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Appello per Berneri

Noi ovviamente non contiamo nulla, ma ciononostante avanziamo una richiesta solenne agli ex-comunisti del Pci (la specifica è necessaria perché ci sono anche gli altri ex-comunisti, quelli del 68, e l’impressione è che i conti con le loro idee e con i loro atti di un tempo li abbiano fatti ancor meno dei primi): convochino un grande convegno sulla figura di Camillo Berneri, grande intellettuale e militante italiano, anarchico eterodosso, antifascista della prima ora e altrettanto rigoroso anticomunista, amico dei fratelli Rosselli, combattente di Spagna, ucciso dai comunisti delle brigate internazionali che ne rivendicarono l’omicidio sul giornale comunista in Francia.
E in questo convegno si faccia luce, finalmente, sul ruolo che ebbe Togliatti in Spagna.
E’ chiedere troppo? E’ una richiesta da pazzi? Forse sì, visto che pensiamo anche che se l’avessero fatto per tempo, negli anni scorsi, forse ora la situazione del nostro paese sarebbe diversa...
E chissà, se mai si dovesse tenere un simile convegno, che non possa svolgersi sotto l’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica...

l'altra tradizione

  

UNA CITTÀ n. 132 / 2005 Ottobre

Intervista a Corrado Malandrino
realizzata da Carlo De Maria

IL PRINCIPIO FEDERATIVO
Dalla rivoluzione americana che propone un federalismo sovranazionale a quella francese che propone un federalismo dal basso che non sia solo decentramento amministrativo, al federalismo integrale proudhoniano, l’idea è sempre quella di superare il centralismo autoritario dello stato. Le conseguenze della sconfitta dei girondini. Le idee di Carlo Rosselli e Silvio Trentin. Intervista a Corrado Malandrino.

Corrado Malandrino è professore di Storia delle dottrine politiche presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università del Piemonte Orientale. Ha pubblicato, tra l’altro, Federalismo. Storia, idee, modelli, Carocci 1998.

Lei sostiene che anziché di “federalismo” sarebbe meglio parlare di “federalismi”, in considerazione dei diversi modelli federali e delle molte retoriche del federalismo spesso radicalmente contrapposte tra loro. L’elaborazione federalista ha, dunque, molte vite: quali sono le principali del ’900 italiano?
Secondo me, non ci si può limitare al ’900 italiano senza conoscere le precedenti espressioni di pensiero federalista sia in Italia, che all’estero. Sono riscontrabili, infatti, dei forti legami. Se prendiamo, nell’800, il pensatore italiano che più di tutti ha il diritto di chiamarsi federalista, cioè Carlo Cattaneo (collocato all’origine di una sua precisa “scuola”, di una sua precisa tradizione di pensiero, con Gaetano Salvemini come snodo principale nel ’900), ebbene scopriamo che il federalismo cattaneano ha una sua radice filosofica, e tuttavia, da un punto di vista istituzionale, quando Cattaneo ha bisogno di indicare dei modelli, non li indica in Italia, dove non esistono, bensì fuori. Indica il federalismo elvetico, che è quello più vicino anche territorialmente all’esperienza italiana, ma, soprattutto, quello americano, che è l’altro federalismo, l’altra tradizione di federalismo fuori dall’Italia.
Cattaneo ha poi ben presente che il federalismo mostra due facce, due versanti. Su questo punto è molto importante il contributo di Bobbio, che ha curato la pubblicazione degli scritti federalisti di Cattaneo. Io stesso mi sono sforzato di sviluppare questo tema in quello che chiamo paradigma del federalismo classico o tradizionale (rimando, a questo proposito, al mio saggio Sovranità nazionale e pensiero critico federalista, pubblicato nel 2002 sui “Quaderni fiorentini”). Il federalismo, per come lo vedo io, dev’essere collegato al momento di critica della sovranità nello Stato moderno. Perché dico questo? La sovranità nello Stato moderno -così come noi la vediamo sorgere da Bodin a Hobbes a Rousseau, e a prescindere dai diversi regimi politici- si presenta come il momento di accentramento del potere, di monolitismo del potere. Non importa che sia uno Stato assoluto, uno Stato democratico, o un altro genere di Stato: la sovranità nello Stato moderno è il momento in cui vengono accentrate le facoltà del potere. Ora, il federalismo nasce come momento di contestazione di tutto questo, a partire da due punti di vista diversi: un punto di vista infrastatuale o infranazionale e un punto di vista sovrastatuale o sovranazionale. Possiamo individuare due momenti storici emblematici. Il primo è rappresentato dalla storia degli Stati Uniti d’America, con la guerra di indipendenza e, poi, la Convenzione di Filadelfia del 1787, che porta alla grande discussione tra federalisti e antifederalisti. Nel 1788-89, Hamilton, Madison e Jay scrivono The Federalist, considerata la Bibbia del federalismo moderno. Noi troviamo proprio lì la nascita del federalismo sovrastatuale. Qual è il concetto alla base del Federalist? Che la sovranità dello Stato non è monolitica, ma può essere condivisa verticalmente a più livelli. Si tratta di una affermazione molto impegnativa anche in termini di cittadinanza. La Federazione deve essere un prodotto non solo degli organismi statali, ma anche dei cittadini dei singoli Stati. La Federazione, quindi, si riferisce ai cittadini, che sono nello stesso istante cittadini del loro Stato e cittadini della Federazione. Quest’ultimo è, insomma, un momento di statualità sovrastatuale, con l’incarico di gestire alcune materie: il diritto di pace e di guerra, tutta la politica estera, la diplomazia, la sicurezza della Federazione, una parte dei poteri fiscali, la moneta, le grandi scelte di carattere economico continentale. Esistono quindi livelli di sovranità condivisi che si esplicitano in un tessuto istituzionale, quello della Federazione, nel quale c’è una ripartizione di poteri che poi è quella di Montesquieu: i tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario), divisi, con pesi e contrappesi. Si crea, cioè, uno Stato che sta sopra gli altri Stati e che ha, con essi, un rapporto di collaborazione, ma anche di controllo. Ai singoli Stati restano tutte le competenze di carattere più territoriale. Siamo, quindi, di fronte a un’autonomia politica vera e propria, che prevede diritti degli Stati e diritti della Federazione. Il federalismo moderno -che sorge proprio allora- non nasce come un qualunque federalismo antico. “Federalismo” è un termine della modernità, non c’è nell’antichità e nemmeno nel medioevo: allora si parlava di “confoederatio”, di “liga”, di altre cose, non si parlava di “federalismo” o di “federazione”.
Diceva che oltre al federalismo sovrastatuale o sovranazionale, la storia ci mostra un secondo modello federale...
Esattamente, un modello che punta invece -diversamente dal precedente- alla rottura della monoliticità dello Stato moderno procedendo dal basso. Qui l’esperienza paradigmatica è quella della Francia, il paese per antonomasia dello Stato monolitico e centralizzato (pensiamo a Luigi XIV, che incarna il modello dello Stato nell’epoca dell’assolutismo). Cosa succede nella rivoluzione francese? Nella rivoluzione francese abbiamo due linee contrapposte: una è quella girondina, capeggiata da Brissot de Warville; l’altra è quella giacobina, con a capo Robespierre. I girondini sono espressione di una rottura della monoliticità dello Stato.
I deputati della Gironda vogliono, cioè, che le varie parti del territorio francese concorrano, dal basso, alla definizione dei poteri. Quindi, sono fautori di un forte decentramento politico: l’autonomia è un concetto che se vuole essere affermato nella sua pienezza -come diceva Kant- deve essere politico, e non può essere confuso con un semplice decentramento amministrativo. L’autonomia, è bene chiarirlo una volta per tutte, è un fenomeno politico. I girondini, dunque, patrocinano una linea di decentramento politico, di vera autonomia. Sono, cioè, per un federalismo infranazionale.
Qual è la differenza tra il federalismo infranazionale e un generico decentramento amministrativo?
La differenza è che i titolari di poteri a livello infranazionale hanno una dignità di Stato nello Stato, quindi non sono semplici province, semplici regioni, che esercitano un potere che viene delegato dal centro. I girondini sono fautori di questa linea autonomista e, infatti, non a caso, sono anche fautori dell’importazione del pensiero del Federalist. Ma partendo, questa volta, dal basso. Mi spiego: mentre di là, in America, si tratta di un federalismo centripeto, perché l’obiettivo è quello di costruire un centro sovrastatuale, in Francia invece il centro c’è già e si tratta, dunque, di un federalismo centrifugo, perché si deve costruire un sistema in cui, al posto degli Stati americani e della Federazione, ci sono i Dipartimenti che assurgono a dignità statuale, guadagnando piena autonomia.
I giacobini sono contrari a questo disegno, vogliono mantenere un costrutto centralistico, monolitico, perché è più facile, secondo loro, condurre la guerra e fare la rivoluzione con uno solo che comanda dal centro, che non confrontandosi ogni volta con le periferie. Del resto, da un punto di vista di cultura politica, i giacobini sono rousseauiani, e l’idea di Rousseau sulla sovranità è centralistica. Anche se in Rousseau ci sono altri elementi che correggono questa impostazione... Ma diciamo che l’aspetto che Robespierre e Saint-Just hanno mantenuto è quello centralistico.
Nello scontro giacobini-girondini, i secondi hanno la peggio e vengono tutti ghigliottinati. Da quel momento in poi, l’idea di un federalismo infrastatuale o infranazionale verrà, in genere, tacciata come tradimento, come rottura di un paese. Invece non era così. Brissot de Warville voleva semplicemente costruire la Francia in maniera diversa e non mirava a rompere l’unità politica del suo paese. Voleva che l’unità politica scaturisse dall’incontro di un centro e di varie periferie, con pari dignità sotto l’aspetto statuale. Anche in Italia, si affermò soprattutto la tradizione giacobina, di conseguenza il federalismo è sempre stato malvisto.
Le distinzioni che abbiamo tracciato, fin qui, tra i diversi versanti del federalismo erano ben note anche a Carlo Cattaneo. Egli indicava, infatti, un modello sovrastatuale, gli Stati Uniti, e un modello infrastatuale, la Confederazione elvetica. I Cantoni, infatti, sono esponenti di un potere statuale, ma all’interno di una nazione svizzera. Come dicevo all’inizio, per comprendere le tendenze federaliste sviluppatesi in Italia, bisogna dunque aver presenti le modalità con le quali si è espressa, fuori dal nostro paese, la critica alla sovranità dello Stato moderno.
Alla luce di quanto detto, qual è il primo vero federalista italiano del ’900?
E’ senz’altro Luigi Einaudi. Dopodiché più o meno federalisti ce ne sono tanti. Gaetano Salvemini, ad esempio, è vero che ha studiato Cattaneo e che è un federalista, ma un po’ a modo suo. E’ più un confederalista che un federalista. A mio parere, non ha afferrato bene, cioè, al contrario di Einaudi, che il federalismo moderno esige che le Regioni siano enti a esponente statuale. E’ il caso di ricordare che Luigi Einaudi, quando nel secondo dopoguerra si tratterà di approvare la nostra Carta costituzionale, in un importante discorso, dirà che le Regioni devono avere più poteri, devono avere riconoscimento statuale. Solo così, secondo lui, si può realizzare il federalismo. Altrimenti avremo un decentramento amministrativo, arricchito magari con alcuni poteri politici e legislativi, comunque demandati dal centro e non originari. Invece, Gaetano Salvemini di questo non si rende ben conto. E non solo lui. Anche Alessandro Levi, filosofo e studioso di Cattaneo, proprio come Salvemini non spinge la sua concezione dell’autonomia fino in fondo, mancando della radicalità teorica che, invece, è propria di Einaudi. Quest’ultimo è anche il primo a dire: “Benissimo, ci dev’essere un federalismo infranazionale in Italia, ma pensiamo anche a un federalismo sovranazionale in Europa”. Il federalismo deve essere, quindi, anche un federalismo europeo: sotto questo aspetto, Luigi Einaudi è stato il maestro di Altiero Spinelli e di Ernesto Rossi.
Ma c’è anche il federalismo di Proudhon che ebbe una forte influenza...
Certo. Fino a questo momento, parlando di Cattaneo, Salvemini ed Einaudi, ho sempre parlato di federalismo politico-territoriale. Ma nell’Italia della prima metà del ’900 l’elaborazione federalista assume anche un altro aspetto, un’altra direttrice di sviluppo, che non ha niente a che vedere con tutto quello che ho detto finora. Mi riferisco al federalismo sociale o integrale, che affonda le sue radici nell’800 e che, a livello europeo, ha il suo più grande interprete in Proudhon. Secondo questo modello -che, in modo molto significativo, Proudhon definisce “federalismo agricolo e industriale”-, il federalismo non può essere semplicemente una struttura politica che si mette sopra la società. Per Proudhon, il federalismo è una cosa più profonda. Egli lo concepisce come la risposta politica allo scontro tra libertà e autorità. Se vogliamo risolvere il conflitto tra libertà dell’individuo, da una parte, e autorità dall’altra -il momento dell’autorità è fondamentale per una qualunque forma di statualità o di potere pubblico- noi dobbiamo scegliere una struttura dello stare insieme, dell’associato, che funzioni sia per la società civile che per la società politica. Il federalismo integrale è così definito proprio perché assume integralmente il modo di vivere degli uomini: non solo l’aspetto politico o istituzionale, ma anche quello sociale, quello produttivo, quello culturale. Ogni organizzazione sociale deve, insomma, essere federale.
Proudhon ha influito molto su alcuni pensatori italiani del ’900. Ricordo, ad esempio, prendendone uno su tutti, Silvio Trentin, che è un grande teorico del federalismo integrale. Ma voglio ricordare anche Adriano Olivetti, con il suo Ordine politico delle comunità, opera che costituisce un esempio classico di federalismo integrale.
Penso che in questa linea di elaborazione politica ci sia stato un ruolo di Carlo Rosselli, che viene invece solitamente ignorato. Secondo me, Carlo Rosselli è un altro grande federalista, politico-territoriale in primo luogo, ma anche integrale e proudhoniano. Cioè, Rosselli pensa -proprio come Trentin- che tutta la società debba essere costruita in termini federalistici. E’ convinto che il federalismo politico-territoriale, da solo, non basti più nel ’900.
Carlo Rosselli deve far fronte, proprio sul tema del federalismo, a una dura polemica con i suoi compagni di Giustizia e Libertà. Alcuni di loro come, ad esempio, Aldo Garosci, essendo liberali di sinistra, erano cresciuti con l’ideale dello Stato che aveva fatto l’indipendenza dell’Italia e l’unificazione del paese. Per loro federalismo voleva dire rottura dello Stato: “Ma come? Abbiamo lavorato tanto per fare lo Stato unitario e adesso lo andiamo a rompere?”. Da parte sua, Rosselli invece riprende Cattaneo: lo Stato può essere politicamente unitario, però in modo federale. Oltretutto, aggiunge Rosselli, il federalismo è l’antidoto dell’autoritarismo. Sia Rosselli che Trentin, infatti, interpretano il regime fascista come l’espressione massima del centralismo liberale. Cioè, secondo loro, dal punto di vista della concezione dello Stato, il mussolinismo rappresenta, rispetto a un modello liberale centralistico alla Crispi o alla Salandra, un ulteriore avvitamento del concetto del monolitismo. Rosselli e Trentin vedono il fascismo come espressione ultima e finale di un certo modo centralizzatore e monolitico di intendere lo Stato. L’antidoto al fascismo non può essere semplicemente la morte di Mussolini, o la sconfitta del regime fascista, ma è invece la scomparsa del modello di Stato centralizzato e monolitico. Solo così può avanzare il concetto dell’autonomia e del federalismo.
La loro prospettiva viene tuttavia battuta. Come noto, c’era stata un’ondata di autonomismo subito dopo la Grande guerra; ce ne sarà un’altra dopo la seconda guerra mondiale, ma anch’essa sarà sconfitta. Perché? Perché prevalgono le forze politiche che, tutto sommato, vogliono uno Stato nazionale ricostruito, moderatamente centralistico, ma pur sempre centralistico. Non a caso le Regioni sono previste nella Costituzione, ma ci vorranno vent’anni, venticinque anni, prima che vengano effettivamente realizzate. Tranne quelle tre, quattro Regioni a statuto speciale, subito varate.
In definitiva, mi sento di dire che il problema centrale del federalismo è il superamento della concezione centralistica e monolitica dello Stato moderno.
Con Gaetano Salvemini e Oliviero Zuccarini l’indirizzo federalista di Cattaneo entra nel dibattito novecentesco, arricchendosi di istanze provenienti dal movimento cooperativo-sindacale. Ci può parlare di questo passaggio?
Sì. Il passaggio che lei individua è vero soprattutto con il secondo, con Oliviero Zuccarini, più che con Gaetano Salvemini. Quest’ultimo, pur provenendo dalle file socialiste, non arrivò a sviluppare un concetto di federalismo sociale. In Zuccarini, invece, troviamo entrambe le componenti: c’è una forte componente politico-territoriale, ma c’è anche una viva attenzione al federalismo sociale. E’ sintomatico, a questo proposito, il suo interesse per le espressioni del sindacalismo rivoluzionario (Zuccarini ospitava regolarmente sulla sua rivista, “Critica politica”, i sindacalisti rivoluzionari seguaci di Proudhon e Sorel).
Devo dire, però, che in Zuccarini manca una consapevolezza teorica capace di condurlo alla radice del federalismo, cioè alla critica della sovranità dello Stato moderno. Credo che in Zuccarini sia molto forte l’aspetto di elaborazione sociale, l’idea di una costruzione sociale basata sui piccoli produttori (uno Stato federale dei produttori), ma il riferimento a Proudhon non riesce a giungere là dove l’autore francese è invece arrivato: alla contestazione della sovranità dello Stato moderno. Quindi direi che la forma di federalismo zuccariniano non è così consapevole come è in Rosselli o in Trentin.
Zuccarini è un repubblicano e il suo repubblicanesimo, intermedio tra Mazzini e Cattaneo, rimane debitore nei confronti della unitarietà dello Stato. Quando sorge il fascismo, Zuccarini cessa la sua attività. Dopo il 1922 non fa più nulla. Al contrario, Rosselli e Trentin, proprio perché avevano compreso la radice del fascismo, fanno una critica consequenziale del regime. Zuccarini no. In definitiva, la sua è una posizione autonomista e di federalismo integrale, sicuramente, ma di un federalismo teoricamente non consapevole fino in fondo.
Per quanto riguarda Salvemini, la sua è una concezione federalista di tipo politico-territoriale. Salvemini si occupava di mille altre cose: il suo “problemismo” spaziava in tutte le direzioni. Così non privilegiò l’approfondimento del federalismo e quindi si fermò, sostanzialmente, a Le più belle pagine di Carlo Cattaneo, che curò per l’editore Treves nel 1922. Durante l’esilio non si occupò più di federalismo e quando tornò in Italia, nel dopoguerra, non aveva una posizione avanzata su questi temi ed era, anzi, in polemica con il Partito d’Azione. Dopo la Seconda guerra mondiale non partecipò più alle discussioni sul federalismo e le autonomie.
In sostanza, penso che Salvemini e Zuccarini si siano un po’ bloccati nella loro maturazione dei problemi autonomistici e federalisti.
Lei prima diceva che Carlo Rosselli, nell’articolare la sua elaborazione federalista, incontrò qualche opposizione all’interno di Giustizia e Libertà, da parte dell’ala più legata alla tradizione liberale dello Stato unitario (Garosci, ma anche Renzo Giua). Pensando alla formazione di Silvio Trentin, che è un giurista di scuola liberale, possiamo dunque dire che la sua scelta federalista maturò proprio di fronte alla costruzione dello Stato fascista? Cioè, di fronte al fascismo, Trentin realizzò che l’unica soluzione era il federalismo?
Esattamente, proprio così. Trentin, fino al 1924, è su posizioni amendoliane (di Giovanni Amendola, naturalmente), è un democratico-repubblicano. Sotto certi aspetti un radicale (mi riferisco al vecchio tipo di radicalismo). Quando il fascismo vince, dopo l’assassinio Matteotti, è uno dei primi che sceglie di andare in esilio. Si tratta di un esilio volontario. Decide di vendere tutto quello che possiede in Italia e, nel 1926, raggiunge la Francia, stabilendosi a Tolosa, dove apre una libreria. Da giurista qual è, si rende conto che la forma liberal-monarchica dello Stato, sostanzialmente centralizzata, ha ingenerato nei cervelli, soprattutto dei giuristi, una sorta di pregiudizio centralistico di cui è difficile fare a meno. Trentin compie allora un processo di autocoscienza, di autocritica: “ho sbagliato fino a oggi, non mi sono mai reso conto quanto la mentalità liberale statuale sia alla radice del fascismo stesso”. Lui è uno dei primi a fare questo ragionamento e a rendersi conto di come i pericoli per la libertà e la democrazia esistessero già nello Stato liberale. “Se noi vogliamo fare una rivoluzione antifascista, dobbiamo fare anche una rivoluzione antistatalista”.
Dopo il 1926, stando in Francia, Trentin viene a contatto con il proudhonismo. Nel 1929, poi, sarà uno dei cofondatori di Giustizia e Libertà, entrando subito in sintonia con Rosselli proprio sul fatto che il prossimo Stato italiano non potrà più essere centralista, ma autonomista. E dovrà essere uno Stato nel quale le autonomie non sono semplici autonomie di decentramento, ma devono essere autonomie nel federalismo, legate a una struttura federale. Nel 1931-32, all’interno di Gl, si sviluppa una polemica sul programma politico, intorno alle seguenti domande: che cosa si deve intendere per federalismo? che cosa si deve intendere con autonomia? Da una parte, Garosci e altri dicono: “Allora federalismo che cosa vuol dire? Dobbiamo spezzare lo Stato, dobbiamo fare le Regioni come Stati e ogni Stato completamente padrone?” Dall’altra parte, Trentin e Rosselli rispondono: “No, non è questo il problema. Non bisogna riconoscere alle Regioni e ai Comuni dei poteri assoluti, delle sovranità esclusive, questo non ha senso. Ma a queste entità devono essere riconosciute vaste competenze, comunque sempre coordinate a quelle dello Stato. L’unità nazionale non sparisce”... Trentin queste cose le dice in modo giuridico, in modo molto più preciso. Scrive, addirittura, un abbozzo del nuovo Stato repubblicano e federale italiano. Un abbozzo di una nuova carta costituzionale. Ha una precisione di linguaggio molto superiore a quella di Rosselli, ma il concetto è uguale in tutti e due. Il federalismo deve essere un federalismo politico-sociale, deve essere un federalismo vero, ma deve essere anche un federalismo che non sia secessionista, che non rompa l’unità nazionale. Anche Garosci arriva a capire questo discorso. Lo capisce tanto bene che poi se ne convince, e in Giustizia e Libertà passa la tesi autonomista e federalista, che è la tesi che poi si affermerà nel Partito d’Azione, in gran parte formato dai vecchi di Gl, collegati con i repubblicani, come La Malfa, rimasti in patria.
Trentin è uno snodo fondamentale di questo processo. Putroppo morì morì durante la Resistenza e non poté giocare nessun ruolo nell’Italia repubblicana. Un destino simile a quello di Rosselli e di Piero Gobetti. Anche quest’ultimo, pur essendo un grande estimatore della conquista dello Stato unitario, è comunque un fautore delle autonomie. Per lui “rivoluzione liberale” significa rivoluzione dei singoli, rivoluzione morale, ma vuole anche dire rivoluzione politica, rivoluzione dello Stato liberale italiano che deve diventare uno Stato autonomista e non restare uno Stato centralista. Quella è la “piemontizzazione” dell’Italia. Anche per Gobetti -e Rosselli in questo segue Gobetti-, il fascismo è l’estrema espressione della centralizzazione sabauda, con in più altre cose: la reazione sociale, il modernismo reazionario, la concezione etica dello Stato. Del resto, l’accusa che il fascismo faceva allo Stato liberale era quella di non essere abbastanza forte e centralizzato.
Alla fine del 1943, la richiesta di autonomia regionale, premessa del federalismo, era all’ordine del giorno, da parte di varie forze politiche operanti nella Resistenza, in particolare gli azionisti, i cattolici democratici di ispirazione sturziana e i socialisti vicini a Eugenio Colorni. Ma nel dopoguerra il regionalismo sarà lasciato cadere da tutti i partiti. Forse perché i partiti di massa hanno proprio nella loro struttura la negazione dell’autonomia regionale?
No, non credo sia così. Il problema è più complesso. Non partirei dalla fine del 1943, ma da prima. Partirei dalla fase di ricostruzione dei partiti, nella quale si manifestano attitudini differenti nei confronti di federalismo e autonomia. Cominciamo dal Partito comunista. In quegli anni, il Pci esiste in una forma non di massa, ma di élite, molto accentrata. I comunisti, di conseguenza, non vogliono assolutamente sentir parlare né di federalismo né di autonomia. Molto diversa è la situazione nella Democrazia cristiana, per effetto di tutta la tradizione sturziana (Sturzo è stato un federalista convinto, sia a livello infranazionale che europeo), ma anche perché De Gasperi, il nuovo deus ex machina del partito democristiano, è un trentino e quindi il concetto dell’autonomia e del federalismo l’ha ben presente in testa, a prescindere da Sturzo, proprio per la sua esperienza all’interno dell’Impero austroungarico. I cattolici, insomma, possono contare su una loro tradizione autonomista e federalista. Tra i socialisti la situazione è variegata. L’interesse per il federalismo e le autonomie è forte in Colorni e Silone, mentre è assente nella visione di Nenni, di Morandi, di Saragat o di altri grandi leader, che sono tutti marxisti o, comunque, repubblicani centralisti.
Questa è la situazione iniziale: poi che cosa succede? Nella maturazione antifascista e nei due anni della Resistenza (dalla fine del ’43 al ’45), si afferma tra le forze politiche la tesi che per essere antifascisti bisogna essere contro lo Stato centralizzatore e monolitico. Il partito più consapevole di questo è il Partito d’Azione, mentre il Partito comunista rimane contrario. Il Pci è giacobino: vuole fare la rivoluzione dal centro, quindi non ama tutto questo discutere di autonomie e di federalismo. Togliatti non ne vuol sentir parlare. Quando Terracini, che è un po’ più sensibile a questo discorso, prova ad avanzare certe istanze si prende delle bacchettate sulle dita da Togliatti. Il Partito comunista non è, durante quegli anni, per il decentramento, ma per l’accentramento.
Anche perché i dirigenti comunisti sperano che la forza organizzativa del loro partito si stia per tradurre in termini elettorali, creando una situazione per la quale Partito socialista (nenniano-morandiano) e Partito comunista (togliattiano) raccolgano insieme i voti necessari per prendere il potere, e quindi realizzare una democrazia sociale, dal centro. Questo è il loro progetto, detto in soldoni. Al contrario, i democristiani, che pensano di non essere così forti, sono sia per tradizione culturale sia per calcolo politico, a favore di un decentramento politico, di un’autonomia forte. Il Partito d’Azione, da parte sua, è convintamente autonomista e federalista, perché i suoi dirigenti sono stati tutti influenzati, chi più chi meno, dalla scuola cattaneana, da Giustizia e Libertà... Sono tutti federalisti o fortemente autonomisti. Nel Partito liberale, infine, c’è uno come Einaudi che, come sappiamo, è stato maestro di autonomia e di federalismo.
A partire dal 1946, però, si vede che i risultati elettorali non sono quelli che ci si aspettava. Socialisti e comunisti non hanno la maggioranza, mentre la Dc ottiene un grosso risultato. A questo punto, durante la discussione alla Costituente, i comunisti cominciano a diventare un po’ più autonomisti e i democristiani un po’ meno, lasciando il Partito d’Azione da solo a difendere, insieme a una frangia di socialisti, la causa del federalismo. La soluzione che prevale all’Assemblea costituente è una soluzione di decentramento politico-amministrativo intermedio tra un puro decentramento amministrativo e un vero decentramento politico (si tratta dell’articolo 117 della vecchia Costituzione che è stato riformato negli ultimi anni).
Una volta passato il principio delle autonomie speciali ad alcune realtà regionali (Sicilia, Sardegna, Friuli, Val d’Aosta), la soluzione regionale si blocca. Perché si blocca? Perché, dopo le elezioni del 1948, i comunisti, perdenti, diventano sostenitori a oltranza della tesi regionalista, mentre invece i democristiani che devono gestire lo Stato, in un clima di netta contrapposizione, si rendono conto che è più agevole farlo in una struttura non ancora decentrata. Questa visione si afferma non tanto con De Gasperi, quanto con i suoi successori. Quando, cioè, il centrismo diventa una sorta di regime, che sarà poi fatto fuori dal centrosinistra. E, guarda caso, proprio col centrosinistra riparte il discorso delle Regioni, che sono l’effetto più grosso delle leggi fatte alla metà degli anni Sessanta. In conclusione, non direi che c’è stato un tradimento dichiarato della tesi regionalista, c’è stato un affossamento della realizzazione delle Regioni, soprattutto nel periodo del centrismo, perché alla Dc di Pella, del primo Fanfani e di Segni faceva più gioco avere un’Italia in cui le regioni non fossero ancora realizzate. Ma è stato un rinvio, più che una eliminazione.
Poi il federalismo in Italia ha avuto una lunga eclissi, durata grossomodo dagli anni Cinquanta fino agli anni Settanta-Ottanta...
Sì, se si eccettua il Movimento federalista europeo, fondato da Spinelli e continuato da Mario Albertini. Le tendenze federaliste ricomparvero, poi, sotto forma di “neoregionalismo”. Questa era la parola d’ordine. Le Regioni erano state finalmente realizzate (1970), ma si era subito visto che erano organismi troppo burocratici: troppo amministrativi e poco politici. Ripartì allora un movimento che rivendicava alle Regioni un riconoscimento maggiore rispetto a quello che si trovava nella Costituzione. Il neoregionalismo si è esaurito con le leggi costituzionali della fine degli anni ’90. Tuttavia, in Italia, non siamo ancora in un contesto federale. Siamo in un contesto fortemente autonomistico, sì, ma non federale.
In questa ripresa del federalismo, la Lega, all’inizio, ha avuto un ruolo positivo. Il leghismo iniziale, quello degli anni ’80, era una cosa molto diversa dal leghismo del decennio successivo, era l’insieme di tutti quei movimenti che avevano preso sul serio il problema del decentramento politico. Sennonché, poi, la Lega si è andata ad alleare a Gianfranco Miglio e alla sua idea confederale, secessionista, perdendo contemporaneamente per strada tutte le componenti culturali di sinistra. All’inizio, infatti, gran parte del leghismo era fatto da gente comunista e socialista. Lo stesso Bossi, inizialmente, era stato un simpatizzante del Pci. Mi ricordo, ad esempio, che il leghismo piemontese era fatto da gente che prima stava nel Partito comunista. Gipo Farassino, uno dei fondatori del leghismo in Piemonte, era un cantautore che stava nell’area del Pci. Poi sono venuti i Borghezio, che hanno assolutamente un’altra radice. Il leghismo iniziale era la rivolta contro lo Stato centralistico, contro una situazione nella quale le Regioni non avevano potere ed erano solo una messinscena di autonomia. Si parlava, allora, di “neoregionalismo”, poi di “neoautonomismo” e gradualmente si è arrivati al “federalismo”. Ma il federalismo è stato frainteso. La deviazione è avvenuta quando, con Miglio, si è inserita l’idea del secessionismo. Ecco che allora si è presa la deriva, con l’aggiunta di elementi che prima non c’erano nel leghismo: elementi di destra, di reazione, di liberismo a oltranza. Il risultato è stato un movimento di tipo localistico e secessionistico. Così, il secondo leghismo si è snaturato. Oggi si dimostra anche razzista e antieuropeista! E’ quasi inutile dire che tutto questo è il contrario del federalismo, che è una formula di unione, non di disunione. Se poi andiamo a vedere da un punto di vista culturale generale, o politico-culturale, i pensatori federalisti aborrivano assolutamente la xenofobia e il razzismo. Quindi non c’è alcun punto di contatto tra federalismo, autonomie e leghismo. Il leghismo, in realtà, ormai non è che una forma esasperata di rivendicazione di potere locale.
Comunque, l’idea del federalismo non è finita. Io credo che, oggi come oggi, il federalismo possa essere solo europeo. Sono molto diffidente nei confronti di un federalismo che dice di essere solo locale e non filoeuropeo. Secondo me non è vero federalismo: è un secessionismo, un localismo, un particolarismo. Il vero federalismo dev’essere, per forza di cose, federalismo europeo, perché è solo nella misura in cui si comprende che lo Stato italiano e le componenti infrastatuali sono inserite in un grosso discorso europeo che si evitano le insidie del particolarismo.


  


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Come in Piero Gobetti si intrecciarono liberalismo e idea di rivoluzione. Un marxismo valido nel suo materialismo e nell’idea di storia come storia di lotta di classi. Il grande valore democratico del conflitto e della lotta nella società. Intervista a Pietro Polito.

Le due anime

Per Andrea Caffi il socialismo era uguaglianza, libertà, diritti, ma anche felicità; un uomo vissuto tra due secoli e tra tanti paesi, forgiato dalla cultura dell’illuminismo francese, ma anche dal populismo russo, in cui il razionalismo conviveva con la solidarietà per gli umili. Intervista a Nicola Del Corno e Sara Spreafico.

Fai il consigliere comunale

La storia del Bund, il partito che organizzava i lavoratori e la vita quotidiana delle comunità ebraiche polacche e che finì con le deportazioni nei campi di sterminio e con la disperata insurrezione del ghetto di Varsavia; Marek Edelman, bundista, medico, dirigente di Solidarnosc... Intervista a Wlodek Goldkorn.

L'associazione

La figura luminosa di Andrea Costa, uno dei fondatori del socialismo italiano, che non rinnegò mai le sue origini libertarie e che sognava un partito federale, decentrato, pluralista, alleato a radicali e democratici; l’esperienza di Imola, primo comune italiano governato dai socialisti; il welfare municipale. Intervista a Carlo De Maria.

L'individualismo solidale

Una rivista nata dall’idea che la frattura novecentesca fra un pensiero socialista e l’individualismo, abbandonato all’egoismo, fosse sbagliata e sanabile...
Intervista a Ferruccio Andolfi.
Capitalismo e libertà

Libertà e capitalismo sono indissolubili? Ogni idea di cambiamento non può che partire dalle condizioni storiche concrete in cui il massimo di libertà si è realizzata. L’idea di libertà non può che essere negativa, come assenza di coercizione; il pericolo delle libertà positive, sempre prescrittive. La libertà è anche quella di non partecipare. Il grande errore della sinistra di legare libertà a risorse.
Conversazione con Nico Berti.
Ricordiamo Koestler
e gli altri

La vicenda di Arthur Koestler, e di tanti come lui, che dopo aver aderito al comunismo, ne rimasero talmente inorriditi che, pur nel periodo più duro della lotta antinazista, non cedettero al "ricatto antifascista” e lottarono anche contro l’altro totalitarismo. Il Congresso per la libertà della cultura e i soldi della Cia. La tragica debolezza dell’anticomunismo di sinistra.
Intervista a Marcello Flores.
 
Riformismo rivoluzionario

Il tragitto politico e intellettuale di Riccardo Lombardi, dapprima strenuo sostenitore di una politica pianificatrice dall’alto, che presupponeva la conquista della "stanza dei bottoni” e, dopo il fallimento del centrosinistra, fautore di un’"alternativa socialista”, basata su forme, dal basso, di autogestione. L’appoggio decisivo all’elezione di Bettino Craxi, di cui ebbe a pentirsi.
Intervista a Francesco Grassi.

Ma perché
il maoismo?

L’ultrastalinismo del Partito comunista italiano e il fatto che abbia dato un grande contributo alla costruzione della democrazia sono due aspetti veri entrambi. Il fideismo verso l’Urss una vera religione. Il mistero di un movimento antiautoritario, quello del 68, caduto quasi subito nell’ideologia comunista. Nessuna manifestazione per Praga. Una rimozione più che una vera autocritica.
Intervista a Marcello Flores.
Quell'ansia di prendere il potere

La sincerità sconvolgente, per la sinistra innanzitutto, di Pasolini. Se del 68 Chiaromonte rigetta la ricerca dell’appagamento di tutti i desideri, cardine della società dei consumi, Pasolini denuncia l’identificazione con l’aggressore di tanta sinistra giovanile e, al fondo, dello stesso marxismo, che ama il capitalismo e la sua tensione al futuro. Un populismo libertario e il "fondo oscuro dell’esistenza”.
Intervista a Filippo La Porta.
Se Jefferson...

Il modo ambivalente di guardare all’America della sinistra europea dipende dalla storia: quando qua regnava il privilegio là si diceva "una testa un voto”, qua si aspettava sempre la rivoluzione là pensavano di averla già fatta; il deficit terribile di liberalismo della sinistra italiana. Intervista a Pietro Adamo.





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