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A scuola con il sintomo

Un gruppo di insegnanti che da anni si ritrova ogni mese, con una supervisione, per discutere casi difficili, non per improvvisarsi provetti psicologi, ma per fare meglio il proprio mestiere; l’importanza di non stroncare il sintomo, perché è sempre una risposta intelligente; intervista a Marina Baguzzi e Marco Lodi.


problemi di scuola
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UNA CITTÀ n. 153 / 2008 Febbraio

Intervista a Gabriella Merz
realizzata da Barbara Bertoncin, Joan Haim

I PASSI DI TUTTI
Una didattica differenziata, e personalizzata, per far sì che l’ormai inevitabile eterogeneità delle classi non penalizzi nessuno, né chi è più avanti, né chi parte più indietro. L’abolizione del libro di testo e la prassi del racconto. Una scuola a tempo pieno con tante ore in più, ma retribuite... Intervista a Gabriella Merz.

Gabriella Merz insegna alla scuola elementare “Pigarelli” di Gardolo, Trento.

Hai iniziato a insegnare negli anni ’70. Da qualche tempo nella vostra scuola avete avviato un’esperienza di didattica differenziata. Puoi raccontare?
Sono 35 anni che faccio la maestra elementare, ho finito le magistrali nel luglio del ‘72, nel dicembre dello stesso anno ho fatto il concorso e a settembre dell’anno successivo ero già nel mondo della scuola. Avevo 19 anni, son partita con un anno di incarico e poi sono entrata in ruolo. Ho sempre fatto l’insegnante elementare e devo dire che, nonostante siano passati tanti anni, la passione è aumentata.
Dopo qualche esperienza fuori città, dal 1984 lavoro in questa scuola di Gardolo, nella periferia di Trento. E’ una zona che ha visto un aumento demografico consistente, soprattutto per la presenza di edilizia popolare o agevolata, che attrae anche gli stranieri, che qui trovano prezzi accessibili. Nelle prime classi il 25% degli alunni è straniero. Evidentemente ci sono anche problemi di convivenza, come in tutte le zone di periferia, perché parlare di accoglienza, solidarietà, ecc. è facile, ma chi vive nelle case popolari spesso deve affrontare problematiche, tensioni, che non vanno sottovalutate. L’amministrazione comunale e provinciale, anche attraverso le associazioni, il volontariato, sostiene la scuola. L’autonomia della Provincia qui conta. Lo vedo quando arriva qualche insegnante da altre parti d’Italia, soprattutto se viene dal Sud Italia, dalla Calabria, dalla Campania, rimane allibito per il sostegno economico, organico, di strutture, di aiuti, che abbiamo. Poi tutto è migliorabile, tutto è perfettibile, però sicuramente, rispetto al resto dell’Italia, abbiamo un buon livello di sostegno.
L’esperienza della didattica differenziata è nata dalla constatazione, negli ultimi 20 anni, che la composizione delle classi era sempre più eterogenea. In ogni classe noi oramai abbiamo tre o quattro livelli. Fino a quattro o cinque anni fa c’era il problema della competenza linguistica degli stranieri, ora iniziamo ad avere immigrati di seconda generazione, che hanno frequentato la scuola materna e pertanto hanno una buona conoscenza della lingua italiana, però casomai la situazione socio-economica determina comunque una condizione di disagio anche dal punto di vista scolastico, quanto meno di deprivazione, di poca conoscenza, di mancanza di rapporti, stimoli e quant’altro. Allora noi ci siamo trovati in questi ultimi anni con classi molto numerose, 25 alunni, con, all’interno appunto livelli di capacità diversi. Su questo, con il gruppo di insegnanti con cui lavoro, abbiamo iniziato a confrontarci. Nessuno di noi era più disposto a mettersi in cattedra e fare la sua lezione, dopodiché chi capisce, capisce, e gli altri pazienza. Ho sempre pensato che l’obiettivo dell’insegnante fosse quello di portare avanti, il più possibile, ognuno dei suoi alunni. Pertanto, se io ho un bambino che in prima elementare arriva con un disagio totale, alla fine della prima elementare deve aver raggiunto un obiettivo, delle competenze accettabili, di conoscenza, di comportamento. Così come dovrà aver ottenuto dei risultati il ragazzino più dotato. Sui vari livelli, che sono differenziati, tutti devono avere dei progressi. Altrimenti vuol dire che non ho lavorato in modo adeguato.
Puoi spiegare concretamente come funziona questo lavoro su diversi livelli?
Già da parecchi anni, coi miei colleghi, dopo alcuni mesi di lavoro, sottoponiamo le prime classi a un test. Per dire, quest’anno siamo partiti con 75 bambini (tre prime elementari di 25 bambini), a gennaio abbiamo fatto un test per verificare il loro livello di competenze rispetto alla lingua, alla conoscenza delle lettere. Dopodiché, con l’aiuto di personale competente (l’Asl trentina mette a disposizione un logopedista e poi c’è una persona che si occupa del disagio), noi insegnanti abbiamo verificato le prove dei bambini e abbiamo operato una prima suddivisione. Su 75, 60 erano perfettamente nella norma; 15, forse anche una ventina, presentavano alcune problematiche, qualcuno rispetto ai suoni, qualcuno rispetto al riconoscimento delle lettere. Lì è stato deciso un primo intervento e devo dire che alla fine dell’anno la metà era rientrata.
Dopodiché, a livello di interclasse, i 75 bambini seguono percorsi differenziati. Per dire, quando svolgiamo un programma, per i bambini più in difficoltà, prepariamo una semplificazione. Pertanto loro seguono il programma della classe, però con una riduzione.
Se presento una lettura, ne faccio varie versioni, togliendo i termini un po’ difficili, i concetti pesanti, oppure la lettura viene semplificata con dei disegni. Però, ripeto, il programma è quello, l’argomento è quello. Noi ci teniamo molto che i bambini non si sentano esclusi dal lavoro scolastico. Anche per quanto riguarda la matematica, il programma è seguito da tutti, solo che, per i bambini con problematiche particolari, viene anche qui semplificato. Ad esempio, i problemi, anziché prevedere tre risposte magari ne hanno due; per quelli che hanno difficoltà più gravi l’esercizio viene fatto con i disegni…
Quando parli di gruppi interclasse, ti riferisci a un lavoro fuori dall’orario scolastico?
No. Noi siamo a scuola dalle otto e dieci del mattino alle sedici e dieci del pomeriggio, tutti i giorni, fino al venerdì. E’ una scuola a tempo pieno, in Trentino funziona così, sono 40 ore alla settimana. Ora, nella mia scuola ci sono tre sezioni per ogni classe, tre prime, tre seconde, tre terze, tre quarte e tre quinte. Io lavoro nella classe quarta, e c’è grande sintonia e collaborazione con i colleghi, è un vero e proprio team, per cui insieme abbiamo testato tutti e 75 i bambini, con le stesse prove, isolando le varie problematiche, e costituendo appunto dei gruppi omogenei “interclasse”, ovvero due della sezione A, una della B, due della C, ecc. che vengono messi insieme in base alle loro competenze di partenza e per i quali costruiamo un percorso che sia adeguato a loro.
Tutto questo è possibile perché abbiamo delle ore di “compresenza”. In Trentino, infatti, abbiamo degli organici che permettono di fare delle compresenze. In pratica noi nell’arco della settimana abbiamo quattro ore in cui ci troviamo due insegnanti per ogni classe. Bene, in queste ore, essendo in sei, scorporiamo le tre classi e riaggreghiamo i ragazzi in base alle loro competenze. Per dire, il gruppo più avanti fa delle attività di potenziamento, ad esempio in matematica lavora sui numeri oltre 10.000. Un altro gruppo lavora sui numeri tra il mille e il diecimila, e via fino all’ultimo gruppo che gioca su piccoli numeri. L’obiettivo, lo ripeto, è far progredire ognuno rispetto al proprio punto di partenza.
Il problema grosso dell’insegnamento tradizionale, cattedratico, è che in una classe, se l’insegnante propone una lezione unica, o vengono penalizzati i più bravi o i bambini con problemi, o entrambi. L’insegnante deve allora riuscire a proporre alla classe la stessa unità di lavoro su tre, anche quattro, diversi livelli. Così tutti fanno dei passettini avanti. Nessuno si ferma.
I bambini possono anche cambiare gruppo?
Sicuramente. Io ho una bambina kosovara, arrivata in Italia nel ‘99, in pieno conflitto, con grossissime difficoltà, che in due anni si è rimessa in pari.
I gruppi non sono fissi. In prima avevamo venti bambini con problematiche, oggi, in quarta, solo tre, su 75, sono segnalati, e parliamo di bambini con problemi conclamati. Questo è un dato interessante, perché la modalità classica allarga la forbice tra chi ce la fa e chi no. Invece qui la sfida è che il gap si riduca: se i bambini non hanno un handicap conclamato, ma soltanto problemi di deficit socio-culturali, ecco, il nostro obiettivo deve essere quello di richiudere la forbice, di aiutarli ad avvicinarsi sempre più agli altri.
Quindi questo sfata l’argomento per cui le classi accoglienti, per star dietro agli ultimi, penalizzano l’eccellenza...
Questo è l’argomento dalla Lega. A Gardolo, la scuola è stata sottoposta a gravi attacchi da parte della Lega che sosteneva che le classi non riescono ad assolvere il programma ministeriale, per la presenza di stranieri.
Io credo che noi stiamo dimostrando che un approccio differenziato alla didattica, per cui si tiene conto del punto di partenza di ogni alunno, e sulla base di questo si propongono attività, obiettivi, ritmi di lavoro calibrati, è vincente. Dirò di più, questa formula non solo non penalizza l’eccellenza ma la esalta. Se noi abbiamo dei bambini particolarmente dotati in matematica, addirittura li possiamo mandare in altre classi nelle ore di compresenza.
E poi anche rispetto agli stranieri… Io ho un bambino kosovaro che conosce perfettamente la situazione della ex Yugoslavia, della guerra, del conflitto, e ti racconta con precisione ciò che è successo, come era prima la Yugoslavia, com’è ora, com’è stata divisa, i vari stati, le varie capitali, la situazione del Kosovo… cose che nemmeno noi insegnanti sappiamo. Il suo gioco preferito è “Qual è la capitale di...”. Quando è morto Rugova, la mattina dopo, a scuola, ha chiesto la parola e ha detto: “Voglio dire a tutti che oggi è un giorno molto triste, perché è morto Rugova, che era la nostra persona di riferimento in Kosovo”. E’ un bambino che magari scrive le parole senza la cq, che lascia indietro delle acca, però, rispetto a una situazione globale, ha molte più conoscenze degli altri. Ebbene, saper valorizzare questo patrimonio, mettendolo in circolo, ha un valore straordinario. Tra l’altro parlo di un bambino che ha sofferto molto, è arrivato su un gommone, la famiglia ha pochi mezzi… Ecco, questo è un caso emblematico anche del fatto che i livelli possono essere diversi a seconda della materia. Per dire, in ortografia, lui ha bisogno di un supporto particolare, però in geografia dà dei punti agli insegnanti. Dovremmo davvero imparare a valorizzare le conoscenze di bambini stranieri perché portano con sé dei veri patrimoni di conoscenza.
Intendiamoci, io non sono della scuola che “straniero è bello”, “straniero arricchisce”, “diverso è bello”. Diverso è bello nel momento in cui diventa ricchezza per gli altri, però intanto non è sempre così e poi è una grande fatica per noi riuscire a incanalarlo, perché significa anche inventarsi delle cose, produrre materiali, preparare lezioni differenziate…
Ma voi lavorate un sacco di ore in più...
Sì, molte ore in più. Il nostro contratto di lavoro, come insegnanti elementari, prevede 22 ore di rapporto diretto con i bambini più 2 ore settimanali di programmazione, e poi tutta una serie di attività, che sono gli incontri con i genitori, le udienze.
Come provincia di Trento, noi poi abbiamo 40 ore in più all’anno, quattro ore al mese, pagate bene, per assolvere al nostro progetto. E’ evidente che questa è una situazione privilegiata per chi ha voglia di fare. Poi, chiaro, anche tutta questa disponibilità non è sufficiente nel senso che resta una grossa quota di volontariato e però noi siamo anche un gruppo che lavora insieme ormai da 15 anni, abbiamo acquisito una pratica, ci dividiamo i lavori, io penso alle riduzioni della lettura, la mia collega pensa alla matematica, l’altra a un percorso di geografia differenziato…
La suddivisione per livelli crea qualche disagio ai bambini o, peggio, ai genitori?
Molto sta nella capacità dell’insegnante di riuscire a spiegare alla classe che tipo di lavoro si vuole fare. Fin dalla prima elementare, noi facciamo una specie di “contratto di formazione” e i bambini lo capiscono, sanno di essere qui per imparare, per crescere, per diventare dei cittadini -io dico sempre “per diventare dei cittadini europei”- è questo il nostro obiettivo.
Qui il principio è che ognuno deve crescere sulla base delle proprie capacità, per cui ogni risultato positivo è un buon risultato. I bambini non hanno problemi con tutto questo, sanno che sono 25, uno diverso dall’altro, ognuno con le sue competenze e le sue mancanze.
Con i bambini non ho mai avuto alcun problema e neanche coi genitori. In classe ho una bambina che fin dal primo anno ha avuto grosse difficoltà, ora che è in quarta sta raggiungendo degli obiettivi che certo saranno minimi, ma che per lei rappresentano un risultato di tutto rispetto, ormai riesce a leggere un testo senza zoppicare, riesce anche a scrivere qualche cosa.
L’altro giorno ho portato un testo e lei l’ha letto in modo spigliato. Bene, i bambini le hanno fatto un applauso: “Brava Sonia, brava!”. L’importante è che l’insegnante crei il clima di consapevolezza che siamo tutti diversi. Cosa che tra l’altro i bambini sanno benissimo. Il falso egualitarismo è ridicolo.
Tra l’altro in questi ultimi anni, ogni bambino richiede all’insegnante un rapporto personalizzato. Io ho un bambino incredibile, che vuole sempre parlare di politica, arriva la mattina e mi blocca: “Maestra, hai sentito al telegiornale che il governatore della Provincia di Bolzano prende più soldi di Angela Merkel, tu cosa ne pensi?”. Dopodiché viene l’altra bambina che racconta magari un piccolo episodio domestico.
Come dicevo all’inizio, a differenza di trent’anni fa, noi oggi abbiamo classi composte da 25 individui con personalità, conoscenze, storie, pratiche diverse, e ognuno di loro richiede la tua attenzione.
Così, il lunedì mattina, abbiamo instaurato la prassi di raccontare, ognuno, ciò che si è fatto nel fine settimana. E ogni cosa è importante, che sia il viaggio alle terme di Lubiana, o il pupazzo di neve. E infatti mentre uno racconta, gli altri devono ascoltare. Su questo sono severa: non do castighi, ma mando fuori, perché siamo 25 e ogni esperienza deve avere lo stesso valore, che sia la scalata dell’ Everest o la passeggiata nel giardino attorno a casa.
Voi avete abolito i libri di testo...
Qui il libro di lettura e il sussidiario non esistono. La nostra scuola elementare, proprio per scelta, ha eliminato i libri di testo e, con la quota corrispettiva che la Provincia mette a disposizione, abbiamo comprato libri di narrativa o altro materiale. Pertanto non più un libro di testo uguale per tutti, ma biblioteche di classe. Per dire, con la mia quarta, abbiamo acquistato tutte le novità di narrativa. Ogni anno ad aprile, andiamo alla fiera del libro di Bologna, e integriamo le nostre biblioteche. Ogni interclasse ha una dotazione di narrativa che va dai 1500 ai 2000 volumi, con tutte le pubblicazioni più recenti. Poi abbiamo acquistato gli atlanti aggiornati, perché ogni anno cambia qualcosa nella geografia planetaria. E ancora acquistiamo libri di storia, di geografia, di scienze. In pratica, i bambini non lavorano su un sussidiario, ma hanno a disposizione materiale diverso, libri, articoli di giornale, immagini, testi di canzoni, con il quale costruiamo il “nostro” sussidiario. Ognuno ha un raccoglitore, dove inserisce le varie fotocopie. Così alla fine dell’anno scolastico ogni bambino ha un suo libro di lettura, e poi ha il suo percorso di storia, di geografia, alla cui costruzione anche lui ha partecipato. Noi poi anche in classe li abituiamo a lavorare in gruppo.
Ora stiamo facendo gli egiziani, così li ho divisi in gruppi e a ciascuno ho affidato un argomento, dopodiché ho messo a disposizione i libri della biblioteca. A partire dal titolo assegnato, devono raccogliere le informazioni più importanti e fare una piccola relazione. Dopodiché fotocopiamo tutto il materiale, dando a ciascuno i fascicoletti delle ricerche fatte dai vari gruppi. Loro poi studiano su questo. Voglio dire, è tutta un’altra cosa, perché è un lavoro che hanno fatto loro.
Ovviamente non facciamo le ricerche su tutti gli argomenti, però nell’arco dell’anno scolastico facciamo almeno quattro-cinque lavori di gruppo. Tra l’altro, questo di nuovo permette di coinvolgere tutti, ciascuno in base alle sue inclinazioni e capacità. E la relazione finale è sottofirmata da tutti: lettore, scrittore, relatore e disegnatore, tutti con la stessa soddisfazione.
Infine c’è la presentazione ai compagni. Nel corso degli anni, ho imparato che per i bambini questo è un momento molto importante, che sia un testo, una poesia, una ricerca di storia, poter in qualche modo trasmettere quello che si è imparato agli altri… Insomma, il ragazzino prova grande soddisfazione e piacere a fare un lavoro che non è fine a se stesso (come succede di solito: l’insegnante lo valuta e poi rimane lì), ma che verrà sottoposto all’attenzione, ma anche al giudizio degli altri.
Fate anche proprio attività di bilioteca…
Sì, ogni settimana andiamo nell’aula dove ci sono i libri, loro si prendono quelli che hanno cominciato e li finiscono, oppure li cambiano e ne prendono degli altri. Non solo, ogni volta due bambini presentano uno dei libri che hanno letto. La presentazione avviene in questo modo: il bambino dice il titolo, l’autore, l’editore (è importante intanto sapere cos’è un autore, un editore, ecc.), poi scelgono una pagina che ritengono particolarmente efficace e la leggono ai bambini in modo da incuriosirli e così invitarli a leggere. Poi i compagni fanno delle domande, prepariamo anche un banchetto con l’acqua minerale, in modo che sia una vera presentazione, una mini conferenza, una cosa di cinque-dieci minuti, che però a loro piace molto. Tanto che anche i bambini che hanno difficoltà nella lettura, quando devono fare la loro presentazione, si preparano a casa, leggono e rileggono il pezzettino, provano con la mamma. Insomma, per loro è una cosa seria, infatti sono sempre bravi.
In prima elementare poi è un’esperienza particolarmente simpatica. In genere preparo per loro cinque tavolini con sopra i libri, ce ne sono di bellissimi, di stoffa, a cuscino, quelli della fattoria, poi ci sono i libri da colorare, quelli degli animali. Ci sono i libri per i primi lettori, stampati in maiuscolo grande, e quelli per i lettori esperti. I bambini entrano e si dirigono nel tavolo preferito. La biblioteca è un’attività che li accompagna dalla prima alla quinta, tutte le settimane. Noi abbiamo un motto che è “liberare il libro da impegni scolastici”, pertanto il libro deve essere soprattutto un piacere, deve essere bello sfogliarlo, toccarlo, non è neanche obbligatorio leggerlo.
Non chiediamo mai che facciano schede, riassunti, ecc. L’altra cosa che a loro piace molto, soprattutto in prima e in seconda, è che io legga loro delle storie. Alla fine dell’anno, di solito, faccio una verifica, che però di nuovo è un gioco, che chiamo “caccia al libro”, prendo cinque o sei libri che ho letto, che loro conoscono, e attraverso un pezzettino e l’immagine, loro devono trovare il titolo. Anche questa è una cosa che a loro piace tantissimo.
Su tutto quello che facciamo poi per me è importante coinvolgere i genitori. Alla fine della settimana io mando sempre a casa i quaderni, e chiedo ai genitori di guardare insieme al bambino quello che lui ha fatto: leggere i testi che ha scritto e anche la valutazione che ha dato l’insegnante. Ai bambini suggerisco anche di chiedere se la mamma e il papà sono d’accordo, oppure se loro avrebbero dato una valutazione diversa, in modo che poi la valutazione di ogni lavoro sia in qualche modo condivisa dall’alunno, dai genitori e dall’insegnante. Se ci sono delle discordanze, si discute, ci si confronta...
Dopo 35 anni di insegnamento, ti alzi ancora alle sei della mattina...
E’ vero, e pensare che molti miei colleghi desiderano solo andare in pensione. Certo, ogni tanto ci penso anch’io, dopo 35 anni…
Il fatto è che, davvero, questo lavoro continua ad appassionarmi. La sera vado a letto e mentre mi addormento, penso: “Allora, domani mattina faccio questo, poi per la piccola riduco questa cosa...”. La mattina alle sei, mi alzo, e tiro fuori il mio quadernino, sul quale metto il programma della giornata scandito ora per ora con le varie proposte. Poi, appunto, se resta qualcosa a cui rimettere mano, una riduzione, del materiale… Quando arrivo a scuola, faccio l’appello, prendiamo i buoni della mensa, scriviamo gli assenti, e poi loro appunto chiedono il programma della giornata. Al che io lo espongo: “Guardate, bambini, questa mattina, dalle otto e un quarto alle nove facciamo lettura. Ho preparato questa lettura, su questa unità di lavoro, cercheremo le parole difficili, dovremo rispondere a delle domande. Poi dalle nove alle dieci faremo storia, e questo sarà l’argomento, questo il lavoro, poi…”.
Ce l’hanno detto gli psicologi, il bambino ha bisogno di sicurezze, pertanto se fin dal mattino è a conoscenza di ciò che lo aspetta nell’arco della giornata, questo lo predispone armonicamente e benevolmente rispetto agli impegni. Se invece la cosa gli viene buttata sulla testa in maniera inaspettata, questo può provocargli disorientamento. Allora scandire con precisione la giornata è qualcosa che ho imparato a fare e che, comunque, piace anche a me perché vedo che li bendispone.
Questo l’ho proprio riscontrato. Al mattino, è la prima cosa che mi chiedono: “Cosa facciamo?”, a volte lo scriviamo anche alla lavagna, soprattutto in prima e in seconda, adesso che sono in quarta glielo dico a voce. La settimana prossima abbiamo un’uscita mercoledì, che è il giorno del testo scritto, allora oggi ho detto ai bambini: “Guardate, il testo non lo faremo mercoledì perché usciamo, lo facciamo martedì pomeriggio”, “Martedì pomeriggio? E la ricerca di storia, quando la facciamo?”, “Quella la facciamo giovedì”. Sono abitudinari, hanno bisogno di avere dei contenitori, questo è importantissimo, anche da un punto di vista comportamentale. Per tanti anni si è detto che bisognava lasciarli liberi, è vero, devono avere dei momenti di libertà, però devono avere anche alcune piccole regole, dei paletti. E’ vero, si continua a imparare...
Per dire, il fatto di avere di fronte un gruppo di bambini, che sono uno diverso dall’altro, ai quali devi dare delle risposte diversificate, questa è una cosa che ho scoperto dopo. I primi anni facevo la mia unità di lavoro, veniva data a tutti, sì, magari aiutavo chi non era capace, però non avevo avuto l’intuizione di provare a calibrare, diversificare una proposta didattica su più livelli.
Questa è una cosa che viene con l’esperienza. Allora, la butto lì così, ma io penso che lo Stato, la Provincia, dovrebbero prendere gli insegnanti degli ultimi anni di servizio, toglierli dalle classi, ed affiancarli a quelli che entrano, almeno per un anno scolastivo. Quelli della Ssis ora vengono per un paio di settimane, ma non basta, se penso a quando ho iniziato a lavorare… Il primo anno, intanto ero preoccupatissima di non riuscire a portare a termine il programma. Poi ricordo di aver fatto delle lezioni (in particolare ora me ne viene in mente una sugli aggettivi) improponibili. Delle cose di cui adesso mi vergogno e rabbrividisco al solo pensiero. D’altra parte era quello che riportava la guida, e io quello proponevo. Col senno di poi, io oggi so che gli aggettivi qualificativi vanno presentati in un modo ben diverso.
Il fatto è che quando entri nella scuola sei sopraffatto dai programmi, dagli indirizzi ministeriali, e l’inesperienza fa sì che finisci con il finalizzare l’intero tuo lavoro all’obiettivo, per cui tampini questi poveri bambini...
Lo dico tranquillamente perché anch’io di errori ne ho fatti molti. Ricordo gli aggettivi qualificativi, perché alla verifica successiva mezza classe non aveva capito niente, per cui ho pensato: “Devo aver sbagliato qualcosa”.
Ora, la pratica e gli anni ti insegnano che il vero obiettivo è seguire i ritmi di questi bambini, facendo ogni volta un passettino in avanti, senza irrigidirsi su dei ritmi prestabiliti, ma rispettando i tempi dei bambini.
Questo è importantissimo: devi creare il tuo programma, adeguato alla situazione, alla classe, ai bambini. Perché è vero che alla fine della prima elementare, i bambini dovrebbero sapere questo, quello, ecc., ma se poi io sono in una classe della Val di Cembra con 15 bambini che vengono dal Kosovo, perché i loro genitori son su che lavorano il porfido, so già che quell’obiettivo non lo raggiungerò. Però ne posso raggiungere degli altri. So bene che sono cose che uno si prende la libertà di fare dopo qualche anno, proprio per questo mi sembra che gli insegnanti con 35 o più anni di esperienza andrebbero usati in questo modo.
Nel passaggio alle medie, tutto questo lavoro non rischia di essere vanificato?
Oggi esistono gli istituti comprensivi, che aggregano insieme scuola primaria e scuola secondaria di primo grado, e che dovrebbero rappresentare una realtà coerente per garantire all’alunno un percorso formativo organico e completo.
Non è sempre così. Nella quotidianità delle nostre aule, tra i diversi ordini di scuola, sono infatti presenti culture pedagogiche e stili di insegnamento-apprendimento diversi che talvolta creano disorientamento scolastico sia nell’alunno, sia nelle famiglie. Per questo bisognerebbe puntare a una continuità che vada nella direzione della costruzione di un curricolo verticale, con un confronto costante tra gli insegnanti su metodologia, didattica, valutazione, passaggio delle informazioni, fino ad uniformare il più possibile il linguaggio comune.
La strada da percorrere in questa direzione è ancora lunga, ma la continuità educativa è fondamentale anche proprio nel processo di costruzione dell’identità degli studenti.
Comunque il nostro lavoro non va perduto, perché io so che se il percorso dalla prima alla quinta elementare avviene all’insegna della soddisfazione, e di progressi reali, il bambino intanto acquista fiducia in se stesso, autostima, e si rinforza come personalità, e questo è già un obiettivo positivo.
Poi è vero: il passaggio alle medie spesso è uno choc. Però ora ci sono le commissioni continuità che cercano di favorire dei passaggi dolci dalla materna alla elementare, dalla elementare alle medie…
Insomma qualcosa si sta muovendo.


  


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