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La difesa
della normalità
Il cancro da "male incurabile” sta trasformandosi, grazie all’avanzamento delle cure e alla loro personalizzazione, in un male cronico, che si può tenere a bada, impedendogli di impossessarsi della propria vita. La battaglia principale è la difesa della normalità. L’importanza della psicologia oncologica. La grande paura del dolore, che oggi però può essere debellato. Intervista a Anna Segre.

storie

  

UNA CITTÀ n. 142 / 2006 Ottobre

Intervista a Giulia Moroncelli
realizzata da Katia Alesiano

IL PANE DELLA MIA MAMMA
Un padre emigrato in Australia, il pane che durava quindici giorni, la scuola fino in quinta, e poi il lavoro in fabbrica, un marito... La vita difficile, aspra, di una ragazza di una famiglia di contadini poveri di montagna. Intervista a Giulia Moroncelli.

Giulia Moroncelli ha 81 anni e vive a Castione Andevenno in provincia di Sondrio.

La cosa che ho fatto più di tutto nella vita è stato lavorare. Fin da piccola. Ho cominciato a cinque anni, per cui se posso dire che per un po’ il pane della mia mamma l’ho anche mangiato, quello del mio papà proprio mai; lui infatti è partito per l’Australia che io non avevo ancora due anni, alla fine del ‘26, ed è stato là nove anni e mezzo. Allora per noi era un po’ come oggi coi marocchini, andavamo là clandestini e tribulavamo per cercare il lavoro, in più c’era crisi pure in Australia e così non riusciva a mandarci niente e non poteva contribuire alla famiglia, lavorava per mangiare. Ha fatto un po’ di tutto, nelle miniere, nei boschi, ha girato tanti posti, poi nel luglio del ‘35 è tornato. Io avevo fatto i 10 anni in aprile, per noi è stata una festa, una grande cosa, però la nostra vita non è cambiata: ho continuato a lavorare come prima. Per questo dico che il pane del mio papà non l’ho mai mangiato. Allora aiutavo la mamma in campagna; noi bambini facevamo quello che riuscivamo, zappavamo il prato, dovevamo rastrellare, portare il fieno e il letame. Al posto della palla ci han comprato il gerlatt, la gerla piccolina, poi, in base all’età, ce lo compravano sempre un po’ più grande, finché si arrivava al campacc, il gerlo più grande. Quelli lì erano i nostri sfoghi. Per tenerci al pari con la scuola la mattina ci portavamo il libro per studiare la lezione mentre andavamo al pascolo con le pecore, la sera si faceva il compito e la mattina si leggeva la lezione, poi alle nove si andava in classe fino a mezzogiorno, si rientrava alle due e si tornava a casa alle quattro. Al giovedì c’era riposo, allora si faceva festa e si andava volentieri anche in campagna, perché la scuola ci annoiava. Non che la scuola non andasse bene, anche i genitori ci mandavano volentieri, ma io, per modo di dire, ero ignorante, non ero tanto brava e per me era difficile la scuola: un giorno c’era matematica, un altro storia o italiano o grammatica, e ogni giorno c’era il suo compito. Si capiva che bisognava andare, perché s’imparavano tante cose, ma forse più che altro ero un po’ timida e quindi facevo più fatica, però tutte le maestre mi volevano bene e poi sempre, ovunque sono andata, mi hanno voluto bene. E comunque, se anche avessi imparato, che cosa potevo fare? Niente. Ne ero convinta già da piccola, non era come adesso, praticamente io ho fatto la quinta e basta, di più non si poteva fare, sì, qualcuno andava alla media, ma a Castione erano forse due o tre e dovevano andare fino a Sondrio a piedi. I miei poi non hanno mai insistito per mandarmi avanti a studiare, eravamo poveri, bisognava arrangiarsi. Da mangiare ce n’era, la patata, poi ogni quindici giorni si faceva il pane, alla fine aveva su la muffa ma lo mangiavi lo stesso, una volta tanto si mangiava anche la carne, avevamo le galline e la pecora, per la festa. Grossi divertimenti non ne avevamo, c’era il gioco della palla (con la palla fatta da noi con le pezze), quando pioveva invece noi bambini ci si radunava tutti in un fienile a far la tombola di fagioli, perché non avevamo neanche le carte da giocare; tra di noi non parlavamo tanto, non c’era molto da dire, non avevamo niente, neanche le scarpe, solo zoccoli. Il mio primo paio di scarpe l’ho avuto a 14 anni, preso col primo stipendio quando ero andata a servizio a Como. Mi aveva trovato il posto una mia cugina di 18 anni; la mamma mi aveva lasciato scegliere se andare o no, sono andata perché qui c’era miseria, non c’era la pensione per il papà e la mamma. Il viaggio me lo ricordo tutto, avevo dovuto dire alla mia cugina come mi sarei vestita così il padrone poteva riconoscermi alla stazione, era la prima volta che vedevo una città grande, e non l’ho poi neanche mai vista tutta, quel giorno ho visto solo il pezzo dalla stazione a casa dei padroni, due sposini siciliani, lui era ingegnere e lei stava in casa col bambino. Poi lui l’hanno richiamato soldato e noi siamo rimaste sole, non so dove l’avevano assegnato, comunque tornava una volta al mese. Con loro stavo bene, erano bravi, ma, pur poveri che eravamo, mi mancavano i miei genitori e i miei fratelli, anche se la mia vita era cambiata in meglio. Il mio primo stipendio era stato di 45 lire e avevo potuto comperare le scarpe, perché alla festa c’erano due ore di libera uscita e mi trovavo con la mia cugina e altre persone di Castione che erano giù anche loro a lavorare, eravamo un bel gruppo, e io mica potevo andare con gli zoccoli. Così vado a comprare le scarpe. Prova un paio, prova l’altro, finché trovo quelle che mi piacevano e quello mi fa: “50 lire”. Gli dico: “Non le ho, ne ho solo 45”. Allora me ne ha fatto vedere un paio giù di moda e me le ha date per 45 lire, mi ricordo ancora, erano blu, di un colore brutto, però ero contenta, eccome.

La mia vita a Como passava tranquilla, poco dopo il mio arrivo era scoppiata la guerra ma io non me ne accorgevo tanto, il giorno della dichiarazione c’era stata un po’ di confusione, chi piangeva, chi gridava, però non ero rimasta impressionata, mi interessava poi poco, richiamavano tutti i militari... Per me l’unico vero cambiamento è stato quando hanno messo la tessera per il cibo. Ero andata ad accogliere i soldati tornati vincitori dall’Albania, eppure la guerra continuava a sembrarmi lontana. Qui è arrivata solo in ultimo, arrivava ogni tanto qualche aereo, ma non è stata tanto brutta. Io allora ero tornata a casa, sì, c’è stato un po’ di movimento, ma non certo quello di battersi uno contro l’altro. Facevano qualche rastrellamento per quei macachi che erano andati su per il bosco… quelli li odio proprio, cosa sono andati su a fare? Dovevano poi andare anche loro a fare il servizio, no? Per noi tanto la vita era sempre uguale, un po’ di cose per vivere le avevamo, le altre che servivano, la farina, il riso, la carne, ti obbligavano a comprarle a Sondrio con la tessera e non bastavano lo stesso, non era cambiato niente. Io ero tornata da Como in piena guerra perché avevo fatto domanda per lavorare al cotonificio, mi hanno preso subito, ma la cosa era dura anche qui: per andare a lavorare dovevo alzarmi alle tre della mattina per poter arrivare su alle sei, si andava a piedi coi petasciusc malenc, i peduli di pezza fatti a mano dalle donne della Valmalenco. Quell’anno era venuto un mucchio di neve che ti arrivava fino alle ginocchia e nessuno spazzava le strade. Noi di Castione dovevamo salire a Triangia e poi scendere per Sant’Anna e Mossini fino al Gombaro; da lì risalivamo al Piazzo dove c’era lo stabilimento; ad ogni contrada si univa un nuovo gruppo di operai, eravamo tanti. Quando la neve spariva e si faceva il ghiaccio dovevamo camminare a braccetto in due o tre per stare in piedi, si facevano anche delle risate, delle cantate per accompagnare il cammino.
In fabbrica lavoravo al telaio, facevo la stoffa, ma la roba era sempre rotta, marcia, tutta scasinata, dovevo continuamente piegarmi sul telaio per annodare i fili o infilare l’ago, mi era venuto un mal di stomaco che non riuscivo più a mangiare, allora dopo un anno mi sono licenziata, anche se era un buon posto, a metà mese ci davano l’acconto e a fine mese la paga, prendevo sulle 18 o 20 mila lire, in base ai premi. Appena mi sono licenziata hanno messo la corriera, a saperlo... Andare a piedi era pesante soprattutto quando avevi il turno dalle sei alle due di pomeriggio, l’altro invece era dalle due alle dieci di sera, praticamente si arrivava a casa a mezzanotte.

Io allora avevo 17 anni e ai fidanzati non ci pensavo proprio, ma se avessi voluto farmi una famiglia quel lavoro non andava bene. A dire il vero non avevo mai fatto progetti, mi bastava vivere e stare bene di salute per poter lavorare, avevo un’idea del lavoro che avrei lavorato anche per niente. Avere il lavoro è la cosa più importante, prendiamo il mio papà, io non l’ho conosciuto com’era prima dell’Australia, ma quando è dovuto tornare così, senza niente, beh, non era cattivo, però era sempre nervoso, sempre lì a sgridarci: “Movet”, muoviti, datti da fare. Io lo lasciavo gridare che prima o poi gli passava, però dovevamo ubbidirgli. Con la mamma invece si stava bene, era paziente, soprattutto col papà, ci dava l’esempio. Anche il medico diceva che non aveva colpa, dava la colpa all’aria, il cambiamento di clima, cercavamo di badarci poco, era poi quel momento e dopo si metteva a posto. Quando era partito per l’Australia eravamo io e una sorella più piccola -abbiamo solo venti mesi di differenza. Nel ‘35 è tornato e nel ‘36 è nata una bambina che è morta a quattro anni; era una malattia che girava: in quel periodo quasi tutti i giorni c’era un bambino da seppellire. Anche le cure erano scarse, per portare i bambini dal medico bisognava metterli nel gerlo e scendere giù al piano, in fondo al paese, ora che si tornava indietro e si andava a Sondrio a piedi a prendere la medicina… Lo strapazzo era troppo. In questo modo ho perso anche un fratellino di due anni. La mamma mi aveva mandato a Sondrio a prendergli la medicina, l’ho fatta tutta di corsa, ma poi due ore ad aspettare il farmacista che era lì con un pestello a schiacciare e poi l’ha fatta su in una carta come una sigaretta, appena me l’ha data mi sono messa a correre, facevo tutte le scorciatoie, finché ho visto venirmi incontro una parente che mi chiamava: “Vieni, vieni in fretta, è morto”! Ad ogni modo in cinque eravamo rimasti vivi, la sorella dopo di me è morta a 49 anni, ma gli altri ci siamo ancora, anche il maschio, tutto malato anche lui, ma vivo. E’ arrivato tardi e il papà era tutto orgoglioso di lui, lavorava come noi, ma era più protetto, noi però andavamo d’accordo lo stesso.

Dopo che mi sono licenziata dal cotonificio sono andata in Svizzera, nei Grigioni. Si arrivava a Silvaplana e si faceva il passo Julier. Curavo sei bambini e stavo malissimo, erano poveri, si mangiava solo patate, ci sono stata poco, ho trovato presto un altro posto a Laufen, vicino a Basilea. Lì di bambini ne curavo solo due, si mangiava un po’ meglio e quando c’era il giorno libero prendevo il treno e andavo a Basilea con le mie compagne, italiane a servizio anche loro, e ci facevamo un giro.
All’amore non ci pensavo ancora, quando sono tornata a casa ho poi trovato quello lì, che guarda fuori dalla foto. Ci siamo incontrati andando a messa e per forza che mi piaceva, sennò non lo avrei sposato, e posso dire che sono stata contenta anche se abbiamo fatto sacrifici. Lui ha fatto sette anni tra militare e guerra, Albania, Russia, Germania, ne ha girati di posti e ne ha viste tante. Io ho fatto giri più piccoli cercando lavoro come donna delle pulizie, non potevo stare via tanto di casa perché la mia mamma aveva poca salute e dovevo aiutarla, dopo tre o quattro mesi via dovevo tornare per un po’. Subito dopo la guerra mi sono sposata, il primo figlio però l’avevo già imbastito, poi ne sono venuti altri cinque, due gemelli. Dopo il quarto lui voleva finirla, ma il sangue è sangue anche il mio. Tutto il giorno in campagna, avevo due o tre mucche, le pecore, la gallina, i bambini… La mia seconda figlia (il primo è un maschio) ha poi fatto anche da mamma, altrimenti non ce la facevo. Io dovevo sempre allontanarmi, magari tutto il giorno nella vigna o per funghi, per venderli. La bambina più grande faceva i mestieri, andava al torrente a lavare i panni, quando poi sono nati i più piccoli, che hanno quattordici anni di differenza, il papà ha comperato la lavatrice. Ma stavo dicendo del mio matrimonio, ah che bello, bello davvero! Siccome ero incinta il prete mi ha fatto sposare di notte, alle cinque, perché era una vergogna. Non avevamo una lira, quel poco che guadagnavo dovevo darlo anche ai miei genitori, non avevamo certo i soldi per il viaggio di nozze. Dopo lo sposalizio abbiamo fatto colazione e ci hanno portato in taxi al treno per andare a Milano dove c’era una sorella di lui, suora. Tutto il viaggio è stato la visita alla suora e, nel tornare indietro, venivano giù tempeste grosse come noci che abbiamo dovuto ripararci sotto i portici finché ha smesso. Siamo arrivati a casa a mezzanotte. La nostra prima casa è stata coi suoceri, tutti insieme, figli e nuore, era una Russia. Forse il segnale di quello che mi aspettava l’avevo già avuto il giorno del matrimonio, sul tavolo avevano messo i miei fiori, delle rose con il gambo con tutte le spine, era pieno di rose, poi i petali sono caduti e sono rimaste solo le spine.

Dai suoceri avevamo una stanza per noi, ma si cucinava e si mangiava tutti insieme, eravamo in tredici, non è che ci fossero lasagne tutti i giorni, stavano un po’ indietro… quando si è in tanti. Poi finalmente ci siamo fatti una piccola cucina solo per noi, l’avevamo ricavata in una casetta che aveva comperato il suo papà, ma coi soldi che gli passavano i figli, quando poi hanno fatto la divisione l’abbiamo riscattata e lì vicino abbiamo iniziato a costruire la nostra casa. Per un po’ abbiamo lavorato in campagna tutti e due, poi lui è andato alla Mineraria, giù al piano, dal Parolaro, dove macinavano i sassi per estrarre il talco. E’ là che ha preso la puscera, la silicosi. Portavano i sassi dalla Valmalenco e loro li macinavano e respiravano tutto. A 52 anni si è ammalato, ma ha lavorato fino alla pensione, a 60 anni. Io intanto aiutavo a tirare avanti, facevo un po’ di tutto, in campagna ma anche nel bosco a fa cur i biss, andar per funghi, così prendevo la mia giornata, perché poi passavano a raccoglierli e me li pagavano bene. Adesso i funghi li ho solo nella testa, ma ero una fungiata famosa, mi dava tanta soddisfazione quando si trovava quelle belle nidiate che si impieniva la borsa. Quando ero stanca che avevo pieno lo zaino e la borsa, tornavo a casa, stavo via dalla mattina presto al pomeriggio tardi, non tutti i giorni però, c’era la vigna, c’era il prato, non si poteva andare sempre, quello era il mio divertimento. Comunque anche se si facevano sacrifici sono stata contenta; con lui andavo d’accordo, avevamo l’idea di farci la casa e ci siamo riusciti. L’unica cosa che ho di rancore è che ho sempre tenuto la lingua fra i denti, invece bisognava usarla, mentre io non mi sono mai difesa, ho sempre avuto riguardo, mi hanno insegnato da piccola che bisogna avere il rispetto. Per avere rispetto non bisogna rispondere, se anche uno ti dà un’offesa io non dicevo: “Pensa per ti”, io no, stavo per i fatti miei e ho fatto male, in tante cose avrei dovuto rispondere e portare anche me la mia ragione. Ma non sto qui a dire quando, ci sono ragioni che non bisogna dire a tutti, neanche al prete, lui cosa mi dice a me? Raccontano solo balle anche quelli. Dovevo ubbidire di meno anche al prete.

Se ci penso bene forse la cosa che mi è mancata di più nella vita è stata proprio l’intelligenza, c’era sempre quello che ti comandava e io in tante cose sono indietro di cottura, non le capisco; per esempio nelle spese di famiglia, le tasse e così via, non capisco niente. Eh, sono nata troppo presto, erano un po’ tutti ignoranti alla mia epoca, adesso invece ci hanno risvegliati, i bambini sono molto avanti, io sono contenta di quello che sanno i miei nipoti, loro non hanno dovuto lavorare. Io, invece, di lavorare non so più smettere, ancora adesso faccio quello che riesco, è poco, tengo la casa, vado giù nella vigna, a me piace la campagna, e se posso dare una mano anche ai miei figli, che loro vanno a lavorare, beh, sono contenta. Certo, se lavoravo di meno forse non avevo i disturbi che ho, però ci sono anche quelli che non hanno mai fatto niente e hanno mali dappertutto, quindi alla fine sono contenta di come è andata. Il peccato è che i figli, sì, arrivano dopo il lavoro, ma non sono qui vicini ad abitare, uno ha l’appartamento di sopra, ma lavora via e durante la settimana abita nel paese di sua moglie, a Regoledo, qui vengono solo al sabato e la domenica.
Anche di amiche vere e proprie non è che ce ne siano, le cognate sempre con le corna su dritte, le amiche dell’infanzia su alla Piatta si sono tutte sposate e andate via, quelle che sono rimaste su sono vecchie anche loro, io qui sono sola, non mi pesa, ho qui vicino una cognata vedova anche lei e quando abbiamo poco da fare stiamo giù lì a contare su qualche storia. Una volta per passare il tempo bisognava filare la lana, fare la calza, adesso guadagnano i soldi e le comprano. Ma quella vita non mi manca, non la auguro neanche a un cane, troppi sacrifici. Io ho cominciato a stare un po’ bene solo quando il mio marito è andato in pensione e, siccome non si era ancora mica tanto aggravato, si andava insieme in campagna e per noi era come andare al mare. Adesso vanno al mare, noi invece fino all’ultimo giorno eravamo in campagna a lavorare. Quando è morto aveva 72 anni e io 66. Me lo sogno tante volte, quando lo sogno mi dice che c’è ancora qualcosa in giro che non va bene.
Io sono stata contenta di mio marito, dovevo solo ubbidirgli un po’ meno, non era per la libertà, mica ero una che mi piaceva andare chissà dove, ma c’erano tante cose da fare e lui sempre a dirmi di muovermi, di darmi da fare, si poteva riposare un pochino di più. Però se nasco un’altra volta non mi sposo più, troppi sacrifici. A stare soli si fa come si vuole, stanno bene anche quelli che non hanno figli, perché adesso sono vecchia e magari gli do fastidio, chi non ne ha non dà fastidio a nessuno. Ho poca salute, mi fanno male le gambe, mi fa male un braccio, la testa è solo attaccata al collo, ho perso l’udito, penso che sia per tutto il lavoro che ho fatto, pazienza.


  


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