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storie

  

UNA CITTÀ n. 138 / 2006 Aprile

Intervista a Mordechai Morale Bar-on
realizzata da Francesco Papafava, Asher Salah

IL PRIMO A SION...
I genitori emigrati nel 1924, la nascita in Palestina, il kibbutz e la gioventù comunista, l’arruolamento, da ragazzo, nei battaglioni formalmente inquadrati nell’esercito britannico, poi la guerra del 48 e una carriera nell’esercito scandita dal 56, il 67, il 73, l’82. Gli studi storici, la convinzione della necessità di uno Stato palestinese, l’impegno pacifista e la fedeltà al sionismo... Intervista a Mordechai Morale Bar-on.

Mordechai Morale Bar-On, sabra, nell’Hagana fin da ragazzo, è stato il più giovane comandante di compagnia nella guerra del ‘48. Noto critico militare, responsabile dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore e quindi capo dell’Ufficio Educazione dell’Esercito israeliano, dal 1977 è membro di Peace Now. Sua l’introduzione del volume Dal sogno alla realtà. Lettere ai figli combattenti. Israele 1947-1948, di Gualtiero Cividalli, (a cura di Francesco Papafava), La Giuntina, 2005. L’intervista è stata fatta prima delle ultime elezioni palestinesi e israeliane.

Ci può raccontare un po’ della sua infanzia. Lei è nato in Palestina?
Sì, nel 1928, quando ancora vigeva il mandato britannico sulla Palestina. I miei genitori arrivarono dalla Germania nel 1924. Mio padre era un sionista, e mia madre una cattolica tedesca che si era convertita all’ebraismo prima del matrimonio. Credo che pensassero che la loro vita insieme sarebbe dovuta cominciare in un nuovo paese lasciandosi alle spalle l’Europa. Gran parte della mia famiglia ebraica rimasta in Europa venne distrutta, ma anche molti dei miei parenti cattolici morirono durante la guerra o diventarono profughi. I miei genitori invece vissero una vita piena di soddisfazioni e riuscirono a veder crescere i propri figli, realizzarsi e formare a loro volta delle famiglie altrettanto realizzate. Sia per loro che per noi il sionismo era la strada giusta da percorrere.
L’inizio non fu facile e mia madre pianse per tre giorni quando arrivò qui, anche perché nel 1924 la Palestina era un paese povero e desolato. Ma lentamente si abituò alla situazione e divenne un’ardente sionista.
Io crebbi in un piccolo villaggio che a quei tempi chiamavamo moshav che, in ebraico, significa “colonia”. Il termine non aveva ancora quella connotazione negativa che ha assunto oggi e ci sentivamo orgogliosi di essere stati capaci di creare una “colonia”. Il mio moshav si chiamava “Rishon le Zion” (significa “Il primo a Sion”). Era un ambiente prevalentemente rurale e agricolo: piccoli campi di cedro, vitigni, pollai. Ricordo ancora l’odore dolce dei fiori di cedro in primavera e quello del vino fresco in estate. I miei genitori, comunque, non erano contadini. Mio padre era un ingegnere specializzato nel settore dell’equipaggiamento pesante, trattori e camion. Eravamo dei piccoli borghesi, se vuole. Avevamo una piccola casa con un campo di alberi da frutto e qualche animale per uso domestico. Mio padre era uno dei pochi cittadini della colonia che aveva sempre avuto una macchina.
Come ogni ragazzo e ragazza della comunità ebraica in Palestina, nel 1942, all’età di 14 anni, entrai nell’Hagana, la milizia militare ebraica clandestina. Partecipai ai cosiddetti “Battaglioni della Gioventù”. I miei fratelli più grandi entrarono nell’esercito britannico e combatterono a fianco della Brigata Ebraica in Italia, vicino a Ravenna e Bologna, lungo il fiume Senio. Io ero ancora troppo giovane. Nei Battaglioni della Gioventù veniva dato un addestramento militare che non prevedeva ancora l’uso delle armi. Venivamo utilizzati come segnalatori e corrieri. All’età di 16 anni entrammo in un’unità chiamata Unità sul Campo dove imparammo a usare fucili e piccole mitragliatrici. In quel periodo continuavo a studiare al Ginnasio e, naturalmente, vivevo ancora a casa.
Le missioni che venivano affidate alle Unità sul Campo erano: nascondere armi illegali e ricevere gli immigrati clandestini che sbarcavano di notte in qualche spiaggia isolata, e che venivano nascosti tra le famiglie dei veterani prima dell’alba. Collaboravamo anche alla costruzione di nuovi insediamenti. Dovevamo costruire i nuovi villaggi di notte e assicurarci che al mattino seguente ci fossero qualche casa di legno, un muro difensivo e dei recinti, una torre di controllo per le comunicazioni e i segnali d’allarme, nel caso gli arabi o gli inglesi avessero cercato di intervenire.
Alla fine del 1945, all’età di 17 anni, venni mandato ad un corso di addestramento speciale per diventare caporale. Il corso durava dieci settimane e veniva tenuto in un kibbutz del sud.
Facevo parte anche di un’unità speciale di perlustratori. Il nostro compito era di raccogliere informazioni sui villaggi arabi della nostra regione. Nel 1946 l’Hagana stava già predisponendo un piano contro gli arabi palestinesi che non escludeva la possibilità di dover attaccare quei villaggi. Si trattava di preparare un dossier su ogni villaggio arabo: mappe dettagliate, descrizioni delle autorità più forti del villaggio, informazioni generali sul potenziale militare locale. Di solito andavamo nei villaggi accompagnati da belle ragazze e facevamo finta di essere impegnati in escursioni romantiche. A volte prendevamo dei retini per fingere di andare in cerca di farfalle o dei dispositivi speciali per seccare i fiori, ma in realtà raccoglievamo informazioni.
Quindi era già chiaro che ci sarebbe stato uno scontro con gli arabi. Non c’era modo di cooperare o di integrarli nello Stato in via di formazione?
A quel tempo ero tra coloro che sostenevano la causa di uno Stato bi-nazionale; credevamo che, cooperando con gli elementi progressisti della società araba, fosse possibile creare nell’intera Palestina uno Stato bi-nazionale ebreo-arabo. Sin da ragazzo ero stato un membro de “Il Giovane Guardiano”, un movimento giovanile sionista-marxista collegato al movimento dei kibbutz. Non usavamo il termine “comunista” perché veniva utilizzato da un movimento politico anti-sionista di matrice prevalentemente araba. Ci potevamo definire dei “comunisti nazionalisti”, forse come Tito in Iugoslavia. (Fra parentesi. Era un movimento affascinante dove ho imparato più di quanto abbia mai fatto a scuola, soprattutto su temi che a quei tempi non venivano toccati dalle scuole, come il darwinismo, la filosofia -Nietzsche e Sartre erano molto popolari- la poesia contemporanea di Lorca, Rilke, Neruda, la storia dell’arte, il sesso, l’amore e, naturalmente, il marxismo. Ci opponevamo in maniera netta al fascismo e odiavamo Franco; appoggiavamo i repubblicani nella guerra civile spagnola. Leggevamo Rosa Luxemburg, Aragon e Jaures. Guardavamo anche, pieni di aspettative, l’Unione Sovietica e Stalin e cantavamo tutte le canzoni dell’Armata Rossa in ebraico).
Col senno di poi è evidente che l’idea di uno Stato bi-nazionale, basato sulla parità politica, che avrebbe permesso senza restrizioni il proseguimento dell’immigrazione ebrea e degli insediamenti, era inaccettabile per gli arabi palestinesi che erano in maggioranza. Nel 1947 in Palestina vi erano circa 1,25 milioni di arabi e solamente 650 mila ebrei. Perché gli arabi avrebbero dovuto accettare una qualsiasi parità con gli ebrei e aiutarli a diventare la maggioranza del paese attraverso una massiccia immigrazione?
Era più ragionevole che gli arabi palestinesi pretendessero la creazione di uno Stato democratico indipendente basato sulla legge universale di “una persona, un voto”, ma ciò avrebbe significato la fine dell’idea sionista e gli ebrei sarebbero stati condannati a rimanere per sempre una minoranza nella terra che sentivano come madrepatria.
Del resto anche il nostro movimento rappresentava solo una minoranza e l’idea non ottenne gran sostegno né da parte degli arabi né da parte degli ebrei. Ecco perché capivamo che lo scontro con gli arabi sarebbe stato inevitabile.
Cosa ha fatto alla fine delle scuole superiori?
Prima della costituzione dello Stato di Israele nel 1948, la comunità ebraica in Palestina era già ben organizzata politicamente, socialmente ed economicamente e, sebbene si basasse su un’adesione volontaria, poteva essere definita “uno Stato all’interno di uno Stato”. Avevamo il nostro sistema di tassazione, un sistema scolastico, istituzioni di coordinamento economico e, ovviamente, una milizia clandestina. Chi di noi viveva nelle città o nei villaggi ebraici si sentiva già come se stesse vivendo in uno Stato ebraico. La regola prevedeva che ogni ragazzo o ragazza, dall’età di 18 anni, servisse per due anni nel “servizio nazionale”. L’avrei fatto anch’io, ma la leadership del mio movimento giovanile richiese che rimanessi nel villaggio per continuare a comandare il ramo locale del movimento. Questo era possibile farlo attraverso un servizio alternativo. Durante la rivolta araba del 1936-1939, per incrementare le loro forze nel conflitto con gli arabi, gli inglesi avevano costituito una unità speciale chiamata “Polizia degli insediamenti ebraici” (Jsp). Ufficialmente rimaneva sotto il comando degli ufficiali regionali della polizia britannica, ma in realtà eravamo sottoposti al comando dell’Hagana. Indossavamo uniformi ufficiali, eravamo equipaggiati con fucili e mitragliatrici leggere fornite dai britannici e ricevevamo persino uno stipendio nominale. Ma gli ufficiali britannici erano lontani e noi curavamo le nostre questioni locali senza troppe interferenze. L’unità aveva la propria base in una modesta stazione con circa 50-70 fucili ed una guardia mobile di circa 12 uomini, con a disposizione un furgone per gli spostamenti. Visto che ero già stato addestrato come caporale, venni nominato comandante della guardia mobile locale. Ma quell’autorità mi venne concessa dall’Hagana, non dall’ufficiale britannico, che credo mi disprezzasse perché non giocavo a calcio…
Come spiega il fatto che gli inglesi chiusero gli occhi davanti a tutte le attività dell’Hagana, che usava persino i loro equipaggiamenti? Lo dovevano sapere, no?
Certo che lo sapevano. Un giorno, l’Ispettore Taylor, l’ufficiale britannico in comando, comparve inaspettatamente nella mia stazione; in quel momento quasi tutte le armi erano fuori, usate da altre unità dell’Hagana per gli addestramenti. L’Ispettore Taylor mi disse con un sorriso: “Dica ai suoi dannati amici dell’Hagana che dovrebbero almeno lasciare qualche fucile nella stazione”, e se ne andò ridendo. In quel caso l’ufficiale era stato amichevole con gli ebrei, ma in generale il governo britannico si asteneva dall’intervenire nelle operazioni del Jsp. Durante la seconda guerra mondiale ci fu un alto grado di cooperazione tra il governo britannico e la comunità ebraica. Gli ebrei diedero un contributo significativo all’intervento bellico degli Alleati, non solamente perché 30 mila ebrei palestinesi si arruolarono volontari nell’esercito britannico, ma soprattutto perché gli ebrei furono in grado di fornire la base economica, industriale e anche agricola per la più grande stazione militare in Medio Oriente durante il conflitto. Quando il feldmaresciallo Rommel giunse alle porte di Alessandria e vi era la possibilità che potesse conquistare l’intera area, i britannici sperarono che il Palmach diventasse una forza di resistenza molto utile.
Ma anche successivamente, quando il Palmach cominciò ad attaccare le installazioni britanniche utilizzate per contrastare l’immigrazione clandestina ebraica, come le stazioni radar, le torpediniere, le installazioni di comunicazione, ecc., i britannici esitarono a sciogliere il Jsp perché non potevano assumersi la responsabilità di proteggere tutti gli insediamenti ebraici dal pericolo degli attacchi arabi. Per noi fu un grande vantaggio perché questo permise all’Hagana di addestrare con armi britanniche un gran numero dei suoi stessi membri.
Ero ancora in uniforme britannica quando l’assemblea generale dell’Onu adottò la decisione del 29 Novembre 1947 per costituire due Stati in Palestina, uno arabo ed uno ebraico -una decisione che portò alla guerra del 1948, che noi ebrei chiamiamo “Guerra di Indipendenza” e gli arabi palestinesi chiamano “Naqba”, “catastrofe”. Nel nostro paesino, così come in ogni paese o villaggio ebreo, tutti scesero in strada. I canti e i balli non si fermarono fino all’alba. Quando io ed uno dei miei soldati, armati di fucili, scortammo il primo autobus verso Tel Aviv, passando attraverso due villaggi arabi che si trovavano ai lati della strada principale, venimmo attaccati; l’autista venne ferito ad un braccio, ma riuscì ad arrivare sano e salvo a destinazione. Per me fu il primo segnale di una guerra che sarebbe durata più di un anno e mezzo, e che sarebbe costata la vita a 6000 ebrei (l’1% di quelli che vivevano in Palestina in quel periodo) e almeno al doppio di palestinesi.
Cosa accadde nel 1948 con i profughi palestinesi? Ne può parlare brevemente?
I miei ricordi personali non sono indicativi di ciò che avvenne veramente ai palestinesi nel 1948. Ho partecipato come comandante alla conquista di almeno sei villaggi arabi, iniziando dal villaggio che si trovava sulla strada che dal mio paese va a Tel Aviv, dove ho avuto il mio primo scontro a fuoco il 30 dicembre 1947. Posso testimoniare in tutta onestà che in tutti quei villaggi non c’era bisogno di cacciare i palestinesi dal momento che quando arrivammo, erano vuoti. I poveri abitanti dei villaggi avevano paura di morire nei combattimenti e, soprattutto, dopo il massacro di Deir Yassin, di ciò che poteva succedere dopo la conquista. Comunque, guardando al problema da una prospettiva più ampia, si può concludere che la distruzione delle comunità arabe della Palestina fu il risultato del progetto sionista. Se gli ebrei non fossero arrivati a insediarsi in Palestina alla fine del XIX secolo e nella prima metà del XX secolo, i profughi palestinesi sarebbero potuti rimanere nelle loro terre. Inoltre, come ha dimostrato Benny Morris nel suo libro, una volta che lasciavano i loro villaggi, Israele non permise mai loro di tornare. In primavera, quando l’Hagana lanciò la propria offensiva col “Piano Dalet”, gran parte degli abitanti dei villaggi si demoralizzarono e scapparono impauriti.
Ma il “Piano Dalet” non prevedeva l’ordine di cacciare gli arabi dai loro villaggi?
Il “Piano Dalet” erano le istruzioni operative che l’Hagana stabilì alla fine di marzo, a solamente qualche settimana dall’evacuazione finale delle forze britanniche e dall’invasione prevista degli Stati arabi, della quale gli ebrei erano molto impauriti visto che quegli eserciti erano equipaggiati molto meglio dell’Hagana.
Il piano intendeva prendere il controllo dei territori assegnati allo Stato ebraico, e difendere gli insediamenti ebraici che sarebbero dovuti rimanere all’interno dello Stato arabo. L’Hagana intendeva, e alla fine ci riuscì, consolidare un territorio contiguo sul quale si sarebbe potuto stabilire e difendere lo Stato. Ciò comportava la conquista di molti paesi e villaggi palestinesi. A volte quei villaggi si trovavano in luoghi strategicamente sensibili o proprio sulla linea sulla quale ci si aspettava il confronto con gli eserciti arabi.
In questi casi l’ordine prevedeva una rimozione temporanea della popolazione locale verso l’hinterland dei territori ebraici. Occorre ricordare che fino a quel punto la guerra veniva effettuata da civili armati e che la popolazione araba non era neutrale. In realtà gli abitanti dei villaggi ai quali veniva chiesto di andare via non avevano fiducia negli ebrei e sceglievano sempre di ritirarsi nei territori che rimanevano ancora sotto il controllo degli arabi. Inoltre, come ha commentato correttamente Benny Morris, quelle espulsioni venivano spesso stabilite sul momento, dagli ufficiali di campo, e ovviamente alcuni avevano il grilletto più facile di altri.
In realtà, in un primo momento, i leader ebrei cercarono di fermare l’esodo perché temevano che, a quattro-cinque settimane dalla dichiarazione dello Stato, un’espulsione su larga scala avrebbe potuto affrettare l’invasione degli eserciti arabi, allora più forti militarmente. Si sapeva che il massacro di Deir Yassin e, soprattutto la conquista di Haifa e la migrazione della maggior parte dei suoi cittadini arabi, erano stati un elemento importante nella decisione di invadere. Si implorarono i leader arabi di Haifa di non muoversi, ma senza risultato. Poche settimane più tardi, a invasione avvenuta, gli ebrei avevano invece poco da perdere e in molti luoghi agli arabi venne ordinato di andar via senza mezzi termini. Nel complesso, in aprile e in maggio, la maggior parte degli abitanti dei villaggi arabi erano semplicemente impauriti e scapparono. Il punto è che una volta che se ne andarono, noi non permettemmo loro di ritornare. Tutta la situazione, poi, cambiò in luglio.
A Ramle e a Lod?
Sì, sono gli esempi più importanti. All’inizio di giugno l’Onu impose ai belligeranti una tregua di un mese. Il 10 luglio ripresero le ostilità per dieci giorni prima che venisse imposta un’altra tregua. Durante quei dieci giorni l’esercito israeliano lanciò un’offensiva su due fronti: al centro e al nord. I paesi di Lod e Ramle, a soli 15 miglia da Tel Aviv lungo la strada principale verso Gerusalemme, vennero conquistati così come i paesi di Shfaram e Nazareth nella bassa Galilea. Quasi l’intera popolazione araba di Lod e Ramle venne espulsa, mentre nel nord alla gran parte della popolazione venne concesso di rimanere.
Ma vennero uccisi in molti a Lod.
E’ vero, circa 250. Ma l’intenzione non era quella. Accadde che poche ore dopo la conquista della città, quattro macchine blindate giordane fecero irruzione in centro e alcune delle milizie locali, che pensavano che la legione giordana fosse venuta in loro aiuto, ripresero la battaglia. Il battaglione ebraico che aveva conquistato la città, in tutto circa 300 uomini, si sentì in inferiorità numerica e aprì il fuoco in modo indiscriminato. L’episodio durò in tutto un’ora, poi venne ristabilita la calma, i mezzi blindati giordani si ritirarono e gli arabi del posto vennero piegati. Pare che a quel punto il comandante per le operazioni Yigal Alon chiese a Ben Gurion cosa dovesse fare della popolazione. La sua risposta fu un gesto con la mano che venne inteso come un: “buttali fuori”. Gli arabi erano talmente demoralizzati che il giorno seguente, quando venne ordinato loro di andar via, non fecero alcuna resistenza. A luglio avevamo poche inibizioni, era una partita a somma zero, o noi o loro. In Galilea, alcuni palestinesi vennero espulsi, come a Safuria, ma la maggior parte dei cittadini di Shfaram e Nazareth decisero di rimanere e non vennero mandati via.
Durante la Guerra di Suez del 1956 lei era con Moshe Dayan?
Sì, durante la campagna di Suez del 1956 servivo come capo di gabinetto del Generale Moshe Dayan, il famoso comandante in capo dell’Idf. Quella fu un’esperienza affascinante per me, non solo per la personalità di Dayan, ma soprattutto perché il periodo era estremamente drammatico ed ebbi l’opportunità di osservare il funzionamento delle politiche israeliane da vicino. Partecipai a tutte le riunioni settimanali con Ben Gurion, che allora era ministro della difesa, e a molti altri incontri con altri israeliani e con leader stranieri. Nell’ottobre del 1956 fui segretario in due missioni israeliane a Parigi, la prima con Golda Meir, il ministro per gli affari esteri e poi a Sevres con Ben-Gurion. Il mio lavoro divenne quello di registrare ogni sera i vari avvenimenti ed i vari incontri a cui partecipavo e nel corso dell’anno e mezzo passato con Dayan scrissi sette volumi di quelli che poi diventarono i diari ufficiali del dipartimento del Capo di Stato Maggiore. Alla fine del 1957, dopo il ritiro delle forze israeliane dal Sinai e dalla striscia di Gaza, Dayan mi chiese di mettermi a sedere e di riassumere tutto in forma di libro. Quando fu pronto, venne classificato come top secret e vennero stampate solo quattro copie. Solamente trent’anni dopo ottenni il permesso di pubblicarlo.
In seguito venne nominato Capo dell’Ufficio Istruzione dell’Idf...
Quello fu il mio ultimo compito come soldato regolare, che svolsi per 7 anni con il grado di colonnello.
Era responsabile dell’educazione militare?
Al contrario, ero a capo di tutti gli aspetti non-militari della vita delle forze armate: cultura generale, musica, teatro, istruzione generale. Era nostro compito creare una leadership con una formazione umanistica e curare la motivazione dei soldati, non le loro capacità tattiche. Tutto questo aveva molto a che fare con la politica e l’etica. Dovevamo formare l’ideologia, il senso e lo spirito dell’esercito.
Mi occupavo di una stazione radio per soldati, di un settimanale, e di un mensile per ufficiali. Avevamo un’orchestra, ed io aggiunsi un quartetto d’archi per la musica classica. Pubblicavamo anche letteratura internazionale di buona qualità in piccoli volumi molto economici per i soldati che volevano leggerli durante il servizio. Avevamo un certo numero di compagnie teatrali e fornivamo a tutte le unità un servizio di cinema. Nel campo dell’istruzione gestivamo un programma di corsi di lingua ebraica. Molti soldati erano nuovi immigrati e necessitavano di qualche corso supplementare. Stabilimmo anche che tutti i soldati che non avevano svolto almeno 10 anni di istruzione generale avessero il diritto di frequentare corsi complementari. Molti nuovi immigrati, soprattutto quelli che venivano dai paesi islamici, non avevano frequentato più di sei “gradi” scolastici e allora insegnavamo loro storia, matematica, geografia, la bibbia e, ovviamente, la lingua ebraica.
Decidemmo anche di definire e formulare i valori di base che avrebbero dovuto formare il codice di comportamento di ogni soldato israeliano. Ricordo di aver avuto una forte controversia con alcuni comandanti della gloriosa brigata dei paracadutisti. Ritenevano che si dovesse inculcare nei loro soldati l’odio per gli arabi anche attraverso i giornali delle loro unità. Io ero convinto che l’odio fosse sempre un segno di debolezza e una mancanza di fiducia in se stessi, e persuasi il generale Rabin, che, a quel tempo, a metà degli anni 60, era il Capo di Stato Maggiore, a proibire questa linea di educazione basata sull’odio. In quegli anni, prima della guerra del 1967, la nostra situazione esistenziale era molto più semplice e chiara. Gli arabi non accettavano, e forse non potevano accettare, l’esito della guerra del 1948 e speravano di trovare l’opportunità di liquidare lo Stato ebraico. L’Idf spesso usava tattiche offensive, ma la situazione morale e strategica in cui operavamo era essenzialmente difensiva. Il suo fondamento morale era abbastanza chiaro a ogni soldato. Servivamo nell’esercito per preservare il diritto di autodeterminazione degli ebrei.
E’ stato l’esercito il luogo principale dove si è formata la nuova identità israeliana?
Certamente. Credo che questo valga anche oggi per i giovani immigrati russi che iniziano a essere assorbiti nella loro nuova madrepatria. Ai miei tempi questi nuovi immigrati arrivavano soprattutto dal Marocco, dallo Yemen, dall’Iraq e dalla Turchia. Allora entrò nell’esercito più del 95% della popolazione maschile e più del 60% di quella femminile. Fu un’esperienza intensa che durò per un lungo periodo e molti soldati sperimentarono un senso di mobilità sociale per la prima volta durante il servizio militare. In una ricerca che conducemmo a quel tempo, rilevammo che il 95% dei soldati considerava il servizio come un’esperienza positiva. Un po’ quello che accadde all’esercito rivoluzionario francese dopo Valmy.
Con la differenza che la rivoluzione francese permise un accesso al potere alle classi inferiori...
Mi permetta di dissentire. E’ vero che l’esercito, come ogni istituzione sociale, rappresenta e rispecchia l’ordine sociale della società. Non ci si può aspettare che lo rivoluzioni. Tuttavia molti ragazzi e ragazze che entrarono nell’esercito provenivano dagli strati più bassi della società e soffrivano di privazioni economiche e culturali nella vita civile. L’esercito diede loro una sorta di “seconda possibilità” per cominciare una scalata sociale verso l’alto. Le fornirò qualche statistica che esemplificherà il fenomeno. Quando venni nominato capo dell’ufficio istruzione, solamente il 15% degli ufficiali erano ebrei Mizrahi, nati, cioè, in famiglie provenienti dagli stati islamici, specialmente arabi; sette anni più tardi la percentuale era del 30% e ora raggiunge il 45%, quasi la stessa percentuale che c’è all’interno della popolazione ebraica.
Questo è vero anche per il crescente senso di appartenenza, rispetto al sentirsi un vero “cittadino”. Le racconterò una breve storia. Nell’inverno del 1961 l’Idf era coinvolto in alcuni scontri con l’esercito siriano vicino al lago Kineret. Avevo inviato un ufficiale a intervistare alcuni dei soldati che avevano partecipato a una di quelle battaglie. Uno di loro era gravemente ferito e venne intervistato in ospedale. Alla fine dell’intervista il mio ricercatore chiese al giovane, che era arrivato dalla Tunisia solamente da un anno: “Cosa intendi fare quando ti sarai rimesso?”. Il soldato rispose con un tono come quando si dice qualcosa di logico: “Ritornerò nella mia unità”. “Non sei spaventato?”. Il ragazzo guardò l’intervistatore con indignazione e rispose: “Cosa pensa di me? Anch’io sono un membro dello Stato”. Il termine “membro dello Stato” suona strano in ebraico e non viene usato comunemente, ma scoprimmo che i giovani immigrati del Maghreb di lingua francese lo usavano quando subivano provocazioni da un ufficiale o da un sergente e ritenevano che i loro diritti venissero lesi. In quanto “membri dello Stato” anche loro avevano dei “diritti”. Il ragazzo in ospedale poi aveva usato quell’espressione non per definire i propri “diritti”, ma i propri “doveri”, come una persona che si identificava pienamente con la società del paese nel quale si era trasferito. Cercava di esprimere il proprio profondo senso di appartenenza.
La Guerra dei Sei Giorni cambiò la situazione?
Non nell’immediato. Molti di noi credevano che la guerra avrebbe potuto portare alla pace perché ora avevamo dei territori che potevamo scambiare in cambio della pace. Eravamo sicuri che Israele intendesse rimanere sui territori occupati nel 1967 solo temporaneamente, che li volesse usare come merce di scambio. Poche settimane dopo la grande vittoria, la Hebrew University decise di concedere al Generale Rabin un Phd onorario come riconoscimento per il ruolo svolto nella vittoria. Mi venne chiesto di preparargli un discorso per l’occasione. Quel discorso, tenuto sul Monte Scopus, fece un’impressione tremenda perché parlava dei dolori della guerra, del prezzo pagato dai soldati e anche dell’alto prezzo pagato dagli arabi. Il tono generale del discorso era molto umano e compassionevole. Il discorso venne registrato, tradotto in molte lingue e pubblicato più e più volte. Per molte persone simboleggiava il volto positivo ed umano dell’esercito israeliano.
Con il passare del tempo, invece, divenne sempre più chiaro che un numero crescente di israeliani si erano innamorati dei nuovi territori. E’ importante ricordare che la memoria collettiva ebraica assegnava un grado di sacralità maggiore ai territori sulle colline della Giudea e della Samaria, che erano il teatro principale di tutti i ricordi biblici, piuttosto che alle terre israeliane intorno a Tel Aviv ed Haifa, che ai tempi della bibbia erano occupate dai cananiti, dai filistei e dai greci, e non dagli ebrei.
I nostri leader, Eshkol, Golda Meir, Alon e Dayan non ebbero la saggezza e il coraggio di sradicare questi crescenti sentimenti e inizialmente permisero che continuassero a crescere gli insediamenti spontanei nei territori occupati.
Quando lasciò il servizio militare?
Nel giugno del 1968, dopo 22 anni di servizio. Poiché avevo raggiunto l’età di 40 anni, ottenni una pensione parziale. A quei tempi eravamo soliti dire che un ufficiale dell’esercito avrebbe dovuto avere due carriere nella propria vita: dai 18 ai 40 anni nell’esercito, e dai 40 ai 65 in qualche posizione civile. Si volevano mantenere giovani i corpi ufficiali e avere un ricambio continuo del personale nei gradi più elevati. A 40 anni un uomo è ancora abbastanza forte per iniziare una nuova carriera. Infatti molti ex colonnelli ed ex generali ottennero posizioni di rilievo nella vita civile: nelle industrie, nell’istruzione e, come sapete bene, anche in politica. A quel punto mi venne chiesto di assumere la posizione di “Capo del Dipartimento della Gioventù dell’Organizzazione Sionista Mondiale”. Formalmente è una posizione “politica” poiché si deve essere nominati da un partito e poi eletti dal Congresso Sionista per un periodo di quattro anni. Il mio ruolo era di coordinare i rapporti con tutte le comunità ebraiche nel mondo a livello di giovani e organizzazioni studentesche. Ovviamente il desiderio di spingere i giovani ebrei a immigrare in Israele era sempre sullo sfondo, ma pensavo che l’obiettivo più importante fosse incoraggiare un’identità ebraica positiva attraverso l’identificazione degli ebrei con Israele, indipendentemente dal fatto che immigrassero o meno, il che fu apprezzato dalle comunità ebraiche nella diaspora. Viaggiai molto per il mondo. Ogni anno portavamo circa 20.000 giovani ebrei in visita in Israele e mandavamo giovani israeliani a partecipare, assieme ad altri giovani ebrei, a campi estivi, conferenze e seminari.
Nel mezzo della sua carriera scoppiò la Guerra d’Ottobre. Che effetti ebbe sul suo lavoro?
Come tutti i soldati israeliani, facevo ancora parte della riserva dell’Idf. Venni assegnato all’ufficio del portavoce militare. Avevo libero accesso alle stanze delle operazioni e di conseguenza avevo informazioni di prima mano su ciò che trapelava dalle varie prime linee. Ebbi anche l’opportunità di visitare le truppe lungo la linea di battaglia vicino al Canale di Suez. Partecipai a tutti i briefing che il Generale Elazar, il Capo di Stato Maggiore, e Moshe Dayan, il Ministro della Difesa, tenevano quotidianamente per gli editori di tutti i giornali israeliani. Come ho già accennato, ero molto scontento delle politiche di Dayan dopo il 1967, ma continuava a essere per me un personaggio affascinante. Ricordo ancora bene come tutti i presenti rimasero scossi quando, nel quarto giorno della guerra, dopo che la controffensiva israeliana ottenne il primo successo sul Golan, Dayan disse ai giornalisti: “Anche se vinciamo queste battaglie, cosa che dovremmo fare al meglio, abbiamo comunque perso questa guerra”. Fu scioccante, ma molto corretto. Al di là dei suoi difetti, Dayan ha sempre avuto un intuito acuto e un comprensibile realismo.
Quando le truppe israeliane attraversarono il Canale e la guerra giunse virtualmente alla fine, dovetti ritornare al mio Dipartimento all’Agenzia Ebraica, poiché il paese era invaso da migliaia di giovani ebrei che erano venuti volontariamente in aiuto. Con il senno di poi devo dire che l’impatto di quella guerra sul mio lavoro fu piuttosto negativo. Tra i giovani ebrei nella diaspora si poteva percepire un senso generale di crescente malessere. Israele stava perdendo il proprio fascino e gran parte della sua attrattiva. Il brusco aumento della guerriglia palestinese, lo spostamento generale verso destra all’interno di Israele, l’aumento del movimento dei coloni, le elezioni del 1977 che portarono al potere Begin ed il suo governo di destra... Tornai a dedicarmi agli studi accademici.
Decise anche di lasciare la politica?
A quel punto ero disgustato dal mio partito, quello laburista, poiché mi ero convinto che l’unico modo per interrompere quel sanguinoso conflitto fosse di permettere ai palestinesi di stabilire il loro Stato nazionale nel West Bank e nella Striscia di Gaza. Peres e Rabin, i maggiori leader del partito, non riconoscevano nemmeno l’esistenza dei palestinesi come nazione. Credevano tutti nell’“Opzione giordana”, che io consideravo una fuga irrealistica dall’unica possibile soluzione: due Stati per le due nazioni che abitano questa terra. Verso la fine del 1977 divenni un attivo esponente di Peace Now.
Il movimento era nato spontaneamente dal dissenso, fra i giovani soprattutto, rispetto alla lenta ed esitante risposta del governo Begin alla sfida rappresentata dalla visita del Presidente egiziano Anwar Sadat a Gerusalemme e dal suo storico discorso alla Knesset che invocava la fine della guerra. Nel maggio del 1978, nella piazza principale di Tel Aviv ci fu la prima grande manifestazione di Peace Now. Ritornai dagli Stati Uniti in giugno e mi unii alle mie figlie nel nuovo movimento. Formammo un piccolo gruppo di supporto di intellettuali e personalità ben conosciute al pubblico israeliano. Eravamo almeno di una generazione più grandi del nucleo attivo principale del movimento, ma diventammo molto attivi.
Partecipò anche alla Guerra del 1982?
Da molte settimane sapevamo che Ariel Sharon, il Ministro della Difesa, stava cercando un pretesto per lanciare un attacco massiccio alle infrastrutture dell’Olp che si trovavano nelle provincie meridionali del Libano dai tempi in cui erano stati espulsi dalla Giordania nel Settembre Nero del 1970. Alla fine di maggio, Peace Now aveva lanciato un monito su questa imminente spedizione. Così quando mi giunse la notizia del tentato assassinio dell’ambasciatore israeliano a Londra, capii che stava arrivando quel momento. Nel giorno dell’invasione dovevo parlare al Graduate Center della New York City University e, senza aspettare alcuna istruzione dai miei amici a casa, usai quella piattaforma per criticare l’invasione e denunciare la politica israeliana. Poi cancellai il resto del mio programma e rientrai subito a Gerusalemme.
Quando arrivai scoprii che il movimento stava temporeggiando. Begin aveva annunciato che la guerra aveva solamente l’obiettivo limitato di sradicare le basi dell’Olp fino ad una distanza di 40 km a nord dei confini israeliani. Noi non ci credevamo, ma durante i primi giorni gran parte dell’opinione pubblica, compreso il partito laburista, appoggiò la guerra “limitata”. Inoltre, la maggior parte degli attivisti del movimento erano ufficiali di riserva e vennero chiamati immediatamente alle armi. I nostri compagni ci mandarono un messaggio dal fronte avvisando il movimento di evitare per un po’ di lanciare grandi manifestazioni contro la guerra fino a quando i soldati erano coinvolti in maniera attiva nei combattimenti. Non ero d’accordo e pensavo che saremmo dovuti uscire in strada subito, ma a quel punto la maggioranza chiedeva che si aspettassero ancora un po’ di giorni. Così firmai una petizione organizzata da un gruppo di attivisti più radicali di Peace Now (oggi sono conosciuti come “Gush Shalom”, “Il Blocco di Pace”, guidato da Uri Avnery). Decisi di appoggiarli. Ma decisi di appoggiare anche la mia unità militare (L’Ufficio del Portavoce dell’Idf). Essendo un soldato che aveva partecipato attivamente a tutte le guerre di Israele (1956, 1967, 1973), semplicemente non potevo rimanere a casa con le mani in mano. Sentivo il bisogno di vedere con i miei occhi cosa stava realmente succedendo.
Ero troppo vecchio e avevo un grado troppo alto per servire come soldato combattente, così l’esercito mi utilizzò per scortare giornalisti e personalità particolarmente importanti nella zona dei combattimenti. Tra le persone che scortai in Libano c’erano Henry Kamm e David Shipler del New York Times e Bibi Netanyahu, che era appena stato mandato dal Ministero degli Esteri alla nostra ambasciata di Washington come numero due e voleva vedere la guerra un giorno prima di partire. Era poco conosciuto a quel tempo, se non per il fatto di essere il fratello di Yoni, che era stato ucciso nell’operazione di salvataggio a Entebbe, in Uganda, nel 1976.
Con il senno di poi sono molto felice di esserci andato perché fui testimone di molti avvenimenti ed ebbi modo di riflettere. Menzionerò solo un episodio: nel corso del viaggio con David Shipler passammo attraverso il paese di Tyre, dove era in corso la cerimonia di restituzione di una scuola sciita (inizialmente passata sotto il controllo di una brigata israeliana) agli sciiti. Un signore anziano, il presidente del comitato dei genitori della scuola, fece un breve discorso complimentandosi con gli israeliani per non aver danneggiato la scuola e per averla restituita alla sua funzione in tempo utile per la ripresa delle lezioni al termine dell’estate. In quei primi giorni i leader sciiti avevano salutato l’arrivo degli israeliani poiché soffrivano molto sotto la dominazione dei palestinesi. Conosco un po’ l’arabo e cercai di tradurre il discorso a David Shipler, ma evidentemente la mia traduzione era piuttosto povera, poiché una ragazza sciita, alta e imponente, ci offrì i suoi servizi di traduttrice. Scoprimmo che era la figlia dell’oratore e parlava bene inglese, ma, mentre traduceva, continuava a precisare: “Mio padre dice così e così”, “così dice mio padre”. Era piuttosto evidente che quella ragazza intelligente non era d’accordo con suo padre e che il suo atteggiamento nei confronti della presenza israeliana era totalmente negativo.
David, un brillante giornalista, decise che quella donna poteva fornire una storia migliore di quella del padre e lei accettò di concedere un’intervista separata quella sera, alla quale si presentò accompagnata dal fratello. Nel corso di tutta l’intervista non interferii, rimasi seduto nella mia uniforme di colonnello e con la mia mitraglietta Uzi. Ciò che sentii fu piuttosto doloroso per me perché quella donna si identificava completamente con la causa palestinese ed era estremamente sospettosa di noi israeliani. La maggior parte dei suoi amici alla Beirut University erano profughi palestinesi e parlava con grande odio e diffidenza degli israeliani; di tanto in tanto mi guardava per vedere se avessi tollerato ciò che stava dicendo. Quando David finì le sue domande, le dissi di essere un membro del più grande movimento pacifista israeliano e che disapprovavo totalmente la guerra, ma volevo che sapesse che molti israeliani erano pronti a realizzare la pace sulla base di un compromesso storico con i palestinesi, ecc. ecc. La signorina Tzadek sembrava abbastanza sorpresa e ovviamente commossa visto che tutti noi tre avevamo visibilmente le lacrime agli occhi. Shipler rimase così impressionato che mandò immediatamente un animato dispaccio al suo giornale e nell’edizione della domenica successiva quella storia comparve in prima pagina.
Alcuni membri del partito di maggioranza del Likud sollevarono un’interrogazione al governo nella Knesset, chiedendo perché l’Idf avesse mandato nel campo di battaglia, come portavoce, un membro di Peace Now. Nell’arco di tre giorni venni congedato dall’incarico. Dissero che non avevano più bisogno di me. Ne fui felice poiché fu un buon modo per allontanarmi da quella guerra stupida, inutile e crudele. Ad ogni modo, allora la guerra in Libano divenne piuttosto brutta e, dopo alcuni giorni, ci fu il massacro di Sabra e Shatila. Peace Now, assieme ad altri gruppi, lanciò la più grande manifestazione contro la guerra che si sia mai realizzata a Tel Aviv. Fui felice che il mio movimento avesse superato la propria esitazione iniziale e avesse assunto il proprio tradizionale posto, in prima fila, nella lotta per la pace.
Cosa pensa dell’atto del colonnello Geva, che si rifiutò di condurre i suoi soldati nell’attacco su Beirut?
Non si rifiutò. Chiese di essere sollevato dall’incarico di comandante di brigata, perché gli era stato ordinato di entrare nella zona occidentale di Beirut attraverso il campo profughi palestinese e lui sosteneva che un attacco del genere avrebbe causato la morte di molti civili. Disse persino che avrebbe accettato di rimanere nella brigata come semplice carrista per dimostrare di non essere spaventato, ma venne congedato sommariamente. Agli occhi dell’opinione pubblica venne presentato come un soldato che rifiutava un ordine che considerava sbagliato e immorale. A questo proposito le devo dire che agli inizi degli anni ‘60, in qualità di ufficiale capo per l’istruzione, ordinai la distribuzione del famoso verdetto di un giudice sul caso del massacro di Kfar Kassem. Nel riassunto del caso il giudice includeva un’ordinanza generale secondo cui “i soldati devono disobbedire agli ordini che sono palesemente illegali.” Stampammo decine di migliaia di copie di quell’ordinanza e la facemmo leggere a ogni soldato. Deve capire quanto è difficile per un esercito, che si basa sulla stretta disciplina, sottoscrivere una norma del genere. E’ difficile anche per i soldati capire quando un ordine è “palesemente illegale”. In questo caso particolare, non ebbi esitazioni ad appoggiare il Colonnello Geva, poiché non disobbedì a un ordine, ma chiese solamente di essere sollevato dall’incarico di condurre i propri uomini in un attacco del genere, e per questo venne congedato.
La posizione di Peace Now su questo punto?
Mi capitò di presentare alla stampa, per conto del movimento, la nostra posizione sul rifiuto a combattere pochi giorni dopo il mio congedo dal servizio. Citai quattro punti: a) la decisione del rifiuto è personale e, dal momento che il refusnik deve andare in galera, dipende da lui prendere una decisione del genere. Possono anche andare contro la disciplina militare, ma non possiamo accusarli da un punto di vista morale poiché potrebbero essere molto più sensibili di noi da questo punto di vista.
b) Peace Now è in sintonia con i refusnik perché condividiamo totalmente la loro visione della guerra, ma, come movimento, non abbracciamo questa posizione collettivamente, poiché crediamo che la lotta contro la guerra sia politica, non personale e, a dispetto della nostra amara critica della guerra, continuiamo a credere che l’Idf sia una istituzione vitale non solo per la difesa di Israele, ma anche come presupposto per un’eventuale pace.
c) L’opinione pubblica dovrebbe incolpare il governo per aver messo alcuni dei migliori giovani di Israele in una posizione tale per cui il servizio militare diventa moralmente insostenibile.
d) Condanniamo l’arresto dei refusnik, e pensiamo che la loro decisione personale dovrebbe essere rispettata e che dovrebbero essere assegnati ad incarichi diversi dal Libano o dai territori occupati.
Ciò appare piuttosto complicato...
La guerra di per sé è una faccenda complicata, soprattutto nel nostro caso. Come lei sa, i filosofi distinguono tra “jus ad bellum” e “jus in bello”. La norma che permette ai nostri soldati di disobbedire agli ordini illegali appartiene alla seconda categoria e non nutro alcun problema al riguardo. Sono profondamente convinto che certe norme morali debbano essere rispettate dai soldati, e certamente dagli ufficiali, anche nel mezzo di una guerra. Credo anche che alcune guerre siano morali, come l’autodifesa, e altre siano immorali, come la nostra invasione del Libano del 1982; credo però che la decisione sul fatto che una guerra sia giustificata non debba essere presa individualmente da ogni soldato. In una democrazia la battaglia contro lo “jus ad bellum” deve essere condotta collettivamente, attraverso una lotta politica in cui il mezzo principale dei movimenti pacifisti sono le manifestazioni come quella dopo Sabra e Shatila.
Cosa pensa del fenomeno degli obiettori di coscienza oggi?
La maggior parte dei “refusnik”, oggi come nel 1982, non sono i tipici “obiettori di coscienza”, nel senso che molti non rifiutavano di portare armi e servire nell’esercito in linea di principio. Si rifiutavano solamente di servire in Libano e oggi si rifiutano di servire specificamente nei territori occupati. Diversamente porterebbero armi e combatterebbero, se necessario. La linea è sottile: loro sostengono che non si può servire nei territori occupati senza commettere atti illegali. Questo è certamente il caso dei piloti che si sono rifiutati di partecipare agli attacchi su obiettivi nei quali si correva il rischio di ferire dei civili. Ma questi sono ancora una volta controversie su cosa sia permissibile nello “jus in bello”. Il tipico pacifista obietta contro ogni tipo di servizio militare e rifiuta di portare armi in qualsiasi situazione. Ma non ho ancora risposto alla sua domanda. Ho un amico che magari conoscete, poiché lui è attivo anche a Roma; mi riferisco al professor Dani Amit.
Sì, lo conosciamo. Lui andò in carcere perché si rifiutò di servire nei territori occupati.
Sì, fu uno dei primi ad andare in carcere, molto prima della guerra in Libano. Il Professor Amit mi chiese di unirmi a lui e ad altri e firmare una petizione di identificazione con i “refusnik”. Rifiutai l’offerta, anche se donai loro un po’ di soldi. Diedi i soldi perché rispetto le loro convinzioni morali e mi identifico pienamente con le loro critiche riguardo alla politica ufficiale del nostro governo. Credo anche che sia importante che esista un gruppo del genere per ragioni simboliche. Non firmai perché non credo ancora che questa possa o debba essere la via principale per combattere l’occupazione e le attuali politiche del nostro governo. Ora mi sono ritirato completamente e non ho incarichi pubblici, ma sono ancora una figura pubblica e vengo identificato totalmente in pubblico con Peace Now e con il mio partito, Meretz (che ha assunto questo nome dopo l’unione con “Yahad”, di Yossi Beilin). Qualsiasi cosa faccia pubblicamente può avere implicazioni sul movimento. In accordo con tali principi firmai una petizione con alcuni intellettuali contro l’arresto dei “refusnik”. Mi lasci aggiungere una cosa che potrebbe non essere coerente con ciò che ho detto sinora, sebbene la coerenza non sia sempre la considerazione dominante a cui dovremmo dare priorità: se fossi convinto che il rifiuto del servizio possa diventare un fenomeno di massa, intendo migliaia di persone, potrei sottoscriverlo, visto che solo in quel momento potrebbe avere un impatto serio sulla politica. Devo ammettere che sono diventato più radicale rispetto a quei giorni, poiché la situazione nei territori occupati e le nostre politiche vis-a-vis con i palestinesi sono diventate così disgustose e abominevoli che ogni misura che sia in grado di interromperle andrebbe appoggiata. Tuttavia, come abbiamo già visto, la situazione non è questa e l’obiezione di coscienza è rimasta un fenomeno marginale, sebbene molto importante da un punto di vista simbolico, poiché evidenzia l’oltraggio delle politiche del nostro governo. Ma non può diventare il mezzo principale attraverso il quale possiamo raggiungere i nostri obiettivi politici.
La guerra in Libano, e il successivo ritiro, furono le principali attività su cui si concentrò Peace Now all’inizio degli anni 80?
Assolutamente no. Dopo la firma dell’accordo di pace con l’Egitto del 1978 alcuni attivisti pensarono che il movimento avesse completato la propria missione, ma divenne presto chiaro che Begin aveva lasciato irrisolta la questione più importante, quella palestinese. Inoltre, sotto l’energica leadership di Ariel Sharon, a quel tempo ministro dell’agricoltura e dello sviluppo terriero, il movimento di insediamento nei territori occupati raggiunse dimensioni allarmanti. Sharon diede inizio all’insediamento non ideologico. Offrì a molti israeliani l’opportunità di comprare ampie e confortevoli ville nei territori, attraverso consistenti sussidi governativi. Nell’arco di cinque anni il numero di ebrei nei territori occupati raddoppiò. Peace Now decise di lanciare una campagna specifica per opporsi a questi insediamenti. Percorremmo più e più volte le colline della Giudea e della Samaria per protestare contro i nuovi insediamenti, ma alla fine riuscimmo ad esercitare solo un’influenza limitata su ciò che il governo decise di fare. La misura più importante che assumemmo fu una ricerca permanente e continua (corredata di mappe) sui nuovi sviluppi all’interno dei territori occupati, che pubblicavamo periodicamente portando il tutto all’attenzione pubblica in Israele e all’estero. Iniziammo anche a dialogare in modo massiccio con i palestinesi.
Negli ultimi anni ha partecipato attivamente al dibattito sui “nuovi storici”. Ha analizzato tutta la storiografia ebraica della guerra del 1948. Ha anche scritto ampiamente di ciò che è noto come “post-sionismo”...
Devo dire che molto tempo prima, verso la metà degli anni ‘70, avevo pubblicato sul New Outlook, un giornale di sinistra, un articolo intitolato “Il sionismo post-rivoluzionario” nel quale analizzavo cosa era rimasto dell’ideologia sionista originale. Il mio punto di vista è che il sionismo dovrebbe essere percepito innanzitutto come un processo, non solo come un’ideologia da realizzare. Un processo dinamico che si sviluppa in accordo alle diverse circostanze e alle necessità strategiche. L’ideologia è solamente un fattore e non sempre l’elemento decisivo. Le persone che considerano il sionismo come un’ideologia, un progetto da realizzare indipendentemente dagli eventi, diventano fanatici avventurieri come i coloni di Gush Emunim. Sotto molti aspetti il sionismo ha ottenuto più di quanto possa sostenere. Dovremo, volenti o nolenti, indietreggiare da ciò che conquistammo nel 1967. Dobbiamo abituarci all’idea che l’aspirazione territoriale del sionismo può essere raggiunta solo su una parte della terra di Israele. Per quanto riguarda l’immigrazione, il movimento degli ebrei verso questa terra sta continuando tuttora e molti ebrei in Russia, in Etiopia e in altre parti del mondo stanno ancora aspettando di venire, ma l’idea che tutti gli ebrei (o anche la maggior parte) della diaspora si raduneranno un giorno in Israele è ovviamente un sogno messianico privo di qualsiasi fondamento. Il punto più importante è che, secondo me, l’idea sionista ha esaurito la propria forza di movimento. Ora deve essere sostituita da un processo politico flessibile, sensibile ai cambiamenti della realtà mondiale.
Il suo modo di pensare non pare troppo distante dal “post-sionismo”
Il problema di questo termine è che nasconde una grande varietà di opinioni e designa oggi un gruppo di storici e di sociologi che non pensano solamente che oggi dobbiamo trascendere l’ideologia sionista, ma anche considerare l’intera impresa sionista come un errore storico o persino come un progetto fondato sul male. Io non condivido queste opinioni.
Continuo a considerarmi un “sionista” perché credo che gli ebrei avessero, e abbiano oggi, il diritto di autodeterminazione nella forma di uno Stato ebraico e penso che, date le circostanze verificatesi alla fine del XIX secolo e nella prima metà del XX secolo, fosse un’idea giusta. Non provo alcun pentimento per aver partecipato alla sua realizzazione. Inoltre, alcuni post-sionisti tendono ad assumere un atteggiamento relativistico verso la storiografia.
Credo di poter definire il mio approccio come “neo-positivismo”. So bene che l’aspirazione di Leopold Ranke di raccontare la storia del passato “come è realmente avvenuta” era naif, poiché ci sono dei limiti enormi per raggiungerla: problemi di prospettiva, di soggettività e di validità delle fonti, ecc. Tuttavia rifiuto idee simili a quella di Hayden White quando dichiara che non esistono i “fatti”, bensì solo le narrazioni degli storici. White presuppone che non vi è una differenza sostanziale tra la storiografia e la narrativa (fiction). Suo è infatti il neologismo “faction” (in cui si fondono i termini fact e fiction). Io credo ancora che dietro a tutti i nostri tentativi ci siano dei fatti concreti da accertare, capire e chiarire. Da questo punto di vista mi sento più vicino a Marc Bloch che disse: potremmo non essere mai in grado di conoscere i fatti completi, ma come storici non dobbiamo mai smettere di avvicinarci e svelarli più che possiamo. Allo stesso tempo mi rendo conto delle distorsioni che la soggettività e l’ideologia possono attuare sul mio lavoro. Di conseguenza devo sempre dubitare della mia conclusione e continuare a cercare non solo i fatti, ma anche la mia anima. Credo poi che gli storici debbano legittimare diverse narrazioni, presentarle al lettore e cercare di capirle alla radice.
Ho partecipato recentemente ad una conferenza e ho contribuito ad un articolo sulla questione di un possibile ponte tra le due narrazioni dei palestinesi e degli israeliani riguardo al passato del nostro conflitto. Il mio principale argomento è che la costruzione di tale ponte è oggi impossibile e il gap delle narrazioni persisterà per lungo tempo dopo la conclusione politica del conflitto. Persino oggi, cinquecento anni dopo, gli storici francesi e britannici hanno visioni differenti di Giovanna d’Arco e della Guerra dei Cent’anni. Mio genero è cresciuto in Francia e ha studiato storia francese. Mi ha raccontato di quanto fosse scioccato quando venne a Londra la prima volta e si rese conto che per i britannici Trafalgar e Waterloo erano grandi vittorie, per commemorare le quali venivano nominate piazze e strade, non grandi sconfitte come era stato abituato a considerarle lui.
E’ dovere degli storici orientati all’onestà e alla pace rappresentare ai loro lettori anche il punto di vista dell’“altro”, cercare di capirlo e provare compassione ed empatia nei confronti dei vincoli all’interno dei quali lavora l’“altro” storico. Dobbiamo diventare sensibili non solo verso la “verità”, ma anche verso i sentimenti e i presupposti dell’altra parte e verso il modo in cui concepiscono la “verità”. La guerra del 1948 rimarrà sempre la nostra “Guerra di Indipendenza”, ma non ho problemi a chiamarla la “Naqba dei palestinesi”. Entrambe le designazioni sono vere nei fatti.
Cosa pensa delle posizioni di Ilan Pappe?
Pappe è un dichiarato relativista e usa la ricerca storica come uno strumento per la lotta politica, non come un metodo per giungere alla verità. Secondo me questo approccio è un tradimento della missione degli storici. Da un punto di vista personale ho un grande rispetto per il suo coraggio (e forse non sono troppo lontano dalle sue considerazioni sui recenti sviluppi); è certamente un uomo di principi ed è disposto a pagare un prezzo personale molto elevato per le sue opinioni. E tuttavia come storico non sono d’accordo con lui. Pappe ha ammesso di aver abbracciato la narrazione palestinese, io preferisco rimanere all’interno dei miei confini di storico israeliano. Il suo recente gioco anacronistico di descrivere ciò che è avvenuto nel 1948 come “pulizia etnica” distorce totalmente i fatti e non è niente più che una manovra propagandistica. L’uso di un termine che era stato coniato in una guerra completamente diversa, in Bosnia, per descrivere ciò che è avvenuto in circostanze totalmente diverse in Palestina cinquanta anni prima porta a distorcere la comprensione degli eventi, non a chiarire il loro significato. Questo abuso sfacciato della storia non è ammissibile nel nostro lavoro.
Ad ogni modo la questione della responsabilità per i profughi palestinesi è tornata al centro della discussione...
Come ho detto prima, la risposta non si trova nell’esposizione dei dettagli del modo in cui ha avuto luogo l’espulsione o la fuga dei palestinesi. Qualunque sarà il verdetto degli storici riguardo a questo, Israele non può liberarsi della responsabilità, dal momento che è chiaro che l’arrivo dei sionisti in Palestina fu la causa iniziale nella catena di eventi che ha portato alla tragedia. Se gli ebrei non fossero mai venuti in Palestina per stabilire qui la loro madrepatria, tutti quei palestinesi che oggi marciscono nei campi profughi vivrebbero ancora nei loro villaggi e nei loro paesi natii. Ciò non significa che tutta la responsabilità rimanga dalla parte degli israeliani. Anche gli arabi hanno fatto diversi errori che hanno contribuito alla loro “Naqba”. Non sono mai stati capaci di capire che la realtà ha spesso più potere, persino più forza morale, degli argomenti morali filosofici.
Quale pensa che possa essere la soluzione per il problema dei profughi oggi, 55 anni dopo la sua creazione?
L’espressione “diritto al ritorno” ha più di un significato: un profondo senso di ingiustizia soggettivo per ciò che ai profughi è stato perpetrato da parte dei sionisti e un desiderio profondo a tornare un giorno nelle loro case. Gli ebrei dovrebbero essere i primi a capire il potere di tali sogni dato che per duemila anni non abdicarono mai al loro “storico diritto a tornare nella terre dei loro antenati”. Nessuno, neppure Arafat, ha il potere di eliminare questo sentimento. A tale proposito, infatti, Arafat non aveva il potere di parlare a nome dei profughi.
Tuttavia c’è un ulteriore significato: il “diritto al ritorno” ha una legittimità giuridica internazionalmente sancita. Il diritto dei profughi palestinesi a scegliere tra un compenso finanziario e il ritorno fisico è stato riconosciuto più e più volte dalle Nazioni Unite e da molti Stati del mondo. Questo fatto rende la scelta un diritto in base al diritto internazionale.
D’altra parte chiunque nel mondo, persino i palestinesi, sa che Israele non può assorbire cinque milioni di palestinesi nel proprio territorio. A parte i ristretti casi di “ricongiungimento familiare”, Israele non può far entrare nemmeno un numero limitato di palestinesi perché significherebbe la fine di Israele come Stato ebraico e nessuno sulla terra, neppure l’Onu o gli Stati Uniti, possono obbligare Israele ad accettare quello che il 99% degli israeliani ritengono un suicidio collettivo. Questa idea è semplicemente irrealistica. Allo stesso tempo non è realistico chiedere ai palestinesi di abbandonare i propri sogni. Fu infatti un errore di Barak avanzare una richiesta del genere. In caso di pace e della creazione di uno Stato palestinese, si dovrebbe certamente permettere ai palestinesi di pronunciarsi su una “legge del ritorno”, così come noi ne abbiamo una, per il ritorno dei profughi nell’area dello Stato palestinese. Quando si raggiungerà questo, Israele potrà chiedere alle Nazioni Unite di accettare (questa volta legalmente) il diritto di Israele di decidere chi accogliere e chi respingere all’interno dei propri confini. Dovremo insomma richiedere che venga abolito il diritto legale riconosciuto internazionalmente (rispetto a questo non c’è nemmeno bisogno dell’approvazione formale dei palestinesi). Ciò forse non placherà il senso di ingiustizia che provano i palestinesi, ma credo sia un passaggio obbligato per il processo di pace. Persino David Ben Gurion, che per tutto il suo mandato come Primo Ministro negli anni ‘50 e nei primi anni ‘60 rifiutò persino di prendere in considerazione la conquista del West Bank e accettò il fatto che i luoghi sacri di Gerusalemme rimanessero sotto il controllo della Giordania, non fu mai d’accordo nel rinunciare al diritto degli ebrei su quelle aree. Ad ogni modo, questo non era importante, ciò che era importante era la sua politica.
Crede che i palestinesi accetterebbero un approccio di questo tipo?
Quelli che hanno firmato il protocollo di Ginevra hanno accettato questo approccio ed alcuni di loro erano tra i maggiori leader di Fatah. Devo aggiungere che negli ultimi 25 anni ho partecipato intensivamente ai colloqui con i palestinesi. Nella primavera del 1984 sono andato negli Stati Uniti con Muhammed Milhem, sindaco di Halhoul e per un certo periodo membro del Comitato Esecutivo dell’Olp, e ho parlato a diverse comunità, ebree, arabe e cristiane predicando insieme a lui il principio “due Stati per due nazioni”. Ho incontrato anche Arafat almeno tre volte dopo che venne a stare a Gaza e a Ramallah. Rimasi profondamente contrariato quando Arafat appoggiò, nell’ottobre del 2000, lo scoppio della seconda Intifada, l’“Intifada al Aqsa”, che è costata la vita ad almeno 3000 palestinesi e a più di 1000 israeliani.
Ciononostante sono ancora convinto che si possa raggiungere un compromesso lungo le linee definite dal protocollo di Ginevra. Sia gli israeliani che i palestinesi devono smettere di vivere all’ombra del 1948.
Cosa pensa del nuovo programma di disimpegno unilaterale e del “muro”?
Sia il nuovo piano di ritiro da Gaza di Sharon che il modo in


  


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