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UNA CITTÀ n. 151 / 2007 Ottobre-NovembreIntervista a Giovanni Rigoni
realizzata da Barbara Bertoncin
LA PRESUNZIONE DELLO STATO
L’assurdità e l’iniquità di un modo di procedere dello Stato verso il contribuente completamente basato sull’induzione, attraverso modelli matematici del tutto astratti, del reddito che un’azienda produce. Il costo del ricorso e la pratica poco civile degli sconti. Intervista a Giovanni Rigoni.
Giovanni Rigoni è Capo Divisione Tributaria dell’Associazione Artigiani della provincia di Vicenza.
Quest’estate si è parlato molto degli studi di settore. Possiamo ripercorrere la loro storia, come sono nati?
Faccio un passo indietro. Quando nel 1973 c’è stata la riforma tributaria, è stato impostato un discorso, a livello di accertamento, molto lineare e rigoroso: il contribuente dichiarava il proprio reddito, l’amministrazione finanziaria andava a verificare se il dichiarato era corretto o meno e, in caso di anomalie, doveva esibire delle prove dicendo: non è corretto per questo e questo motivo. Questa situazione comportava un certo impegno agli uffici finanziari perché dovevano dare ragione del proprio operato, però era il meccanismo corretto: tu fai una dichiarazione e io -nel caso- ti dimostro che quello che dichiari non è giusto. Solo che le aziende da verificare erano molte, le risorse quelle che erano, e così si è iniziato a cercare degli strumenti cosiddetti induttivi, presuntivi, per poter dire: tu, azienda, dovresti dichiarare tot. Qui la storia è lunga: comincia con la famosa Minimum tax, seguono i coefficienti presuntivi di reddito, di ricavi, per approdare ai parametri e infine agli studi di settore.
Questi ultimi sono strumenti presuntivi, si basano su una statistica che a sua volta si fonda sui dati raccolti mandando un questionario a tutti i contribuenti. Con questi dati raccolti, sono stati costruiti dei modelli, sui quali c’è stato un confronto con le associazioni di categoria, infine sono stati validati da una commissione di esperti così da diventare degli strumenti con i quali l’amministrazione finanziaria può accertare il reddito delle varie aziende.
Il problema di fondo qual è? Che in questo passaggio c’è stata l’inversione dell’onere della prova. Cioè io presumo (secondo i dati e le informazioni in mio possesso, le statistiche elaborate, il modello matematico), che tu dovresti dichiarare tot di ricavi. Se non arrivi a dichiarare tot devi tu dimostrarmi il perché. Questa dimostrazione viene delegata all’accertamento con adesione, il cosiddetto concordato, che si va a discutere con gli uffici finanziari. Se si riesce a trovare un accordo, bene, sennò il contribuente o paga o ricorre in commissione tributaria. Questo è lo schema base.
Per il 2006, oltre a questi meccanismi matematici di determinazione dei ricavi, sono stati introdotti anche quattro indicatori contro cui le associazioni di categoria si sono mobilitate. Può spiegare?
Si tratta appunto di quattro indicatori, tratti da leggi aziendalistiche, che vanno ad indagare ulteriormente se il dichiarato e gli equilibri gestionali sono corretti.
Perché c’è stata la rivolta? Intanto perché sono stati elaborati frettolosamente e senza il confronto con le categorie. Inoltre non sono calcolati per ogni singolo cluster, per ogni singola categoria, ma per macrocategorie, con l’effetto di creare delle distorsioni di non poco conto.
Ma, al di là di questo, il dato preoccupante è che si vanno a utilizzare sempre più esasperatamente degli strumenti induttivi che non sono ancorati alla realtà, ma che sono appunto delle costruzioni. Già lo studio di settore di per sé è una costruzione matematica, ma ora, con questi indicatori, andiamo a fare costruzione su costruzione, cioè -ed è questo che noi abbiamo denunciato- nasce un’impresa virtuale, un’azienda costruita sulla carta, che è molto lontana dalla realtà. Per avvicinarla alla realtà ci dovrebbe essere un confronto serio con gli uffici finanziari che però allo stato attuale è molto difficile, perché anche loro si trovano a gestire uno strumento nuovo e quindi esitano ad accogliere istanze troppo divergenti dal presunto dovendo a loro volta rispondere del perché hanno accettato quel ragionamento del contribuente piuttosto che no.
Ecco perché le associazioni di categoria si sono ribellate. Noi diciamo che gli studi di settore sono uno strumento da prendere con le pinze perché si basano su un’induzione, se poi all’induzione aggiungiamo anche questi indicatori (tra l’altro applicati retroattivamente, perché li hanno definiti nel 2007 e si riferiscono al 2006), insomma, anche sul piano giuridico, non mi sembra un modo di procedere molto corretto. E’ evidente anche la volontà di fare cassa, tant’è che è stato messo in finanziaria…
La stessa terminologia, l’indicatore di congruità, di coerenza, l’indice di normalità economica, suona un po’ kafkiana. Possiamo entrare un po’ nel merito?
Nello studio di settore tradizionale c’è la congruità e la coerenza. La congruità è quel livello cui uno deve adeguarsi per essere a posto -“congruo” appunto- col fisco, che vuol dire che hai dichiarato quello che il fisco si aspettava da te.
La coerenza invece prevede degli indici di minima e di massima, secondo determinati criteri, e si riferisce alla gestione. I coefficienti di coerenza, che non comportano alcun problema a livello di accertamento immediato, possono essere però dei campanelli d’allarme per gli uffici finanziari, nel senso che se tu non sei coerente, anche se sei congruo, beh, potrebbe esserci qualcosa che non va, potresti fare il furbetto e quindi potrei venirti a controllare. Basta.
L’indicatore principe, immediato, è sempre stato quella della congruità, perché se non eri congruo dovevi adeguarti e se non ti adeguavi potevano fare l’accertamento. La congruità poi prevedeva anch’essa un range tra un valore minimo e massimo.
Faccio un esempio, il software che gestisce tutto questo, Gerico, può segnalarti che in base alle tue specificità, per essere congruo devi essere tra un minimo di 100 mila euro e un massimo di 109 mila euro. Fin qui niente da dire. Il fatto è che la norma, nel caso di adeguamento, sancisce che mi debba portare al massimo (loro lo chiamano il “puntuale”), per cui se mi viene contestata una dichiarazione di 95 mila euro, per mettermi in regola devo portarmi a 109, non semplicemente a 100 mila euro (che sarebbe appunto il minimo).
Inoltre, anche se uno dei quattro indicatori (che riguardano la rotazione del magazzino piuttosto che la produttività di beni strumentali impiegati, o ancora il costo di gestione dei beni strumentali impiegati, ecc.) non è corretto, ciò provoca l’innalzamento della congruità. Per rimanere all’esempio di prima, se ho uno dei quattro indicatori fuori dal range minimo-massimo, per essere congruo non basterà più avere 109, ma magari 109 più 11 mila di penalizzazione. E quindi da 109 vado a 120. Insomma, la non corretta rispondenza di uno dei quattro indicatori mi si trasforma in maggiore ricavo da dichiarare. Sempre un maggiore, mai minore…
Ecco, noi abbiamo visto aziende fortemente penalizzate anche per delle situazioni effettivamente un po’ kafkiane. Tra l’altro noi sospettiamo ci sia un errore proprio del meccanismo perché partono, per determinati dati, dai “loro” ricavi puntuali e non da quelli che dichiara il contribuente, ma non vorrei entrare troppo nel tecnico. Resta il fatto che questi provvedimenti sono tutti da rivedere. Tant’è che loro stessi hanno emanato una serie di circolari in cui riconoscevano che c’erano degli errori, hanno fornito anche un elenco di motivazioni “attenuanti”.
Ma se, come denunciate, il modello è troppo virtuale, per renderlo adeguato, non si è poi costretti a tornare a quel “caso per caso” che vanifica un po’ l’intera operazione?
Appunto. Questa situazione sta dimostrando come gli studi di settore, così concepiti, non possono rappresentare una presunzione assoluta, sono fortemente relativi. Cioè ci vogliono altre prove per arrivare a un accertamento. Ed è giusto e corretto che sia così.
Intendiamoci, che in Italia ci sia una sottrazione di reddito imponibile a vari livelli, imprese, professionisti, gli stessi lavoratori dipendenti (ovviamente in misura inferiore), lo sappiamo tutti e le statistiche lo confermano. Però non è questo il modo di andare a trovare chi veramente evade. Lo studio di settore può essere un indicatore, un campanello d’allarme, un modello che può dare un aiuto all’Ufficio delle Entrate, per sapere che quello che dovrebbe dichiarare 109 invece ha dichiarato 95, bene, ma poi spetta a te andare a vedere perché…
Ancora, nessuno dice che gli studi di settore non debbano esserci, tuttavia devono essere orientativi, non si può pensare di avere “la” cifra, perché allora tu praticamente mi tassi “a catasto”, cioè metti dei numeri, fai delle statistiche, regressioni matematiche, e dato che uno è a Milano, piuttosto che a Vicenza o Roma (tra l’altro la dislocazione territoriale incide molto poco), dovrebbe dichiararmi tot. Ma gli imprenditori sono diversissimi gli uni dagli altri: c’è chi è più bravo, chi lo è meno, chi è più creativo, chi per niente, chi è fortunato e chi è sfortunato. In un’economia articolata come la nostra, sono infinite le variabili.
Come si può pensare di ridurre le dinamiche di un mercato a uno schema matematico? Dev’essere uno strumento orientativo, non definitivo.
Nonostante le circolari e i passi indietro, molti commercialisti lamentano come in sede di chiarimento resti difficile far valere le proprie ragioni. Sembra che nella prassi, l’esito più felice resti quello della concessione di uno “sconto” fiscale, per cui uno non ha mai soddisfazione…
E’ così. Prima ho parlato del concordato, ma non è così semplice. Quando si va a fare un confronto con l’Ufficio delle Entrate, molte volte il rapporto è corretto e costruttivo, altre volte ci si trova di fronte delle chiusure e molto spesso, in effetti, viene usato il metodo dello “sconto”, e allora sembra di essere al mercato dei polli. Si dice: “Vabbé, ti faccio lo sconto del 10-20%”… Ma come?! O ci sono motivazioni o non ci sono. Poi chiaro che ai più va bene così, per carità, perché andare in contenzioso costa, è complicato.... però non è corretto, non è bello impostare un rapporto tributario con la formula dello sconto, insomma non è dignitoso: se ci sono delle ragioni, tu mi devi annullare la contestazione, non farmi lo sconto. Altrimenti devi dirmi: “No, quello è e quello resta”, lo apprezzerei di più. Dev’esserci un rapporto di correttezza, non si commercia su queste cose. La difficoltà, le rigidità comunque sono reali. I commercialisti hanno ragione…
Le associazioni sono riuscite a portare a casa qualcosa?
Qualcosa. Ad esempio il fatto che, quando scattano gli indicatori, l’adeguamento ora è al minimo e non al “puntuale”, che è già qualcosa. Poi è stato detto che questi indicatori hanno valore sperimentale. Intendiamoci, non hanno detto che non si applicheranno per il 2006, hanno detto che verranno concordati con le categorie quando verranno rivisitati (ogni studio di settore verrà rivisitato entro il 2009). Questi indicatori, una volta definiti, potranno essere applicati anche al 2006. Insomma è una sospensione, non è che siano stati eliminati.
Infine, la cosa più importante, a mio avviso, è che l’amministrazione finanziaria ha detto: bene, se io voglio fare l’accertamento su quei quattro indicatori, devo dare io le prove. Quindi decade l’inversione dell’onere della prova, che torna sull’amministrazione finanziaria. Questo cambiamento è già in corso. Però, attenzione, una volta rivisitati gli studi, l’onere della prova tornerà al contribuente. Comunque è importante che loro abbiano accolto il principio che l’onere della prova in questo caso non poteva cadere sul contribuente. Evidentemente si sono resi conto che questi strumenti non davano determinate garanzie applicative, per cui l’onere spetta a loro.
Con tutti questi vincoli non c’è il rischio che si vanifichi un po’ il lavoro di tenere i conti e che gli imprenditori siano tentati di cominciare dalla fine, cioè dagli indici, per poi procedere a ritroso?
Questo rischio c’è, ma sarebbe un vero peccato. Dobbiamo infatti ricordare che la contabilità dovrebbe avere una doppia funzione, quella dimostrativa per il fisco, ma in primo luogo quella della chiara gestione. Quindi conviene sempre che anche il piccolo imprenditore abbia una contabilità organizzata, gestita bene, perché è la prima fonte di informazione per la sua gestione dell’attività. Molte piccole imprese hanno proprio questo problema, a maggior ragione la contabilità dovrebbe essere vista dagli imprenditori non come un obbligo ai fini fiscali, ma come un’opportunità per gestire bene la propria azienda, per avere le informazioni per farlo al meglio. Le imprese del Nordest dovrebbero certamente crescere in questo senso, evolversi. La contabilità ha questo valore. Poi, certamente, è anche una prova a discolpa del contribuente nel momento in cui può dire: “Io ho registrato tutto, è tutto in regola, è questa la situazione”. Ma la ragione d’essere della contabilità è l’altra.
L’associazione artigiana di Vicenza è probabilmente quella con il maggiore numero d’associati in Italia. Parliamo di un territorio caratterizzato da piccole imprese, spesso a conduzione familiare. Questi meccanismi non rischiano di appesantire la gestione, di creare anche proprio dei problemi gravi?
La piccola azienda, in proporzione, è sicuramente molto più penalizzata della grossa azienda. Allora, i registri Iva vanno tenuti anche dalla piccola azienda, perché ormai ci sono pure le norme europee. Ma, per dire, l’obbligo di presentare l’elenco clienti-fornitori che senso ha? Cioè, io ho l’impressione che l’utilità che l’amministrazione può trarre da un eventuale accertamento è incommensurabilmente più piccola del disagio che provoca a tutte queste aziende l’obbligo di mandare milioni e milioni di dati, che poi io non so nemmeno come faranno a gestire. Quindi, forse è un po’ demagogico questo discorso… Allora, va bene chiedere questi elenchi, ma magari si possono mandare in modo più mirato, alle categorie a rischio, a quelle di una certa dimensione, non si può sparare così su tutti, anche perché si crea un appesantimento burocratico infernale…
E poi, le norme: poche, chiare e date per tempo. Noi quest’anno abbiamo fatto le dichiarazioni dei redditi in un modo pazzesco, con l’ansia, con i comunicati stampa, non si sapeva quando si doveva presentare, quando si doveva versare, cosa bisognava tassare… Un caos incredibile, non si può, non è serio!









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