Logo Una Città
i nostri libri
Vai al catalogo completo dei libri

L’architetto e la bocciofila
Il degrado urbanistico di un quartiere di periferia si accompagna sempre al degrado sociale; veri e propri ghetti senza speranza. Superare innanzitutto la diffidenza, lo scetticismo, la paura soprattutto degli anziani. Un approccio multidisciplinare e la responsabilizzazione di tutti i volontari, gruppi, associazioni presenti. Dalle periferie di Torino un esempio di democrazia più partecipativa. Intervista a Eleonora Artesio.


Concorso di idee
Il fallimento, anche finanziario, di progetti urbanistici calati dall’alto, la partecipazione dei cittadini alla discussione dei progetti è ormai prassi consolidata nel Comune di Roma. Il problema di coinvolgere, in una logica di progettazione e non di opposizione, tutti i cittadini, non solo quelli già attivi. I contratti di quartiere e le opere a scomputo. Discussione fra Anita Matteucci, Remo Pancelli, Alessandro Messina e Mario Spada.


Il grande ritorno a casa
I kosovari non hanno mai perso la certezza del ritorno. "La terra non la possono bruciare" dicevano, e a quella terra, costata tanti sacrifici al figlio emigrante in Germania ma anche tanti lutti, sono tornati, rimettendosi subito al lavoro per ricostruire un paese libero, finalmente, dopo dieci anni di soprusi, dal giogo serbo. La grande fretta di tornare per ritrovare gli animali rimasti in vita. Intervista a Venera Pajova e Angelo Ravaglia.


La soglia aperta
Un quartiere di Firenze nato male, tra la Pistoiese e l’Arno, senza una piazza e dove i ragazzi dicono "andiamo a Firenze”. Un lavoro "senza parrocchia”. Il principio che siano gli stessi abitanti a gestire le cose. L’impegno contro la dispersione scolastica, le piccole attività artigiane, il microcredito basato sulle relazioni, il commercio equo-solidale. Intervista a don Alessandro Santoro.


I costi della qualità
La scelta di una cooperativa che lavora nell’assistenza a persone con disagio psichico di rimanere piccoli per salvaguardare la qualità. Un lavoro di accompagnamento al reinserimento sociale che chiama all’iniziativa in vari campi e direzioni, non tutti riconosciuti e retribuiti. L’obiettivo di attivare gli stessi utenti, in un fecondo circuito cooperativo. Una crescita solo per gemmazione. Intervista a Chiara Marinelli.


I panni dell'altro
Un centro giovanile gestito da gesuiti che rischiava di rimanere spopolato, grazie all’impegno di tanti volontari, è diventato un luogo di intercultura; l’apertura del doposcuola per i bambini immigrati, la mensa, il centro d’accoglienza... ma anche i quotidiani problemi di convivenza. Intervista a Pierluigi Garelli.


Il bello e le cose brutte
Un laboratorio di poesia nel carcere di Opera che dura ormai da quindici anni, in cui si legge, si scrive, si discute, si pubblicano libri di poesie, si sta insieme, ma soprattutto ci si riappropria della propria dimensione sentimentale; la solitudine, a volte, al cancello di uscita e l’ipoteca della recidiva. Intervista a Silviana Ceruti.

Assecondare, attivamente...
Qual è il rapporto che deve intercorrere fra mondo del sapere, professionalizzato e specializzato, e mondi della vita quotidiana? Esperienze di welfare in cui i due mondi interagiscono, cooperano, si stanno diffondendo in tutto il mondo. L’esempio del cohousing, specie di condominio elettivo. Il rapporto medico-paziente del tutto inadeguato di fronte alla malattia cronica. Intervista ad Alessandro Montebugnoli.

Le risorse
del cittadino
La crisi del welfare centralizzato non si risolve solo con l’intervento sussidiario del terzo settore, ma ricorrendo all’impegno e alle risorse dei cittadini, considerati a torto solo "utenti”. Un’iniziativa del Comune di Roma che ha chiamato i cittadini a fare proposte concrete, di miglioramenti ma anche di disponibilità all’impegno diretto, per il proprio quartiere e per la città. Intervista a Alessandro Montebugnoli.

buone pratiche di cittadinanza

  

UNA CITTÀ n. 149 / 2007 Giugno-Luglio

Intervista a Silvia, Marco, Giorgios, Costanza
realizzata da Luciano Coluccia

LA TV DI STRADA
La storia di un’associazione, Anelli Mancanti, che vive quasi esclusivamente grazie alla generosità dei volontari e degli immigrati che da ‘utenti’ si trasformano presto in soggetti attivi, tenendo corsi e partecipando alle varie iniziative. L’esperienza della telestreet e quella di un torneo di calcio multiculturale nato al parco delle Cascine, con alcune squadre improvvisate... Intervista a Silvia, Marco, Giorgios, Costanza.

Anelli Mancanti (www.anellimancanti.it) è un’associazione di Firenze che offre vari servizi gratuiti a cittadini italiani e a migranti, svolti da operatori e mediatori culturali per promuovere la cultura multietnica. In particolare vengono svolte attività di accoglienza, orientamento al lavoro e assistenza legale. Silvia, Marco, Giorgios, Costanza sono volontari e si occupano delle varie attività dell’associazione.

La vostra associazione ha molte attività tutte rivolte alle questioni dell’immigrazione. Come volontari spesso vengono coinvolti gli stessi ragazzi immigrati, potete spiegarci la ragione di questa affezione?
Silvia. E’ vero, molti ragazzi immigrati, passata la fase del bisogno, rimangono a fare qualcosa con l’associazione -e anche i volontari si fermano a lungo. Forse dipende dalla convivialità, che è una peculiarità dell’associazione: oltre a lavorare assieme, facciamo cene, feste…
Credo che anche la scelta di responsabilizzare le persone giochi un ruolo importante. Infatti a chi viene da noi, alla seconda o terza volta, vengono affidate delle cose da fare in modo che possa sentirsi riconosciuto, parte attiva del gruppo. Cerchiamo di non fare del mero assistenzialismo, piuttosto offriamo la possibilità di conoscere altre persone, di scambiare esperienze, di fare amicizia.
E poi ci sono le varie attività pratiche: insegniamo la fotografia, l’informatica, le altre lingue o come fare un giornale. Generalmente non si pensa che queste cose possano interessare o fare parte del bagaglio di conoscenze di un ragazzo immigrato, ma è una visione miope: perché non dovrebbe aver voglia di imparare le tecniche di ripresa e montaggio? Anche perché posso dire per esperienza che questi ragazzi hanno molte più risorse di quanto in genere siamo indotti a credere.
Senza voler fare della retorica posso dire che per i bisogni primari riescono a cavarsela molto bene, meglio dei loro colleghi italiani. Le difficoltà riguardano l’inserimento e appunto la possibilità di allargare i propri orizzonti conoscitivi. C’è una grossa difficoltà a fare amicizia fuori dal proprio gruppo, che in genere coincide con quello del paese di provenienza. Se ci pensi, ciascuno di noi ha voglia di uscire con persone nuove, di imparare, di fare foto, di scrivere. I loro desideri sono molto simili a quelli dei loro coetanei italiani. Hanno bisogno di sentirsi meno soli. Molti hanno voglia di imparare e cercano le occasioni per uscire dal loro ambiente che finisce per offrire sempre le stesse cose. Forse in questo modo riescono ad acquistare anche una cittadinanza consapevole, o come si dice oggi, attiva.
Tante associazioni si adoperano in attività di sostegno per i documenti, la consulenza legale o magari dando indicazioni su posti di lavoro e contratti: questi servizi non portano necessariamente ad uno scambio con le persone, è il classico rapporto servizio-utente. Anche noi abbiamo lo sportello legale, ma i nostri sforzi si allargano anche verso ambiti, diciamo, insoliti che però aiutano i tentativi di integrazione. L’intuizione e la sfida per l’associazione è quella di coinvolgere attivamente chi viene qui. E’ così che finito il corso di lingua molti decidono di rimanere per partecipare e organizzare altre attività.
Per dire, abbiamo iniziato facendo i corsi di lingua italiana per stranieri e oggi ci sono anche corsi di arabo, francese, spagnolo tenuti dalle stesse persone che frequentavano i corsi di italiano. Alcuni ragazzi che venivano a fare il corso avanzato si sono infatti proposti di insegnare la loro lingua madre; conoscendo bene l’italiano avevano questo vantaggio di poter insegnare a loro volta.
Costanza. Ad esempio, il corso di spagnolo è tenuto da un signore che in Cile era professore di biologia e qui in Italia si mantiene, ormai da qualche anno, facendo le pulizie. Lo scorso anno era un allievo del corso di italiano tenuto da me e quest’anno io sono l’allieva del suo corso di spagnolo. Un’altra ragazza del Togo, oltre a redigere il giornale dell’associazione, insegna francese...
Silvia. E’ così: oggi, oltre agli stranieri, vengono italiani che per pochi soldi possono imparare una lingua; allo stesso modo alcuni ragazzi decidono di imparare una terza lingua ancora: si aprono varie possibilità. Questo permette poi di fare amicizia perché si creano i legami classici di qualsiasi corso, ma in un contesto diverso: difficilmente le stesse persone in ambienti neutri riuscirebbero ad allacciare nuove relazioni.
Anche le feste che vengono organizzate sono un modo per trasmettere questa atmosfera di convivialità e accoglienza. E’ un clima che coinvolge anche chi qui ci lavora. I volontari all’inizio vengono con l’idea di fare due ore alla settimana o di concentrarsi in qualche attività, però poi ti accorgi che finiscono per organizzare delle cose magari non previste, oppure si trovano coinvolti nelle attività più disparate, la “telestreet” o il torneo di calcio.
Giorgios. Io vengo dalla Grecia e mentre frequentavo la scuola di italiano ho deciso di iscrivermi anche al corso di fotografia, così da rendere più sopportabile la mia permanenza in Italia, visto che non conoscevo molte persone; ora sono qui da più di un anno e faccio parte della redazione della tv di Anelli Mancanti…
Come arrivano i ragazzi immigrati alla vostra associazione?
Marco. I ragazzi della scuola di italiano arrivano per passaparola; tra di loro si dicono: “Guarda che c’è una scuola dove puoi imparare l’italiano a 5 euro”. Qualcun altro arriva grazie ad altre associazioni che conoscono la nostra attività; altri leggono di noi su Fuori Binario -il giornale di strada- e vengono per chiedere assistenza legale riguardo i documenti; o si rivolgono allo sportello di accoglienza che dà una serie di indicazioni pratiche riguardo le docce pubbliche, le mense sociali, dove trovare dei vestiti o un alloggio temporaneo. A volte diamo una mano per fare il curriculum, gli indichiamo dove rivolgersi per un lavoro. Il contatto avviene in questi modi.
Costanza. Facciamo anche un piccolo giornale, che facilmente arriva nelle mani dei conoscenti o delle comunità di chi frequenta la scuola; inoltre lo diffondiamo nel quartiere dove abbiamo la sede. Viene preparato dai volontari e dagli stessi migranti che si preoccupano di fare le traduzioni degli articoli più importanti, infatti pubblichiamo in arabo, albanese, russo, francese, spagnolo. Non tutti riescono a leggere bene l’italiano. C’è un laboratorio di giornalismo e chiunque può proporre un’idea, un tema o una rubrica, poi ne discutiamo tutti insieme per vedere se c’è la possibilità di pubblicarlo.
Prestiamo attenzione sia alle questioni locali che a quelle cosiddette globali; trattiamo una serie di questioni legate all’immigrazione e allo scambio interculturale: una ragazza albanese cura una rubrica dove racconta le storie di personaggi della cultura o dello spettacolo albanese, del tutto sconosciuti qui in Italia. Una ragazza peruviana, molto brava a disegnare, si occupa della parte grafica. Abbiamo parlato della situazione dei somali che lo scorso anno avevano occupato una casa. Usciamo in maniera irregolare per via delle risorse limitate, ma non pretendiamo di essere giornalisti.
Come siete organizzati per mandare avanti le varie attività, come vi finanziate?
Marco. Sono le attività stesse che strutturano l’organizzazione, questa viene da sé: man mano che si va avanti ti accorgi che da una situazione aperta (anche se di veramente improvvisato non c’è niente) si arriva a una qualche forma, a una qualche struttura. Nelle varie attività sono coinvolte circa duecento persone e siamo una trentina di volontari. Non c’è una gerarchia precisa, le mansioni di coordinamento e raccordo sono molto flessibili e la gestione risulta molto più vivace; la riunione periodica dei responsabili delle varie attività assicura che la visione e i fini dell’associazione siano rispettati. Le persone che vengono qua ad imparare l’italiano pagano 5 euro al mese che è un prezzo simbolico, questo evidentemente non ci permette neanche di coprire l’affitto della struttura. Se passa un progetto, con i pochi soldi che ci arrivano possiamo permetterci l’acquisto di qualche attrezzatura, ad esempio una telecamera più funzionale, un computer più potente, ma fondamentalmente sono i volontari che ci danno una mano. Non è con i progetti che sopravviviamo, anche perché, nelle dinamiche dei poteri locali, non siamo appetibili. Non “interessiamo”, non siamo granché spendibili in termini di rientro per i partiti, che so, di immagine, di interesse elettorale. Comunque ce la facciamo.
Silvia. Quello che funziona con Anelli Mancanti è che quando si individua l’idea si parte, facendo le cose anche senza avere fondi. Le attività poi vengono portate avanti di anno in anno grazie all’impegno dei volontari che vengono qua e si spendono.
Marco. E’ stato sempre così. In fondo la nostra storia inizia nel 1997, in un’altra struttura, un ex-cantiere dove erano presenti alcune baracche che sono state occupate e rimesse a posto da alcuni di noi facendo poi una vertenza con il Comune per ottenere l’agibilità.
Tra le varie iniziative, fate anche la televisione di strada, di che cosa si tratta?
Marco. Storicamente le street tv nascono a Bologna, il retroterra infatti è quello delle radio libere. L’obiettivo all’epoca era quello di interrompere il monopolio e quindi guadagnare spazi di libertà. La nostra telestreet adesso ha circa due anni e mezzo e si pone gli stessi scopi. Noi siamo partiti sfruttando la trasmissione nei cosiddetti coni d’ombra. In pratica nelle frequenze di proprietà esistono degli spazi che in determinate zone non sono utilizzati, per varie ragioni. Ad esempio noi trasmettiamo occupando le frequenze di una emittente di Prato il cui segnale qui non arriva e perciò il suo spazio di frequenza non viene coperto dalle sue trasmissioni.
Ogni telestreet sceglie cosa programmare in base alla storia e alle esigenze del territorio dove opera. Noi che ci occupiamo di immigrazione ci rivolgiamo prevalentemente agli immigrati che vivono in zona, ma non solo, infatti le persone che frequentano la nostra telestreet sono molto eterogenee, c’è chi si occupa di video artistici e qualcun altro che preferisce montare le partite del torneo di calcio multietnico; c’è infine chi documenta invece i cambiamenti del quartiere…
Giorgios. In tutto siamo una decina, ma il numero è variabile, succede che una persona va via per due mesi poi ritorna e riprende il discorso che stava portando avanti, in questo c’è una grande libertà di azione che a noi va bene: rende molto fluida la creazione e la produzione di idee. In genere non c’è una “linea”, chi frequenta la redazione è parte dell’associazione e quindi c’è una visione comune delle cose che nasce dalla condivisione delle varie attività.
Il torneo di calcio è stato l’oggetto della prima trasmissione realizzata da Anelli Mancanti tv dopo il corso di tecnica che avevamo organizzato.
Marco. La parte più difficile rimane la realizzazione e la redazione di quello che giriamo. E’ un’attività che comporta una certa costanza e molto tempo, infatti per passare dalla ripresa alla messa su dvd occorre parecchio lavoro e appunto una certa regolarità, e nei gruppi di volontariato è molto difficile mantenere questa continuità nell’impegno.
All’interno della tv nessuno di noi copre una professionalità in modo specifico: il video-artista che realizza il suo progetto è anche quello che poi monta i filmati, chi come me organizza la programmazione magari va insieme ai ragazzi camerunensi a fare i documenti per il torneo, i ruoli sono assolutamente intercambiabili. L’idea della tv di quartiere è iniziata con il corso di fotografia; c’era la voglia da parte di alcuni di approfondire e si è andati avanti imparando tecniche più sofisticate come l’uso dell’immagine, le tecniche di ripresa e montaggio, la post-produzione. Quello che avevamo imparato lo abbiamo applicato alla prima occasione che è stata appunto la prima edizione del torneo di calcio.
All’epoca disponevamo di una tecnologia “rudimentale”, salivamo su un tetto per collegare l’antenna ad un trasmettitore con 0.5 watt di potenza, arrivavamo ad una distanza di 400 metri, cioè quasi tutta la via dove ci troviamo.
La difficoltà di trasmettere con una frequenza settimanale ci ha fatto riflettere sul fatto che la televisione di “strada” ha una funzione di animazione culturale piuttosto che di intrattenimento. Anche adesso -viste le difficoltà di produrre materiali video con regolarità- preferiamo trasmettere per eventi: quando abbiamo del materiale pronto diffondiamo la notizia che quella sera andremo in onda; informiamo le persone del quartiere con i volantini e anche con il megafono per avvertire che “fra tot minuti si va in onda”; se le persone sono anziane magari saliamo noi in casa per aiutarli a sintonizzare il televisore.
Il quartiere è coinvolto in questa cosa, si sente partecipe?
Giorgios. L’idea di una telestreet è quella di far vedere alle persone qualcosa che li riguarda direttamente. Quando organizziamo la festa nel quartiere mettiamo uno schermo in piazza e tutti possono rivedere il lavoro di tutto l’anno. Di solito le persone si mostrano interessate a condividere la visione di qualcosa che li riguarda, noi riscontriamo una disponibilità a partecipare. In quelle occasioni poi si crea un’atmosfera stile anni ’50, quando la gente si riuniva nei bar per vedere la televisione.
Per quanto riguarda Anelli Mancanti tv, l’idea è quella di non ingrandirci, la nostra ambizione è costruire un rapporto stretto con questa strada e con il quartiere, preferiamo trasmettere per questa piccola zona; ci piacerebbe far crescere un senso di appartenenza e anche di responsabilità tra gli abitanti rispetto al luogo in cui abitano. Considera che questa via è abitata da gruppi di persone molto diverse tra loro: i vecchi residenti, gli americani, i giapponesi, i somali, i sudamericani...
Marco. Crediamo che la televisione -l’immagine in generale- sia uno degli strumenti più potenti della società contemporanea. Come laboratorio di produzione, la tv di strada di Anelli Mancanti è soprattutto un luogo di trasferimento e diffusione di conoscenze, tecniche e non solo; si tratta di mettere tutti i partecipanti nella condizione di una relativa autonomia espressiva riguardo al mezzo. Il nostro obiettivo essenzialmente è quello di moltiplicare le energie creative, e far circolare le competenze tecniche, soprattutto tra i ragazzi.
Abbiamo realizzato alcune piccole produzioni a partire dalle storie dei ragazzi che frequentano la scuola. Lo scorso anno abbiamo progettato la formazione di un gruppo di immigrati per quanto riguarda l’uso della comunicazione video e della telecamera oltre che del montaggio per realizzare un cinegiornale.
Siete stati promotori e organizzatori del torneo di calcio “Mondi Aperti”. Puoi raccontare?
Marco. Qui a Firenze c’è un grosso parco, le Cascine, che da qualche anno è diventato luogo di incontro, oltre che per i fiorentini, anche per intere comunità di immigrati, soprattutto la domenica. Qui ad esempio si riuniscono molti sudamericani per pranzare insieme e ascoltare musica, e non mancano i problemi di ordine pubblico.
Comunque la presenza di questi grossi prati ha fatto sì che con le belle giornate le diverse comunità abbiano iniziato a organizzare delle partite di pallone per conto loro. Partite del tutto informali come succede da qualsiasi parte. Mano a mano è successo che queste squadre improvvisate hanno iniziato a sfidarsi tra di loro, che so la comunità marocchina con quella senegalese, i peruviani con gli albanesi. L’agonismo, il divertimento e quindi anche lo spettacolo erano così coinvolgenti che molte persone venute a passeggiare si fermavano a guardare fino a che molti avevano iniziato a venire apposta in quelle ore domenicali per vedere le partite.
L’idea era già lì. Molti ragazzi che frequentano gli Anelli ci raccontavano di queste partite e ad un certo punto ci hanno proposto di organizzare un vero e proprio torneo. La prima edizione del campionato multietnico è nata così, senza un soldo, senza un campo, senza niente.
Abbiamo organizzato una prima edizione nel 2002; noi abbiamo fornito il minimo indispensabile: le magliette, i pantaloncini e l’affitto del campo di calcio; i ragazzi invece si sono pagati le analisi mediche. La prima volta hanno partecipato otto squadre, poi visto il successo -che non ci aspettavamo -la richiesta è raddoppiata e per far fronte e mantenere questa iniziativa che ci sembrava molto importante abbiamo ottenuto un piccolo finanziamento dagli enti locali come la Provincia, assieme alla concessione di uno spazio adeguato dove poter fare il torneo. Addirittura lo scorso anno è stato fatto a Coverciano -dove si allena la nazionale!
Ad ogni edizione siamo riusciti a migliorare un po’, e ora il torneo viene disputato con le divise ufficiali delle rispettive nazionalità. Lo scorso anno hanno partecipato tredici nazionalità diverse, cioè tredici comunità immigrate presenti sul territorio fiorentino come il Marocco, il Camerun, l’Albania, la Romania, la Turchia, la Cina, il Perù, lo Sri Lanka, ecc.; il Senegal è stato il vincitore delle prime due edizioni. La squadra degli Anelli Mancanti, che pure partecipa, non ne ha vinta una, anzi ha subito più gol di tutti gli altri. Le squadre poi si ritrovano insieme ed è un’ottima esperienza che permette la nascita di relazioni e amicizie che in altri contesti sono più difficili.
La giornata inaugurale faceva impressione per la cura dei dettagli con cui le squadre si erano preparate: ogni nazionalità faceva sfilare i suoi giocatori con la maglia ufficiale, la mascotte in testa e la bandiera nazionale, poi il tifo al seguito, gli inni nazionali… La squadra della Cina ci ha fatto dono di un drago che apriva la sfilata d’inizio come augurio e portafortuna.
Ora, visto il successo dell’iniziativa, c’è l’idea di far nascere una polisportiva dell’associazione con l’obiettivo di unire, grazie allo sport, persone di ogni nazionalità, religione e colore.
E’ un torneo molto rappresentativo delle comunità che vivono e lavorano qui a Firenze. Vorrei aggiungere che spesso si presentano occasioni inattese: ad esempio, ora con l’associazione vorremmo mettere in piedi una squadra di cricket, dato che la comunità cingalese ci ha invitato al torneo che organizza ogni anno.
Questo dà l’idea di quanto siano ricche e vitali le comunità al loro interno. Il rischio, anche come volontari, è quello di voler vedere solo i loro problemi o le difficoltà di vita a cui vanno incontro, ma non c’è solo questo. Parliamo di persone che comunque riescono ad organizzarsi e a ricreare spazi di relazione che a noi italiani rimangono invisibili.


  


archivio
Abbiamo tutti il doppio lavoro

Fare il sindaco in un comune valdese di montagna di 500 anime: il cruccio demografico, la difficoltà di attrarre giovani coppie, i servizi da calibrare quando d’estate arrivano i turisti, gli effetti dei tagli, l’integrazione con i pochi immigrati, la necessità di fare rete con gli altri comuni. Intervista a Patrizia Geymonat.

Il sabato dei bambini

Un’associazione che un giorno la settimana porta i figli delle detenute fuori dal carcere; l’importanza di cicli di conversazioni con le madri, perlopiù rom e analfabete, su argomenti specifici, l’igiene, l’alimentazione, la salute; la risorsa dell’affidamento e la proposta di una nuova legge; intervista a Leda Colombini.

Le quattro P

Protesta, pressione, progetti, pratiche... Se la globalizzazione rischia di svuotare le democrazie nazionali, allontanando la politica dai cittadini, sta anche internazionalizzando i movimenti di lotta per riportare la politica fra i cittadini rendendoli protagonisti. Un intreccio orizzontale di reti, esperienze di buone pratiche, legami di solidarietà. I rischi di derive nazionalistiche, xenofobe e fondamentaliste. La necessità di riforme delle istituzioni internazionali. Intervista a Mario Pianta.

Creare delle possibilità

Un progetto nato per riportare a casa e a scuola i bambini brasiliani che vivono per strada attraverso tante attività, ma soprattutto cercando di conquistare la loro fiducia; il momento, cruciale, in cui il bambino invita l’educatore a casa; il problema, grave, della droga e i successi imprevisti. Intervista a Carlos Roberto Caldas.

L'alloggio sociale

Di fronte alla crescita del problema abitativo degli immigrati, ma anche di sempre più italiani, un gruppo di cittadini ha messo su una cooperativa che recupera alloggi in disuso o "sotto soglia”, sia pubblici che privati, e dopo averli ristrutturati li riassegna applicando canoni calmierati. Intervista a Sergio D’Agostini.

L'ospedale naga

La vergogna degli ultimi decreti e il dramma, per chi è venuto qui a lavorare, di essere visto come un criminale. A emigrare sono sempre i migliori, chi ha delle carte da giocare e gode di buona salute. Una nuova immigrazione fatta di donne istruite e con grandi capacità organizzative. Intervista a Stefano Dalla Valle.

La tv di strada

La storia di un’associazione, Anelli Mancanti, che vive quasi esclusivamente grazie alla generosità dei volontari e degli immigrati che da ‘utenti’ si trasformano presto in soggetti attivi, tenendo corsi e partecipando alle varie iniziative. L’esperienza della telestreet e quella di un torneo di calcio multiculturale nato al parco delle Cascine, con alcune squadre improvvisate... Intervista a Silvia, Marco, Giorgios, Costanza.

Quando compio 18 anni...

L’impegno di un’associazione per offrire una famiglia ai minori stranieri non accompagnati; i ragazzini afgani in affido, segnati da eventi traumatici, ma con un grande desiderio di riscatto; l’assurdità di una legge che a 18 anni li rimanda nell’irregolarità; intervista a Emanuele, Susanna, Patrizia, Anna e Marika.

Vicino di banco

Un doposcuola per bambini extracomunitari e non, nato per caso quando, a una festa, un ragazzino ha chiesto di poter portare a casa gli avanzi; oggi tanti volontari insegnano l’italiano anche alle madri, e ragazzi ormai cresciuti restano a insegnare ai nuovi arrivati. Intervista a Morena Mezzalira e Marilisa Parlato.

Beni comuni

L’equivoco di far coincidere l’ideologia della decrescita con un periodo di crisi economica. La delusione di un terzo settore sempre meno fattore di cambiamento e il paradosso di una Banca Etica che investe in Borsa. La tradizione, dimenticata anche dai sindacati, del mutualismo. Intervista a Lorenzo Guadagnucci.


L'ospedale naga

La vergogna degli ultimi decreti e il dramma, per chi è venuto qui a lavorare, di essere visto come un criminale. A emigrare sono sempre i migliori, chi ha delle carte da giocare e gode di buona salute. Una nuova immigrazione fatta di donne istruite e con grandi capacità organizzative. Intervista a Stefano Dalla Valle.

Al caffé alzheimer

Un posto dove ritrovarsi, raccontare, scambiarsi consigli, che serve più ai parenti che ai malati; le prime avvisaglie della malattia, spesso non facili da decifrare; la dedizione di mariti, mogli e figli al loro caro che ormai non li riconosce più; la solitudine nell’affrontare una malattia terribile. Intervista a Roberta, Rita, Franco e Patrizia.

La piazza è mia

Gli anni della grande delusione seguiti a quel mandato di Orlando che tante speranze e aspettative aveva sollevato, e poi il ritorno alla fatica quotidiana, con i coetanei che vanno al nord e una classe dirigente totalmente inadeguata; l’importanza di ripartire dallo spazio pubblico. Intervista a Simone Lucido e Maurizio Giambalvo.

C'era la luce accesa

Fare il sindaco di un piccolo comune sardo che resiste alle profferte allettanti ma vergognose delle multinazionali dell’eolico e si tiene la gestione dell’acqua; tenere pulita la piazza andando finanche di persona a raccogliere cartacce; credere nell’indipendenza della Sardegna ma fare poi tante piccole cose... Intervista a Mario Satta.

La porto in giro
in bicicletta?!

Una comunità di ragazzi "difficili”, con situazioni familiari disastrose ed esperienze di carcere minorile, molti immigrati, in cui si decide di far vacanza in bicicletta; i ragazzi, dopo essersi fatti da soli le biciclette sono partiti per un viaggio faticoso ma di cui, poi, andar orgogliosi; lo scarso fascino, purtroppo, della bicicletta. Intervista a Giovanni Torrani.
Metter da parte
per le disgrazie

Un’agenzia di assicuratori alternativa, che riscopre lo spirito mutualistico originario dell’assicurazione: persone che si associano e pagano un tot per i problemi che possono colpire una di loro. Contratti di sole due pagine, chiari, scritti in grande, di un anno, un’altra concezione del non assicurabile, un modo di operare fondato sul socio lavoratore e non sul lavoro a provvigione... Intervista a Gianni Fortunati.
Far sorridere
una signora

L’attività volontaria di un gruppo di donne, alcune che già hanno subito l’operazione e altre no, per fare prevenzione sul territorio e per dar conforto, e consigli, alle donne che stanno per essere operate di tumore al seno. Intervista alle attiviste di Andos di Albano Laziale. .
Il mercoledì

L’idea di una specificità femminile anche nella sofferenza, il bisogno di un’intimità libera, un appartamento in cui ritrovarsi a parlare di tutto, a organizzare gite, laboratori di teatro, in cui ci si aiuta a superare lo stigma del centro di salute mentale, a sperimentare che le medicine sono meno importanti delle relazioni. Intervista a Silva, Marina, Pina, Licia, Graziella, Antonella, Patrizia, Francesca, Loredana, Laura, Liliana, Eliana, Mara.
Spezzare la cronicità

Un impegno, quello della Casa della Carità di Milano, per aiutare persone finite ai margini della società, senza fare assistenzialismo; patti di socialità e legalità molto severi, in cui si riceve e si dà, perché questa è la base della riconquista di una cittadinanza piena; l’esperienza con i rom. Intervista a don Virginio Colmegna.
L'alloggio sociale

Di fronte alla crescita del problema abitativo degli immigrati, ma anche di sempre più italiani, un gruppo di cittadini ha messo su una cooperativa che recupera alloggi in disuso o "sotto soglia”, sia pubblici che privati, e dopo averli ristrutturati li riassegna applicando canoni calmierati. Intervista a Sergio D’Agostini.
Nel barrio de La Paz

L’esperienza straordinaria del Teatro dell’Oppresso che perdura in tutta l’America Latina, malgrado l’avvento della democrazia. Intervista al gruppo Taller del barrio di La Paz, Bolivia.
La tv di strada

La storia di un’associazione, Anelli Mancanti, che vive quasi esclusivamente grazie alla generosità dei volontari e degli immigrati che da ‘utenti’ si trasformano presto in soggetti attivi, tenendo corsi e partecipando alle varie iniziative. L’esperienza della telestreet e quella di un torneo di calcio multiculturale nato al parco delle Cascine, con alcune squadre improvvisate... Intervista a Silvia, Marco, Giorgios, Costanza.
Far del bene

Dai gesti più piccoli e occasionali all’impegno quotidiano in grandi e piccole associazioni di volontariato, la generosità è sempre più diffusa, e, a differenza del passato, ha come motivazione principale il piacere. Una grande occasione di amicizie. Il rischio della professionalizzazione e dell’eccessiva normazione. La necessità di preoccuparsi dell’efficacia, ma senza farne un’ossessione. Intervista a Bruno Manghi.
Il dialogo, senso comune democratico

Riuscire a far stare insieme operatori israeliani e palestinesi, o attivisti antiabortisti e abortisti laddove c’erano stati già degli omicidi, o a risanare una città devastata dalla corruzione; sono i miracoli che possono compiere la passione dei cittadini alla soluzione dei problemi e il metodo del dialogo finalizzato a una soluzione che vada bene a tutti; il grande ruolo del facilitatore "di democrazia”. Intervista a Susan Podziba.
Il mercato
dell'ultimo minuto

Dalle rimanenze che si butterebbero, innanzitutto di cibo, un circuito virtuoso fra consumatori disagiati, impossibilitati a comprare, associazioni di volontariato, una cooperativa di giovani idealisti, un comune sensibile e ditte profit che risparmiano sulle spese di smaltimento, sulla tassa dei rifiuti e guadagnano in immagine. Last Minute Market, un’emerita buona pratica che si sta diffondendo. Intervista a Andrea Segré.
Il legame
della partecipanza

Nonantola, un paese del modenese dove vige ancora la Partecipanza, pratica che risale al medioevo, quando l’abate consegnò la terra al popolo nonantolano perché la coltivasse, dove nel ‘43 i cittadini si mobilitarono per mettere in salvo un gruppo di bambini ebrei, dove il partito comunista aveva il 70%, dove, primo posto in Italia, gli immigrati poterono votare per un loro rappresentante... Intervista a Valter Reggiani.




chiudi