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UNA CITTÀ n. 145 / 2007 FebbraioIntervista a Maritè Calloni e Maria Viarengo
realizzata da Barbara Bertoncin, Francesco Ciafaloni, Elena Chiti
ALMENO UN BAGNO TURCO...
Un centro nato da una coraggiosa “scommessa di donne per le donne” fondata sulla convinzione che le migranti sono una risorsa preziosa e che la convivenza è possibile. L’apertura del primo bagno turco, i corsi per le mediatrici e le badanti, l’invenzione dello spazio bimbi, e la sfida di inserire giovani donne in banca, e non a fare le pulizie, allo sportello. Intervista a Maritè Calloni e Maria Viarengo.
Maria Viarengo, etiope, arrivata in Italia negli anni ’70, e Maritè Calloni sono socie del Centro interculturale Alma Mater di Torino.
Potete raccontare come è nato il centro Alma Mater?
Maria Viarengo. Sono qui da più di trent’anni. Quando sono arrivata in Italia lo straniero era una “chicca”, era ben visto. Ricordo che alcune persone ci mettevano alla prova facendoci ripetere un’espressione piemontese non facile da dire. Ma questo succede in tutto il mondo, anche in Etiopia gli italiani si cimentavano con parole e frasi nella nostra lingua, facendo felici gli autoctoni, perché vuol dire che stai cercando di capire chi sono, qual è la mia lingua. Allora comunque ci si contava sulla punta delle dita. Col tempo l’atteggiamento nei nostri confronti è diventata una cartina tornasole: quando il numero degli immigrati è cominciato ad aumentare, il clima nei confronti del diverso si è alterato, anche con l’emergere di manifestazioni di razzismo; e devo dire che i giornali non hanno fatto nulla o quasi per abbassare i toni.
In quel periodo credo che la scuola, alcune associazioni, in generale i gruppi che già lavoravano in quest’ambito, che magari avevano iniziato occupandosi dei meridionali, siano stati un laboratorio straordinario.
Il fatto è che il panorama torinese che si occupava di accogliere i nuovi immigrati era completamente maschile.
Così, un 8 marzo, mi pare del 1990, un gruppo di donne italiane e straniere si sono trovate a un incontro sull’immigrazione e da lì è nata la proposta di creare una casa per le donne. L’idea ha incontrato la sensibilità e l’entusiasmo di un primo nucleo di donne italiane appartenenti all’associazione “Produrre e Riprodurre” che ha deciso di accettare la sfida e di percorrere questa nuova pista.
Le donne provenivano da diversi paesi (Somalia, Marocco, Costa d’Avorio, Iran), ma vivevano in Italia da diversi anni e cercavano forme di integrazione che non passassero attraverso l’assistenzialismo.
Infatti al Comune si presentò l’idea di un luogo all’interno del quale si sarebbero fatte tutta una serie di cose. Ricordo che il sindaco di allora si stupì di questo progetto, non capiva: “Ma queste donne stanno chiedendo assistenza?”, “No, vogliono offrire del lavoro, mettere a disposizione le loro risorse, confrontarsi, eccetera”. Questo progetto era stato firmato, tra le altre, da Sued Benkhdim, una delle ideatrici oltre che una donna straordinaria, mancata purtroppo lo scorso anno, da una donna della Costa d’Avorio, Yolanda e da Giovanna Zaldini, somala, che è stata e resta una colonna dell’associazione…
A quel punto abbiamo iniziato a cercare uno spazio, intanto si lavorava con le donne dei vari gruppi impegnati. Ci si incontrava alla Casa delle donne perché non c’erano altri spazi. La rete delle conoscenze e delle relazioni è stata preziosissima; Marisa Suino, presidentessa di circoscrizione a un certo punto aveva segnalato questa scuola, l’Alma Mater, ormai abbandonata visto che gli italiani non fanno più figli, e che poi effettivamente è diventata la nostra sede. Abbiamo voluto mantenere il nome, anche perché nel quartiere era conosciuto e poi perché ci piaceva, ci sembrava corrispondente. Così, il Centro interculturale delle donne Alma Mater è nato formalmente nel 1993 con il contributo ed il patrocinio del Comune di Torino e della Regione Piemonte. Nel maggio 1994 si è invece costituita l’associazione Almaterra per coordinare e gestire le attività e i servizi del centro.
Alcune delle socie fondatrici si sono assunte anche una sorta di “rischio d’impresa” per far partire il centro. Potete raccontare?
Maria. Se alcune donne italiane non avessero fatto una fideiussione, l’Alma Mater non sarebbe potuta partire, perché nessuna banca o istituzione avrebbe riposto la propria fiducia su delle donne straniere.
Ancora oggi, per me il fatto che Maritè e le altre abbiano compiuto questo gesto è una cosa che mi commuove e che vorrei che le generazioni nuove sapessero. Loro invece, anche per una forma di pudore, comprensibile, tendono a non dirlo. Io però credo che quello che hanno fatto abbia un grande valore. La loro è stata una scommessa personale anche di rischio, quasi con uno stile imprenditoriale, nel senso che hanno rischiato del loro. E poi è stata una scommessa di donne per le donne, e questo continua a commuovermi. Io non so se l’avrei fatto, non lo so…
Maritè. Facemmo la fideiussione in cinque, quelle che avevano una casa di proprietà perché la banca voleva delle garanzie. Allora poi in pensione c’era solo Laura Scagliotti, poi c’è andata Piera Elia, come libera professionista c’era Maria Teresa Battaglino. Tutte le altre lavoravano, infatti le riunioni erano alla sera…
Io lavoravo all’Olivetti, facevo pianificazione logistica, poi sono stata mandata in mobilità e infine in pensione. A quel punto sono venuta qui, praticamente senza soluzione di continuità.
Maria. Io penso che Alma Mater sia stato il progetto giusto al momento giusto -ci sono dei momenti magici nella vita delle cose- tant’è che ha saputo catalizzare intelligenza e sensibilità e tante persone di grande valore.
Ora è passata Carla, che lavorava alla Rai, appena è andata in pensione ha deciso di venire da noi; ecco, per noi è una ricchezza incredibile perché è una donna capace di gestire e dirigere tutta una serie di cose. Un’altra amica è andata via dal San Paolo, era una dirigente, ed è venuta qua.
Del resto, questo è veramente un contenitore, è uno spazio all’interno del quale si possono promuovere le iniziative più disparate e dove ci sono donne provenienti veramente da tutte le parti del mondo. Inoltre il centro non è connotato, non ha una connotazione religiosa. E’ una conquista che abbiamo ottenuto col tempo. Abbiamo fatto tantissime discussioni a questo proposito. Ad ogni ricorrenza infatti si riproponeva il problema. Qui abbiamo scelto un approccio laico e non c’è stato nemmeno bisogno di battere il pugno perché è stato accettato da tutti. Qualsiasi connotazione infatti avrebbe rappresentato una chiusura, ciò che non volevamo.
Maritè. Anch’io credo che l’inizio sia caduto in un momento propizio. Io mi ricordo che alla prima riunione che abbiamo fatto in Comune c’erano tutte le consigliere di tutti gli schieramenti -adesso per metterne assieme tre fai una fatica! E poi siamo state appoggiate dalla presidente di questa circoscrizione, che aveva già occupato parte dei locali della scuola per l’ufficio anagrafe, dopodiché aveva fatto un bando per le associazioni; bando che noi abbiamo vinto.
L’altra congiuntura favorevole è stata la legge Martelli che dava dei finanziamenti per ristrutturare centri di accoglienza. Ovviamente il Comune, non fidandosi di noi, ci ha chiesto la fideiussione; mi sembra si trattasse di circa 400 milioni all’epoca e se alla fine i lavori non fossero stati fatti avremmo dovuto restituire i soldi. Però, intendiamoci, il rischio era abbastanza controllato, non abbiamo compiuto atti di eroismo. E comunque i lavori sono finiti prima di un anno. Noi infatti abbiamo abbastanza mantenuto la struttura originaria. C’era da mettere tutto a norma, abbattere qualche muro; la cosa più costosa è stata la pedana per gli invalidi, costata 25 milioni, che tra l’altro ora è stata tolta perché hanno messo l’ascensore.
Perché l’abbiamo fatto? Eravamo tutte persone che facevano politica, impegnate, per noi era un fatto politico: volevamo testimoniare che si poteva dar vita a un luogo dove nativi ed emigranti potessero fare delle cose insieme prefigurando una società multietnica, la possibilità di una convivenza civile.
Maria. In quel periodo, tra le varie associazioni, si stava diffondendo il desiderio di uno spazio per dimostrare al contesto sociale che i migranti non avevano solo bisogni, rappresentavano anche una risorsa. Inoltre, le donne migranti avevano voglia di iniziare a confrontarsi con le italiane, e non fare sempre e solo associazioni etniche, per cui si aiutavano sempre e solo le donne e le famiglie della propria etnia. Tuttavia la città allora non offriva niente, perché non si fidava. L’esito della vicenda di Alma Mater da questo punto di vista è stato eccezionale, e il fatto che abbia funzionato ha avuto una grande valenza anche simbolica, perché ha dimostrato che la convivenza era possibile. Questa mi sembra sia stata una scommessa abbastanza vinta.
Una delle prime iniziative è stata la creazione del bagno turco.
Maria. La proposta ha subito suscitato scandalo. Nell’immaginario il bagno turco veniva associato a un luogo di perdizione, a qualcosa di torbido. Per fortuna insistendo invece sul fatto che era innanzitutto un luogo di pulizia e socializzazione la cosa è passata.
Certo, è stata un’impresa, anche perché i costi di un bagno turco sono altissimi. Per risparmiare avevamo chiamato una donna architetto dello Zaire, che adesso vive in Canada, perché l’Italia oltre che far scappare le proprie teste fa scappare anche quelle dei migranti!
Comunque alla fine ce l’abbiamo fatta ed è stato un successo. Qui arrivavano dei pullman interi da Roma, Genova, Milano, di donne che volevano venire a farsi il bagno turco; dovevamo persino mandarne via e comunque i gruppi dovevano prenotarsi. Fin dall’inizio, poi, non sono venute solo le donne immigrate, è stata subito un’attrattiva.
Maritè. Sin dall’apertura dell’Alma Mater abbiamo cominciato a parlare e fantasticare su cosa ci sarebbe piaciuto, e tra queste fantasie c’era anche la realizzazione di un bagno turco, che è stato il primo in Italia; insomma, non è una cosa da poco. Anche perché abbiamo dovuto combattere, avevamo tutti contro. Addirittura nel progetto ci hanno costrette a chiamarlo “centro di fitness”!
Oggi a Torino ce ne sono tre. Il nostro è stato fatto con mezzi di fortuna; noi, per fare l’effetto mosaico, rompevamo le piastrelle colorate, le attaccavamo sullo scotch, dopodiché venivano riversate sul cemento. Infatti quando ho visto quello nuovo mi è venuta una crisi isterica, perché è bellissimo, non so quante migliaia di euro hanno speso... Tutte le volte muoio dalla rabbia, ci hanno addirittura copiato: per lanciare il bagno turco infatti all’inizio avevamo preso una frase tratta dai racconti Mille ed una notte che dice: una città non è perfetta se non ha almeno un bagno turco, ecco, l’hanno usata anche loro. Il terzo è a Collegno, è meno lussuoso, ma altrettanto bello.
Il bagno turco è un’attività che permette anche dei guadagni; certo, non come potrebbe, del resto la nostra scelta è stata di tenere i prezzi bassi, soprattutto per le donne arabe.
Siete state all’avanguardia anche con la formazione delle mediatrici culturali e con i primi corsi per assistenti domiciliari…
Maria. La figura della mediatrice culturale all’inizio non era molto ben definita, tant’è che finiva per fare la tuttologa. Noi abbiamo contestato questa tendenza, per cui dopo i primi corsi, che comunque rispondevano a un bisogno, a un’emergenza anche, abbiamo cominciato a specializzare le mediatrici a seconda che operassero in ospedale, negli istituti sanitari, nella scuola, nell’animazione, piuttosto che in carcere.
Tra i corsi organizzati, poi, uno dei primi è stato quello per assistenti domiciliari. Bisogna infatti ricordare che al tempo quella era l’unica nicchia in cui le donne straniere potessero lavorare.
Direi che l’attenzione per il lavoro di cura è stato un filone, fin dall’inizio, molto importante, assieme a una riflessione e discussione sullo stato del welfare italiano. Perché poi il fatto è questo: noi da un certo punto in poi siamo stati costretti ad affidare i nostri anziani, ma anche i nostri bambini, alle cosiddette badanti, donne arrivate spesso senza alcuna competenza, né risorsa.
Qui soprattutto all’inizio venivano donne che stavano andando in tilt perché oltre a dover rinnovare il permesso di soggiorno, facevano un lavoro precario, pagato male, senza alcuna forza contrattuale e al contempo con una delega quasi totale nei loro confronti.
Comunque le badanti avevano anche bisogno di formazione perché accudire un anziano in Italia in genere non è come farlo nei loro paesi d’origine. Potrei raccontarti tante storie. Già nel mio paese l’anziano è colui o colei che, tra virgolette, detiene il potere e a cui si deve la reverenza, eccetera. Qui l’anziano è quello che si mette in un angolo, è un peso. Quindi la donna straniera, quando arriva nella casa, intanto fa una grande fatica a capire questo.
Ma i problemi riguardano anche questioni molto più elementari. Prendiamo il cibo. Qualche rumena alla mattina si alzava e dava un bel pezzo di burro all’anziana, al che si scatenava un putiferio: “Scusa ma cosa stai facendo? Ha il colesterolo alto!”, “A casa ero abituata a riservare il grasso a mia madre, perché è freddo e i vecchi patiscono…”. Che fare? Là si tolgono il cibo per darlo agli anziani, qui i nostri il burro non lo devono proprio vedere, per non parlare della cioccolata o dei dolci. Insomma, gli andava innanzitutto spiegato che nelle case non manca niente, ecc.
Il lavoro di cura chiede un’attenzione e una consapevolezza su una quantità infinita di dettagli che non si possono dare per scontati, specie per una persona che viene da un altro contesto e cultura.
E poi c’è l’aspetto relazionale, che è ugualmente impegnativo, ma può portare anche grandi soddisfazioni. Ricordo una donna somala, simpaticissima, che è stata la gioia della donna anziana di cui si prendeva cura. Questa donna si era lasciata andare. Del resto, gli stessi figli le dicevano: “Non ha bisogno di altri vestiti, uno lo mette e l’altro lo lava”. Invece, questa “badante” le metteva addirittura lo smalto. Insomma, tra queste due donne è nato un rapporto straordinario e l’anziana signora è tornata a sentirsi donna, in modo per lei stessa inatteso. Questa donna somala, poi, la portava fuori, aveva capito qual era il punto: “Basta pensare alla pastiglietta da prendere o allo spettacolo televisivo, usciamo, facciamo una passeggiata, così ti sentirai più bella, più viva”.
Questo valore aggiunto è fondamentale, importantissimo, ma va promosso, reso possibile. Se invece ci basta una “badante”… A noi questa parola non piace, perché si “bada” ai cavalli, alle mucche, stando attenti che non scappino dal recinto…
Ecco, purtroppo non solo non si parla di questo valore aggiunto, ma nemmeno delle difficoltà psicologiche di queste persone, che spesso sono anche lontane dai loro cari. Anche per questo all’interno del “gruppo lavoro” sono stati organizzati degli incontri con le donne che si occupano degli anziani, affinché abbiano un momento di sfogo, possano raccontare tutte queste cose… perché sennò c’è da morire davvero.
Avete fatto progetti innovativi anche rispetto all’inserimento lavorativo…
Maria. Purtroppo sono iniziative che non vengono pubblicizzate perché politicamente poco popolari. Noi abbiamo dovuto sentirci dire addirittura da dei sindacalisti: “Ma come, date lavoro agli stranieri e ai nostri figli no?”.
Ad ogni modo nei progetti di inserimento che abbiamo avviato con le banche, con dei supermercati e con l’Ikea, la nostra linea guida è stata quella della “visibilità”. Voglio dire, affidiamo loro i nostri figli, i nostri nonni, tutto quello che abbiamo di più caro e poi però non possono guidare un taxi, né un pullman, né fare gli ingegneri per quanto casomai già lo siano, è assurdo!
Del resto, fino a che non cambiano le leggi, nei pubblici uffici non potremo mai vederli, perché nei concorsi per un pubblico ufficio si chiede la cittadinanza italiana.
Io ho lavorato venticinque anni in una pubblica amministrazione; all’inizio nessuno ci faceva caso, quando si è intensificato l’arrivo di stranieri, alcuni hanno cominciato a guardarmi in modo strano, a chiedere: “Ma lei come è arrivata qua?”. Ecco, io ho sempre in mente una scena spassosissima di un film di Woody Allen, in cui, saltando la portineria, il protagonista riesce a entrare in una scuola; un professore suo amico quando lo vede gli chiede: “Ma come hai fatto ad arrivare qua? E’ impossibile superare il bidello”. E lui: “L’ho superato culturalmente”.
Io sono convinta che tra un paio di generazioni queste chiusure faranno morire dal ridere tutti. La demografia infatti parla chiaro, noi siamo spettatori di un processo storico, dobbiamo prenderne atto: tra pochi decenni gli italiani saranno meno degli stranieri. Allora, se tu non insegni a chi sta arrivando come gestire la società, come funziona la pubblica amministrazione, la scuola…
Maritè. Il progetto più importante è stato l’inserimento di dodici donne al San Paolo e alla Crt. L’idea era rompere la segregazione professionale e far riconoscere il valore delle donne migranti. Per questo abbiamo scelto le banche, per sottolineare il fatto che le donne possono occupare luoghi con valenza sociale significativa -e non solo le case e le strade. Ci sembrava importante iniziare a lavorare sul simbolico, ma anche creare le condizioni per giudicare il migrante sulla base dei suoi talenti, del percorso scolastico e formativo, del curriculum -come avviene per chiunque cerchi lavoro- e non in base al luogo di nascita, al colore della pelle o all’appartenenza religiosa.
Fino ad ora, è stato un successo. Le ragazze sono tutte brave e apprezzate, anche all’Ikea, dove la responsabile del personale è una donna splendida. L’unica cosa che chiediamo è che ci siano tutte le provenienze, è l’unica condizione che poniamo. Se si configurasse una situazione di discriminazione differenziata sarebbe terribile.
Nell’ambito lavorativo gli episodi di razzismo sono ancora frequenti?
Maria. Non saprei rispondere. Prendiamo le assistenti domiciliari, capita di sentirsi chiedere: “Mi mandi una badante, per cortesia, che non sia nera”. E’ razzismo? Io non lo so, anche perché a volte lo dicono così ingenuamente: “Guardi, mia suocera è anziana, non ha mai avvicinato una nera, allora vedersi quelle mani nere…”. Tant’è che spesso si presenta la donna di colore e dopo un giorno o due l’anziano non la vuole più mandare via. Oppure: “Ma se proprio me la deve mandare colorata, me la mandi americana”. Capisci? C’è questa ingenuità, e io davvero non riesco a pensare che in queste parole ci sia razzismo, mi fanno un po’ sorridere.
Maritè. In banca a uno sportello è stata assunta una ragazza che porta un velo leggero, che non le copre il viso e nessuno le ha mai fatto osservazioni.
Voglio aggiungere che questo progetto l’abbiamo voluto pensando soprattutto alle seconde generazioni. Da tempo infatti ci stavamo interrogando su che immagine questi giovani avrebbero avuto dei loro genitori, soprattutto le figlie delle loro madri. Insomma per le giovani donne immigrate andare in banca e vedere allo sportello “una di loro”, beh, io credo sia un segnale formidabile.
Che cos’è lo “spazio bimbi”?
Maritè. Lo spazio bimbi è nato per aiutare le donne immigrate con bambini ad avviare un percorso di autonomia, ovvero a trovarsi un lavoro fondamentalmente. Ora è chiaro che con un bambino appresso questo è molto difficile, soprattutto senza quei rapporti di vicinato e parentela che abbiamo noi, per cui se vado in ospedale ci sarà mia sorella a guardare mio figlio…
Ecco, l’idea originaria era di tamponare queste situazioni. Tant’è che all’inizio funzionava in modo molto informale; è capitato che si imbastisse anche un servizio “notturno” nel senso che noi a turno ci prendevamo dei bambini quando casomai il marito faceva i turni e la madre veniva ricoverata per il secondo parto. E’ stata la risposta a una domanda molto precisa. Tra l’altro l’emergenza c’è quando si cerca lavoro, ma anche quando lo si è trovato e però nel nido non c’è posto…
Comunque lo spazio bimbi offre un programma meraviglioso: bagno turco per i bambini -impazziscono- e poi è un luogo gioioso, davvero di tutti i colori. La cuoca è argentina, una donna non più giovane che parla spagnolo con tutti, questa è un po’ una babele…
Purtroppo lo spazio bimbi ha avuto lo stesso destino di altre iniziative nate all’insegna dell’informalità e della flessibilità e poi costrette a irreggimentarsi per una questione di finanziamenti e progetti.
Io ricordo ancora che l’apertura del centro fu preceduta da una discussione durata due anni, dove fu molto importante la presenza di Maria Teresa Battaglino, che è una donna con un grande intuito. Fin da allora era emersa l’esigenza di un luogo contenitore, molto elastico. Ora, lo spazio bimbi era nato con questa stessa impostazione. Cioè noi pensavamo di tamponare delle emergenze: quando una madre trova lavoro, quando una madre va in ospedale, quando ci sono situazioni critiche che si presentano all’improvviso, questo è il posto. Peccato che -vivendo un po’ sulle nuvole- a questa storia di pagare gli stipendi alle persone che guardano i bambini noi non c’avevamo tanto badato, anche perché poi la gente che è in emergenza non ha i soldi per pagarti.
Insomma, alla fine per avere due mezzi stipendi s’è dovuto fare il progetto per un “micronido” con tutte le regole del Comune, per cui non puoi avere più di 4 bambini per assistente, e non possono restare più di 5 ore, e quindi lo spazio bimbi non accoglie più le emergenze. Per me questo è un po’ un fallimento.
D’altra parte queste sono le modalità con cui oggi avvengono i finanziamenti e di lì non si scappa. Altrettanto mi infastidisce che questo modo di ragionare si stia diffondendo anche qui dentro. Cioè, stiamo diventando peggio del Comune: “La legge prevede che…”.
Ma se avessimo ragionato così, non l’avremmo mai neanche scritto quel progetto!
A un certo punto si è aperto un dibattito serrato anche sulla questione del femminismo. Potete raccontare?
Maritè. Già tra le italiane erano sorte diverse discussioni tra chi prediligeva la formula del lavorare “per” e chi (volendo sottolineare come il percorso delle donne non fosse affatto giunto a destinazione) quella del lavorare “con”. Dall’altra parte c’erano Saida e Sued che avevano il nostro stesso approccio femminista, e poi Giovanna Zaldini, che a sua volta aveva una posizione diversa. Comunque all’inizio lo scontro si riduceva al rinfacciarsi delle accuse, peraltro abbastanza velate: “voi siete troppo femministe”, “voi siete troppo patriarcali”… Il bubbone è scoppiato quando è arrivata Maria.
Maria. Forse perché ero quella che viveva qui da più tempo e quindi in qualche modo conoscevo entrambe le culture, avevo questo sguardo un po’ strabico e quindi vedevo le ragioni di entrambe le posizioni. Inoltre mi sembrava un dibattito da non lasciar cadere, perché aveva tante implicazioni. Da una parte mi sembrava importante far vedere come anche le donne africane stessero lottando per la propria autonomia ed indipendenza, pur con percorsi completamente diversi; dall’altra sollecitavo le donne italiane a raccontare cos’è il femminismo.
Uno dei nodi riguardava il fatto che chi, come me, veniva da un paese in cui si era lottato per trent’anni per avere l’indipendenza, uomini e donne insieme, faceva resistenza all’idea di tenere gli uomini fuori dall’associazione -che simbolicamente era come tenerli fuori dalla propria vita.
Ricordo ancora quando una delle donne preparò l’invito per l’8 marzo scrivendo “festa della donna e della famiglia”. Io, che ero stata chiamata a fare un intervento, mi ribellai a quell’equazione, ma le giovani donne egiziane, colombiane, ecc. non ne volevano sapere. Passammo del tempo a discutere animatamente; io cercai di spiegare loro che la donna non si definisce necessariamente all’interno della famiglia; pian piano si instaurò un dialogo e alla fine della serata riuscimmo a dire che la donna è un soggetto, che può sposarsi, avere una famiglia, ma anche rimanere… soggetto. Era stata comunque una vittoria.
Insomma, all’inizio si parlava sempre di “noi” e di “voi”, addirittura le marocchine si incontravano con le marocchine, le senegalesi con le senegalesi; c’è voluto del tempo, ma alla fine le donne hanno cominciato a confrontarsi e ad avvicinarsi, addirittura si parlava delle “donne di Alma Mater”. Credo che, rispetto al discorso femminista e all’impasse che ci eravamo trovate ad affrontare, sia stato dirimente l’incontro con il discorso di Bell Hooks, la femminista nera afroamericana, che ha denunciato anche i limiti e il relativismo del femminismo tradizionale occidentale.
Il fatto che il centro sia stato aperto da femministe e non da suore è stato ugualmente decisivo, perché altrimenti le donne avrebbero continuato ad imparare a cucire, come avevano fatto nelle colonie, a fare tutti quei lavoretti... Qui invece, avere come prospettiva l’emancipazione, ha comportato un approccio totalmente differente: “Se volete cucire, lo potete fare a casa, però imparate ad essere imprenditrici di voi stesse…”. Qui le donne hanno imparato l’autocoscienza, hanno imparato a discutere di tante cose, senza necessariamente tenere gli uomini fuori dalla loro vita.
Maritè. Ovviamente nell’arco degli ultimi quindici anni il femminismo è cambiato, sia nel nostro Paese che in giro per il mondo.
Maria. E’ verissimo, io rientro adesso dal Marocco, dove siamo state una decina di giorni con un gruppo di donne dell’Alma Mater. Abbiamo incontrato delle donne femministe con un entusiasmo, una potenza sbalorditive, perché sentono di star vivendo un momento decisivo della loro storia, con il nuovo re, il codice della famiglia; hanno capito che c’è uno spiraglio e non vogliono lasciarselo sfuggire. La società marocchina sta cambiando ad una velocità veramente dirompente, e credo che l’Occidente, almeno l’Italia, non se ne stia accorgendo.
Maritè. Recentemente sono andata a sentire una suora comboniana che parlava del Mozambico; ebbene, lei raccontava che le donne rientrate in Mozambico, dopo essere state alla conferenza mondiale del 1995 a Pechino, non hanno più voluto il 30% nel governo, hanno preteso il 50%. Ebbene oggi il 50% dei ministri del Mozambico sono donne!
In questi anni vi siete lasciate molto attraversare da quello che succedeva localmente e sul piano internazionale. In qualche modo siete una finestra nel mondo…
Maria. Prima che succeda il patatrac in qualche paese, qui vediamo arrivare le donne.
Ricordo, qualche anno fa, quando iniziarono a presentarsi le donne provenienti dai vari paesi dell’ex Unione Sovietica e in generale dall’Est; la nostra curiosità ci portò ovviamente a chiedere e farci raccontare, a inventarci qualcosa per aiutarle… Comunque è sempre stato così: se arrivano le donne, vuol dire che laggiù qualcosa sta per accadere, un conflitto, una crisi socio-economica…
Ora siamo in un momento di stasi; arrivano soprattutto persone con bisogni molto elementari, la casa, un lavoro. Tra chi è già qui invece cominciano ad emergere richieste di tipo più specifico, in particolare consulenze di tipo legale rispetto a matrimoni, separazioni. E poi c’è il problema della violenza, che sembra in aumento o forse le donne hanno trovato il coraggio di parlare perché si sentono in un ambiente “protetto”.
Maritè. Comunque mai come in questo periodo sono arrivate tante donne picchiate, cacciate di casa…
Tra l’altro, abbiamo scoperto un mondo che non conoscevamo: donne qui da dieci anni che non erano mai uscite di casa, che non parlano l’italiano, e che, chissà come, proprio adesso... Devo dire che a volte un po’ mi spavento perché mi interrogo sul destino di queste donne, e sui loro figli, che sono i cittadini del futuro…
Maria. Molte donne rumene stanno tornando a casa; hanno messo via qualche soldo e ora lo investono nel loro paese. Le marocchine, che insieme alle rumene rappresentano il gruppo più numeroso, sono più restie a tornare perché nella loro società non c’è la middle class, c’è il ricchissimo ed il poverissimo; adesso in realtà molte cose stanno cambiando, ma loro, essendo qua, non lo sanno. Molte famiglie poi, pur desiderando tornare, non lo fanno, per i figli che in qualche caso diventano una catena: “Come faccio a partire con mio figlio che già va a scuola, ha gli amici e d’altra parte a chi lo lascio?”. Credo che il fenomeno del ritorno sia ancora tutto da indagare.
Maria. E’ difficile fare una valutazione in generale. Io sono stata in Romania, in un paesino di montagna: lì non c’è lavoro per le donne, e nemmeno per gli uomini, hanno tutti un pezzo di terra, lo coltivano, allevano le loro bestie; gli anziani vivono ancora così: hanno la mucca, si fanno il latte, e poi hanno le patate…
Ecco, in questi contesti la maggior parte delle persone, sicuramente i giovani, sono andati via portandosi dietro le famiglie. Altri, moltissimi, hanno usato i soldi accumulati col lavoro qui per costruirsi la casa.
I primi rumeni immigrati a Torino stanno tornando; le donne, dopo essersi sacrificate per anni facendo le badanti, sono tornate a casa e quelle che conosco io sono felici. Una mi ha detto: “Ho fatto la serva per tanti anni, adesso la faccio per la mia famiglia, comunque mi è servito perché ho messo via parecchi soldi”. Infatti, c’è chi si è aperto un ristorante-pizzeria. Se andate in questo paesino trovate la pizzeria Torino, con un forno sopra il quale è disegnata l’Italia ed in rosso Torino… Ora addirittura ne hanno aperto una seconda; lavorano lei e il marito e la pizzeria è sempre piena, perché la pizza piace molto. Anche in Marocco ho visto tanti ristoranti italiani, tutti pieni.
Un’altra donna rumena invece so che sta tentando di aprire una lavanderia-stireria. E’ un po’ scettica, tant’è che raccontava: “Figurati, fino alla mia generazione nessuno ha mai mandato niente a lavare”. Lei infatti confida negli immigrati che tornano, “perché il cappotto, quello buono, me lo daranno da lavare, il pantalone con la piega me lo porteranno…”.
Certo, l’emigrazione coincide spesso anche con un percorso emancipatorio: molte donne hanno preso la patente e poi appunto hanno avviato delle attività.
Maritè. La mia impressione è che, rispetto alla prospettiva del ritorno, esistano differenze di età. Sopra i 40-45 hanno proprio il progetto del rientro, sotto, no. Le ragazze, soprattutto se sono scolarizzate, si fermano, anche perché là è difficilissimo trovare un lavoro con un minimo di contenuto professionale e comunque gli stipendi sono bassissimi.
Maria. Bisognerà vedere cosa succede con l’entrata della Romania in Europa. Per loro sarà un guaio perché quello che guadagnavano qui, fino a oggi, una volta convertito in Leu, triplicava. Infatti, come si spiega che tutti sono riusciti a farsi la casa? Perché c’era un cambio favorevolissimo. Adesso, se passano all’Euro, non so come andrà in Romania…
Maritè. Ma se entrano nell’Unione europea, la campagna potrà godere di molte sovvenzioni, sull’agricoltura, sugli animali. Io credo che ci guadagneranno. E comunque per loro è un’indubbia conquista perché per la prima volta vedono questa doppia possibilità: rimanere o ritornare non è più una scelta definitiva. Potranno decidere liberamente…
Com’è organizzata l’associazione?
Maritè. Dato che uno degli scopi dell’associazione è dare alle donne l’opportunità di misurarsi con la leadership, fin dall’inizio abbiamo stabilito che la presidenza sarebbe stata assegnata a una donna straniera con mandato biennale. Finora è andata così e direi che ha funzionato: molte delle donne che sono state nel direttivo, oggi sono impegnate in posti di responsabilità fuori di qui, come era nelle nostre finalità -noi non vogliamo avere tutto dentro. Questo luogo è stato pensato anche per offrire delle possibilità che altrimenti le donne non avrebbero, non solo in altri enti, ma neanche in altre associazioni. Tuttavia, ad ogni scadenza, si riapre la discussione tra chi trova questa rotazione utile, e chi invece pensa che per il funzionamento interno sarebbe molto meglio una scadenza più dilatata, che so ogni dieci anni. Comunque allo stato attuale ogni due anni viene cambiato il direttivo, e una persona non può candidarsi per più di due volte.
Maria. C’è un direttivo di sei o sette persone di varia provenienza, una presidente, e poi c’è un’assemblea delle socie. Proprio in questi giorni si terrà una giornata di assemblea straordinaria sulla ristrutturazione organizzativa della casa, dovremo sentire cosa ci propone il direttivo. Perché qui c’è sempre il problema di chi fa cosa, come e quando, ed in che termini, se volontaria o pagata…
Maritè. Comunque non è una struttura particolarmente rigida o burocratica. Chiunque abbia un’idea che corrisponde alle finalità dell’associazione può perseguirla, purché se ne assuma la responsabilità. Vuoi fare yoga? Vedi quando il salone è libero, metti un cartello e parti. Vuoi fare il corso di arabo? Vuoi fare un progetto sulla Mudawana? Lo fai, basta che te ne assumi la responsabilità, e poi tutte le critiche del caso. Puoi essere l’ultima arrivata, è sufficiente presentare l’iniziativa al direttivo, che tra l’altro non ho mai sentito dire di no.
Come vi sostenete economicamente?
Maritè. Posso darti solo un quadro approssimativo perché non mi occupo dell’amministrazione. Ad ogni modo, noi paghiamo un affitto simbolico, dopodiché ci accolliamo il riscaldamento, la tassa rifiuti, il telefono, la luce, il gas, l’acqua, che sono le spese grosse. Il Comune ci dà un contributo che copre in minima parte tali spese, d’altro canto ci chiede di garantire l’accoglienza, di avere delle mediatrici. Dopodiché, si fanno tutti i progetti possibili ed immaginabili, con tutti i limiti, ma anche le potenzialità, cui abbiamo accennato. Per le spese straordinarie chiediamo contributi alle fondazioni; ad esempio ora la San Paolo ha pagato quest’ultima ristrutturazione, mobili compresi; i progetti per l’orientamento al lavoro vedono un contributo della Provincia.
Certo, si rincorrono progetti, sopravviviamo così: con molto lavoro volontario… All’inizio vigeva il principio per cui venivano pagate solo le donne migranti; col tempo la situazione è cambiata, ora ci sono donne migranti che fanno lavoro volontario e native che se non fossero pagate non verrebbero neanche quell’ora… c’è di tutto. Del resto è giusto così, perché alcune donne col tempo si sono inserite, hanno trovato un buon lavoro, comprato casa; insomma ci sono delle donne migranti che oggi hanno un reddito superiore alle italiane e allora era giusto adattarci alla nuova situazione…














in bicicletta?!

per le disgrazie

una signora








dell'ultimo minuto

della partecipanza



















