









UNA CITTÀ n. 138 / 2006 AprileIntervista a Henri Eckert
realizzata da Massimo Tesei
LA VULNERABILITA’
A maggior ragione se si è andati a scuola e si aspira a essere cittadini a tutti gli effetti, è intollerabile la sensazione di essere sistematicamente svantaggiati. La ditta inizierà da te per lasciare a casa qualcuno, la polizia ti chiederà i documenti sempre... Le ragioni della rivolta delle banlieue sono lì. Il caso emblematico di Marsiglia che, pur nella relativa povertà, è “città” anche nelle sue periferie. Intervista a Henri Eckert.
Henri Eckert, sociologo, è membro del Centre d’études et de recherche sur les qualifications, Céreq. Vive a Marsiglia.
La rivolta delle banlieue ha preso avvio il 17 ottobre del 2005, in seguito alla morte di due giovani in fuga dalla polizia. Cos’è successo esattamente quella sera?
Non è ancora stato definitivamente chiarito quello che è successo, ma la versione più accreditata è che c’era un gruppo di giovani che dopo aver giocato a calcio si stavano dirigendo verso casa. Avevano fretta perché affamati e assetati. Essendo perlopiù musulmani e quindi in ramadan, verosimilmente avevano mangiato la mattina prima delle sei e poi per tutta la giornata non avevano né mangiato né bevuto... erano ansiosi di raggiungere la festa serale, in cui si mangia tutti assieme. Io abito a Marsiglia, in centro, e durante il periodo del ramadan vedo le pasticcerie la sera: montagne di dolci, i loro dolci con l’olio e il miele, buonissimi.
Quello che quei ragazzi non potevano immaginare è che nelle stesse ore qualcuno aveva chiamato la polizia denunciando o paventando un furto nel cantiere accanto (poi sembra che questo furto non ci sia nemmeno stato), e allora la polizia si è mobilitata. Si sono precipitate le Bac (Brigades Anti-Criminalité), gruppi addestrati per intervenire rapidamente in caso di furti e delinquenza urbana. I giovani li hanno visti arrivare e sono scappati. Probabilmente qualcuno era senza documenti e in questi casi la prassi è trattenerli per lunghe ore, insomma non hanno voluto correre questo rischio e hanno preferito la fuga. La maggior parte di loro sono stati comunque fermati dalla polizia. Purtroppo, tre di questi hanno avuto l’infausta idea di scavalcare un muro e -nonostante i molteplici cartelli che avvertono del pericolo di morte- rifugiarsi in un trasformatore dell’elettricità dell’Edf. Due sono morti folgorati, il terzo è rimasto gravemente ustionato. Nella notte è esplosa la rabbia dei giovani del quartiere che hanno attaccato la caserma dei vigili del fuoco e incendiato alcune macchine.
La rivolta è uscita subito dal quartiere Epinay-sur-Seine “infiammando” le banlieue francesi. Nei giorni a seguire le violenze si sono propagate alle “zone urbane sensibili” (Zus) di quasi tutte le maggiori città francesi. Le Zus sono territori “infra-urbani, di solito quartieri ben delimitati all’interno della città; la definizione nasce a scopo politico-amministrativo; queste zone infatti sono soggette a specifiche “politique de la ville”. In Francia ce ne sono più di 750.
Tornando all’episodio, la dinamica dell’epilogo è ancora poco chiara. Inizialmente la polizia ha affermato che questi giovani avevano rubato materiale dal vicino cantiere (fatto non provato) per poi invece dire che non li aveva nemmeno inseguiti. Tutta questa menzogna, denunciata dagli avvocati del ragazzo sopravvissuto, ha concorso a scatenare la rabbia dei giovani, che non ci hanno creduto e hanno chiesto giustizia, in particolare di essere trattati come tutti i cittadini che vivono in Francia.
Questo episodio è quasi un esempio archetipico di quello che accade in questi quartieri: disagio sociale ed economico, tensione latente e un rapporto con la polizia assolutamente non “normale”.
In queste zone l’impressione è che il conflitto sia sempre sul punto di scoppiare. E quando qualcuno muore, la rabbia e le tensioni esplodono in tutta la loro potenza. E’ già successo: due, tre ragazzi rubano un’auto, la polizia li intercetta, li insegue, infine, nell’impossibilità di bloccarli, spara contro la macchina e ci scappa il morto. Ecco, i giovani in questione sono evidentemente colpevoli di un reato, hanno rubato una macchina, ma non meritano la pena di morte. Di qui la ribellione: non vogliono essere trattati così. Hanno l’impressione di non essere cittadini come gli altri, di non avere gli stessi diritti.
C’è davvero un accanimento della polizia francese contro questi giovani? Come si spiega un rapporto di tale reciproca diffidenza?
E’ una questione molto complessa e delicata. Intanto c’è forse un primo problema rispetto alla missione: le polizie nazionali francesi (police urbaine, Crs, gendarmerie mobile) hanno come primo mandato la difesa dello Stato.
In questa prospettiva i disordini non vengono mai considerati come l’espressione di un disagio sociale, ma immediatamente come azioni sovversive di gruppi delinquenziali.
C’è quindi anche proprio un problema culturale. Bisognerebbe riprendere un dibattito serio sulla “polizia di prossimità”, perché la maggior parte della gente che vive in questi quartieri, che siano francesi autoctoni o che abbiano acquisito la cittadinanza, alla fine vogliono solo vivere in pace. Questo clima di diffidenza è pesante per tutti. C’è stato un tentativo di istituire una specie di “poliziotto di quartiere”, che conosca gli abitanti della zona, in grado di parlare con i giovani, una figura che possa diventare un punto di riferimento, e non un nemico. Sarebbe una svolta importante.
(A scanso di equivoci, preciso subito che esiste anche un problema reale di ordine pubblico. Il giorno in cui sono morti i due ragazzi, i media hanno dato anche un’altra notizia: un uomo era stato ucciso nel tentativo di rubargli la telecamera: dei teppisti lo hanno picchiato e lui è morto prima di arrivare all’ospedale).
A mio avviso comunque qui l’aspetto più interessante, e rilevante, è il modo in cui si sono venute a configurare le “interazioni” tra giovani e polizia, soprattutto nelle banlieue. Intanto l’idea per cui le periferie sarebbero “zones de non-droit”, dove la polizia non entra, non corrisponde alla realtà. Le forze dell’ordine sono molto presenti in queste zone e le loro modalità di intervento “ordinario” prevedono: ronde frequenti, ripetuti controlli d’identità, perquisizioni personali, ecc., per non parlare delle provocazioni e degli insulti razziali, che purtroppo risultano essere piuttosto frequenti.
Nel campo della sociologia c’è una corrente, detta appunto “interazionista”, che studia la società partendo dal punto di vista dell’individuo. Tra questi c’è Erving Goffman, che applica un approccio “drammaturgico” all’interazione sociale (ha scritto un libro molto bello sulla “messa in scena dell’ostilità” nella vita quotidiana, che avviene tramite tutta una serie di “riti sociali”). Ecco, Goffman ad esempio, sostiene che in questa faccenda è molto importante il fatto di “salvare la faccia”. E in effetti, nei tafferugli tra giovani e polizia, spesso l’innesco, ma anche la posta in gioco, è proprio questa.
Di qui anche la facilità con cui, da una parte e dall’altra, si oltrepassa la misura. Più grave, evidentemente, nel caso della polizia, che agli occhi del ragazzo diventa a quel punto davvero un nemico. Tutto questo crea una forte solidarietà tra i giovani (anche perché è accaduto a quasi ciascuno di dover mostrare i documenti senza un motivo apparente). Spesso a un intervento della polizia, segue così una reazione compatta e solidale che talvolta coinvolge anche la popolazione (in realtà stretta tra due fuochi). Quando la polizia arriva in un quartiere di periferia, casomai perché alla ricerca di un delinquente vero, i giovani vivono questa presenza come una specie di invasione e, prima ancora di appurare e valutare la legittimità dell’intervento, lo boicottano, gettando bottiglie e sassi contro la polizia. Talvolta gli scontri cominciano così. Si crea immediatamente una solidarietà con la vittima della polizia, il primo riflesso è questo, oltre a quello di difendersi.
Del resto parliamo di giovani che quando vanno in città sanno già che se incrociano un poliziotto, i primi (e casomai gli unici) ad essere controllati saranno loro. Nelle stesse banlieue è possibile essere controllati due o tre volte al giorno, magari da poliziotti che conoscono benissimo le generalità del “fermato”. E’ qui che scatta la messa in scena di ostilità e virilità, con l’annesso bisogno di “salvare la faccia”, di non cedere al rapporto di forza, di cui parlavo prima: il poliziotto conosce quel ragazzo eppure regolarmente gli chiede i documenti; il ragazzo allora esita, prende tempo; il poliziotto lo intima una seconda volta, con un tono più aggressivo, l’altro sorride…
Il dato più grave è che ormai la situazione si è deteriorata a un livello tale, che la presenza, il modo di intervenire della polizia, lungi dall’essere la soluzione, è diventata parte del problema.
Quanto conta la contingenza economica, il problema della disoccupazione, della precarietà, nell’alimentare questo disagio?
Prima ho menzionato le “zone urbane sensibili”. Ebbene, dalle inchieste sull’occupazione risulta molto chiaramente che nelle Zus il tasso di disoccupazione è molto sensibile alla congiuntura economica generale. Alla fine degli anni ’90, inizio 2000, durante il periodo di forte ripresa economica, la differenza tra il tasso di disoccupazione nelle Zus e nelle altre parti del Paese si era molto assottigliata. Le Zus insomma, e quindi i giovani immigrati (ma non solo), funzionano come un serbatoio di manodopera: utile quando diventa necessario…
Questo fenomeno va poi inquadrato in una cornice più generale, che è quella della deregolarizzazione del mercato del lavoro, che non coinvolge solo la Francia.
Faccio un esempio: nel 2000-2001 l’economia francese era in buono stato di salute, una ditta come la Peugeot per sfruttare la buona congiuntura (la 307 si vendeva benissimo in tutta Europa) avrebbe avuto bisogno di assumere manodopera in massa, ma temendo che la cosa non durasse, anziché assumere (come era avvenuto in passato) è andata dalle imprese interinali a cercare personale per un massimo di 18 mesi. Lo stesso discorso si potrebbe fare per la Citroen o per altre imprese. La morale è che, finita la fase di crescita, eccetto quelli assunti a tempo indeterminato, agli altri è stato detto: “Siete stati bravi, grazie, ma adesso non abbiamo più bisogno di voi”.
Cito queste vicende perché sono emblematiche e drammaticamente attuali per capire le ultime evoluzioni, non ultima il fatto che tale disagio non riguarda né solo i giovani immigrati, né solo i giovani disoccupati.
Due sociologi francesi, Stephane Beaud e Michel Pialoux, autori di un’inchiesta durata vari anni alle officine Peugeot di Sochaux-Montbéliard (dove, non a caso, il partito di Le Pen ha sfondato) recentemente sono tornati a denunciare il problema di una congiuntura “viziosa” che interessa molteplici aspetti: “la ricorrenza delle violenze urbane da quindici anni in Francia si iscrive in un ordine delle cose che rimanda a fenomeni strutturali quali: disoccupazione dei giovani non diplomati o meno qualificati, precarietà senza uscita, aggravarsi della segregazione urbana, insuccesso scolastico, impoverimento e destrutturazione delle famiglie popolari che vivono negli Hlm (habitation à loyer modéré, locazioni ad affitto contenuto, Ndr), discriminazione all’assunzione e razzismo ordinario, ecc.” (La Dispute, 2006).
La Francia è un paese di vecchia immigrazione. Ricordiamo solo i tanti italiani venuti a lavorare qui già alla fine dell’800, inizio ‘900; anche questa emigrazione non sempre è stata accolta molto bene, per quanto oggi un nome italiano non faccia più alcuna differenza: sei francese lo stesso.
La Francia ha sempre avuto bisogno di manodopera che è andata a cercare più a sud, in Spagna, in Italia, in Portogallo, o più a est, in particolare in Polonia (questo per precisare che non c’è solo il dato coloniale). Il fenomeno migratorio ha avuto un’impennata negli anni ‘60-70 per via dello straordinario sviluppo che ha vissuto il Paese.
Jean Fourastié, un economista francese, coniò l’espressione “Les Trente glorieuses”, i trent’anni gloriosi per il trentennio dal dopoguerra al 1973, a cui sarebbero seguiti i “trent’anni pietosi”…
Quindi il dato congiunturale conta eccome perché essere assunti e rimandati a casa a seconda del trend economico crea un’instabilità molto forte che incide notevolmente sulle stesse condizioni di integrazione. Le recenti vicende del Cpe sono piuttosto emblematiche al riguardo.
Trent’anni fa, anche se il lavoro era molto pesante, era una sicurezza, per cui gli immigrati tenevano duro e anche se incontravano problemi di integrazione, riuscivano a trovare il modo di vivere e di stare in questo Paese. In qualche modo si sistemavano. Oggi non è più così: fino a che un giovane ha un lavoro va bene ma poi quando il lavoro finisce?
Tu sostieni che la stessa massificazione, democratizzazione della scuola francese ha giocato in modo imprevisto, in che senso?
Fortunatamente nei paesi occidentali è ormai la totalità dei giovani ad andare a scuola e per un tempo sempre più lungo (oggi in Francia bisogna aver compiuto i 16 anni per lasciare la scuola). Quindi tutti vanno alla scuola primaria poi al collegio e infine al liceo o a fare la formazione professionale. Qual è allora il problema? Che questi giovani escono con l’illusione che quel titolo di studio (che i loro genitori casomai non avevano) li aiuterà a trovare più facilmente un lavoro adeguato. Purtroppo però le cose non stanno più così: il lavoro è diminuito e quindi le loro aspettative vengono presto deluse: alla fine, paradossalmente, i loro titoli di studio hanno poco valore.
Le politiche pubbliche a favore dell’impiego, dagli anni ’70 in poi, si sono concentrate per garantire un lavoro “sicuro”, cioè a tempo indeterminato, alle persone tra i 30 anni e i 50/55, così da sottrarle alle variazioni cicliche dell’economia. Il risultato è stato che a subire l’impatto del mercato sono rimasti i lavoratori (e i disoccupati) sotto i trent’anni, che oggi (assieme agli anziani) costituiscono la categoria più debole. Anche sul piano psico-sociale: un regime di precarietà impedisce anche solo di immaginare una vita futura. I giovani che oggi si presentano sul mercato del lavoro sono in balia della dinamica “appel/rejet” (richiesto/respinto) che può essere anche molto brutale. In particolare quelli senza diploma o con diplomi “deboli”.
E’ stato denunciato anche un problema di discriminazione nell’accesso al lavoro, purtroppo molto difficile da individuare. Il Cereq ha compiuto degli studi comparando la situazione dei giovani neodiplomati usciti dalla scuola nello stesso momento a seconda delle origini.
Certo, la questione della “svalutazione” dei diplomi è una faccenda seria: i giovani francesi escono dalla scuola sempre più tardi e quindi con titoli sempre più elevati. Nel frattempo però il mercato del lavoro ha subito trasformazioni radicali e quindi le nuove generazioni non hanno più la garanzia di ottenere posti vantaggiosi, come era accaduto ai loro genitori. Non a caso si parla di “svalutazione intergenerazionale dei titoli”. Per non parlare di chi lascia la scuola in anticipo o non conosce adeguatamente né il sistema formativo né gli andamenti e le opportunità del mercato del lavoro. I figli degli immigrati sono le prime vittime di questo processo.
Al concetto di precarietà, povertà, tu anteponi quello della “vulnerabilità”. Puoi spiegare?
Cynthia Fleury, filosofa, ha definito il precario come colui che non semplicemente subisce il depauperamento, ma che è vulnerabile là dove l’altro è protetto. La cito: “Se i giovani dei quartieri di periferia hanno ceduto alla violenza, è perché, da tempo, non vedono altro che arbitrarietà”, l’arbitrarietà del poliziotto, come quella di uno Stato che dimentica le scuole delle banlieue, per dire.
Quindi precario è in primo luogo chi è vulnerabile. Robert Castel, sociologo, qualche anno fa ha scritto un libro bello e importante, Les métamorphoses de la question sociale, centrato appunto sul concetto di vulnerabilità: nodo della questione sociale odierna perché vi si congiungono la precarietà del lavoro e la fragilità delle relazioni interpersonali.
Da anni assistiamo ad un processo, destinato ad estendersi, di destabilizzazione di settori importanti del mondo del lavoro; per i giovani in particolare, l’alternanza di lavori intermittenti e di periodi di disoccupazione è oramai frequentissima. Ma oggi chi perde il lavoro rischia di perdere molto altro: la casa e con essa, nei casi più drammatici, anche le relazioni più strette. Un giovane che lavora sei mesi e poi per tre mesi è disoccupato e poi trova un altro lavoro, è estremamente vulnerabile perché cammina su un crinale scivoloso sotto tanti punti di vista. In questo senso il concetto di “povertà” mi sembra molto meno efficace di quello di “vulnerabilità”.
Spesso nei dibattiti porto questo esempio: due giovani che hanno conseguito lo stesso diploma o qualifica professionale si incontrano per caso in città e la domanda di rito è ovviamente: “Hai trovato lavoro?”. Ebbene qui le risposte possibili, drammatizzando, sono due. Uno può dire: “Sì sono a posto, va tutto bene, ora sono anche fidanzato, inizio a pensare di comprarmi la casa, perché pare mi concedano il mutuo…”. E l’altro: “Ho lavorato sei mesi poi sono rimasto senza lavoro, poi ho lavorato altri due mesi…”, di prospettive ovviamente neanche l’ombra. Poi vai a sapere se tutto questo accade perché quest’altro abita in un quartiere “sensibile”, perché si chiama Mohammed invece di Maurice o Marcel. Certo il sentimento sarà quello di non godere degli stessi diritti dell’altro, e di essere appunto vittima di un atto di arbitrarietà; nelle mani “di chi dispone di un potere abusivo e discrezionale”, come direbbe Cynthia Fleury.
Certo, ci sono anche quelli che dicono: oggi ormai viviamo nella società del rischio, quindi bisognerà cambiare lavoro molte volte nella vita, casomai spostandosi, eccetera. Il punto è che se non si tiene conto del fattore “vulnerabilità”, questo è un discorso puramente ideologico, perché forse sarebbero in molti a essere disposti a cambiare città e lavoro, ma i rischi non sono gli stessi per tutti.
Lo stesso discorso sulla necessità di “rischiare” è pretestuoso perché di fatto dimentica le differenze sociali che ci sono già dall’inizio, i vari handicap: non tutti hanno le stesse opportunità e non tutti sono vulnerabili allo stesso modo. Ecco, in Francia oggi alcuni ceti sociali stanno scontando una vulnerabilità eccessiva.
Tu vedi una qualche saldatura tra la rivolta delle banlieue e le recenti manifestazioni contro il Cpe, il Contratto di primo impiego?
Finora io non l’ho vista, ma è presumibile che qualcosa del genere accada. Perché alcuni elementi del disagio sono comuni e un contesto di scarsità della richiesta di “manodopera” sul mercato del lavoro favorisce una “porosità” tra questi gruppi di giovani. La dinamica “intermittente” occupazione/disoccupazione può avere effetti perversi. Nei periodi in cui un giovane è senza lavoro può infatti capitare che finisca in qualche giro poco raccomandabile e commetta qualche sciocchezza, piccoli furti, raid con le auto, ecc.
Del resto alla rivolta delle banlieue hanno partecipato anche giovani di diversa estrazione sociale. Il tema della “solidarietà” vale anche qui.
D’altra parte, va anche ricordato che durante le ultime manifestazioni alcuni giovani sono arrivati dalle periferie soprattutto per rubare cellulari e altro. Questo per alcuni è stato uno shock, perché nessuno avrebbe pensato che dei giovani potessero attaccare altri giovani in un contesto di protesta, eppure...
Quindi, direi che per il momento ci sono due movimenti distinti, poi vedremo…
Come sono state vissute queste vicende nella tua città, Marsiglia?
Come accennavo all’inizio, il fenomeno non è stato solo parigino: pur essendo iniziato nella zona “93”, come la chiamano i giovani, l’incendio si è presto diffuso in tutta la Francia interessando 40 dipartimenti su 95, e quasi tutte le grandi città, ma non Marsiglia. A Marsiglia non è successo niente e anche questo forse è un dato interessante, data la concentrazione di “figli di immigrati” e di giovani nati in Algeria, Marocco, ecc. e arrivati qui a cinque o sei anni.
Secondo me la città è rimasta “immune” per due ordini di ragioni. Una quasi urbanistica: le periferie di Marsiglia non sono vere periferie. La stessa zona nord comprende quartieri con palazzi alti, costruiti negli anni 80, attorno ai quali ci sono aree isolate e poi di nuovo case più piccole, costruite in periodi precedenti. E comunque, anche in queste zone sei sempre “a Marsiglia”, non c’è quella separazione (che spesso dà proprio la sensazione di essere “tagliati fuori”) tra città e banlieue tipica delle altre grandi città. Credo che questo fattore abbia una sua rilevanza sul piano simbolico.
In secondo luogo (ma forse è il fattore più importante), nei quartieri potenzialmente più a rischio di Marsiglia ci sono tantissime realtà impegnate nell’integrazione. Sono associazioni di vario tipo, sportive, culturali, politiche anche, e direi che lavorano bene.
Tra parentesi, anche nelle banlieue parigine c’è una nuova generazione di trentenni (tra i quali anche diversi laureati) che hanno scelto di impegnarsi nei loro quartieri. Sono bravissimi ragazzi, i cosiddetti “fratelli maggiori”, che, spaventati e preoccupati dalla rabbia montante dei più giovani, nei giorni peggiori hanno cercato di reindirizzare il loro disagio convincendoli che incendiare le auto o la scuola o la caserma dei vigili del fuoco non era la soluzione.
Tornando a Marsiglia, un ulteriore elemento di riflessione è che per i suoi abitanti questa città rappresenta un fattore identitario: alla domanda su come si definiscono, i miei concittadini tendono a rispondere “marsigliesi”, “algerini e marsigliesi”, “portoghesi e marsigliesi”, prima ancora che francesi. La città è proprio un punto di riferimento, un elemento di unità, di coesione per tutti quelli che ci vivono.
Talvolta sembra davvero che Marsiglia sia qualcosa d’altro rispetto alla Francia. Da noi gira una barzelletta: un giovane arriva a Marsiglia (mettiamo dall’Algeria) e subito chiama il padre per rassicurarlo sul fatto di essere arrivato: “Va tutto bene”, eccetera eccetera, dopodiché, alla fine del dialogo, il padre gli chiede: “E adesso che fai?”, “Adesso vado in Francia”.
Non so se è veramente così. Certo Marsiglia è diversa da qualsiasi altra città francese, intanto perché è molto più povera. Io sono vissuto a Strasburgo e Parigi: sono città molto ricche, e si vede. Ecco, la cosa che mi ha stupito quando sono arrivato a Marsiglia era che lì invece “si vede” la povertà. Io sono originario dell’Alsazia e sono venuto a vivere qui nel ‘92, quando il tasso di disoccupazione era superiore al 20%, che vuol dire che ogni volta che contavi quattro persone sapevi che la quinta era disoccupata, una percentuale importante insomma. E, ripeto, tutto questo si vedeva: i palazzi, spesso anche di pregio, erano fatiscenti, la gente trasandata, le vie… non è mai stata una città molto pulita: uno esce dal tabaccaio, e butta la carta del pacchetto delle sigarette per terra. Ma bastava guardare il volto della gente, i vestiti… Tante volte ricordo di essere sceso per il viale principale della città chiedendomi: “Ma dove avrà dormito questo stanotte?”, perché qualcuno sembrava senza casa, le facce già stanche al mattino, una fatica che si leggeva nei volti delle persone... Eppure a Marsiglia non è successo niente.
Quello che è accaduto nelle banlieue segnala l’ennesima crepa nel modello universalista francese?
Non sono molto d’accordo. Intanto perché sommosse analoghe sono accadute anche in Inghilterra e Stati Uniti, dove forse hanno addirittura avuto una maggiore connotazione razziale. Ammetto di non saper rispondere adeguatamente, io però personalmente rimango convinto che il modello di integrazione francese sia migliore di quello anglosassone.
Tra l’altro l’analisi può essere facilmente ribaltata: questi giovani, questi immigrati, chiedono la cittadinanza francese. Nel 1990 a chiedere la cittadinanza francese era il 4,6%; nel 1999 l’8%, quasi il doppio. Io ho studiato per due anni italiano a Strasburgo e ricordo di un’amica, il cui padre, italiano, pur essendo vissuto tutta la vita in Francia, non aveva mai voluto chiedere la cittadinanza, voleva rimanere italiano.
E’ un atteggiamento del resto comprensibile. Ma qui parliamo dei “figli” degli immigrati e loro “vogliono” diventare francesi. Cioè per me è proprio qui che scatta la frustrazione: nel fatto che non si sentono trattati come cittadini francesi, quando invece è questa la loro, per quanto contraddittoria -e però legittima- aspirazione.
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