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UNA CITTÀ n. 149 / 2007 Giugno-LuglioIntervista a Silvia, Marco, Giorgios, Costanza
realizzata da Luciano Coluccia
LA TV DI STRADA
La storia di un’associazione, Anelli Mancanti, che vive quasi esclusivamente grazie alla generosità dei volontari e degli immigrati che da ‘utenti’ si trasformano presto in soggetti attivi, tenendo corsi e partecipando alle varie iniziative. L’esperienza della telestreet e quella di un torneo di calcio multiculturale nato al parco delle Cascine, con alcune squadre improvvisate... Intervista a Silvia, Marco, Giorgios, Costanza.
Anelli Mancanti (www.anellimancanti.it) è un’associazione di Firenze che offre vari servizi gratuiti a cittadini italiani e a migranti, svolti da operatori e mediatori culturali per promuovere la cultura multietnica. In particolare vengono svolte attività di accoglienza, orientamento al lavoro e assistenza legale. Silvia, Marco, Giorgios, Costanza sono volontari e si occupano delle varie attività dell’associazione.
La vostra associazione ha molte attività tutte rivolte alle questioni dell’immigrazione. Come volontari spesso vengono coinvolti gli stessi ragazzi immigrati, potete spiegarci la ragione di questa affezione?
Silvia. E’ vero, molti ragazzi immigrati, passata la fase del bisogno, rimangono a fare qualcosa con l’associazione -e anche i volontari si fermano a lungo. Forse dipende dalla convivialità, che è una peculiarità dell’associazione: oltre a lavorare assieme, facciamo cene, feste…
Credo che anche la scelta di responsabilizzare le persone giochi un ruolo importante. Infatti a chi viene da noi, alla seconda o terza volta, vengono affidate delle cose da fare in modo che possa sentirsi riconosciuto, parte attiva del gruppo. Cerchiamo di non fare del mero assistenzialismo, piuttosto offriamo la possibilità di conoscere altre persone, di scambiare esperienze, di fare amicizia.
E poi ci sono le varie attività pratiche: insegniamo la fotografia, l’informatica, le altre lingue o come fare un giornale. Generalmente non si pensa che queste cose possano interessare o fare parte del bagaglio di conoscenze di un ragazzo immigrato, ma è una visione miope: perché non dovrebbe aver voglia di imparare le tecniche di ripresa e montaggio? Anche perché posso dire per esperienza che questi ragazzi hanno molte più risorse di quanto in genere siamo indotti a credere.
Senza voler fare della retorica posso dire che per i bisogni primari riescono a cavarsela molto bene, meglio dei loro colleghi italiani. Le difficoltà riguardano l’inserimento e appunto la possibilità di allargare i propri orizzonti conoscitivi. C’è una grossa difficoltà a fare amicizia fuori dal proprio gruppo, che in genere coincide con quello del paese di provenienza. Se ci pensi, ciascuno di noi ha voglia di uscire con persone nuove, di imparare, di fare foto, di scrivere. I loro desideri sono molto simili a quelli dei loro coetanei italiani. Hanno bisogno di sentirsi meno soli. Molti hanno voglia di imparare e cercano le occasioni per uscire dal loro ambiente che finisce per offrire sempre le stesse cose. Forse in questo modo riescono ad acquistare anche una cittadinanza consapevole, o come si dice oggi, attiva.
Tante associazioni si adoperano in attività di sostegno per i documenti, la consulenza legale o magari dando indicazioni su posti di lavoro e contratti: questi servizi non portano necessariamente ad uno scambio con le persone, è il classico rapporto servizio-utente. Anche noi abbiamo lo sportello legale, ma i nostri sforzi si allargano anche verso ambiti, diciamo, insoliti che però aiutano i tentativi di integrazione. L’intuizione e la sfida per l’associazione è quella di coinvolgere attivamente chi viene qui. E’ così che finito il corso di lingua molti decidono di rimanere per partecipare e organizzare altre attività.
Per dire, abbiamo iniziato facendo i corsi di lingua italiana per stranieri e oggi ci sono anche corsi di arabo, francese, spagnolo tenuti dalle stesse persone che frequentavano i corsi di italiano. Alcuni ragazzi che venivano a fare il corso avanzato si sono infatti proposti di insegnare la loro lingua madre; conoscendo bene l’italiano avevano questo vantaggio di poter insegnare a loro volta.
Costanza. Ad esempio, il corso di spagnolo è tenuto da un signore che in Cile era professore di biologia e qui in Italia si mantiene, ormai da qualche anno, facendo le pulizie. Lo scorso anno era un allievo del corso di italiano tenuto da me e quest’anno io sono l’allieva del suo corso di spagnolo. Un’altra ragazza del Togo, oltre a redigere il giornale dell’associazione, insegna francese...
Silvia. E’ così: oggi, oltre agli stranieri, vengono italiani che per pochi soldi possono imparare una lingua; allo stesso modo alcuni ragazzi decidono di imparare una terza lingua ancora: si aprono varie possibilità. Questo permette poi di fare amicizia perché si creano i legami classici di qualsiasi corso, ma in un contesto diverso: difficilmente le stesse persone in ambienti neutri riuscirebbero ad allacciare nuove relazioni.
Anche le feste che vengono organizzate sono un modo per trasmettere questa atmosfera di convivialità e accoglienza. E’ un clima che coinvolge anche chi qui ci lavora. I volontari all’inizio vengono con l’idea di fare due ore alla settimana o di concentrarsi in qualche attività, però poi ti accorgi che finiscono per organizzare delle cose magari non previste, oppure si trovano coinvolti nelle attività più disparate, la “telestreet” o il torneo di calcio.
Giorgios. Io vengo dalla Grecia e mentre frequentavo la scuola di italiano ho deciso di iscrivermi anche al corso di fotografia, così da rendere più sopportabile la mia permanenza in Italia, visto che non conoscevo molte persone; ora sono qui da più di un anno e faccio parte della redazione della tv di Anelli Mancanti…
Come arrivano i ragazzi immigrati alla vostra associazione?
Marco. I ragazzi della scuola di italiano arrivano per passaparola; tra di loro si dicono: “Guarda che c’è una scuola dove puoi imparare l’italiano a 5 euro”. Qualcun altro arriva grazie ad altre associazioni che conoscono la nostra attività; altri leggono di noi su Fuori Binario -il giornale di strada- e vengono per chiedere assistenza legale riguardo i documenti; o si rivolgono allo sportello di accoglienza che dà una serie di indicazioni pratiche riguardo le docce pubbliche, le mense sociali, dove trovare dei vestiti o un alloggio temporaneo. A volte diamo una mano per fare il curriculum, gli indichiamo dove rivolgersi per un lavoro. Il contatto avviene in questi modi.
Costanza. Facciamo anche un piccolo giornale, che facilmente arriva nelle mani dei conoscenti o delle comunità di chi frequenta la scuola; inoltre lo diffondiamo nel quartiere dove abbiamo la sede. Viene preparato dai volontari e dagli stessi migranti che si preoccupano di fare le traduzioni degli articoli più importanti, infatti pubblichiamo in arabo, albanese, russo, francese, spagnolo. Non tutti riescono a leggere bene l’italiano. C’è un laboratorio di giornalismo e chiunque può proporre un’idea, un tema o una rubrica, poi ne discutiamo tutti insieme per vedere se c’è la possibilità di pubblicarlo.
Prestiamo attenzione sia alle questioni locali che a quelle cosiddette globali; trattiamo una serie di questioni legate all’immigrazione e allo scambio interculturale: una ragazza albanese cura una rubrica dove racconta le storie di personaggi della cultura o dello spettacolo albanese, del tutto sconosciuti qui in Italia. Una ragazza peruviana, molto brava a disegnare, si occupa della parte grafica. Abbiamo parlato della situazione dei somali che lo scorso anno avevano occupato una casa. Usciamo in maniera irregolare per via delle risorse limitate, ma non pretendiamo di essere giornalisti.
Come siete organizzati per mandare avanti le varie attività, come vi finanziate?
Marco. Sono le attività stesse che strutturano l’organizzazione, questa viene da sé: man mano che si va avanti ti accorgi che da una situazione aperta (anche se di veramente improvvisato non c’è niente) si arriva a una qualche forma, a una qualche struttura. Nelle varie attività sono coinvolte circa duecento persone e siamo una trentina di volontari. Non c’è una gerarchia precisa, le mansioni di coordinamento e raccordo sono molto flessibili e la gestione risulta molto più vivace; la riunione periodica dei responsabili delle varie attività assicura che la visione e i fini dell’associazione siano rispettati. Le persone che vengono qua ad imparare l’italiano pagano 5 euro al mese che è un prezzo simbolico, questo evidentemente non ci permette neanche di coprire l’affitto della struttura. Se passa un progetto, con i pochi soldi che ci arrivano possiamo permetterci l’acquisto di qualche attrezzatura, ad esempio una telecamera più funzionale, un computer più potente, ma fondamentalmente sono i volontari che ci danno una mano. Non è con i progetti che sopravviviamo, anche perché, nelle dinamiche dei poteri locali, non siamo appetibili. Non “interessiamo”, non siamo granché spendibili in termini di rientro per i partiti, che so, di immagine, di interesse elettorale. Comunque ce la facciamo.
Silvia. Quello che funziona con Anelli Mancanti è che quando si individua l’idea si parte, facendo le cose anche senza avere fondi. Le attività poi vengono portate avanti di anno in anno grazie all’impegno dei volontari che vengono qua e si spendono.
Marco. E’ stato sempre così. In fondo la nostra storia inizia nel 1997, in un’altra struttura, un ex-cantiere dove erano presenti alcune baracche che sono state occupate e rimesse a posto da alcuni di noi facendo poi una vertenza con il Comune per ottenere l’agibilità.
Tra le varie iniziative, fate anche la televisione di strada, di che cosa si tratta?
Marco. Storicamente le street tv nascono a Bologna, il retroterra infatti è quello delle radio libere. L’obiettivo all’epoca era quello di interrompere il monopolio e quindi guadagnare spazi di libertà. La nostra telestreet adesso ha circa due anni e mezzo e si pone gli stessi scopi. Noi siamo partiti sfruttando la trasmissione nei cosiddetti coni d’ombra. In pratica nelle frequenze di proprietà esistono degli spazi che in determinate zone non sono utilizzati, per varie ragioni. Ad esempio noi trasmettiamo occupando le frequenze di una emittente di Prato il cui segnale qui non arriva e perciò il suo spazio di frequenza non viene coperto dalle sue trasmissioni.
Ogni telestreet sceglie cosa programmare in base alla storia e alle esigenze del territorio dove opera. Noi che ci occupiamo di immigrazione ci rivolgiamo prevalentemente agli immigrati che vivono in zona, ma non solo, infatti le persone che frequentano la nostra telestreet sono molto eterogenee, c’è chi si occupa di video artistici e qualcun altro che preferisce montare le partite del torneo di calcio multietnico; c’è infine chi documenta invece i cambiamenti del quartiere…
Giorgios. In tutto siamo una decina, ma il numero è variabile, succede che una persona va via per due mesi poi ritorna e riprende il discorso che stava portando avanti, in questo c’è una grande libertà di azione che a noi va bene: rende molto fluida la creazione e la produzione di idee. In genere non c’è una “linea”, chi frequenta la redazione è parte dell’associazione e quindi c’è una visione comune delle cose che nasce dalla condivisione delle varie attività.
Il torneo di calcio è stato l’oggetto della prima trasmissione realizzata da Anelli Mancanti tv dopo il corso di tecnica che avevamo organizzato.
Marco. La parte più difficile rimane la realizzazione e la redazione di quello che giriamo. E’ un’attività che comporta una certa costanza e molto tempo, infatti per passare dalla ripresa alla messa su dvd occorre parecchio lavoro e appunto una certa regolarità, e nei gruppi di volontariato è molto difficile mantenere questa continuità nell’impegno.
All’interno della tv nessuno di noi copre una professionalità in modo specifico: il video-artista che realizza il suo progetto è anche quello che poi monta i filmati, chi come me organizza la programmazione magari va insieme ai ragazzi camerunensi a fare i documenti per il torneo, i ruoli sono assolutamente intercambiabili. L’idea della tv di quartiere è iniziata con il corso di fotografia; c’era la voglia da parte di alcuni di approfondire e si è andati avanti imparando tecniche più sofisticate come l’uso dell’immagine, le tecniche di ripresa e montaggio, la post-produzione. Quello che avevamo imparato lo abbiamo applicato alla prima occasione che è stata appunto la prima edizione del torneo di calcio.
All’epoca disponevamo di una tecnologia “rudimentale”, salivamo su un tetto per collegare l’antenna ad un trasmettitore con 0.5 watt di potenza, arrivavamo ad una distanza di 400 metri, cioè quasi tutta la via dove ci troviamo.
La difficoltà di trasmettere con una frequenza settimanale ci ha fatto riflettere sul fatto che la televisione di “strada” ha una funzione di animazione culturale piuttosto che di intrattenimento. Anche adesso -viste le difficoltà di produrre materiali video con regolarità- preferiamo trasmettere per eventi: quando abbiamo del materiale pronto diffondiamo la notizia che quella sera andremo in onda; informiamo le persone del quartiere con i volantini e anche con il megafono per avvertire che “fra tot minuti si va in onda”; se le persone sono anziane magari saliamo noi in casa per aiutarli a sintonizzare il televisore.
Il quartiere è coinvolto in questa cosa, si sente partecipe?
Giorgios. L’idea di una telestreet è quella di far vedere alle persone qualcosa che li riguarda direttamente. Quando organizziamo la festa nel quartiere mettiamo uno schermo in piazza e tutti possono rivedere il lavoro di tutto l’anno. Di solito le persone si mostrano interessate a condividere la visione di qualcosa che li riguarda, noi riscontriamo una disponibilità a partecipare. In quelle occasioni poi si crea un’atmosfera stile anni ’50, quando la gente si riuniva nei bar per vedere la televisione.
Per quanto riguarda Anelli Mancanti tv, l’idea è quella di non ingrandirci, la nostra ambizione è costruire un rapporto stretto con questa strada e con il quartiere, preferiamo trasmettere per questa piccola zona; ci piacerebbe far crescere un senso di appartenenza e anche di responsabilità tra gli abitanti rispetto al luogo in cui abitano. Considera che questa via è abitata da gruppi di persone molto diverse tra loro: i vecchi residenti, gli americani, i giapponesi, i somali, i sudamericani...
Marco. Crediamo che la televisione -l’immagine in generale- sia uno degli strumenti più potenti della società contemporanea. Come laboratorio di produzione, la tv di strada di Anelli Mancanti è soprattutto un luogo di trasferimento e diffusione di conoscenze, tecniche e non solo; si tratta di mettere tutti i partecipanti nella condizione di una relativa autonomia espressiva riguardo al mezzo. Il nostro obiettivo essenzialmente è quello di moltiplicare le energie creative, e far circolare le competenze tecniche, soprattutto tra i ragazzi.
Abbiamo realizzato alcune piccole produzioni a partire dalle storie dei ragazzi che frequentano la scuola. Lo scorso anno abbiamo progettato la formazione di un gruppo di immigrati per quanto riguarda l’uso della comunicazione video e della telecamera oltre che del montaggio per realizzare un cinegiornale.
Siete stati promotori e organizzatori del torneo di calcio “Mondi Aperti”. Puoi raccontare?
Marco. Qui a Firenze c’è un grosso parco, le Cascine, che da qualche anno è diventato luogo di incontro, oltre che per i fiorentini, anche per intere comunità di immigrati, soprattutto la domenica. Qui ad esempio si riuniscono molti sudamericani per pranzare insieme e ascoltare musica, e non mancano i problemi di ordine pubblico.
Comunque la presenza di questi grossi prati ha fatto sì che con le belle giornate le diverse comunità abbiano iniziato a organizzare delle partite di pallone per conto loro. Partite del tutto informali come succede da qualsiasi parte. Mano a mano è successo che queste squadre improvvisate hanno iniziato a sfidarsi tra di loro, che so la comunità marocchina con quella senegalese, i peruviani con gli albanesi. L’agonismo, il divertimento e quindi anche lo spettacolo erano così coinvolgenti che molte persone venute a passeggiare si fermavano a guardare fino a che molti avevano iniziato a venire apposta in quelle ore domenicali per vedere le partite.
L’idea era già lì. Molti ragazzi che frequentano gli Anelli ci raccontavano di queste partite e ad un certo punto ci hanno proposto di organizzare un vero e proprio torneo. La prima edizione del campionato multietnico è nata così, senza un soldo, senza un campo, senza niente.
Abbiamo organizzato una prima edizione nel 2002; noi abbiamo fornito il minimo indispensabile: le magliette, i pantaloncini e l’affitto del campo di calcio; i ragazzi invece si sono pagati le analisi mediche. La prima volta hanno partecipato otto squadre, poi visto il successo -che non ci aspettavamo -la richiesta è raddoppiata e per far fronte e mantenere questa iniziativa che ci sembrava molto importante abbiamo ottenuto un piccolo finanziamento dagli enti locali come la Provincia, assieme alla concessione di uno spazio adeguato dove poter fare il torneo. Addirittura lo scorso anno è stato fatto a Coverciano -dove si allena la nazionale!
Ad ogni edizione siamo riusciti a migliorare un po’, e ora il torneo viene disputato con le divise ufficiali delle rispettive nazionalità. Lo scorso anno hanno partecipato tredici nazionalità diverse, cioè tredici comunità immigrate presenti sul territorio fiorentino come il Marocco, il Camerun, l’Albania, la Romania, la Turchia, la Cina, il Perù, lo Sri Lanka, ecc.; il Senegal è stato il vincitore delle prime due edizioni. La squadra degli Anelli Mancanti, che pure partecipa, non ne ha vinta una, anzi ha subito più gol di tutti gli altri. Le squadre poi si ritrovano insieme ed è un’ottima esperienza che permette la nascita di relazioni e amicizie che in altri contesti sono più difficili.
La giornata inaugurale faceva impressione per la cura dei dettagli con cui le squadre si erano preparate: ogni nazionalità faceva sfilare i suoi giocatori con la maglia ufficiale, la mascotte in testa e la bandiera nazionale, poi il tifo al seguito, gli inni nazionali… La squadra della Cina ci ha fatto dono di un drago che apriva la sfilata d’inizio come augurio e portafortuna.
Ora, visto il successo dell’iniziativa, c’è l’idea di far nascere una polisportiva dell’associazione con l’obiettivo di unire, grazie allo sport, persone di ogni nazionalità, religione e colore.
E’ un torneo molto rappresentativo delle comunità che vivono e lavorano qui a Firenze. Vorrei aggiungere che spesso si presentano occasioni inattese: ad esempio, ora con l’associazione vorremmo mettere in piedi una squadra di cricket, dato che la comunità cingalese ci ha invitato al torneo che organizza ogni anno.
Questo dà l’idea di quanto siano ricche e vitali le comunità al loro interno. Il rischio, anche come volontari, è quello di voler vedere solo i loro problemi o le difficoltà di vita a cui vanno incontro, ma non c’è solo questo. Parliamo di persone che comunque riescono ad organizzarsi e a ricreare spazi di relazione che a noi italiani rimangono invisibili.














in bicicletta?!

per le disgrazie

una signora








dell'ultimo minuto

della partecipanza



















