









Il bene dell'acqua
Il rischio che gestione pubblica resti sinonimo di gestione partitica; l adesione per i tanti temi trascurati dal referendum, in primis quello della rinnovabilità; l'errore di considerare l'acqua a partire dai sui usi, senza vederne il ciclo; il ruolo cruciale delle sponde dei fiumi e delle popolazioni acquatiche. Intervista a Giovanni Damiani.

La città che muore
Il parcheggio, anche a rotazione, che si sta costruendo in piazza S. Ambrogio, esempio di ciò che non si deve fare; la necessità, assoluta ormai, di tenere ai margini della città le 700.000 auto che entrano ogni giorno a Milano; il treno che si interra e diventa metro. Intervista a Jacopo Gardella e Gerolamo Pigni Maccia.

Multilateralismo meno X
Di fronte alla crisi del sistema energetico del fossile, dovuta a una crescente domanda mondiale e all’esaurimento dei giacimenti, la scelta del rinnovabile, la cui catena di produzione, fra l’altro, è molto meno vulnerabile, quindi più pacifica, è all’ordine del giorno. La necessità di un multilateralismo che proceda anche senza gli Usa. La giustizia e i diritti umani, quelli relativi che riguardano le opportunità, e quelli assoluti, che riguardano lo spazio vitale per sentirsi soggetti del proprio destino, tornano al centro della politica mondiale. Intervista a Wolfgang Sachs.

Il bene comune della semente
Il tentativo dei grandi produttori di brevettare ciò che fino ad oggi era un bene comune, le sementi, renderà totale la dipendenza del contadino e porterà in rovina i coltivatori del terzo mondo legati a mercati e monete locali. Il circolo disastroso fra monocolture intensive, uso di fertilizzanti e pesticidi, e sementi ibride o modificate geneticamente. L’illusione della rivoluzione verde. Intervista a Giorgio Cingolani.

Quei 6000 km
Il dibattito che si è aperto nel mondo del commercio equo-solidale e dei gruppi di acquisto solidali, sull’impatto ambientale dei prodotti etici, che spesso devono attraversare continenti e oceani. Il "piccolo” vicino a casa e la necessità di porsi limiti superiori, ambientali oltre che sociali. Intervista a Deborah Lucchetti.

Lo statuto dell'incertezza
Scorie nucleari, veleni chimici, gas serra e ogm rappresentano incognite per la salute e l’ambiente tali da suggerire cautela nella reiterazione delle tecnologie che li producono. La legge della "correzione alla fonte” e quella del "chi inquina paga”. Il Principio di precauzione, che non inibisce la libertà di ricerca, ma al contrario la tutela dalla legge del più forte. Intervista a Fabrizio Francese.

Il riparatore
Il ricorso al nuovo potrebbe essere solo una parentesi nella storia dell’umanità; le nostre vite, anche se non ce ne rendiamo conto, sono piene di "riuso”, a partire dalla nostra casa; invertire una cultura che stigmatizza chi ricorre all’usato, riabilitando il valore, anche economico, della manutenzione; intervista a Guido Viale.

UNA CITTÀ n. 138 / 2006 AprileIntervista a Simona, Oriana, Nadia, Saul, Stefano, Max e Lele
realizzata da Gianni Saporetti
SOPRA LE VASCHE
A Seveso, nome che ha lo stigma della catastrofe ambientale, grazie all’impegno di Legambiente e altre associazioni, proprio la memoria è diventata un valore aggiunto del luogo. Il Bosco delle querce, uno stupendo parco cresciuto sulle vasche dei detriti tossici, oggi è meta di scolaresche che fanno educazione ambientale e di campi, anche internazionali. Ne parlano Simona, Oriana, Nadia, Saul, Stefano, Max e Lele.
Simona Colombo è presidente del Circolo di Legambiente “Laura Conti” di Seveso; Oriana Oliva lavora su un progetto specifico; Nadia Pogliani è un’educatrice professionale di Seveso che collabora all’associazione Natur&; Saul Beretta è direttore artistico di Musicamorfosi; Stefano Fumagalli fa parte dell’associazione Musicamorfosi; Max Fratter lavora al Comune di Seveso, prima ai Servizi sociali ora all’Ufficio ecologia; Lele Galbiati è socio fondatore del circolo “Laura Conti” e dell’associazione Natur&, di cui è direttore.
Ci piacerebbe riprendere il racconto a dieci anni di distanza dalla vostra prima intervista a Una Città. Con il circolo di Legambiente di Seveso in questi anni avete proseguito il lavoro sul territorio, dando vita a progetti e associazioni. Potete raccontarci?
Lele Galbiati. Ne abbiamo parlato proprio recentemente di quell’intervista. All’epoca eravamo un gruppo di uomini e donne, tutti di Legambiente, che avevano preso il coraggio di agire su un territorio che era stato violato, negato, e che veniva da tutti considerato pericoloso. Anche il titolo, Il Bosco delle Querce, faceva riferimento a quella violazione, perché il Bosco, il parco sorto sul terreno dell’incidente di trent’anni fa, bonificato dall’Icmesa, era il luogo che dieci anni fa meglio di tutti la rappresentava simbolicamente. Era un luogo chiuso, vietato, che però aveva sicuramente a che fare con la nostra storia, perciò avevamo deciso di riappropriarcene, di riconquistarlo.
Nel tempo, poi, è sorta l’esigenza di allargarci, di ampliarci, di cercare nuovi protagonisti, di una generazione successiva rispetto a noi che possiamo considerarci i fondatori di questa esperienza. Così sono arrivati nuovo attori, che hanno avuto il pregio di alzare il tiro, qualificando l’intervento e portando altre motivazioni, altri disegni.
Ora abbiamo di fronte un appuntamento importante, il trentennale dell’incidente dell’Icmesa ed è anche per ricordarlo che, a giugno, la Consulta regionale dei circoli di Legambiente della Lombardia si terrà a Seveso.
A parte Lele, voi come siete arrivati all’associazione ?
Max Fratter. Io sono iscritto al circolo Legambiente dal‘92-’93 e lì ho incontrato Lele, Laura, Gemma, Marzio e insieme abbiamo cominciato a ragionare sul significato da dare al Bosco delle Querce, che nel ’96 è stato aperto al pubblico.
Io abito a 50 metri dal parco ma fino al 2000 non vi ero mai entrato. Cosa me lo impediva? Il fatto è che per me era un non-luogo, in quanto privo della propria origine. Era, sì, il parco nato sul luogo dell’incidente ma recava un’assenza totale di memoria rispetto a quell’avvenimento, che comunque è stato l’accadimento più importante nella storia contemporanea della nostra comunità.
Nel 1994 inizia la mia avventura di studente lavoratore e mi iscrivo a Storia. Mi dico: non so se finirò il percorso di studi ma se ci riesco la mia tesi dovrà essere sulla storia dell’Icmesa. (Ricordo, tra l’altro, che io volevo farla partire dal ’76; fu Gemma a suggerirmi di farla partire dal 1945, dicendomi: “Scusa Max, la fabbrica esisteva anche prima!”. E’ a tutt’oggi l’unica ricerca in materia che parte dalle origini della fabbrica, perché la sterminata bibliografia su Seveso parte immancabilmente dal 10 luglio del 1976).
Parallelamente inizia anche il mio percorso con Legambiente, mi avvicino al gruppo, iniziamo a fare delle attività al Fosso del Ronchetto e diventiamo, per così dire, superlocal, nel senso che tutte le attività progettate vedono come protagonista proprio il territorio di Seveso.
Nel 2000 mi laureo e finita quell’avventura ne inizia una nuova. La mia tesi, intitolata “Il ponte della memoria”, riesce a uscire dai confini strettamente accademici per diventare materia di un progetto di Legambiente Seveso, insieme a Legambiente Lombardia.
Accadono anche delle cose che creano un terreno fertile per questa possibilità. Ad esempio, nel ’96, per l’apertura del parco c’è un recital di Gene Gnocchi. Allora io, come cittadino, scrivo una lettera a Il Cittadino, il settimanale locale più venduto, dove dico che non ho niente contro Gene Gnocchi, che anzi mi piace molto, ma non ritengo opportuno, per una forma di rispetto, tenere quell’evento nel Bosco delle Querce. Soprattutto non mi piace l’idea che il parco possa diventare una specie di luogo dei balocchi dove fare la sagra, la fiera paesana.
Nel frattempo, alle elezioni comunali del ‘98, noi sosteniamo come candidato sindaco Clemente Galbiati, il fratello di Lele, che fa parte di una lista civica che in qualche modo unisce i Verdi e i Ciellini e che si contrappone allo schieramento di sinistra che amministra la città. La lista vince le elezioni e per noi si apre la possibilità, nel 2001, di far partire il progetto “Ponte della Memoria” presentandolo alla Fondazione Lombardia per l’Ambiente, che accetta di finanziarlo. (“Lombardia per l’ambiente” è la fondazione, inizialmente chiamata Fondazione Seveso, che ha ereditato funzioni e compiti dell’Ufficio Speciale per Seveso della Regione Lombardia, l’ente creato ad hoc all’indomani della nube tossica, per la gestione, anche patrimoniale, della bonifica). D’altronde uno dei punti del programma della Lista Civica era proprio la valorizzazione della memoria.
Comincia per me una seconda vita: inizio a entrare al Bosco delle Querce per accompagnarci i bambini delle scuole medie di Seveso. Solo nel primo anno, da marzo a giugno, accompagniamo ventotto classi. L’intervento è molto semplice: andiamo nelle classi e raccontiamo la storia, dopodiché accompagniamo i ragazzi sul luogo della storia che gli abbiamo raccontato.
Un altro elemento fondamentale del progetto è la costituzione di un archivio della memoria. Un archivio particolare, che raccoglie la storia dei comitati e dei movimenti spontanei nati allora, perché di archivi istituzionali ce ne sono già, c’è quello del Comune di Seveso e quello della Regione Lombardia.
Oriana Oliva. Prima di arrivare al circolo di Legambiente sapevo poco della storia di Seveso, anche perché abito a Desio, un comune che, pur a poca distanza e comunque interessato all’epoca dalla nube tossica, non è così coinvolto come Seveso dal problema della memoria.
Per il progetto ho cominciato raccogliendo articoli presso la fondazione del Corriere della Sera, ho raccolto tutti gli articoli dal 17 luglio del 1976 fino a fine dicembre del 2003. Poi sono passata al lavoro nelle scuole dei quattro comuni interessati dall’incidente, Seveso, Cesano, Desio e Meda. Mi colpisce sempre molto l’attenzione e la partecipazione dei bambini, nonostante siano ormai passati trent’anni dagli avvenimenti che racconto. Poi il Bosco delle Querce li affascina tantissimo, e ci rimangono male quando gli diciamo che le bacche sono contaminate dalla diossina perché sotto la collina è sepolto il materiale tossico.
Adesso, in occasione del trentennale, stiamo ricevendo un sacco di telefonate un po’ da tutte le parti, per dire, un circolo Legambiente di Genova che vuole fare uno spettacolo teatrale su Seveso, un dottorando di Pavia che vuole consultare il nostro archivio, ecc.
C’è stato un momento in cui la parola diossina era assolutamente tabù, come se si volesse rimuovere, dimenticare…
Max. Sì. Basti dire che nel ’96 il settimanale Il Cittadino è uscito con un editoriale intitolato “10 luglio ‘96, un anniversario da dimenticare”. Noi invece stavamo andando in tutt’altra direzione: volevamo valorizzare, trasformare l’incidente in un’opportunità, ma eravamo in difficoltà perché anche nella comunità era più forte il desiderio, anche legittimo, di dimenticare. Però poi cos’accadeva? Che appena usciti dal paese ci sentivamo dire: “Ah, sei di Seveso?”, perché poi gli eventi non si cancellano. Tu puoi anche provare a rimuoverli ma ci sarà sempre qualcuno che te li ricorderà.
Simona Colombo. Mah, forse è un bisogno di tornare alla normalità. Io sono rientrata da poco da un viaggio a Chernobyl e sono un po’ confusa. Sul momento noi sevesini abbiamo criticato molto il sindaco di Slavutich, la città dove sono stati evacuati gli abitanti di Pripyat (la città satellite della centrale di Chernobyl) perché ha citato pochissime volte l’incidente e ha sempre parlato di Chernobyl come di una centrale nucleare, e lo stesso faceva la gente che abbiamo visto in giro. E noi ci siamo detti: “E’ un’autodifesa, vogliono tornare alla normalità”. Poi ci ho ripensato e mi sono detta: “In effetti anche noi abbiamo fatto la stessa cosa”. La gente per parecchi anni, forse per difendersi, non è riuscita a parlare di diossina, voleva solo tornare alla normalità. Tra l’altro in tutti e due i casi -fatte naturalmente le dovute proporzioni e considerate le differenze storiche e politico-culturali dei due contesti- non sono stati forniti dati chiari sul disastro, la gente non è stata informata esaurientemente. E’ comprensibile quindi che la prima reazione sia stata: “Torniamo alla normalità. Siamo vivi, per adesso non ci sono malattie in esplosione…”. E non si è percepito, in entrambi i casi, la gravità del disastro ambientale. Quindi non parlerei di rimozione quanto piuttosto di un tornare a vivere, di un dire: “Va beh, è finita, andiamo avanti”.
Max. Condivido quello che ha appena detto Simona però, a essere sinceri, per molti anni, un po’ da giudice, mi sono chiesto: “Perché questa comunità non capisce l’importanza del ricordo?”.
Proprio per questo eravamo consapevoli che la costruzione dell’archivio poteva essere un buco nell’acqua: se era vero che la gente voleva dimenticare, perché avrebbe dovuto portarci i documenti?
Adesso invece il desiderio di raccontare sta riemergendo. Lo stesso editorialista de Il Cittadino citato prima, quello che nel 1996 aveva scritto “Un anniversario da dimenticare”, l’anno scorso mi ha portato il suo archivio dicendomi: “Senti, io ho una certa età, ho questi documenti, chissà cosa ne sarà dopo di me… Voi invece avete un archivio organizzato, una cosa pubblica…”.
Cos’è cambiato? Innanzitutto è passato del tempo, che ha creato quella distanza che ha reso più facile il ricordo. In secondo luogo noi apparteniamo ad una generazione che non ha vissuto l’incidente, eravamo tutti troppo piccoli -io avevo solo sei anni, Simona due- per cui siamo andati in giro a chiedere documenti liberi dalle implicazioni ideologiche dell’epoca. Questo poi ha fatto sì che abbiamo trovato le porte aperte. L’unica porta chiusa che ho trovato è stata quella dell’ex sindaco di Seveso, quello che ha perso le elezioni a causa della lista civica. Quando gli chiesi se aveva materiale rispose: “Io i documenti li ho ma non so se ve li do” e tutte le volte che lo incontro lo saluto con affetto e gli dico: “Allora dottore...”. “Eh, sentiamoci”. Però di fatto non me li ha mai fatti avere. Invece Marcolini, che all’epoca era il direttore amministrativo dell’Icmesa, qualche anno fa ha accettato di farsi intervistare da me, anche se non ha voluto il registratore, e quando abbiamo organizzato la visita al Bosco delle Querce col centro diurno anziani -anche lui è un signore anziano- è venuto con noi. Anziani, peraltro, che appena entrati nel Bosco hanno esclamato: “Non ci racconterete mica tutta la storia! La conosciamo già!”. Beh, tutto questo mi ha molto colpito perché ha segnato un cambiamento. Io credo che la storia davvero sia uno strumento di cura della società. E, anche, uno strumento di libertà, di profonda libertà di giudizio, di valutazione. Mettere dei punti permette di lasciare le persone libere di ricordare o dimenticare, senza conflitti o lacerazioni.
Nello stesso tempo, il nostro è un lavoro che pur partendo dalla memoria, è centrato sul presente. Raccontare l’incidente è stata un’opportunità di narrazione storica, ma l’aspetto principale del lavoro che facciamo coi ragazzi è la valorizzazione del nostro territorio, il Bosco, il Fosso del Ronchetto, il Parco delle Groane.
Nadia Pogliani. Anch’io sono di Seveso e all’epoca dell’incidente avevo tre anni. E come tutti, alla vista delle reazioni della gente quando sa che sono di Seveso, vorrei poter dire: “Non siamo solo quella roba lì, siamo anche altro”.
Però sono convinta che Seveso abbia una forza dovuta anche all’incidente, alla voglia di non dimenticare. E se adesso è una città vivibile, una città dove si sta bene, dove la gente si incontra e ha voglia di continuare a viverci, forse è anche grazie alla sua capacità di trasformazione. Seveso ha una forza diversa, anche rispetto ai paesi limitrofi, perciò credo che il nostro lavoro debba andare in direzione non tanto dell’imperativo “non bisogna dimenticare” quanto piuttosto della valorizzazione di Seveso come paese che ha una marcia in più, che dall’incidente ha trovato il coraggio di reagire ed è rinato.
All’epoca dell’apertura del Bosco delle Querce non c’è stato solo il recital di Gene Gnocchi, ci sono state anche sfilate di moda organizzate dai commercianti, e addirittura il maxischermo per la finale di Champions League con la Juve. Beh, io non lo nego, mi sono divertita ad andare a vedere la partita nel bosco col maxischermo…
Max. Lei era dentro con le bandiere e io fuori con le catene, simbolicamente, e il cartello: “Io non sono d’accordo”. D’altronde in quegli anni non mi sembrava il modo corretto di vivere il parco. Tra l’altro la finale di Champion League non la farei nemmeno adesso, perché penso che sì, il parco debba essere vissuto il più possibile, ma debba essere anche un luogo rispettato, dove, per una questione simbolica, alcuni eventi non si possono fare. Infatti tutto il lavoro che facciamo con Musicamorfosi va in direzione di una valorizzazione del parco sostenibile.
Simona. Le reazioni sono molto diverse. Io ad esempio, pur essendo consapevole che dal punto di vista scientifico non c’è nessun problema di contaminazione, quando vado a fare un giro nel parco evito sempre la zona delle vasche. Per sottolineare la mancanza di pericolo, chi ha gestito la costruzione del parco non ha voluto mettere una recinzione vera e propria ma solo una sorta di barriera con degli arbusti, proprio per non creare panico tra la gente. Però ugualmente gli arbusti disincentivano l’ingresso alle vasche, quindi vuol dire che anche chi ha costruito il parco, i vari scienziati forestali, ha voluto dare una specie di doppio messaggio: “Non c’è nessun pericolo però state camminando su una discarica tossico-nociva”.
Eppure noi una volta ci abbiamo trovato un signore che stava giocando a calcio col nipotino, e Max gli ha chiesto: “Ma lo sa dove sta giocando?”. E lui ha risposto: “Lo so benissimo” e si è tirato su la maglietta mostrandoci una cicatrice. Si era operato di tumore e ci ha detto: “Questo me lo ha fatto la diossina”, ma con un tono come a dire: “Quello che è stato è stato”. Magari non è neanche dimostrabile che il tumore sia stata una conseguenza della diossina, lui però ne era convinto. Ciononostante stava giocando a calcio sopra le vasche.
Poi ci sono le persone che ti telefonano, una ragazza che doveva comprare casa nell’altipiano di Seveso e ha chiamato Legambiente per sapere se era ancora pericoloso. E se da una parte questo vuol dire che c’è ancora paura, dall’altra significa anche che c’è gente che vuole abitare a Seveso e comprarci una casa. Peraltro, a proposito di reazioni differenti, ho raccontato di questa telefonata a una ragazza che lavora a Legambiente Lombardia, una giovane di 25 anni, e lei mi ha risposto: “Io non la comprerei mai una casa a Seveso”. Ed è stata una risposta talmente rapida e convinta che non sono stata neanche lì a spiegarle: “Guarda che noi ci viviamo”.
Max. Oggi Seveso è cambiata ed è diventata un posto bello, un posto da visitare. Se lo avessi detto dieci anni fa mi avrebbero preso per pazzo. Quest’anno invece abbiamo persino partecipato alla Bit (la Borsa internazionale del turismo) proprio col Bosco delle Querce. E le richieste di venire a vedere il paese si moltiplicano. Beh, credo che questo sia un cambiamento importante.
Noi, ovviamente, ai visitatori raccontiamo anche le contraddizioni, perché non sono state tutte rose e fiori, però notiamo che capiscono il cambiamento avvenuto nel territorio a seguito dell’incidente -e non può essere diversamente-, percepiscono che è un territorio ancora vivo.
Quindi, pur con diverse sfumature, voi affermate il valore della memoria, ma in nome di una vitalità che poi ha a che fare con la normalità.
Saul Beretta. Anch’io penso che l’incidente abbia consentito l’attivarsi di quelle forze e di quelle relazioni che hanno permesso a Seveso di trasformarsi. Ma se oggi possiamo parlare di normalità è anche grazie al lavoro di chi in questi dieci anni ha lavorato e investito sul territorio.
Io con Seveso non c’entro niente, sono arrivato qua nel ’96 quando è cominciata l’attività di Natur&, e anche dell’incidente ho una vaga memoria perché ero molto piccolo. So solo che tutte le volte che dicevo: “Vado a Seveso” -io sono di Cinisello- mi rispondevano: “Attento!”. Quindi rispetto agli altri ho un rapporto meno personale e più distaccato col territorio e, in virtù di questo, posso dire, da esterno, che Seveso ha ricevuto, sì, un vantaggio dal disastro ambientale, ma solo sotto il profilo della rete che si è creata e delle pratiche di lavoro sul territorio, che poi hanno generato altre cose. Ovvero i due elementi, l’incidente e la trasformazione, non sono necessariamente correlati. Per dire, non è affatto scontato che Chernobyl abbia avuto le stesse opportunità, la stessa fortuna. Perché la forza scatenante è quella delle relazioni.
Ci potete raccontare dell’attività di Musicamorfosi?
Lele. Musicamorfosi è nata due anni fa all’interno dell’associazione Natur&, come esigenza di dare vita a un percorso e a un’esperienza musicale che non si esaurisse nello spettacolino fine a se stesso. Oggi Natur& si occupa principalmente del sociale, mentre le attività più culturali e musicali si sono staccate per motivi di crescita. Ed è con Musicamorfosi che si fanno iniziative musicali interessanti dentro il Bosco delle Querce.
Saul. Per me il Bosco delle Querce è sempre stato il luogo dell’incidente ma finché non ho letto la tesi di Max ho assorbito le informazioni con un certo distacco. Quello di Musicamorfosi oggi, e quello dentro Natur& prima, è stato il lavoro tipico del musicista che interpreta una passione per il ricordo e per il luogo e la trasforma in un evento. Perché ciò che ci ha uniti, in questi anni, è stata proprio la passione. Max, per dire, è uno che quando parla di Seveso o di Baruccana (il quartiere dove vive) gli brillano gli occhi, e anche a me, adesso, questa cosa tocca molto.
La nostra scommessa è stata su un piano politico, cioè attivare delle relazioni capaci di far rivivere la società civile, di farla riflettere su ciò che è accaduto per arrivare a qualcos’altro. Inventando degli eventi musicali, piuttosto che una musica, capaci di stare nelle relazioni, che si adattassero a quel luogo, a quelle relazioni, a quel modello. Quindi non l’evento comprato, importato, ma un evento nato già con le specificità del luogo e delle relazioni che lo abitano.
Mi par di capire che la relazione è al centro del vostro metodo di lavoro.
Saul. Sì, è proprio così. Il nostro metodo presta una grande attenzione alle relazioni, sia all’interno del gruppo di lavoro -dove di solito c’è un deserto molto aspro- sia dal punto di vista dell’ideazione, che permette di tenere presenti elementi che di solito non entrano nella progettazione artistica. I nostri interventi al Bosco delle Querce avevano un forte background di mediazione culturale e territoriale, di comprensione storica e sociale del territorio, e questo grazie alla forza che abbiamo ereditato dal gruppo che lavorava già su questo luogo.
Forse è per questo che un evento senza alcun nome di grido, ma progettato in una certa maniera e in un determinato luogo, ha avuto una grande forza di richiamo e ha suscitato persino l’interesse dei media.
Max. Noi ci chiedevamo: “Ma verrà qualcuno?”. Oltretutto, nella data prescelta, il 3 giugno, c’era un mega ponte e pensavamo che la gente fosse tutta fuori. Invece sono venute più di duemila persone, addirittura prima che iniziasse lo spettacolo c’era la gente fuori ad aspettare -poiché per poter iniziare doveva calare il buio.
Saul. L’idea di fare il Notturno al Bosco delle Querce è nata dall’esigenza di valorizzare il patrimonio ecologico nella consapevolezza della sua storia. Ci siamo detti: il Bosco delle Querce, nel giro di pochi anni, diventerà semplicemente un parco come tanti, dove i bambini andranno a giocare senza alcuna consapevolezza di ciò che vi è successo. Un progetto, quindi, che da una parte non intimorisse i sevesini, centrato esclusivamente sulla memoria, l’Icmesa e quant’altro, ma che, dall’altra, non fosse nemmeno l’evento calato dall’esterno, avulso completamente dal contesto.
Com’era caratterizzato?
Saul. Abbiamo agito in diverse direzioni. Prima di tutto abbiamo scelto un tipo di evento la cui fruizione non vincolasse il pubblico al tempo teatrale o a quello musicale, secondo l’idea di John Cage che “il pubblico è il pubblico, non sono piante, quindi può muoversi, parlare, chiacchierare”. Idea che, se è di difficile realizzazione in un teatro, all’interno di uno spettacolo frontale, è l’ideale in un bosco che permette di camminare, di spargere più fonti sonore in angoli diversi.
Poi c’erano performances, la serata storica, quella musicale, quella più culturale, e ancora proiezioni audio-video sugli alberi, le fronde degli alberi usate per animazioni che sembravano vive. E poi anche i video storici sull’incidente, che per fortuna non hanno avuto un effetto drammatico, non hanno spaventato o respinto i sevesini, anzi c’era chi andava direttamente lì per riconoscersi, per vedere se c’era quel tal video…
All’entrata abbiamo consegnato al pubblico la mappa delle varie realizzazioni: c’era l’angolo del jazz, un duo argentino, inserito in un’ambientazione da festa paesana, con tutte le luci appese, i cartoni animati musicati, poi tutta una fascia ipertecnologica, col morphing sugli alberi, un’arpa, le sculture di Claudio Borghi, in alluminio e lamiera, molto tecnologiche ma carnali, a differenza delle videoproiezioni che sono tecnologiche ma impalpabili. E poi c’era un angolo chiamato “Piccole catastrofi”, che non c’entrava niente con l’incidente di Seveso, si parlava di gioco del pallone e folletti, ma c’era un rimando, un doppio gioco continuo, perché appunto quel parco costituisce una grande contraddizione: è una meraviglia della natura, un’oasi nella città, ma è anche il frutto di un incidente tremendo, che ha segnato la vita delle persone. E con queste contraddizioni abbiamo giocato.
E il tutto in contemporanea; in certi punti del parco avevi anche tre fonti sonore, che poi si fondevano con il rumore dell’erba e delle foglie calpestate, per cui anche ciascun visitatore, negli intenti, era un produttore di suoni.
Al centro c’era l’orchestra grande della scuola di via Maffucci Pavoni di Milano, con un organico di circa 170 esecutori, tra ragazzi e ragazze, e un coro di una trentina di persone, che hanno cantato “La casa sotto la collina”, il pezzo composto per l’occasione da Gabriele Bazzi Berberi e dedicato proprio a quel luogo e ai fatti che vi erano successi.
Per fare questo la collaborazione con la scuola di via Maffucci era partita nell’ottobre del 2004.
Max. Quando siamo andati, io e Oriana, ad accompagnare i ragazzi della scuola di via Maffucci alla visita al Bosco, eravamo un po’ incerti: per ragioni di tempo non abbiamo potuto fare il preventivo intervento in classe e ci chiedevamo: come si fa a raccontare a dei ragazzini milanesi di undici anni, e in due ore di visita, tutto quello che era successo in quel luogo, facendo un mix tra la storia e la natura? Ci pareva un’impresa impossibile. “Chissà -ci dicevamo- abbiamo perso tempo e lo abbiamo fatto perdere”. Invece i risultati sono stati entusiasmanti. E quando hanno cantato “La casa sotto la collina”, ci siamo emozionati molto.
Oriana. E’ vero, i messaggi arrivano anche se il tempo è poco. I ragazzi sono rimasti veramente colpiti e hanno scritto delle poesie bellissime. E soprattutto hanno capito che il Bosco delle Querce non era soltanto il parco dove avrebbero dovuto suonare le serate dei notturni, ma aveva una storia dietro. Infatti la cosa che li ha più colpiti sono state le vasche: quasi tutte le loro poesie erano dedicate ad esse. Alla casa, ai pezzi di casa sepolti lì sotto. Perché poi nelle vasche ci sono i pezzi di storia delle persone, i mobili, i giochi. Noi infatti avevamo preso spunto proprio da questi, come sempre facciamo quando parliamo ai bambini. “Pensate -gli diciamo- se le vostre camerette, i vostri giochi, le vostre playstation dovessero finire nelle vasche! I giochi dei bambini del ‘76 ci sono finiti”. E alla fine le poesie hanno parlato proprio di questo.
Altri progetti?
Simona. Un progetto importante è costituito dai campi internazionali di Legambiente Lombardia. Già dal 2003 organizziamo dei campi internazionali qui a Seveso. Di solito le mete più ambite sono Lampedusa, la costiera Amalfitana o Roma. La nostra sfida, invece, è stata quella di organizzare dei campi internazionali a Cinisello Balsamo o a Seveso. E adesso ce ne sono 46 e addirittura la Lombardia è la regione che ha più campi in Italia. Sono campi di circa tre settimane, adesso però ci sono anche volontari a lungo termine, che stanno dai sei ai nove mesi. Ora, ad esempio, Seregno ospita due o tre ragazzi europei che vogliono vivere un’esperienza di ambientalismo in Lombardia.
Sono ragazzi giovani, di 22-23 anni, nati tutti dopo l’incidente, e quindi completamente inconsapevoli. Grazie a loro, è stata la prima volta, dopo 27 anni, che qualcuno ha dormito nel Bosco delle Querce, cioè la zona più inquinata di Seveso, quella evacuata, in cui sono state distrutte tutte le case. Entravano nello chalet in mezzo al bosco e tutti erano felici, il posto era bellissimo. Nei primi giorni, dell’incidente non gli avevamo raccontato niente, ci eravamo detti: “Aspettiamo un attimo, vediamo come reagiscono”. Dopo una settimana abbiamo organizzato un incontro con Max, che gli ha raccontato la storia del luogo e gli ha portato un po’ di foto dell’epoca. Di lì, anche con loro, è iniziato il percorso della memoria, e loro hanno cominciato a percepire il Bosco in modo diverso, dicevano “Ma come? Qui c’è una discarica? Ma noi eravamo lì a prendere il sole”. Erano molto impressionati dalle foto, le tute bianche, il filo spinato, poi noi che eravamo i testimoni diretti… E sono tornati a casa consapevoli non solo di aver fatto volontariato e manutenzione del verde ma di essere stati nel paese del primo disastro ambientale della storia europea.
Il secondo anno è stato più facile, c’erano già i pannelli bilingue, però anche lì non c’era nessuno che conoscesse la storia di Seveso.
L’anno scorso c’è stata un’evoluzione ulteriore perché abbiamo fatto il percorso guidato aperto al pubblico e hanno partecipato anche dei cittadini di Seveso incuriositi dall’esperienza. In più, qualcuno tra i ragazzi del campo era informato sui fatti di Seveso, quindi erano più preparati. Quest’anno avremo addirittura la guida bilingue sul Bosco delle Querce e quindi potremo lasciare ai ragazzi qualcosa di scritto.
Lele. Un’ ultima cosa. L’anno scorso, in un cinema di Seveso, abbiamo proiettato Gambit, della regista svizzera Sabine Gisiger, un film documentario su Seveso, imperniato sulla figura di Jörg Sambeth, il direttore tecnico della Givaudan di Ginevra, di cui l’Icmesa di Seveso era una società affiliata (a sua volta controllata dalla svizzera Roche), ed erano presenti sia la regista che Sambeth (il film è tratto da un libro che Sambeth ha scritto proprio sull’incidente dell’Icmesa). E mi ha colpito la gentilezza del pubblico verso questa persona, che è stata accolta da un applauso. E’ emerso con chiarezza il lavoro incredibile fatto a Seveso in questi anni. Dieci-quindici anni fa quella serata non si sarebbe sicuramente potuta fare, sarebbe venuto giù il cinema.
Simona. Lì è stata brava la regista a suscitare delle emozioni, per cui la gente non è riuscita a vedere Sambeth come un colpevole da fustigare.
Max. Per noi è fondamentale essere liberi da ideologie. Questo ci ha permesso di dialogare con tutti. Chiunque ci chiama e vuole confrontarsi con noi, trova accoglienza, non ci sono scelte di campo. Per dire, con Sabine Gisiger abbiamo collaborato come Legambiente. Non facciamo scelte di campo sull’esserci, decidiamo di esserci. Poi ognuno rimane nelle proprie posizioni.
E chiudo con questo esempio, che secondo me è pregnante: i pannelli del Percorso della Memoria del Bosco delle Querce. I pannelli hanno rappresentato l’ultima fase del percorso che ha portato alla realizzazione del parco. E’ solo dal 2001 che cominciamo a dirci: “Dobbiamo assolutamente metterci dei pannelli illustrativi”, ed è nel 2004 che il progetto si conclude con la loro installazione. Questo perché, come circolo Legambiente, ci siamo sempre chiesti: “Che diritto abbiamo di rivendicare l’esclusività della narrazione?”. Allora abbiamo deciso di farci aiutare da un’equipe di esperti, uno psicologo, un sociologo e un assistente sociale.
Da questa proposta è nato un comitato di dieci persone di Seveso, non legate alla vita politica ma riconosciute dalla comunità come affidabili. C’era Gemma Beretta, c’era l’ex presidente del Cai, l’edicolante di Baruccana, una signora che fa un lavoro sociale, c’era Letizia Maderna, una preside ormai in pensione, che rappresenta un’istituzione della cultura sevesina, oltre a esponenti di associazioni. Ebbene, questo comitato, in un anno e mezzo di lavoro, ha costruito i testi dei pannelli, dopodiché li abbiamo sottoposti al giudizio della comunità mediante dei questionari. E i pannelli che dovevano essere dieci sono diventati undici perché alla domanda aperta “Cosa vi ha insegnato l’esperienza di Seveso?”, le risposte sono state così intense che abbiamo deciso di riportarle sull’undicesimo pannello. Ecco, la ricchezza del lavoro fatto in questi dieci anni sta proprio tutta qui. Se mi limito alla relazione storico-accademica non faccio un lavoro utile per la comunità. Quando vai a raccontare la storia ai bambini di sette anni devi utilizzare altri strumenti, i giochi, le favole. E’ questo il modo per portare la possibilità di coscienza a chi ci sta intorno.





L’acqua, che nei prossimi anni diventerà sempre più scarsa per via dell’inquinamento e del riscaldamento del pianeta, che già oggi manca a intere popolazioni del pianeta, la si è voluta considerare un "bene economico” da cui trarre profitti. Una scelta catastrofica, da fermare finché si è in tempo per evitare guerre e carestie, in nome del principio che l’acqua è "bene comune” della popolazione. Intervista a Emilio Molinari.










lo Svassum Maggiore

della mente


a chilometro



















