









Appello per Berneri

Noi ovviamente non contiamo nulla, ma ciononostante avanziamo una richiesta solenne agli ex-comunisti del Pci (la specifica è necessaria perché ci sono anche gli altri ex-comunisti, quelli del 68, e l’impressione è che i conti con le loro idee e con i loro atti di un tempo li abbiano fatti ancor meno dei primi): convochino un grande convegno sulla figura di Camillo Berneri, grande intellettuale e militante italiano, anarchico eterodosso, antifascista della prima ora e altrettanto rigoroso anticomunista, amico dei fratelli Rosselli, combattente di Spagna, ucciso dai comunisti delle brigate internazionali che ne rivendicarono l’omicidio sul giornale comunista in Francia.
E in questo convegno si faccia luce, finalmente, sul ruolo che ebbe Togliatti in Spagna.
E’ chiedere troppo? E’ una richiesta da pazzi? Forse sì, visto che pensiamo anche che se l’avessero fatto per tempo, negli anni scorsi, forse ora la situazione del nostro paese sarebbe diversa...
E chissà, se mai si dovesse tenere un simile convegno, che non possa svolgersi sotto l’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica...
UNA CITTÀ n. 151 / 2007 Ottobre-NovembreIntervista a Pietro Polito
realizzata da Enzo Ferrara, Stefania Taranto
IL SENSO DELLA LOTTA
Come in Piero Gobetti si intrecciarono liberalismo e idea di rivoluzione. Un marxismo valido nel suo materialismo e nell’idea di storia come storia di lotta di classi. Il grande valore democratico del conflitto e della lotta nella società. Intervista a Pietro Polito.
Pietro Polito, curatore dell’archivio Norberto Bobbio, ricercatore per il Centro Studi Piero Gobetti di Torino, ha lavorato a lungo con Norberto Bobbio e curato diverse sue opere, come la riedizione del De Senectute (2006). Tra i suoi scritti: Piero Gobetti e gli intellettuali del Sud (1995), L’eresia di Aldo Capitini (2001), La democrazia alla prova (2005). Nel 2007 ha pubblicato Il liberalismo di Piero Gobetti, edito dal Centro Studi di Torino. Presso il Centro studi coordina il “Laboratorio della democrazia”, che con un gruppo di giovani ha avviato un percorso di ricerca nella crisi delle democrazie contemporanee.
L’intera raccolta della “Rivoluzione Liberale”, rivista storica settimanale diretta da Piero Gobetti e uscita dal novembre 1918 al febbraio 1920, è disponibile in rete all’indirizzo internet http://www.erasmo.it/liberale/.
Piero Gobetti fu protagonista giovanissimo di un periodo storico drammatico per il nostro Paese. L’intensità e la lucidità dei suoi scritti sorprendono ancora, soprattutto se accostati alle leggerezze e alle contraddizioni del presente. Pensi che sia utile rileggere Gobetti oggi?
E’ difficile rispondere a questa domanda. Posso dire che nel mio ultimo libro questa possibilità rimane sullo sfondo, ma non è esplorata. Mi è sembrato più interessante provare a fare un percorso a partire da Piero Gobetti, uno degli autori studiati nei nostri seminari, non per arrivare a una riflessione sulla democrazia oggi ma per un ragionamento più storico, per arrivare a considerazioni più generali rispetto a quelle che l’attualità suggerirebbe. Il testo, nato da una serie di lezioni all’Università, si confronta sul rapporto fra Gobetti e la tradizione del pensiero liberale, sul suo liberalismo, che Gobetti stesso chiamò “rivoluzionario”, e sul suo illuminismo. Perché il grande tema di Piero Gobetti non è la democrazia, né la politica in generale, ma è il liberalismo: l’eredità e il rinnovamento del liberalismo.
Gobetti è un intellettuale sui generis, che si colloca nella grande tradizione del pensiero liberale italiano ed europeo, ma che da questa tradizione si distacca per una elaborazione politica assolutamente nuova. C’è un articolo fondamentale nel suo cammino, “I miei conti con l’idealismo attuale”, del 16 gennaio del 1923. E’ un articolo di svolta, in cui si confronta con la sua formazione idealistica. Non se ne stacca completamente, però si pone oltre, egli stesso ricostruisce la cronaca della sua formazione intellettuale e dice a un certo punto: “Nel 1920 interruppi le Energie Nove perché sentivo bisogno di maggiore raccoglimento e pensavo a una elaborazione politica assolutamente nuova, le cui linee mi apparvero, di fatto, nel settembre al tempo dell’occupazione delle fabbriche”. Poi aggiunge: “Devo la rinnovazione della mia esperienza salveminiana al movimento dei comunisti torinesi da una parte, vivi di un concreto spirito marxista, dall’altra agli studi sul risorgimento e sulla rivoluzione russa che ero venuto compiendo in quel tempo”. Mi interessava rispondere a questa domanda: che cos’è questa elaborazione politica assolutamente nuova e a cosa allude Gobetti quando evoca quest’idea?
La questione è importante. Gli anni di Gobetti vanno dal 1918 al 1925, sette anni incandescenti come incandescente fu la sua biografia. Sono gli anni dall’affermazione della rivoluzione russa mentre in Italia si andava dal socialismo possibile al fascismo reale. Cioè, dalla possibilità che l’Italia, dopo l’occupazione delle fabbriche, vivesse una rivoluzione, si arrivò all’avvento del fascismo e al consolidamento del suo potere. Fu un periodo storico e politico arroventato e complesso, i paragoni col presente possono essere fatti solo con grande precauzione. E poi bisogna saper leggere la realtà nel suo complesso. Nel periodo fra il 1918 e 1920 a Torino era attivo anche l’Ordine Nuovo di Gramsci, c’era una grande vitalità culturale e democratica. Tutto questo evaporò nel giro di sette anni: prima l’affermazione del fascismo, poi nel 1925 il consolidamento della dittatura, l’anno successivo l’esilio di Gobetti a Parigi e poi la sua morte, il 16 febbraio 1926.
Questi sono i sette anni di Gobetti, quelli della più o meno contemporanea vittoria del comunismo e del fascismo. Successe veramente così. Il comunismo si affermò in Russia nel 1917, divenne il faro di tutte le rivoluzioni immaginarie e immaginate, ma contemporaneamente si ebbe anche l’affermazione del fascismo. Gobetti si pose di fronte a tutto questo inizialmente come un liberale che rifiuta la rivoluzione, ma successivamente come un liberale che si confronta con quella rivoluzione e soprattutto con l’ideologia di quella rivoluzione: il marxismo. Non a caso riconosce il debito del suo rinnovamento “al movimento dei comunisti torinesi, vivi di un concreto spirito marxista”; si tratta di Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Umberto Terracini, Angelo Tasca.
Quanto fu forte in Gobetti l’ispirazione marxista?
Non vorrei sopravvalutare il posto del marxismo nel pensiero di Gobetti, però un certo marxismo almeno ha un posto importante. C’è un articolo, “L’ora di Marx”, che Gobetti scrisse nel 1924, uscito prima su La libertà, il giornale dei giovani socialisti vicini a Carlo Rosselli, e poi sulla Rivoluzione liberale. Fu Carlo Rosselli, il teologo del socialismo liberale, a chiedere questo articolo. Avrebbe pubblicato nel 1929 “Socialismo liberale”, ma già in quegli anni Rosselli veniva elaborando e predicando un rinnovamento del socialismo in senso liberale. La libertà stava promuovendo un dibattito sulla vitalità del marxismo, uno dei primi su questo tema, e fra gli altri fu chiamato a esprimere la sua opinione anche Piero Gobetti. La Rivoluzione liberale era una delle sedi più attente alla critica e revisione del marxismo. Nel suo articolo “L’ora di Marx” Gobetti spiega quali sono gli aspetti del pensiero di Marx che ritiene attuali, e che forse sono attuali ancora oggi. Dice Gobetti: “In Marx mi seduce lo storico, gli studi sulle lotte di classe in Francia e l’apostolo del movimento operaio. L’economista è morto con il plusvalore, con il sogno dell’abolizione delle classi, con la profezia del collettivismo. In filosofia il suo hegelianismo è un progresso rispetto ad Hegel. Il materialismo storico e la lotta di classe sono strumenti acquisiti per sempre alla scienza sociale e che bastano alla sua gloria di teorico”.
Gobetti distingue una parte caduca che è l’economia, il Marx come critico dell’economia politica. Egli ritenne sempre che l’economia politica classica, leggi capitalistica, fosse superiore, anche come strumento ermeneutico, di interpretazione del fatto economico, alla economia collettivistica. E poi ritenne dall’inizio alla fine che il sogno dell’abolizione delle classi fosse una chimera non realizzabile né auspicabile. La parte viva del marxismo consiste secondo Gobetti in tre cose: il materialismo storico, cioè la concezione materialistica della storia; la lotta di classe, che esprime una concezione realistica della storia superiore a quella idealistica, perché la storia è il teatro della lotta di classe; infine, l’indicazione del movimento operaio come futuro soggetto della rivoluzione. Solo che la rivoluzione auspicata da Gobetti era di tipo liberale e non socialista.
Ma l’aggettivo “rivoluzionario” a cosa fa riferimento con precisione? E' un aggettivo che sembra stonare col sostantivo “liberalismo”.
Liberalismo e rivoluzione sono termini in contraddizione solo se guardiamo al liberalismo odierno e a quello della tradizione conservatrice italiana, da cui Gobetti si distacca. Questa osservazione su rivoluzione-liberale come un ossimoro fu sollevata anche allora, dai suoi collaboratori. Si tratta di intendersi su che cosa si intende per liberalismo e cosa per rivoluzione, cosa c’è dentro queste due scatole.
Va ricordato che da un certo punto in poi il liberalismo di Gobetti è nuovo rispetto a quello dei maestri Einaudi e Croce. Per liberalismo si possono intendere fondamentalmente due cose: una è la teoria politica, cioè la teoria dello Stato limitato, altrimenti detta dello Stato garantista dei diritti dell’individuo. Questo concetto è nella grande tradizione del pensiero liberale europeo, da Locke a Kant a Hobbes, ma non ha cittadinanza o ne ha scarsa in Italia. Altra cosa è il liberalismo a cui guarda Gobetti, quello che rimanda una concezione conflittualistica della società e della storia. E’ una teoria del conflitto -così anche era inteso sia da Einaudi che da Croce. Ma mentre il liberalismo conflittuale dei maestri si arresta di fronte alla teoria della lotta di classe e la nega, Gobetti la inserisce all’interno della propria visuale, e in questa svolta non segue più i maestri e i maestri non avrebbero più potuto seguire l’allievo. Si può sostenere che la revisione liberale da lui auspicata e intrapresa, sia pure in modo frammentario e a-sistematico, passa attraverso la diversa considerazione del pensiero di Marx. Una volta superato l’iniziale antimarxismo ereditato dai maestri, Gobetti tende ad accogliere alcune istanze provenienti dalla tradizione culturale vicina al movimento operaio. Sul piano teorico la revisione consiste nell’accettazione della lotta di classe come concetto fondamentale per la comprensione della società moderna, sul piano politico nell’assunzione del movimento operaio come soggetto storico della futura rivoluzione italiana.
E’ lo stesso Gobetti, consapevole dell’allontanamento dal liberalismo dei maestri, che in un articolo intitolato “Revisione liberale” del 1923, spiega il significato del termine rivoluzionario. “Il nostro liberalismo, che chiamammo rivoluzionario per evitare ogni equivoco, si ispira ad una inesorabile passione libertaria, vede nella realtà un contrasto di forze capace di produrre sempre nuove aristocrazie dirigenti a patto che nuove classi popolari ravvivino la lotta con la loro disperata volontà di elevazione”, e aggiunge: “Lo Stato non è se non è lotta”. L’attenzione va messa sulla “passione libertaria”, le “nuove aristocrazie dirigenti”, le “nuove classi popolari”, che sono i soggetti di un liberalismo rivoluzionario inteso come contrasto di forze.
A me pare che questo sia un passaggio decisivo. Politicamente la differenza fondamentale fra il liberalismo tradizionale e il liberalismo rivoluzionario è nel diverso atteggiamento nei confronti dello Stato e della società. Il liberalismo tradizionale, conservatore, si pone di fronte al problema politico dal punto di visto dello Stato e dall’alto. Il liberale rivoluzionario si pone di fronte al problema politico dal basso e dal punto di vista della società. La passione libertaria, cioè, è un processo dal basso, è un’iniziativa continua che si rinnova attraverso il conflitto, il contrasto di forze che si genera permanentemente nella società. Questo è il processo rivoluzionario del liberalismo. Gobetti dice che il momento liberale della storia, o della dinamica politica, non è quello dell’unità o in cui i contrasti si compongono in un nuovo ordine, ma è il momento in cui si liberano energie nuove che rinnovano costantemente l’equilibrio politico dal basso.
“Lo Stato non è se non è lotta” significa che lo Stato è la continua armonizzazione di questi contrasti che si liberano nella società. Questo processo è stato ben colto da Umberto Morra, uno dei collaboratori di Gobetti, che ha chiarito che nel caso più che di liberale bisogna parlare di “liberato”, ancor meglio di “liberantesi”. Liberale è ciò che si libera nella società, e più che di libertà si tratta di liberazione.
Sotto questo punto di vista il paternalismo è uno degli equivoci in cui siamo caduti. Ci si pone l’unità sociale come obiettivo guidato dall’alto, mentre le dinamiche dal basso sono bloccate e la spinta al cambiamento soffocata con ogni mezzo…
Questo aspetto che sottolinei è importante, però siamo oltre Gobetti e non mi attrae molto l’idea di parlare di attualizzazione. Si può invece provare a vedere se questa nozione di conflitto che abbiamo visto come centrale nel liberalismo di Gobetti può -e come- interagire con la democrazia. Io penso di sì, nel senso che l’interpretazione della realtà come contrasto di forze rimanda a un’idea di democrazia conflittuale e quindi alla democrazia come un equilibrio che dal conflitto deriva e col conflitto si rafforza. Di più, è ordine, nella misura in cui è espressione di un conflitto reale, effettivo. La democrazia è il tentativo ordinato di comporre conflitti reali. Si può fare un ragionamento proprio su questa frase: “Il nostro liberalismo vede nella realtà un contrasto di forze”. Significa che la democrazia, il conflitto democratico è effettivamente tale se la gara elettorale misura un’effettivo contrasto, un’effettiva opposizione di forze nella realtà sociale.
Allora, torniamo all’idea di lotta di classe. Sviluppando alcuni aspetti di Gobetti, si può alludere a un’idea di lotta di classe non più nel senso di lotta fra formazioni sociali espressioni di una determinata posizione economica nella realtà. Le classi di Gobetti non denotano una relazione con la stratificazione economica della società, ma sono delle forze, dei soggetti collettivi, che si sprigionano nella realtà e vengono tenuti insieme, prima ancora che da un nesso con la struttura economica, da un progetto ideale e politico. Queste forze (Gobetti spesso parla di dialettica delle forze intendendo dialettica delle classi), possono trovare una loro composizione in parlamento. Se le forze rappresentate in parlamento rappresentano solo interessi stratificati e non sono più espressione di una dinamica conflittuale reale nella società, il parlamento viene meno al suo ruolo. Con espressione un poco trita, possiamo ricordare che i partiti in parlamento senza le forze nella società sono vuoti e le forze nella società senza i partiti in parlamento (o le élite che le orientano) sono vuote. Uno dei motivi per cui la democrazia è in crisi è dovuto a questa scissione fra forze e partiti o, se vuoi, fra società e politica. La società non esprime più politica, non esprime più élite forti in grado di rappresentarla, e la politica rappresenta solo se stessa. Ma questo è ben oltre Gobetti.
Rimane un ultimo punto: l’idea del nuovo illuminismo, in cosa consiste?
L’illuminismo è un punto importante, perché l’idea del contrasto di forze potrebbe dar adito a derive nella direzione del darwinismo sociale. Invece, questa rappresentazione della realtà conflittuale, questo marxismo rivisitato, è esente da derive darwiniane perché viene corretto da un antidoto illuministico. L’interpretazione di questo liberalismo è fondata, da un lato, sul conflittualismo, ma, dall’altro, su un’idea di nuovo illuminismo che Gobetti venne gradatamente sviluppando nell’arco della sua breve parabola. Questo lo possiamo dire richiamando due momenti importanti di questo cammino. Uno è l’articolo “Illuminismo” che Gobetti pubblicò nel 1924 come editoriale della sua terza rivista, il Baretti. Forse ancor più chiaramente questo passaggio lo possiamo cogliere richiamando uno degli articoli più belli di Piero Gobetti, intitolato “Elogio della ghigliottina”. E’ un articolo che esce il 23 novembre del 1922, più o meno un mese dopo la marcia su Roma; in esso Gobetti prende posizione contro la nuova tirannide ed è il luogo più emblematico in cui esprime questa idea di un nuovo illuminismo.
La sostanza qual è? Che non si tratta di vincere. Proviamo ad attualizzare questa analisi. Qual è il difetto principale della mentalità di sinistra degli ultimi tempi? La sinistra degli ultimi tempi si è posta esclusivamente il problema di come vincere. Si chiede come vincere e propone programmi, regole, uomini che facciano vincere. Nel programma di Gobetti il progetto non è vincere, anzi è la lotta in sé stessa, è la lotta in quanto tale che dà il senso al nuovo illuminismo. Nel momento in cui uno vince e l’altro soccombe il liberalismo viene meno. Non è quello il momento liberatorio. Ci si libera prima, nel momento della lotta. E poi, non si tratta solo di vincere ma di lottare. E non è neanche la lotta per la lotta, ma è una lotta educativa, che ha uno scopo. Oggi il problema della bontà della lotta non si pone neppure. Ma non è importante solo lottare, bisogna anche avere delle opinioni, qualcosa per cui lottare. Altrimenti vinci per fare che cosa? Gobetti nel momento in cui aveva di fronte la “nuovissima tirannide” fu capace di dire intanto quali erano gli attori della lotta, e questo non è del tutto chiaro neppure oggi, e soprattutto quali erano gli obiettivi. Affermò: “La salvezza verrà dal movimento autonomo che gli operai contrapporranno alla presente tirannide. In mezzo alle orge dei vittoriosi riaffermiamo che lo spirito della libertà e della rivoluzione non si potrà uccidere. Si possono bruciare le camere del lavoro, non si distrugge un movimento operaio che è nato insieme col risorgimento nazionale, prepariamo i quadri le correnti gli ideali. Mentre gli scimmiotti della setta gentilesca pensano ad azzuffare cattedre e cattedre, per noi il problema è tutto qui, riuscire ad essere i nuovi illuministi dell‘89”.
Il senso della lotta non è la vittoria -vedi i nostri politici corifei della vittoria ad ogni occasione, politica o sportiva come mondana, mediatica o non so cos’altro- e non è neanche la sopraffazione. Il senso della lotta non è il fatto che uno vince sull’altro, o addirittura distrugge l’altro. Il senso della lotta è che in essa si preparano i nuovi quadri, le nuove correnti ideali, si educa e ci si auto-educa.
Il saggio fondamentale del ‘58 di Isaiah Berlin, che andando a cercare le origini del totalitarismo comunista, arriva a trovarle in Rousseau, ancor prima in Kant e nell’idea di una libertà positiva, prescrittiva; un manicheismo da "guerra fredda” che crede nella proclamazione della verità più che nella sua ricerca; il rischio oggi di vedere un islam monolitico e impermeabile alla libertà; l’idea diversa di Bobbio e il valore del dialogo perché nessuna cultura è monolitica.
La proprietà libera?





Intervista a Ferruccio Andolfi.

Conversazione con Nico Berti.

e gli altri
Intervista a Marcello Flores.
Intervista a Francesco Grassi.

il maoismo?
Intervista a Marcello Flores.

Intervista a Filippo La Porta.




















