il militare, finito il militare se n’ è tornato là. Sì, ci siamo fatti cinque anni di fidanzamento. Lui là e io qua.
Ci siamo sposati quando io sono stata maggiorenne. A marzo ho compiuto 18 anni, a ottobre mi sono sposata e l’ho raggiunto a Verona. Ci sono rimasta sei anni. Quando son salita io abbiamo affittato una casa. Molto più bella di questa. Erano due stanze, due bagni, due poggioli, il garage, un salone enorme che era circa 50 metri quadrati e una bella cucina.
Solo che l’affitto… Siamo arrivati a 500 euro, avevamo iniziato con 800.000 lire.
A parte la casa, l’esperienza al nord non è stata positiva, non mi sono trovata bene. Sempre per il fatto che, essendo lui napoletano, una capa diversa, non m’ha mai voluto far andare a lavorare.
Quindi io stavo in casa da sola tutto il giorno.
Se avevo amiche? E come se non uscivo mai? Stavo proprio dentro casa, tutto il giorno. Ovviamente, potevo uscire, se volevo, solo che dopo un po’, figurati, mi ero talmente abituata a stare in casa che mi scocciava persino andare a fare la spesa, a pagare le bollette. Uscivo una volta al mese e riuscivo addirittura a pagarle con 20 giorni di ritardo perché l’idea di uscire… Ero autoprigioniera.
Cosa facevo tutto il giorno a casa? Pulivo la mattina e poi mi mettevo sul divano. Infatti, quando sono andata lì ero magra. Son tornata qua a Napoli che ero una cosa… D’altra parte, dormivo, mi alzavo, aprivo il mobile e mangiavo. Questo succedeva: mangiavo e dormivo.
E’ andata avanti così per anni, fino a che mi son scocciata, perché comunque bambini non ne arrivavano, e ho detto: “O mi fai andare a lavorare o mi porti alla Colucci, la clinica psichiatrica”.
Sono andata a lavorare, tre mesi e sono rimasta incinta!
Lavoravo in una fabbrica. Mi trovavo molto bene, ce n’erano cotti e crudi, cioè napoletani, veneti, extracomunitari, di tutto. Era una cartotecnica, credo si dica così. Arrivavano dei giornali e bisognava spedirli, metterli sulla macchina che metteva i nomi e tutto il resto. Si chiama postalizzazione.
Facevo otto ore al giorno e mi pagavano bene, sei euro all’ora mi sembra. Mi piaceva anche la compagnia. Infatti un po’ è stato brutto andarmene. Appena sono rimasta incinta ho subito smesso perché erano cinque anni che non succedeva niente, e allora non volevo rischiare, perché comunque facevo un lavoro faticoso, si trattava di spostare questi pacchi... Insomma, sono rimasta a casa. Sono stata anche fortunata perché, dopo soli tre mesi di lavoro, ho avuto diritto a essere pagata per lavoro a rischio. Ho percepito lo stipendio per oltre un anno. I primi sette mesi percepivo 700 euro e qualcosa al mese, poi dopo ho preso la maternità normale. E così siamo tornati a Napoli.

Qui paghiamo 10 euro al mese, 9 euro e 87. Sono le case comunali. Costano pochissimo e però si allagano, umidità da tutte le parti, non so quante cose ho buttato. Comunque, da questo punto di vista è evidente che non c’era paragone con il nord.
Al nord il modo di vivere è diverso. Là, l’uomo e la donna sono uguali. C’è molta libertà. Per un napoletano è dura da accettare che una figlia vada a convivere, che si fidanzi con uno, poi con un altro. Lo accetti poco. Succede pure qua a Napoli, però la cosa è più riservata, perché la maggior parte la pensa così, mentre là è il contrario. E’ vero, qui tante ragazze rimangono incinte a 13-14 anni, e non è considerata una violazione, però io non sono d’accordo.
Per le mie figlie vorrei che crescessero a Verona, come posto, ma qui come mentalità. Perché sono restia su queste cose. Forse, crescendo con i nonni, sono diventata un po’ vecchiarella, cioè mi dà fastidio pensare a tutta questa libertà, che mia figlia si fidanza, ha il rapporto con il suo fidanzato, e poi lo cambia….
Verona forse era preferibile per il modo di vivere, nel senso che comunque si frequentano persone migliori, e soprattutto non si vedono le cose che si vedono qua. Che poi, intendiamoci, le cose brutte ci stanno pure là, solo che le fanno più di nascosto, mentre qua è più all’aperto.
Forse là sarebbe meglio anche per l’istruzione. Io comunque farò del mio meglio. Certo non impedirò loro di studiare, anzi devono andare a scuola. Beh, se proprio non vogliono, le aiuterò a inserirsi da qualche parte, ma non devono stare a casa. Su questo siamo d’accordo con mio marito. Anche lui sa che comunque è una cosa giusta per le figlie. Oramai si fa tutto solo per i figli.
Sì, lo so che sono giovane, ma è così, preferisco fare una cosa per le figlie che per me, anche se tengo ventisett’anni. Si pensa più a loro, è normale, sei giovane, vuoi fare qualcosa anche per te, però poi ci pensi e ti dici: “Aspetta, prima ci sono loro…”.
Comunque, per mio marito venire qui o stare là non faceva grande differenza: lavorava là, lavora qua, alla sera tornava a casa, qua torna a casa...

Quando le bambine saranno più grandi, e saranno tutte e due all’asilo non so cosa farò. Si vedrà: un altro figlio di sicuro non lo faccio...
Potrei fare una scuola serale, ma ormai proprio psicologicamente... è passato il tempo. Mi piacerebbe l’idea di lavorare mezza giornata. Con mio marito non ne ho parlato, vedremo. Sicuramente, mo’, essendo cresciuta, avendo messo i piedi in terra... Cioè che debba essere l’uomo a decidere è sbagliato, però questo l’ho capito oggi che ne ho 27 di anni, ma a 13 anni non m’importava, anzi, mi pareva una cosa bella se il mio innamorato era geloso, ecc. Perché comunque avere il fidanzatino, la prima cotta, il primo amore... Sono cose che ti fanno vivere nelle nuvole… A 13 anni fa piacere, a 27…

Le amiche? Quando son tornata da Verona, credevo di ritrovare le mie vecchie amiche, perché ne avevo, invece… Si cresce, crescono tutti. Io son rimasta là rinchiusa in quelle quattro mura, convinta di ritrovare le cose come le avevo lasciate, invece è cambiato tutto... Non sono più le persone che credevo che fossero, sono diverse da quello che mi ricordavo. E allora preferisco stare in casa, stare in famiglia... Mio marito torna la sera. Ora sta lavorando a Salerno. Ha sempre da lavorare. Ringraziando Dio. A Verona c’è stato questo periodo di crisi, anche il suo datore di lavoro si è trovato in difficoltà, e infatti se prima pagava i ragazzi a giornate, ora non è più così, paga a metri, tanti metri fanno tanto paga... Ora dice che se stavamo là eravamo ricchi. Poco ci credo, perché noi fortuna ne abbiamo avuta poca. Lui ha sempre lavorato nell’edilizia, cantieri, case, appartamenti… Di solito arriva alle sei e mezzo, sette. Se usciamo? Con la bambina piccola, fra baracche e baracchetti, ti scocci. A casa ti senti più a tuo agio. Fino a che è piccola star fuori una giornata è una fatica, devi preparare la borsa il giorno prima, sempre con la preoccupazione di dimenticare qualcosa, poi la bambina piange, devi riscaldare il latte e dove e come…
E quindi stiamo qui. Stare a casa non è che sia facile, i servizi, i figli, cucinare, oggi stiri, domani di nuovo i panni da lavare… Comunque è un lavoro. Poi, ora che Elena, la seconda, è ancora piccolina, ho paura, un po’ di paura c’è sempre… Oltretutto in realtà, ho tre bambine, perché faccio da mamma anche a Olimpia, mia sorella. Lei ha patito più di me la perdita della nonna. Nel senso che io l’ho avuta per più tempo. E’ stata il nostro sostegno. Non lo so spiegare quello che ha dato, quello che ha lasciato... non lo so dire. Per noi è stato come perdere una mamma... Ringrazio Dio che tengo le bambine. Sì, ho anche un bravo marito, ma i figli sono più importanti dei mariti.
Per Olimpia sicuramente è stato un bene che sono tornata, perché era sola. Di questo sono felice. Ora lavora, ha queste colleghe che mi piacciono. Sì, ho voluto conoscerle: sono brave ragazze, stanno qui nei dintorni, una a Ponticelli, una a San Giorgio...
Non voglio che frequenti la gente che abita qui.

Ho due figlie, Elena, la piccolina, e Francesca, 3 anni compiuti ad ottobre, che è andata all’asilo quest’anno. Tutta la settimana la grande va a scuola, volentieri, e il sabato e la domenica non stiamo mai a casa, torniamo solo per dormire, la porto alle giostre, o andiamo a casa di mio marito, dove comunque ci sono dei bambini.
In estate gioca pure qua fuori, ora che ho chiuso, però quando era aperto no, perché sentono parole, cose… Quando si farà grande, che capirà qual è la parolaccia, allora potrà magari uscire, ma ora che è piccola, che sono delle spugne…
Sì, lo so, non mi illudo, lo so che l’esempio cattivo è sempre quello che vince... Tra tre anni anche Elena andrà all’asilo.

Cosa mi piacerebbe fare? Che domanda difficile. Mah, forse andare un po’ in giro. Per il mondo? No, vicino. Pure per il mondo, sì, però non lo dico, perché è una cosa troppo grossa... Appena vedi che c’è un po’ più di tranquillità, che ridi un po’ di più devi aver paura.
Mi basterebbe andare in giro, camminare, distrarmi, avrei bisogno di pensare a me stessa, fare le cose che non ho fatto in passato, quando c’era la possibilità, quando dovevo farlo, quando era l’età giusta di fare certe cose, quello vorrei fare, cose che non ho fatto mai.
Per il viaggio di nozze siamo stati in crociera. E’ finita troppo presto però… Abbiamo fatto il Mediterraneo, Tunisi, Palma di Majorca, Barcellona, Marsiglia, Genova. Mamma mia, è stato bello assai, anche vedere città diverse. Mi piace conoscere cose nuove, cioè proprio m’attraeva questa cosa. Quella che mi è rimasta impressa è stata Palma di Majorca, spettacolare, bellissima.



  


archivio
Gian Lupo Osti
Haïm Vidal Séphiha
Papa Chissokho
Louisette Ighilahriz
Maria Josè Gonzales
Ester Fano
Giuliana Ciani
Lucia Calzari
Adriana Musella
Elisabeth Seebacher
Dorina Palmieri
Françoise Rudetzki
Mariella Gramaglia
Nelly Norton
Giuseppe Laterza
Mordechai Morale Bar-on
Ali Abu Awad
Silvia degli Alberti Marsoni
Stefano Majnoni
Françoise Rudetzki





chiudi