









L'eccidio di Forlì
Nel 1933 io stavo finendo il liceo, l’era nazista stava iniziando. Di circa 20 alunni ero l’unica ebrea e fino ad allora avevo avuto un buon rapporto con i miei compagni. Essendo brava nei temi in lingua tedesca, e soprattutto in francese e in inglese, ma uno zero in matematica, eravamo costretti ad aiutarci a vicenda. Le cose cambiarono bruscamente dopo il 1933. ...

UNA CITTÀ n. 138 / 2006 AprileIntervista a César Brie
realizzata da Paola Sabbatani
L’INDIO PRESIDENTE
Evo Morales, indio sindacalista degli indios coltivatori di coca, ora presidente della repubblica boliviana, sta cercando di portare avanti una politica di nazionalizzazioni per lo sviluppo del paese, già più volte tentata dalle forze progressiste boliviane e sempre interrotta, nel passato, da colpi di stato. Il rischio autoritario in nome della lotta alla corruzione. La grande figura di Marcelo Quiroga. Intervista a César Brie.
Nato a Buenos Aires nel 1954, César Brie, attore e regista di teatro, nel 1974 è costretto a fuggire dal suo paese in seguito all’instaurarsi della dittatura militare e va a Milano, allora ricca di fermenti politici e culturali, dove vive tra l’altro l’esperienza della Comuna Baires. In seguito si trasferisce in Danimarca, per lavorare con l’Odin Teatret di Eugenio Barba. Poi il ritorno in America Latina, e precisamente in Bolivia, dove nell’agosto 1991, a Yotala, nei pressi di Sucre, fonda il Teatro de los Andes.
In Bolivia un indigeno è stato eletto presidente della Repubblica. Puoi parlarcene?
Intanto va detto che la Bolivia è un paese di maggioranza indigena, una maggioranza frantumata in diverse etnie. Tre sono le principali, due altipianiche, gli Aimara, discendenti delle civiltà antecedenti agli Incas, e i Quechua, discendenti degli Incas; l’altra etnia, maggioritaria in Paraguay, sono i Guaranì delle terre basse. Dopo ce ne sono tante altre, sia altipianiche che nelle zone delle terre basse. La Costituzione repubblicana fatta dopo la fine del colonialismo nel 1825, non ha contemplato questi indigeni. Fino al 1950 non avevano diritto al voto e non potevano neanche entrare nelle piazze da soli, se non in qualità di servi, portando, cioè, un qualche carico per il bianco. C’è stato un terribile apartheid ignoto al mondo e le rivolte sono state tutte soffocate nel sangue in modo crudele. L’ultimo grande massacro di Guaranì risale al 1901 quando morirono in migliaia.
Quindi un primo grande problema della Bolivia è quello etnico. Un’altra importante caratteristica è che la Bolivia è un paese ricchissimo e i suoi territori sono sempre stati ambiti. Il Cile ha fatto una guerra contro Bolivia e Perù per portargli via tutta la zona del mare, perché lì c’erano le miniere di salnitro, di rame e c’era il guano che era in quel momento il più importante fertilizzante al mondo. Poi c’è l’argento, lo stagno, fondamentale nei primi 50, 60 anni del secolo scorso.
Con il Cile c’è ancora un contenzioso aperto.
Da allora la Bolivia non ha più rapporti diplomatici col Cile, perché quest’ultimo non è disposto a concederle un porto franco, l’accesso al mare insomma, e non lo farà nemmeno adesso con la Bachelet. Il Cile è molto coerente nella sua politica estera. Basterebbe anche uno spazio in un porto dove i boliviani possano ricevere le merci, chiuderle e spedirle sigillate alla frontiera.
In questo modo il Cile guadagnerebbe un ottimo rapporto diplomatico, di buon vicinato e soprattutto accordi economici importanti, perché la Bolivia è molto più ricca di acqua del Cile, che nel nord è desertico. Ma la politica estera cilena, oltre che coerente, è piuttosto imperialistica e le questioni le ha risolte spesso con le armi. Del resto i cileni hanno forse l’esercito più moderno dell’America latina. Infatti c’è una battuta che si fa in Bolivia: “per recuperare il mare si deve far guerra al Brasile, così i brasiliani ci spingono verso il mare e noi ce lo prendiamo”.
Un altro problema è quello della borghesia…
La Bolivia non ha una borghesia illuminata, interessata alle sorti del proprio Paese, non l’ha mai avuta. La classe media è sempre stata legata a interessi particolari e quindi nessun presidente ha pensato di usare questa ricchezza per migliorare l’infrastruttura del paese. Basti pensare a Patiño, che era l’uomo più ricco del mondo, o alle famiglie Aramayo e Hauschild: avrebbero potuto trasformare il paese radicalmente, creando industrie per lavorare lo stagno in loco. Ma niente di questo è stato fatto. Si è puntato solo all’esportazione. Così si è dato lavoro agli operai inglesi, tedeschi e americani, mentre l’unico lavoro possibile per i minatori boliviani è rimasto quello di estrarre lo stagno e caricarlo sui muli. In passato lo si caricava anche addosso alle persone, tanto per intenderci sul grado di schiavitù.
Eppure la Bolivia è un paese ricco…
Oggi la Bolivia ha una ricchezza immensa nel gas, che tuttavia, grazie al neoliberalismo, viene esportato in Brasile, in Argentina, a un prezzo irrisorio. A gestire il tutto sono imprese multinazionali: Petrolgas in Brasile ha capitale misto, brasiliano e americano; la Repsol argentina è spagnola. La Bolivia quindi non vende il gas direttamente al Cile. Funziona così: la Repsol argentina compra il gas dalla Repsol boliviana e lo vende alla Repsol cilena.
Questo è un problema antico, che ha provocato anche delle guerre. La Bolivia ha già nazionalizzato per due volte il petrolio. Nel 1932-1935 c’è stata la guerra del Chaco, scoppiata tra la Bolivia e il Paraguay. In realtà dietro il Paraguay c’era la Shell olandese e in Bolivia la Standard Oil americana. Una guerra tra due nazioni scoppiata perché due compagnie multinazionali si contendevano dei pozzi petroliferi. La guerra finì con un nulla di fatto e con decine e decine di morti, però generò una coscienza nazionale in Bolivia, che portò alla prima nazionalizzazione del petrolio. Questa fu poi tradita quando, nel 1952, ci fu la rivoluzione dell’Mnr (Movimiento Nacionalista Revolucionario). Nel ’55 si firmò il codice del petrolio con cui si tornò a consegnare i pozzi di petrolio alla Bolivian Gulf Oil Company dotata di un potere assoluto, una specie di sovrastato.
Poi si arriva al periodo che tu racconti nello spettacolo…
Sì, quando c’è di nuovo un governo nazionalista militare e Marcelo Quiroga Santa Cruz riesce a far nazionalizzare il petrolio nel ’69. Poi, quasi subito, il governo si tira indietro e inizia a risarcire eccessivamente la Gulf per cui Marcelo Quiroga si dissocia e fonda un suo partito socialista che si chiama Partito Socialista Uno. Oggi è un partituncolo gestito da persone che hanno tradito tutte le sue idee. Marcelo si era rifiutato di creare un apparato di partito finché non avesse avuto una grossa popolarità; decise di crearlo quando già era diventato il quarto partito del paese, solo grazie alla sua trasparenza e chiarezza.
Quello è stato il momento in cui l’hanno ucciso. Certamente sarebbe diventato presidente della Repubblica. L’ultimo colpo di stato della Bolivia, nell’80, è stato fatto anche per uccidere Marcelo, perché era una persona incorruttibile. Già in quel momento tutta la sinistra dava segni di cedimento. Il potere era in mano a un’oligarchia che faceva i propri interessi, ma in cambio di qualche ministero tutta la sinistra si stava schierando con Estenssoro.
Quindi il tema degli idrocarburi è decisivo?
Oggi la Bolivia, con una politica saggia (che non significa nazionalizzare tout court) potrebbe usare le risorse per avere un combustibile a prezzo molto basso e riuscire così a industrializzare il paese e alzare il livello di vita della gente. Questa però sembra essere una cosa che non interessa a nessuno della classe dirigente in Bolivia.
Quindi il petrolio sarà sempre proprietà dei boliviani, sarà venduto a un prezzo più alto, soprattutto al Sudamerica, all’Argentina, in cambio di infrastrutture.
Queste le nuove idee che stanno in questo momento circolando, sulle quali si gioca il destino del paese.
Una delle ricchezze del paese, dicevi, è anche la terra…
Sì, l’altro aspetto è la terra, la proprietà della terra. La rivoluzione del ’52, che fu la prima a concedere terra agli indigeni, è rimasta in qualche modo incompiuta, perché è stata concepita come una distribuzione di proprietà privata mentre la maggior parte dei contadini boliviani è organizzata in una struttura comunitaria. Le terre comunitarie hanno una gestione diversa dai minifondi o dalle piccole proprietà private di contadini. Non si trattava quindi di privatizzare, come negli intenti della rivoluzione del ’52 che non capiva o non voleva capire la realtà degli indigeni. Si trattava invece di socializzare queste terre. Cosa fa una comunità di indigeni? Suddivide la terra destinandone una parte alla comunità, agli anziani, alle autorità, ecc., ma tutti la lavorano. Dopodiché le parcelle ruotano, così se io quest’anno ho il miglior pezzo di terra, il prossimo anno ce l’hai tu. Insomma parliamo di una forma di gestione molto diversa, comunitaria appunto.
Queste sono le strutture di quello che oggi il partito di Morales chiama il “capitalismo andino”.
Va poi ricordato che oggi in Bolivia ci sono degli immensi latifondi improduttivi nati durante la dittatura di Banzer, e anche prima.
Banzer arriva nel ’71 e rovescia il governo del generale Torres, un governo progressista, instaurando una dittatura che durerà fino al ‘78. Torres scappa in Argentina dove rimane esule fino a che non verrà assassinato. Era un generale di sinistra, diciamo dell’ala nazionalista progressista, che è una delle due anime dell’esercito boliviano. Oggi, infatti, una delle contese che si giocano in Bolivia è quella per l’egemonia ideologica dell’esercito, fra l’ala filoamericana e quella nazionalistica, quindi in qualche modo antiamericana.
Dicevi che la proposta è quella di espropriare solo i grandi latifondi improduttivi?
Sì, questi latifondi, localizzati nella zona più ricca, quella di Santa Cruz, nella parte orientale del paese, per grandissima parte sono improduttivi. Oggi il governo di Evo Morales ha proposto di nazionalizzarli, di distribuirli agli indigeni.
Si lasceranno ai privati solo i latifondi produttivi cioè le grandi coltivazioni di soia che generano però altri grandi problemi di tipo ecologico, perché distruggono la foresta creando deserto. Per coltivare la soia, infatti, vengono abbattuti alberi per decine di ettari.
Tra l’altro, la terra in cui si coltiva la soia, dopo un paio di anni si desertifica e allora bisogna tagliare altri alberi nelle zone adiacenti. Però oggi il governo dice: intanto cominciamo a prenderci i latifondi improduttivi.
Quali sono allora le grandi battaglie in cui sarà impegnata la Bolivia guidata da Evo Morales?
Credo siano tre i temi fondamentali.
Uno, per l’appunto, è la proprietà della terra: dare la terra ai contadini e alle comunità indigene, cercando di realizzare piccoli appezzamenti e piccole produzioni che in primo luogo diano da mangiare decentemente a queste famiglie e, in secondo luogo, creino un grande mercato interno della Bolivia che inneschi un circuito virtuoso.
Basti dire che la speranza di vita in Bolivia non arriva ai 60 anni quando ormai nel mondo raggiunge i 70-75.
La seconda è la proprietà degli idrocarburi: usare la proprietà degli idrocarburi per venderli non solo per ricavarne più soldi ma per industrializzare il paese, in cambio, per esempio, della creazione di raffinerie per trasformare il gas in liquido e poterlo poi esportare con un valore aggiunto. Allo stesso tempo bisogna offrire questo combustibile a buon mercato per il consumo domestico. Oggi i contadini raccolgono ancora i pezzi di legno che trovano per strada per accendersi il fuoco la sera per cucinare. E casomai a fianco della loro casa passa il gasdotto.
Il terzo punto è l’assemblea costituente. Si tratta di riscrivere le leggi al fine di considerare la diversità etnica e i diritti culturali degli indigeni; non soltanto, quindi, i diritti sociali, i diritti in quanto uomini, ma i diritti in quanto indigeni.
Poi ci sono problemi anche molto concreti da risolvere. Adesso la Bolivia di Morales ha iniziato a dare un documento di identità ai contadini.
Ebbene, si è così scoperto che in un paese di otto milioni sono un milione e 800 mila a non avere un documento di identità. Ciò significa che 1 milione e 800 mila persone non esistono come cittadini, dato che non hanno diritto al voto. E sono quasi tutti indios che vivono nelle zone più povere del paese. Qui ci attende un lavoro immenso.
Tu pensi che Evo Morales sia un vero democratico?
Non lo so…
E Chavez, in Venezuela?
Chavez ha vinto otto elezioni. Lui è un populista, sicuramente, ma è l’unico che ha deciso di ridistribuire le ricchezze equamente in quel paese, che è tra i più ricchi al mondo per introiti di petrolio; ricchezze che andavano tutte a una piccola classe assolutamente parassitaria di cui purtroppo fa parte molta gente della cultura e molti artisti di teatro, e questa secondo me è una cosa vergognosa.
E la situazione cilena?
In Cile è molto diverso, il partito socialista cileno oggi è un partito socialdemocratico di taglio neoliberale, non esiste più la sinistra dei tempi di Allende. Vedremo. Certo, quindici anni di Pinochet hanno operato un lavaggio del cervello atroce, una retrocessione delle leggi del lavoro di un secolo, sono tornati al 1908. I cileni non lo sanno, per cui il Cile deve recuperare la memoria non solo rispetto ai suoi desaparecidos, ma anche rispetto al fatto che il suo destino è cambiato radicalmente e che cadendo Allende è fallita una grande speranza. Fu Allende, un vero democratico, nel 1973, a denunciare per la prima volta alle Nazioni Unite lo strapotere delle multinazionali e l’indebolimento dei governi nazionali.
Le dittature latinoamericane degli anni ’70 hanno eliminato non tanto la guerriglia (anche quella, certo) ma soprattutto una generazione che pensava il Paese in modo nazionale, che sognava l’industrializzazione del proprio paese. Non è un caso che Menem abbia distrutto tutte le industrie dell’Argentina. Lui ha esagerato perché era particolarmente corrotto, ma non ha fatto che continuare l’opera di Alfonsìn, di De la Rua. L’Argentina è in miseria, sta ancora cercando di riprendersi. E’ un paese ricco con gente che muore di fame, un paese che aveva industrie che non ha più, un paese che fabbricava aerei che non fabbrica più. A onor del vero, va detto che in Cile la classe che ha guidato la trasformazione in senso neoliberale era molto meno corrotta; malgrado Pinochet fosse corrotto, loro avevano un qualche senso etico per cui si è creato uno stato sì fascista ma che ha permesso al Cile di diventare, dal punto di vista macroeconomico, una potenza. Dal punto di vista microeconomico però è un disastro: la gente è disperata, perché non ha soldi. Quindi, a rigore, non c’è da parlare di povertà, ma di distribuzione degli introiti.
Possiamo tornare su Evo Morales?
Evo è straordinario, io l’ho aiutato, ho festeggiato la sua vittoria. Pur non essendo un attivista del Mas sono andato a cambiare i cartelli della destra, che era Podemos, bastava un paletto sulla P e un paletto sulla D, e diventava “Robemos”, che significa rubiamo. Questo poi, via internet, è diventato uno slogan popolarissimo e ovunque i cartelli della destra venivano corretti con due pennellate. Evo ha tutto il mio appoggio, noi sosteniamo il Mas oggi, io non sostengo i partiti, credo poco ai partiti ma sostengo i movimenti sociali in cui siamo immersi totalmente.
Questo governo merita tutto il nostro appoggio, abbiamo lottato per questo tanti anni.
E tuttavia Evo dovrebbe capire che si deve attorniare di persone capaci anche di dubitare. Lui, invece, è un sindacalista, è quella la sua formazione ed è una persona molto autoritaria. E’ un animale da lavoro, lavora tantissimo, dalle 5 del mattino a mezzanotte. E’ un esempio per tutti, un esempio di patriottismo, però spesso fa dichiarazioni che sarebbe meglio non fare, dovrebbe essere un pochino più prudente e anche, ogni tanto, un poco più diplomatico.
In questo momento il potere giudiziario sta protestando contro l’invasione e l’aggressione del governo di Evo Morales. Una grossa parte della magistratura è stata sempre la catena di trasmissione dell’estrema destra, ma ora Evo sta accusando l’intera classe giudiziaria, i magistrati, la corte suprema boliviana.
Mi sembra che sarebbe invece più opportuno valutare come, attraverso la costituente, si possa creare un potere giudiziario autonomo e non corrotto.
Io su questo vorrei avere lumi dai giuristi: come mantenere una legalità democratica e, allo stesso tempo, come far funzionare veramente una democrazia? Se hai una democrazia che è solo di facciata cosa fai? Fai un governo autoritario dove tutto il controllo è in mano a un esecutivo? Ma allora come argini la corruzione?
Bisognerebbe, con le regole democratiche, spostare un po’ alla volta tutto lo spettro verso una mira nazionale, una mira patriottica, però è difficile. Le formalità democratiche non sono solo formalità, sono quelle che impediranno nel futuro l’ascesa di un dittatore o la corruzione interna. Qui ci sono molti corrotti anche dentro i quadri del Mas e quindi, a mio avviso, Evo dovrebbe attorniarsi delle persone più pulite, anche se non la pensano come lui, anche se in certe cose ci metterà più tempo.
Comunque quello che ha fatto è già più di quanto è stato fatto dai governi precedenti. Vedremo.
Il fatto che Evo venga dai coltivatori di coca può essere usato contro di lui?
E’ già stato usato, l’hanno chiamato narcotrafficante. Ma è falso, lui non è un narcotrafficante, lui difendeva gli interessi dei coltivatori della coca.
La coca cresce in Bolivia naturalmente, è una pianta tradizionale, una pianta che fa bene; tutti gli indigeni masticano la coca, la coca ti guarisce, è utile alle carie, è utile a mille cose, si potrebbe industrializzare la coca ed avrebbe molti usi benefici.
In seguito alla legge sulla delocalizzazione sono state chiuse tutte le miniere e centinaia di migliaia di persone sono rimaste senza lavoro. Allora come potevano sopravvivere? Sono andati a coltivare la coca perché se i narcotrafficanti gli compravano la coca, loro almeno guadagnavano qualcosa. Di conseguenza si è moltiplicata la produzione di coca in Bolivia. Gli Stati Uniti a quel punto cos’hanno pensato? Hanno pensato che per arginare il problema della cocaina negli Stati Uniti bisognava distruggere le coltivazioni locali in Bolivia, in Perù, in Colombia e anche in Ecuador. I contadini si sono così visti l’esercito arrivare e cacciarli, quando non ammazzarli, e distruggere le coltivazioni divenute illegali.
Come potevano sopravvivere senza il lavoro che dava da mangiare alle loro famiglie? “Arrangiatevi”, è stata la risposta.
Ecco, Evo era un sindacalista dei contadini che lavoravano e coltivavano la coca, di gente che cercava semplicemente di sopravvivere. E’ diventato il leader di questo sindacato, e ha avuto la grande intelligenza, a un certo punto, di diffondere fra tutti gli indigeni la parola d’ordine “non deleghiamo più, votiamo per noi”. E’ così che è nato il Mas, un movimento sindacale che in realtà ha preso la sigla da un altro partito e che presto è diventato fortissimo nelle campagne e ha cominciato a invadere le città. Questa è l’origine e la forza di Evo Morales: un radicamento e una popolarità fortissime nelle zone rurali.
Con la parola d’ordine “votiamo per noi”, per la prima volta Evo era arrivato in parlamento con quattro deputati e il parlamento cosa ha fatto? Ha pensato bene di espellerlo dal parlamento accusandolo di essere un violento (quando nello stesso parlamento c’erano persone, parlamentari, responsabili di ammanchi e truffe bancarie per centinaia di migliaia di dollari, che non potevano essere giudicate perché avevano l’immunità). Quelli avevano potuto godere dell’immunità, Evo invece è stato espulso.
Questo tuttavia gli ha dato una tale popolarità che alle elezioni successive, il partito di Evo è risultato il secondo del paese, e è ritornato in parlamento non più con 4 parlamentari ma con 24 e nelle terze elezioni ha stravinto, col 53% dei voti, che è una percentuale mai ottenuta in Bolivia, un plebiscito. Se avesse votato il milione e ottocento mila persone che non avevano il documento più quelle che vivevano all’estero avrebbe vinto col 70%!
Evo Morales si rifà alla figura di Marcelo che anche è al centro del tuo ultimo spettacolo…
Evo ha fatto una legge contro la corruzione che si chiama “legge Marcelo Quiroga Santa Cruz” e quando ha assunto il potere ha chiesto un minuto di silenzio per tutti i martiri indigeni: Manco Inca, Tupaj Katari, Tupac Amaru, Bartolina Sisa, Zárate Villca, Atihuaiqui Tumpa, Andrés Ibañez, e poi per tre bianchi: padre Espinal, di cui ho parlato nello spettacolo “I sandali del tempo”, Marcelo Quiroga Santa Cruz, di cui parlo adesso in “Otra vez Marcelo” e per Che Guevara.
Quest’ultimo omaggio al Che ha suscitato molto scalpore perché l’esercito si è sempre vantato di aver vinto la battaglia contro Che Guevara.


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