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Lettere dalla Tunisia

di Micol Briziobello

Lettere dalla Cina
di Ilaria Maria Sala


"Sono, queste di Ilaria Maria Sala alla redazione di "Una città”, delle vere lettere ad amici, in cui racconta e si racconta. Racconta le sue giornate e le sue esperienze in un tono molto familiare. Ma le sue pagine ci fanno scorgere una Cina vera, con la sua gente (gli Han, ma anche gli Uiguri e i Tibetani e gli altri), e il continuo muoversi velocemente di uomini e donne in città sempre più grandi. Forse quella che cresce di meno fra tutte è proprio Hong Kong, il cui espandersi è limitato da confini fisici, geografici. Città più tranquilla, e ancora oggi più libera: per questo, probabilmente, Ilaria ha scelto di viverci". Continua qui.

internazionalismo

UNA CITTÀ n. 131 / 2005 Agosto-Settembre

Intervista a Ephraim Kleiman
realizzata da Barbara Bertoncin, Francesco Papafava

I DUE ELETTRICISTI
Perché trent’anni di occupazione ingiusta dei Territori palestinesi hanno favorito il progresso economico e sociale dei palestinesi. La possibilità di lavorare in Israele, di esportare e importare i prodotti locali, l’inizio degli investimenti dei palestinesi in diaspora e degli stranieri. Il disastro della seconda Intifada. Il problema della sicurezza, che per Israele viene prima di tutto, e che rischia di far naufragare ogni progetto di sviluppo. I nuovi imprenditori palestinesi, giovani dei Territori che si sono guardati in giro... Intervista a Ephraim Kleiman.

Ephraim Kleiman, professore Emerito di Economia presso l’Università ebraica di Gerusalemme e collaboratore di Ha’aretz, è stato consulente economico per il governo israeliano durante i negoziati con l’Olp del 1993-94 a Parigi. L’intervista è stata fatta qualche tempo prima che cominciasse il ritiro unilaterale di Israele da Gaza. In che stato è l’economia palestinese? La situazione attuale è senz’altro il risultato di tutti questi anni di Occupazione israeliana; con tutto il dibattito che ne consegue -se tutto ciò sia stato e sia necessario e legittimo- ma anche con l’inevitabile, e innegabile, sviluppo socioeconomico che ne è derivato. E’ un aspetto, questo, oggi dimenticato, ma durante i primi vent’anni di Occupazione, i palestinesi vissero una sorta di rivoluzione sociale: gente che prima non aveva mai avuto soldi per le mani, che per la sopravvivenza era sempre dipesa dal locale proprietario terriero o dall’usuraio di turno, si trovò per la prima volta a maneggiare denaro proprio. E’ emblematico, a questo proposito, che il manifesto che portò alla prima Intifada, fosse stato scritto da due fratelli, che di mestiere facevano gli elettricisti, ma che in realtà erano anche attivisti di un piccolo partito di sinistra, avevano quindi una coscienza politica. Beh, che due elettricisti potessero scrivere il manifesto di un movimento politico vent’anni prima sarebbe stato addirittura inconcepibile. Ci può dare qualche dato di questo sviluppo? Basti dire che negli anni tra il 1969 e il 1992 il prodotto nazionale lordo (Gdp) crebbe, in termini reali (ovvero tenendo conto dell’inflazione) del 5, 7% in media all’anno, contro il 2, 4% di Israele, e nel 1992 era quasi quadruplicato rispetto al 1968 (contro il raddoppio in Israele) . Tale crescita, soprattutto nell’area di Gaza, fu senz’altro il risultato dei salari dei palestinesi impiegati in Israele, però anche le attività economiche interne in quegli anni conobbero un intenso sviluppo: il prodotto interno lordo -al netto di questi salari- cresceva del 4, 2% all’anno (2, 8% per Israele) , e il Gdp per persona nel 1992 era 2, 7 volte quello del 1968. Va da sé che tutto questo non va letto come una giustificazione dell’Occupazione, in quanto è semplicemente il frutto di leggi economiche: un’economia più povera e di piccole dimensioni che si integra (in questo caso in maniera forzata e ineguale) con una più ricca e più grande . La seconda metà degli anni Novanta, poi fu addirittura sorprendente. Dopo il ’96, che io chiamo l’anno orribilis, l’economia palestinese aveva cominciato a svilupparsi, in modo rapido e fors’anche inaspettato, soprattutto in concomitanza con il diradarsi degli attentati suicidi, e il numero degli occupati era aumentato in modo rilevante. Addirittura, nel 2000, il numero dei palestinesi che lavoravano in Israele è stato il più alto di tutta la storia. Certo, sempre una piccola percentuale (il 7% circa sulla forza lavoro israeliana) ma insomma…
Le origini di questo sviluppo? E’ stato un movimento partito nel ’67, con la guerra dei Sei giorni. All’indomani della guerra, le piccole economie palestinesi di Gaza e del West Bank si erano trovate ad essere in qualche modo integrate all’economia, certamente più fiorente, di Israele, e il risultato fu un rapido aumento delle entrate, perlopiù provenienti dalle rimesse dei palestinesi che lavoravano in Israele, ma in parte anche legate allo sviluppo di attività economiche locali, specie nel West Bank. La gente oggi ha dimenticato, ma fino al 1993 ci fu una totale libertà di movimento di persone, prodotti, veicoli, tra Israele e i Territori palestinesi, se si eccettuano le sei settimane di quella che in Occidente viene chiamata la Prima guerra del Golfo (in realtà, più correttamente, quella è la Seconda, perché la prima è stata quella tra Iran e Iraq) . A questo proposito cito un episodio: alla fine degli anni... [ continua ]

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I due elettricisti

Perché trent’anni di occupazione ingiusta dei Territori palestinesi hanno favorito il progresso economico e sociale dei palestinesi. La possibilità di lavorare in Israele, di esportare e importare i prodotti locali, l’inizio degli investimenti dei palestinesi in diaspora e degli stranieri. Il disastro della seconda Intifada. Il problema della sicurezza, che per Israele viene prima di tutto, e che rischia di far naufragare ogni progetto di sviluppo. I nuovi imprenditori palestinesi, giovani dei Territori che si sono guardati in giro... Intervista a Ephraim Kleiman.
Il funzionario dell'Ohio

America mostro imperialista o forza complicata? Le due sinistre americane che non si parlano più. L’errore grave di non condannare Saddam Hussein. Il problema di un partito democratico che in tante zone del paese non è presente sul territorio. L’attacco della destra alle istituzioni ‘ancora democratiche’ come le università attraverso la denuncia di presunte discriminazioni. Intervista a Todd Gitlin.
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Le donne palestinesi stanno discutendo di come far valere i loro diritti nella futura costituzione. Il problema dell’inter-pretazione della legge islamica, finora al maschile. L’esempio illuminato tunisino e la beffa subita dalle donne algerine. La tradizione inventata del velo e il rischio che la donna diventi oggetto di negoziato fra islamici e Olp. Il grande realismo della donna araba. La possibile delusione sugli accordi. Intervista a Ruba Salih.
Colei che vede chiaro

Le donne algerine, dopo aver sfidato in questi anni il terrorismo integralista difendendo la vita quotidiana delle donne, dopo essere andate a votare in massa dimostrando quanto fossero false le analisi che prevedevano un bagno di sangue, ora si stanno organizzando per la lotta politica contro quell’infame codice della famiglia che le condanna ad essere minorenni a vita. Intervista a Khalida Messaoudi.
Khalida e le altre

Sosteniamo la lotta di Khalida Messaoudi e delle altre femministe algerine.
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L’originalità di politiche e gesti di Barack Obama non si esaurisce nel suo carisma e nell’uso della rete, ma affonda nell’infanzia segnata dalla madre antropologa, nell’esperienza di organizzatore di comunità e ad Harvard. La figura e il ruolo di Saul Alinsky e l’importanza dell’arte di ascoltare. Intervista a Marianella Sclavi.

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di cambiamento

L’Amministrazione di Obama si sta dimostrando aperta al dialogo, non islamofoba e capace di criticare Israele. La questione, intricata, di Pakistan e Afghanistan. L’importanza di tenere alta l’attenzione in Iran, senza però interferire. L’impegno del ritiro dall’Iraq, ormai improrogabile.
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La guida turistica
del Kosovo

Appunti di viaggio.
Di Paolo Bergamaschi
Presidente Obama: invictus?

lettera dall'America
di Gregory Sumner
La nostra casa

Quella mattina, poco dopo la fine della guerra, in cui si presentarono tre palestinesi e chiesero di dare un’occhiata alla "loro” casa, la difficile scelta di farli entrare e poi la nascita di un’amicizia e la decisione di fare della propria casa una "open house” per israeliani e palestinesi.
intervista a Dalia Landau.
Due sarte togolesi

Un’associazione, Seniores, che mette insieme professionisti prossimi alla pensione disponibili a viaggiare e a trasmettere gratuitamente l’esperienza accumulata nel corso della vita e l’idea di due sarte di fare un corso di alfabetizzazione femminile nel mercato principale di Lomé...
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Intervista a Vjosa Dobruna.
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L’esperienza di un’associazione, Humans Without Borders, che cerca di far curare bambini palestinesi ammalati in ospedali israeliani, facendoli passare fra i tanti posti di blocco; l’imperativo morale che spinge tanti israeliani a far qualcosa per i palestinesi pur in un contesto politico di disperazione.
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In Cecenia è genocidio?

Il 20% della popolazione uccisa, il 50% profuga. Un terrorismo di Stato circondato dal silenzio di una stampa imbavagliata. La disperazione dei ceceni. L’indifferenza colpevole dell’Europa. Intervista a Olivier Dupuis.

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Democrazia in Iran, difesa dei diritti umani, dare voce a chi vuol diffondere le proprie idee, sono gli obiettivi di una radio fondata da iraniani emigrati che trasmette dall’Olanda; un sito con un milione e mezzo di passaggi al mese, molti dei quali dall’Iran dove sono attivi 62.000 blogger... Intervista a Kamran Ashtary.





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