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La difesa
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storie

  

UNA CITTÀ n. 148 / 2007 Maggio

Intervista a Sergio Tosoni
realizzata da Barbara Bertoncin

SULLA CARTA DI IDENTITA’ C’E’ ANCORA "STUDENTE"...
I dubbi sull’ultima riforma, quella del tre più due, che ha trasformato l’università in un grande liceo. L’ambiguità del dottorato: titolo di studio o inizio di un percorso lavorativo? La passione per la ricerca che compenserebbe anche quegli 827 euro al mese... Intervista a Sergio Tosoni.

Sergio Tosoni, ricercatore chimico, vive a Torino.

E’ stato durante il liceo classico che mi sono accorto che m’interessavano di più le materie scientifiche, non so, avvertivo proprio un bisogno di oggettività, di misura dell’affidabilità delle cose che studiavo, così alla fine del percorso ho deciso di iscrivermi a chimica. Forse oggi se tornassi indietro farei fisica, comunque sono contento così.
All’università sono entrato col vecchio sistema e mi sono trovato nel mezzo del passaggio al nuovo ordinamento. C’è stata una sorta di conversione in corso d’opera, per cui sono stato uno dei primi laureati con il tre più due. Hanno fatto molte pressioni perché ci “convertissimo”; chimica è un corso di laurea abbastanza piccolo qua a Torino, con pochi studenti, per cui sarebbe stato folle tenere in piedi due ordinamenti. Con il tre più due hanno spezzettato tutti gli esami, si è passati da un sistema con corsi su base semestrale, a uno scaglionato in quattro periodi didattici l’anno, per cui fai un mese e mezzo di corsi e due settimane di esami. Alcuni miei esami sono stati meno impegnativi di certe interrogazioni del liceo, veramente studiavo in due pomeriggi, del resto con sedici ore di lezione per il docente era difficile trovare tre domande diverse da fare agli studenti che davano l’esame lo stesso giorno, perché le cose fatte erano talmente poche… Tra l’altro, rispetto a questi piccoli corsi e corsettini è scattato un effetto “sciacquone” terribile, come dire, una volta dato l’esame ti dimentichi tutto. Ormai l’università è un grande liceo, anche l’atteggiamento degli studenti è un po’ cambiato, tengono meglio il ritmo però poi forse la cultura generale ne risente un po’. Io spero non sia stato solo il modo con cui hanno salvato tutte le cattedre...

Ho fatto Metodologia e chimica avanzate, la laurea specialistica più generale, meno professionalizzante. Faccio parte della “parrocchietta” dei chimici teorici, cioè non lavoro in laboratorio, ma essenzialmente al calcolatore, facciamo simulazioni numeriche. Ho fatto una tesi di simulazione sull’attività delle superfici.
Da noi la tesi di laurea è ancora una cosa importante, dura praticamente un anno. Mentre la redigevo il mio relatore mi ha chiesto se fossi interessato a fare un dottorato di ricerca. Ci stavo pensando, la cosa mi interessava, per cui gli ho detto di sì. Mi ha spiegato che c’era il concorso, che avremmo visto come andava… E qui si apre tutta la questione di come funzionano i criteri di ammissione a un dottorato di ricerca. Nel senso che se vai all’estero, non c’è quasi da nessuna parte il concorso: funziona per cooptazione personale, cioè un gruppo di ricerca ha i fondi per prendere un dottorando ed è il professore che va da tizio e gli dice: “Se vuoi il posto è tuo”; vale una sorta di principio bonus-malus perché se prendi una persona inadeguata in realtà ti danneggi. Qui in Italia, invece, c’è una cooptazione mascherata da concorso, nel senso che, appunto, in teoria fanno un concorso, fanno una graduatoria, ma in realtà tutto avviene in base a dei divertentissimi equilibrismi…
Fortunatamente il mio relatore aveva presentato una domanda di finanziamento a una fondazione bancaria privata, per cui aveva un canale preferenziale… E’ così che sono entrato.
Il dottorato di ricerca dura tre anni in generale. Io mi sono laureato nel luglio del 2003 e ho iniziato alla fine dello stesso anno. Sì, subito. Ho dato il concorso a ottobre e appunto a novembre siamo entrati ufficialmente come dottorandi. E’ stata un’esperienza abbastanza bella, soprattutto per la presenza della borsa di studio (ci sono molti dottorandi che lo fanno più o meno gratis), che mi ha permesso anche di uscire di casa. Intendiamoci, si sopravvive. Sono 827 euro al mese, in una città come Torino sono sufficienti, già i miei colleghi di Milano mi dicono che là non bastano affatto tant’è che sono costretti in situazioni proprio da studente, con tre persone per stanza o cose di questo tipo. A Torino gli affitti sono abbastanza contenuti, soprattutto in certe zone della città; io divido una casa con due camere con un collega di fisica, quindi va decisamente bene, poi comunque hai una famiglia alle spalle, che nel caso ti aiuta, però per le spese correnti credo che sia adeguato.

In Italia si parla sempre degli scarsi investimenti nella ricerca. In effetti, noi ci sogniamo di fare le cose che fanno i gruppi di ricerca di altri paesi; mediamente usiamo dei computer che sono considerati un po’ delle baracchette da un ricercatore americano o tedesco. Qualche tempo fa c’è stato un incontro fra il mio responsabile scientifico e dei rappresentanti di una ditta che vende calcolatori qui in Italia; ebbene, sono venuti e hanno cantato le lodi del loro nuovo super calcolatore, bellissimo, dicendo che in una qualche università tedesca, forse Ratisbona, ne avevano comprati non so quanti; avevano appena creato un super calcolatore con più di 1.200 processori di questo nuovo tipo. Insomma, noi ci siamo fatti fare un preventivo per 16 processori e poi abbiamo dovuto lasciar perdere perché era troppo costoso. Questo dà un po’ l’idea.
Un altro aspetto pazzesco dell’Italia, al di là della penuria di fondi, di cui non bisogna dimenticarsi, è l’incapacità di fare massa critica, la tendenza a ripartire quelle poche risorse in mille rivoli diversi. A Bologna c’è un nuovo centro di super calcolo con delle macchine decisamente molto buone. Bene, tu scrivi un progetto di ricerca, loro emettono dei bandi, se il tuo passa, ti danno un pacchetto di ore di calcolo che puoi usare su questi calcolatori. Il fatto è che sono sempre dei pacchetti microscopici, cioè uno per fare qualcosa avrebbe bisogno di 100.000 ore di calcolo e loro te ne danno 2000 alla volta. Questo, evidentemente, è il modo per accontentare tutti, per non lasciare fuori nessuno, ma 2000 ore di calcolo le bruci in due settimane, dopodiché devi aspettare il bando successivo. Non ha senso.

Durante il dottorato sono stato un anno in Germania. Fin dall’inizio avevo espresso al mio responsabile il desiderio di andare via qualche mese. E’ una cosa possibile, in generale addirittura auspicata, tra l’altro mentre sei all’estero ti aumentano del 50% la borsa di studio per coprire le spese extra, quindi è una cosa che si può fare. Lui mi aveva detto: “Sì, sì, nessun problema...” in realtà avevo capito che dei problemi c’erano, perché quando c’è penuria di manodopera, figurati se lasciano andare così facilmente uno che lavora.
In questo senso invece ho avuto un bel colpo di fortuna, perché quando ci sono state le Olimpiadi del 2006 a Torino, tutti i locali in cui era ospitato il mio gruppo di ricerca sono stati in pratica requisiti dal Toroc (il Torino Organising Committee), che ci ha installato non so se lo staff medico della squadra bielorussa o qualcosa del genere...
Così il gruppo di ricerca in pratica si è disperso, il mio capo è andato a Barcellona e io sono stato mandato a Berlino, per fortuna lui ha un rapporto di collaborazione con un docente di tedesco, per cui gli ha scritto per chiedergli se poteva dare “asilo” per tre mesi a uno dei suoi dottorandi e così siamo stati appunto sparpagliati. Ma, per darti un’idea, tutti i calcolatori che avevamo in quei locali, li ho dovuti caricare sulla mia macchina per fare il trasloco; veramente abbiamo dovuto fare tutto noi, cosa impensabile per un’università tedesca.
Infatti appena sono arrivato, sono stato colpito dal fatto che, a lato del gruppo di ricerca, là è prevista una segretaria amministrativa ed un tecnico che si occupa dei computer, che significa che tu, ricercatore, non devi perdere tempo per la burocrazia. All’improvviso le giornate si facevano molto più lunghe, lavori proprio molto più tranquillo…
Qui, invece, se si rompe un computer devo occuparmene io, se è una riparazione stupida posso provare a farla da solo, se è qualcos’altro devo contattare l’assistenza, mettermi d’accordo con loro, ecc.

Finito il dottorato c’è la possibilità di chiedere un assegno di ricerca di un anno. Un assegno di ricerca significa che guadagni circa 1.100-1.200 euro al mese, hai delle mansioni generiche di ricerca, un contratto equiparato a quelli a progetto, sia dal punto di vista contributivo sia per quanto riguarda i diritti, e di solito la durata è 1+1, oppure 1 anno, dipende dalla disponibilità di fondi.
Sto facendo un tentativo con una fondazione tedesca; da gennaio 2008 sarei già orientato a tornare in Germania per un paio d’anni, anche perché nel frattempo ho una fidanzata su...
Che progetti di vita si fanno con 800-1000 euro al mese? Beh, ovvio che con un contratto a termine il mutuo non lo fai, anche se guadagnassi di più…
Intendiamoci, in parte io mi considero un privilegiato perché la vita del dottorato è anche bella, se vuoi dormire un’ora in più la mattina non c’è problema, e poi è molto più gratificante dal punto di vista intellettuale, certo c’è la precarietà più assoluta.
Qui si apre un altro discorso. C’è una differenza enorme tra l’Italia e il resto del mondo. Nel resto del mondo i dottorandi che poi restano nel campo della ricerca accademica sono una minoranza, infatti il dottorato di ricerca è un titolo spendibile, richiesto e benvenuto anche nel settore privato, anzi. La Germania è addirittura rigida da questo punto di vista, in certi ambiti, per fare carriera, devi avere il dottorato di ricerca, la laurea non basta. Invece, in Italia c’è l’atteggiamento opposto; l’imprenditore che si trova di fronte un dottorando spesso ha un atteggiamento del tipo: “Hai cercato di fare la carriera accademica e non ci sei riuscito, adesso cosa vuoi?”. Oppure c’è l’idea che prendere una persona troppo formata vuol dire assumere un piantagrane, uno che non ha voglia di passare tutto il giorno a fare le fotocopie, cose di questo tipo. E poi credo si possa dire che le imprese italiane non fanno troppa competizione sul terreno dell’innovazione tecnologica e della ricerca. Se tu guardi quanto si spende in ricerca in Italia, è vero che il pubblico spende sensibilmente meno che negli altri paesi, ma la quota investita dal privato è addirittura più preoccupante.
Ma il dato più incredibile, data la situazione, è che il numero di posti per i dottorati di ricerca sta crescendo a dismisura. Per tanti fattori: si sono aperti nuovi canali di finanziamento. Ad esempio, la mia borsa di dottorato, tre o quattro anni fa, è stata una delle prime coperte da una fondazione privata, invece adesso è una prassi abbastanza comune. In alcune regioni, tra cui il Piemonte, anche la Regione copre delle borse di dottorato; è una cosa bellissima, intendiamoci, che però crea più di un problema. Se l’unico sbocco del dottorato è poi il precariato nella ricerca universitaria, dove andiamo a finire? Oggi Chimica a Torino sforna 15 dottorati l’anno, cosa ce ne facciamo? Per chi sta dentro l’Università queste sono ottime notizie, è tutta manodopera in più. D’altra parte, secondo la legge siamo studenti, sulla mia carta d’identità c’è ancora scritto “studente”, ma in realtà lavoriamo, scriviamo pubblicazioni, addirittura abbiamo commesse da parte di privati.
Insomma, bisognerebbe anche capire che cos’è il dottorato di ricerca. Se è un titolo di studio in più deve essere ovviamente spendibile, se invece è l’inizio di un percorso lavorativo, c’è il problema del dopo. Ormai dilagano questi assegni di ricerca, che sono comunque contratti precari. Ci sono delle leggi che dicono che dopo il dottorato di ricerca tu puoi fare al massimo quattro anni di assegno di ricerca. Bene, e poi? Concorsi di ricercatore a tempo indeterminato ormai non ne fanno più, per cui rischi di passare a forme ancora più precarie, con borse che ti coprono qualche mese l’anno, così uno arriva a 35-40 anni, senza alcuna esperienza di lavoro né un titolo veramente spendibile… Io ci sto pensando, perché se decido di lasciare la ricerca, devo muovermi entro un anno o due, sennò diventa troppo tardi. Questa è una cosa che effettivamente dà un po’ d’ansia…

Faccio parte della Rete Nazionale dei Ricercatori Precari, un organismo informale costituito da varie persone che si sono coordinate in diverse città italiane per studiare questi problemi, ma anche per dar loro un po’ di risalto. Ecco, in base alle nostre stime ci sarebbero almeno 50.000 ricercatori precari, che diventano persino di più, se consideri i docenti a contratto.
I docenti a contratto erano stati inventati dal Ministero con l’intento di portare delle competenze del mondo professionale all’interno del corpo accademico. Parliamo di persone che non sono docenti con la cattedra, che non hanno il diritto di voto all’interno della facoltà; in sostanza, per un corso di giurisprudenza chiami due o tre avvocati affermati, per dei corsi specifici. Non so, forse l’idea non era sbagliata, ma in realtà lo strumento è subito degenerato, per cui adesso ci sono facoltà che hanno il 50% dell’organico coperto dai docenti a contratto, così invece di pagare uno stipendio ogni mese paghi qualche migliaio di euro forfettari all’anno. Il fatto è che ormai ci sono persone che tirano a campare, con due o tre docenze a contratto su tre università diverse e in tre città diverse, viaggiando con la macchina, avanti e indietro…
Questo, anche dal punto di vista degli studenti, della qualità del corso di studi, ha ricadute pessime: tra i docenti a contratto, un professore su due neanche va in aula per fare ricevimento, tra l’altro è gente che non ha mai passato un concorso...
C’è un altro problema, l’età del corpo docente è molto elevata; pare che la metà andrà in pensione attorno al 2012 e non si sa ancora cosa succederà a quel punto. Un’altra conseguenza pazzesca dell’autonomia universitaria sono infatti i cosiddetti “organici a piramidi rovesciate”, nel senso che i corpi accademici, lasciati liberi di decidere se fare due nuovi concorsi da ricercatore o un nuovo concorso da ordinario (dal punto di vista dei costi le due opzioni sono equivalenti), hanno scelto di fare nuovi concorsi da associato e ordinario, col risultato che certe facoltà sono dei buffi eserciti fatti solo di generali e senza soldati. Sono tutti docenti ordinari, pochi docenti associati e quasi nessun ricercatore, ma una marea di figure precarie che fanno tutto il lavoro. Prima o poi bisognerà parlarne…
Ovviamente noi scontiamo anche il fatto che, a fronte di una spinta alla flessibilizzazione (o precarizzazione) del mondo del lavoro, abbiamo ancora un welfare tutto costruito attorno alla figura del lavoratore a tempo indeterminato, della “famiglia” col padre che lavora e casomai la madre sta a casa… Una mia collega è andata col marito a chiedere un mutuo e le hanno riso in faccia in quanto “soggetto ad altissimo rischio di insuccesso professionale”, per cui il mutuo o lo firmano i suoi genitori...
Qual è la prospettiva? C’è chi ce la fa a passare al concorso da ricercatore o addirittura da tecnico amministrativo; questa è una cosa che molte università usano in modo surrettizio, si sono inventati i “tecnici ad alta qualifica professionale”, che sono ricercatori che prendono un po’ meno di stipendio, hanno meno diritti e meno doveri dal punto di vista accademico, però almeno hanno un contratto di lavoro vero. Oppure c’è anche chi pensa a exit strategy più stravaganti, ad esempio ci sono due amici di Roma che stanno pensando di mettere su una libreria, sono due fisici con 10 anni di precariato e un numero pazzesco di pubblicazioni sulle migliori riviste internazionali! Scherzando con degli amici, dicevamo che noi ci butteremo sull’agriturismo!
Altrimenti c’è l’emigrazione all’estero. La definizione “fuga di cervelli” mi piace poco perché suona: “Ecco noi siamo i giovani meritevoli, perché abbiamo vinto un posto di dottorato di ricerca, siamo la meglio gioventù e nessuno ci copre d’oro...”. Cioè c’è un problema di precarietà che è generale e sarebbe scorretto pensare che l’università resti una specie di torre d’avorio, tagliata fuori dalla società, in cui queste brutte cose non entrano. Al contrario, all’università il lavorio precario c’è sempre stato, prima del pacchetto Treu o della legge 30.
E’ vero, era stata fatta una legge per il “rientro dei cervelli”. Una cosa bellissima, davvero divertente: le università hanno strombazzato questo rientro dei cervelli e poi che cosa gli hanno dato? Un bell’assegno di ricerca di due anni, poi la Moratti ha chiuso i rubinetti e questi sono rimasti senza lavoro. Qualcuno nel frattempo ce l’ha fatta, è entrato con il concorso, ma in generale è stato un fallimento.
Ci sono dei discorsi un po’ border line, un po’ pericolosi, che circolano sia all’interno del mondo accademico che fuori, cioè l’idea che la precarietà garantisca la qualità della ricerca, cioè se ti metto il sale sulla coda e ti do tempo fino al 31 dicembre per ottenere un risultato…
Non so, a me sta bene essere messo alla prova, però mi metti alla prova una volta, due, dopodiché o ti sono piaciuto o non ti sono piaciuto. Insomma dire a persone che di fatto sono dentro da 10 anni: “Facciamo un concorso e vediamo se lo vinci”, quando questo ha già fatto 10 concorsi, per avere 10 assegni di ricerca di un anno, insomma come fai a fargli fare l’undicesimo concorso? Se mi hai tenuto qui 10 anni pagandomi anche se non ero bravo, allora dovresti dimetterti tu. Tra l’altro quando arrivi alla scadenza del suo contrattino entri in sbattimento per cercare tutte le possibili alternative, quindi in realtà il tuo lavoro lo trascuri.

Tra i miei amici, ci sono persone che si sono sposate, altri che stanno ancora con i genitori; in generale la cosa che mi meraviglia dei miei coetanei, dei miei colleghi, è che hanno molto introiettato questa situazione per cui dipendi dal professore deus ex machina, sono molto passivi, mentre la mia impressione è che, di fronte a un sistema accademico così screditato, con una spallata un po’ decisa, magari qualcosa si potrebbe ottenere.
Io allo stato attuale cerco di vivere un po’ alla giornata, di non farmi troppe ansie sul lungo termine. Adesso sono concentrato su questo salto un po’ nel buio, di trasferirmi eventualmente in un altro paese. Anche la mia fidanzata studia chimica, sta facendo il dottorato.
Vorrei rimanere nel mondo della ricerca, non escludo nemmeno di farlo nel campo privato, anche se in Italia ci sono poche possibilità. Nel nostro paese se entri in azienda da laureato nelle materie scientifiche, c’è una sorta di cursus honorum che parte sì dal laboratorio, però appena progredisci ti mettono a fare altro. Ci sono moltissimi laureati in chimica che sono finiti a fare i direttori del personale nella piccola e media azienda! Di ricerca, nel campo privato se ne fa proprio poca, oramai sono rimaste sono l’Enichem, la Polimeri Europa, l’Oreal, poco altro. C’è anche la Fiat, che però non si può chiamare ricerca privata. E poi nel privato c’è il rischio di finire in situazioni paranoiche, in cui non ti lasciano pubblicare se quello che hai trovato non piace. Ci sono stati alcuni casi negli Stati Uniti, anche clamorosi... Quello che fa paura del privato è questo, dall’altro lato però ci sono le toghe di ermellino, i giochi di potere…
Di sicuro la gratificazione intellettuale per me è molto importante, compenserebbe anche uno stipendio non elevato, non ho degli standard di vita molto alti, da tre anni vivo in un appartamento in condivisione con un’altra persona, non mi crea assolutamente problemi, giro in bicicletta, non mi compro vestiti all’ultima moda…


  


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