









Appello per Berneri

Noi ovviamente non contiamo nulla, ma ciononostante avanziamo una richiesta solenne agli ex-comunisti del Pci (la specifica è necessaria perché ci sono anche gli altri ex-comunisti, quelli del 68, e l’impressione è che i conti con le loro idee e con i loro atti di un tempo li abbiano fatti ancor meno dei primi): convochino un grande convegno sulla figura di Camillo Berneri, grande intellettuale e militante italiano, anarchico eterodosso, antifascista della prima ora e altrettanto rigoroso anticomunista, amico dei fratelli Rosselli, combattente di Spagna, ucciso dai comunisti delle brigate internazionali che ne rivendicarono l’omicidio sul giornale comunista in Francia.
E in questo convegno si faccia luce, finalmente, sul ruolo che ebbe Togliatti in Spagna.
E’ chiedere troppo? E’ una richiesta da pazzi? Forse sì, visto che pensiamo anche che se l’avessero fatto per tempo, negli anni scorsi, forse ora la situazione del nostro paese sarebbe diversa...
E chissà, se mai si dovesse tenere un simile convegno, che non possa svolgersi sotto l’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica...
UNA CITTÀ n. 131 / 2005 Agosto-SettembreIntervista a Marcello Flores
realizzata da Gianni Saporetti
RICORDIAMO KOESTLER E GLI ALTRI
La vicenda di Arthur Koestler, e di tanti come lui, che dopo aver aderito al comunismo, ne rimasero talmente inorriditi che, pur nel periodo più duro della lotta antinazista, non cedettero al “ricatto antifascista” e lottarono anche contro l’altro totalitarismo. Il Congresso per la libertà della cultura e i soldi della Cia. La tragica debolezza dell’anticomunismo di sinistra. Intervista a Marcello Flores.
Marcello Flores insegna Storia contemporanea e Storia comparata alla facoltà di Lettere dell’Università di Siena, dove dirige anche il Master in Human Rights and Humanitarian Action. Ha pubblicato: Il secolo-mondo. Identità e globalismo nel XX secolo, il Mulino 2002; Storia, verità, giustizia. I crimini del XX secolo, Bruno Mondadori 2001; In terra non c’è il paradiso. Il racconto del comunismo, Baldini&Castoldi 1998; 1956, il Mulino 1996; L’età del sospetto. I processi politici della guerra fredda, il Mulino 1995; L’immagine dell’Urss. L’occidente e la Russia di Stalin, il Saggiatore 1990. Recentemente è uscito Tutta la violenza di un secolo, Feltrinelli 2005.
Ricorre il centenario della nascita di Arthur Koestler ed è uscita, dal Mulino, la ristampa di Schiuma della terra, la sua autobiografia degli anni di prigionia in Francia. Intanto possiamo dire chi era Koestler, qual è stato il suo tragitto intellettuale e di militante?
Koestler è un rappresentante dell’intellighenzia mitteleuropea, quella che si formò soprattutto dopo la prima guerra mondiale. Vivere la crisi e il crollo dell’impero multinazionale asburgico, per Koestler come per tanti suoi compatrioti e compagni dello stesso ambiente, aveva significato acquisire una visione internazionale dei rapporti tra gli stati, e della direzione in cui stava andando il mondo, che gli permise di sfuggire alle forti tensioni nazionalistiche che presero piede in altri paesi europei prima e dopo la guerra e che caratterizzarono i regimi autoritari e quelli fascisti nel dopoguerra.
Da questo stesso ambiente escono molti intellettuali comunisti. Nel caso di Koestler, essendo ungherese, c’è anche l’impronta della rivoluzione dei consigli di Béla Kun avvenuta all’indomani della guerra, vittoriosa per pochi mesi prima di essere soffocata nel sangue dalle truppe dell’ammiraglio Horthy. Questo sicuramente aveva contribuito al rafforzamento di una visione proiettata genericamente al progressismo.
L’adesione al comunismo di Koestler è abbastanza tardiva, sia per la sua età, ma soprattutto rispetto alle vicende della rivoluzione russa. Koestler entra nel partito comunista nel 1930, quando Stalin ormai ha vinto e -tramontata la possibilità che un diverso modello di socialismo potesse imporsi- inizia la fase più tragica della collettivizzazione forzata e dell’industrializzazione accelerata. Koestler, insomma, aderisce al comunismo l’anno in cui inizia formalmente a esistere il gulag. Questo è al tempo stesso un paradosso e un simbolo della vicenda di Koestler. Ricordiamo che nello stesso momento un personaggio come Silone, che è stato e sarà legato per tanti versi a Koestler, esce dal partito comunista. E’ una fase in cui ci sono state già almeno due o tre generazioni di gruppi di comunisti, sparuti ovviamente, che hanno abbandonato il comunismo.
Il primo abbandono era avvenuto nel 1921 dopo la repressione di Kronstadt, un altro dopo la morte di Lenin, con l’inizio dello stalinismo e la vittoria del triumvirato su Trotzky, fino ad arrivare alla fine degli anni Venti, con l’emergere di una politica anche sociale sempre più dura e in qualche modo ferreamente dittatoriale. E’ proprio in questa fase che invece Koestler aderisce. Ma non è il solo, ovviamente, e questo è il riflesso di un’altra realtà internazionale che vede, dopo la vittoria del fascismo italiano nel 1922, uno sviluppo dei movimenti fascisti tale da portare la Germania e gran parte dell’Europa, durante gli anni Trenta, in una dimensione sempre più autoritaria e dittatoriale. Koestler quindi si inserisce in una dinamica che sembra in controtendenza rispetto ad alcune vicende del rapporto tra gli intellettuali e il movimento comunista internazionale, ma che è invece in profonda sintonia con quella che è l’adesione di molti giovani e meno giovani al comunismo, per reazione al pericolo fascista sempre più incombente. Un po’ più sullo sfondo, nel caso di Koestler, come di molti europei, c’è infine la crisi del capitalismo mondiale iniziato con il crollo di Wall Street del 1929, che fa credere a molti che la pianificazione sovietica possa essere un’alternativa valida per ipotizzare un diverso modello economico sociale, rispetto a una crisi che sembra definitiva e non solo passeggera.
Koestler, essendo un giornalista, inizia subito a lavorare nel campo della propaganda. Questo è un elemento che lo lega a un altro comunista, nei primi anni Trenta estremamente ortodosso, ma che morirà anche lui assassinato dagli agenti di Stalin alla fine degli anni Trenta, che è Willi Muensenberg, il capo dell’apparato propagandistico del Komintern. Koestler ha un interesse soprattutto internazionale e, da questo punto di vista, probabilmente come molti, ritiene che le vicende che accadono in Urss abbiano delle dinamiche proprie che bisogna accettare e giustificare se rafforzano il potere sovietico e gli permettono quindi di continuare a rappresentare una sorta di faro per le sorti della rivoluzione in Europa. Quindi, e lo dice anche nelle sue memorie, che sono molte oneste, non c’è una riflessione, o una crisi, che nasca dai primi processi ai menscevichi, quelli ai cosiddetti sabotatori industriali, tutti personaggi dell’opposizione che vengono accusati chiaramente di delitti inesistenti. Anche se, certamente, viaggiando molto e lavorando per il Komintern, Koestler si rende conto del carattere estremamente rigido e burocratico dell’apparato internazionale del partito e di come questa rigidità sia legata a un forte bisogno di fede, di obbedienza, di gerarchia, che è tutto quello che poi, come in una sorta di racconto dall’interno, riuscirà a criticare in modo memorabile in Buio a mezzogiorno.
Ma quand’è che entra in crisi?
Koestler entra in crisi con la guerra di Spagna.
Koestler va in Spagna, in realtà per conto del Komintern, ma inviato per un giornale inglese, il News Chronicle, e va a lavorare nella parte occupata dai ribelli, dai generali ribelli. Lì incorre in un arresto e nell’accusa di essere un sovversivo, che lo porta per alcune settimane nella cella della morte, rischiando di essere fucilato insieme ad altri comunisti e anarchici. E’ in questo periodo di forzata solitudine che emergono nella coscienza di Koestler in modo più nitido, anche se non del tutto coerente, le critiche, le delusioni, le disillusioni verso la politica del movimento comunista internazionale. Però per evitare che la lotta per la repubblica spagnola potesse indebolirsi (teniamo presente quello che rappresentava la guerra di Spagna a livello internazionale: un forte momento di contrapposizione tra fascismo e antifascismo) e, probabilmente, anche nel tentativo di capire meglio la propria evoluzione, Koestler tiene abbastanza per sé le sue riserve, sempre più forti. E’ un po’ la stessa cosa che accade ad Andrè Gide, certamente meno solido come comunista: recatosi in Urss proprio nel 1936 e avendo scritto un racconto di quello che aveva visto, aspetta a pubblicarlo per evitare che possa essere usato come propaganda anticomunista durante la guerra di Spagna. Comunque è proprio in concomitanza con la Spagna che si svolgono i grandi processi di Mosca. Per quanto Koestler li abbia potuti vivere, soprattutto il primo, a posteriori (ne viene a conoscenza infatti solo quando rientra dalla prigionia in Spagna) questa doppia faccia del comunismo, impegnato da una parte nella difesa della repubblica spagnola (anche se con tutte le contraddizioni che porteranno alle giornate di Barcellona nel ‘37 e agli scontri con gli anarchici) dall’altra nei processi di Mosca, rende sempre più esplosiva la sua situazione. Ma era inevitabile che il suo atteggiamento di fondo, critico e curioso, la sua volontà intellettuale di capire cosa stesse accadendo e i meccanismi che portavano a certe soluzioni, lo spingessero a quella rottura che diventerà aperta e ufficiale al momento del patto russo-tedesco. Un’altra persona che si ritrova con Koestler ad abbandonare il comunismo nel momento del patto russo-tedesco, per venire in Italia, è Leo Valiani.
Da questo momento tutte le vicende personali sono legate alla prigionia in Francia, che Koestler racconta in modo appassionante in Schiuma della terra. La catastrofe mondiale ormai ha conquistato tutta l’Europa e questi gruppi di intellettuali militanti che si incrociano e si ritrovano nella clandestinità o nei campi di prigionia, per quanto cerchino di influenzarla, non possono nulla contro una Storia che ha preso un cammino incontrollabile, che va per conto suo.
Quelli della guerra sono anni in cui la critica al comunismo diventa sempre più radicale. Koestler decide così di impegnarsi in una militanza politica, questa volta contro il totalitarismo comunista, di taglio e di spessore analoga a quella che aveva dedicato al movimento comunista internazionale. E’ quello che succede a molti ex-comunisti. Il caso di Silone è analogo. Differente quello di altri, quasi sempre americani, che abbandonando il comunismo abbandonano l’impegno politico tout court.
Con la fine della guerra succede che la battaglia per svelare e denunziare le contraddizioni del comunismo (che Koestler vede al tempo stesso come un problema teorico e storico), si trova a dover fare i conti con un’altra svolta della Storia che nessuno prevedeva, quella della Guerra fredda, che inizia nell’immediato dopoguerra. L’azione di Koestler, così come quella di Silone e di tanti altri, viene immediatamente schiacciata e compressa all’interno della Guerra fredda, quindi della scelta di campo tra Est e Ovest, tra comunismo e mondo libero, mondo capitalista. Questo fa fallire tutti i tentativi, le possibilità di terze vie che pur si sperimentano in Europa con grande ricchezza intellettuale e culturale ma con altrettanto grande debolezza politica (in Italia tutto ciò è rappresentato dalle vicende del Partito d’Azione) e porta, di fatto, Koestler ad appiattirsi su un anticomunismo che non sarà più solo e tanto quello che lui e persone come lui incarnano, ma sempre più diventerà quello rappresentato dall’amministrazione americana. In questa fase Koestler viene attaccato dai comunisti nel modo più pesante, volgare (qualsiasi aggettivo sicuramente è troppo leggero) per i libri che pubblica, che invece, a partire da Buio a mezzogiorno, sono testi di una grandissima raffinatezza intellettuale, in cui non c’è alcuna facile caduta propagandistica. Buio a mezzogiorno, utilissimo da leggere ancora oggi, è un libro che tenta di entrare nei meccanismi, estremamente articolati e complicati, del rapporto del rivoluzionario con il partito, della rivoluzione con la società, della verità con la politica, della morale con la verità e con la politica. Qualcosa, cioè, che avrebbe dovuto essere di interesse per chiunque. Invece Koestler, che nel 1950 è uno degli artefici, a Berlino, della fondazione del Congresso per la libertà della cultura, viene segnato solo come un “rinnegato”, come un anticomunista e, quindi condannato a priori senza essere neanche preso in considerazione e discusso. E’ lo stesso destino che capita al libro Il Dio che è fallito, pubblicato tra il ‘49 e il ‘50 in Inghilterra, dove, insieme a Koestler, ci sono gli interventi di altri autorevolissimi intellettuali ex-comunisti come Silone, Spender, Wright, Gide e Luis Fisher, che raccontano le tappe della loro adesione e poi della loro disillusione, del loro distacco dal comunismo: all’epoca fu ignorato e attaccato come propaganda e menzogna dal movimento comunista. Non a caso solo negli anni ‘80 e ‘90, con la crisi del comunismo, tornerà a essere letto.
La cosa curiosa è che proprio dopo il crollo del comunismo, molti dei dirigenti del Partito comunista italiano, quelli almeno che sono stati più onesti nel raccontare la loro esperienza, hanno tutti confessato di non aver mai letto Koestler. Tutti ne parlavano male perché il partito aveva detto: “Parlatene male ma non leggetelo”. Questa era la logica. E Buio a mezzogiorno era ben conosciuto perché la prima edizione italiana, nella Medusa, quella verde, è addirittura del ‘47, se non sbaglio, per cui non poteva certamente passare sotto silenzio. Ma è un libro che fu vittima della divisione aprioristica di tipo ideologico, ma anche culturale, della Guerra fredda. Anche tutto il lavoro compiuto dal Congresso per la libertà della cultura, molte delle conferenze, dei libri, delle riviste erano a un livello molto alto e rimangono tutt’oggi di grandissimo interesse. Ma proprio per questa loro collocazione all’interno del mondo occidentale, di fatto, sono stati ignorati e criminalizzati dalla cultura comunista.
E’ un po’ paradossale che nel periodo dei processi di Mosca sia l’antifascismo a “tenere” Koestler legato alla Russia, mentre poi, nel periodo della guerra, quando la barbarie nazista si impossessa dell’Europa, proprio allora lui riesca ad “abbandonarla”… Insomma per lui il “ricatto antifascista” cade nel momento in cui diventa più forte…
E’ una maturazione profonda che è di pochi; non sono in tanti a riuscire a non farsi ricattare dalla politica contingente. Tra l’altro teniamo presente quello che accadeva anche a Churchill e Roosvelt, che, essendo alleati con Stalin, avevano messo tra parentesi quello che era il regime sovietico. Koestler va alla radice e la trova nell’analisi del totalitarismo in generale. Che poi è quello che esploreranno Hannah Arendt e altri pensatori.
Questa posizione coerentemente antitotalitaria avrebbe potuto caratterizzare le vicende politiche in modo estremamente diverso, soprattutto in Europa, se fosse stata fatta propria, nei diversi paesi, da forze di tipo socialdemocratico, socialista, laburista, ecc. Certo, sarebbe stata una posizione debole internazionalmente perché schiacciata da questi due grandi blocchi, con un’Europa sconfitta nel suo insieme e quindi vincolata all’appartenenza all’una o all’altra parte. Però è curioso come, in realtà, in nessun paese ci sia stato uno sforzo serio per mantenere un atteggiamento critico nei confronti del capitalismo e al tempo stesso salvaguardare i principi di libertà contro la pratica comunista.
La politica ha veramente spazzato via la cultura, l’ha sottomessa ferocemente ai suoi ritmi, ai suoi bisogni, inventando in quegli anni il mito dell’intellettuale impegnato, che era poi di fatto un meccanismo della propaganda comunista. Al di là dei risultati che scrittori, poeti e artisti davano nel loro ambito di produzione artistica, nella partecipazione pubblica c’era semplicemente questo: finché rimanevano comunisti, anche i personaggi più aperti e meno ligi al realismo socialista, sceglievano di fatto di appoggiare la politica del Pci e dell’Unione sovietica.
Pensiamo alle polemiche che ci sono state, soprattutto in Francia, sui campi di concentramento sovietici, sui gulag; pensiamo al modo in cui verrà trattata Margaret Buber-Neumann che, in quanto vittima insieme dei campi sovietici e di quelli tedeschi, era una testimone eccezionale per portare avanti il discorso che proprio Koestler cercava di fare: mantenere l’antifascismo portando avanti anche l’anticomunismo e non scegliere l’uno o l’altro a seconda delle convenienze politiche. Ecco, fu anche lei criminalizzata e dimenticata per essere scoperta, alla vigilia della morte, solo negli anni ‘80.
Tu dici che la politica ebbe il sopravvento, però viene da pensare che l’isolamento di questi pochi intellettuali fosse ben più tragico e profondo, che gran parte della stessa classe operaia fosse votata a una logica totalitaria, che, in fondo, i due totalitarismi si fossero impossessati dei cuori di tutti… Quando Trotzky viene ucciso pare che abbiano festeggiato nelle fabbriche di mezzo mondo.
Questo sì. Bisogna pensare che l’adesione delle masse operaie, un po’ per le vicende storiche del Novecento, ma un po’ perché tutte le adesioni di massa hanno queste caratteristiche, è di tipo religioso, fideistico e si alimenta dunque di elementi insieme di irrazionalità ma anche di sfoggio di potenza. Allora, ecco che Stalin, che era crudele tanto con i supposti nemici interni quanto con quelli esterni, diventava un personaggio eroico. La violenza, nonostante la critica a quella fascista, rimane, paradossalmente un mito positivo, qualcosa di fortemente connaturato alle aspirazioni rivoluzionarie. La rivoluzione per vincere deve essere violenta. Una delle frasi di Marx più citate era quella che la violenza è la levatrice della storia. Questo autorizzava qualsiasi giustificazionismo. L’idea infatti era sempre che dopo le cose sarebbero cambiate; quindi un fortissimo machiavellismo del fine che giustifica qualsiasi mezzo, che, ovviamente, valeva solo per la propria parte, non veniva certo accettato nei confronti dell’avversario. Tutto questo faceva sì che la politica diventasse molto irrazionale, anche perché nel dopoguerra, questo aspetto di irrazionalità, di emotività, con lo sviluppo della società di massa e della società della comunicazione, viene solleticato dalle nuove tecniche di propaganda. L’adesione emotiva è sempre prevalente sulle considerazioni razionali.
Tutto questo fa capire l’isolamento politico di questi personaggi. Fa capire meno perché questo isolamento non sia riuscito a costruire sul terreno culturale qualcosa di più solido. Probabilmente non ci poteva che venire una testimonianza, una sorta di lascito alle generazioni successive. Del resto pensiamo, per altri versi, a personaggi come i teorici della non-violenza, da quelli internazionali, come Gandhi, a Capitini, Dolci: anche loro schiacciati dalla politica, considerati inesistenti o ripescati solo per appoggiare, in un determinato caso, la politica pacifista che il Partito comunista sbandierava negli anni ’50. In quanto cultura la nonviolenza è qualcosa che ritrova solo parecchi anni dopo una reale diffusione, un radicamento…
Non c’era quindi la giustificazione di non sapere ciò che succedeva. I processi sommari, le eliminazioni, i gulag esercitavano proprio un fascino...
Assolutamente. Quella del non sapere è una giustificazione che ormai credo pochi utilizzino. Quel che c’era, sicuramente, era una doppiezza profonda. Ricordo che al tempo dei processi in Francia, probabilmente proprio dopo la deposizione di Margaret Buber-Neumann, una dirigente comunista francese, dopo aver ammesso che di fronte a quella testimonianza avevano capito che non c’era altra verità oltre a quella, aggiunse che tuttavia non si sentivano di “buttare via il bambino con l’acqua sporca”, cioè il fascino della rivoluzione con l’acqua sporca del comunismo sovietico. Questa doppiezza, che in un personaggio come Togliatti è puramente cinica e politica (lui aveva ben dimostrato di non avere alcuna remora morale alle uccisioni fatte da Stalin in Spagna, o contro i polacchi, ecc.) in molti voleva dire mettere tra parentesi la questione morale, la questione della verità, la questione di cosa veramente fosse quel regime comunista, e pensare che solo lo sviluppo complessivo, casomai altrove, del movimento comunista avrebbe poi, comunque, salvato tutto l’insieme. Non è un caso che ogni nuova rivoluzione diventasse una specie di modello alternativo, la Cina, Cuba, il Portogallo… Ogni volta si inventava qualcosa che potesse salvare una realtà che invece si mostrava sempre peggiore se vista con occhi liberi dall’ideologia, dalle aspettative, dai desideri.
Si ha l’impressione che gli ex-comunisti, pur nella critica radicale, non sentano mai il rimpianto di aver perso un’occasione, la curiosità di sapere se “c’era un’altra possibilità”. Come se si dicesse che, in fondo, “non si poteva non essere comunisti”, che “esserlo stati è comunque importante”, proprio per poi rifiutare il comunismo con cognizione di causa. Sento che c’è qualcosa che non va in questo, in un certo senso si perpetua “un pensiero unico”, e credo che, anche politicamente, questo abbia poi una sua rilevanza…
Questo è vero, politicamente ha la sua rilevanza ma lo ha anche nella storia di questi intellettuali. Per esempio, ne Il Dio che è fallito e poi anche nelle sue memorie, Koestler continua a rivendicare la giustezza di essere entrato nel Partito comunista nel 1930, dicendo, sostanzialmente, che chi aveva l’ambizione di cambiare il mondo e quindi si buttava nell’avventura rivoluzionaria era comunque moralmente superiore rispetto a chi se ne stava da una parte ad aspettare, a vedere quello che succedeva. Quindi si poteva anche sbagliare, ma era meglio sbagliare in nome di una passione positiva (anche se si sarebbe dimostrata fallimentare come appunto il comunismo) piuttosto che non fare nulla. E lui, però, rivendicava questo anche rispetto a chi, come Silone e altri, erano usciti prima. Da questo punto di vista gli ex-comunisti, per certi versi, seguono dei meccanismi propri. Isaac Deutscher scrisse un famoso saggio sulla fenomenologia dell’ex-comunista, su come finisse spesso per diventare dottrinario, rigido, settario altrettanto quanto lo era stato precedentemente. Proprio in quel periodo un intellettuale americano, uno dei primi a lasciare il comunismo, Floyd Dell, del gruppo “The masses”, poi poeta e psicanalista, scrivendo sulla crisi dei comunisti e degli ex-comunisti a Max Eastman, già segretario di Trotzky e figura di primo piano del movimento comunista internazionale (è lui a dare al New York Times il rapporto segreto di Krusciov nel 1956), rilevava come ognuno fosse convinto che il momento giusto per abbandonare il comunismo fosse quello in cui lo aveva fatto egli stesso.
Insomma, in molti intellettuali, la necessità, che sentivano, di trovare nel comunismo un forte progetto di valori e di trasformazione del mondo (al di là dell’analisi storica che si poteva certamente già fare con molta maggiore comprensione), si intrecciava con le vicende personali, che poi, nel determinare la scelta di lasciare o meno, avevano anche il sopravvento. Se si guarda alla storia del comunismo è comunque impressionante vedere quanti sono quelli venuti via. E quelli che sono rimasti comunisti fino in fondo sono in genere personaggi di terzo, quart’ordine. Anche questo dato meriterebbe una riflessione: i migliori se ne vanno, per scelta o perché vengono cacciati, o perché uccisi o perché si uccidono. Quale fosse in realtà il rapporto fra comunismo e mondo della cultura lo si vede in queste scelte, non già in un’adesione continua e felice, che comunque non ci fu mai, almeno per i personaggi più importanti.
Ma perché neppure oggi si riconosce l’importanza dell’anticomunismo di sinistra? A parte il rimpianto per il fatto che furono così pochi, e vien da chiedersi se questo fosse ineluttabile, perché ancora oggi non viene reso l’onore dovuto a questo piccolo, sparuto numero di coraggiosi che pagarono cara la loro chiaroveggenza? Fra l’altro, lo ripeto, un tale riconoscimento, da parte dei post-comunisti, avrebbe anche un significato politico niente affatto trascurabile...
No, questo riconoscimento non c’è stato e non c’è. Del resto, a mio avviso alcuni pregiudizi della cultura comunista, per esempio che non si esce dal comunismo se non tradendo, rimangono... E questo va veramente al di là di ogni considerazione razionale.
Questo vale innanzitutto per coloro che continuano ad avere il nome comunismo nelle proprie bandiere, nei propri giornali e che non capiscono che se il comunismo ha dei valori non possono che essere quelli che ha incarnato storicamente e non certo altri addirittura opposti a quelli (a meno di non considerare il comunismo una specie di chiesa: la chiesa di Roma può essere corrotta ma poi ci sono i santi che pur continuando ad appartenere alla chiesa, in realtà rappresentano valori opposti, ma, appunto, parliamo di chiese). Ma questo vale sicuramente anche per gli ex-comunisti, che sembrano ancor oggi aver paura -pur essendo approdati anche loro a certe conclusioni- di riconoscere la ragione e il valore di chi li ha preceduti di qualche decennio, perché ne risulterebbe “smentita” gran parte della propria storia. Questo è forse l’aspetto più importante della riflessione.
Da questo punto di vista anche la generazione del 68 non è stata capace di fare, non direi un’autocritica, ma una discussione collettiva che coinvolgesse poi altri temi come, ad esempio, la violenza o la tematica dei diritti. Anche qui ci sono stati solo percorsi individuali. Certo, il ‘68 come movimento si è poi disperso in mille rivoli diversi ed è difficile individuare chi potrebbe rappresentarne la continuità e l’identità, però è anche vero che non c’è stata da parte di quella generazione un fare i conti costante e coerente.
In quelli del 68 può esserci stato anche un di più di furbizia, nel senso che il loro comunismo, anti-Russia o anti-Pci in nome di una qualche purezza, è stato poi considerato non altrettanto grave di quello degli anni 30, quando poi con Mao, o con Pol Pot, succedevano cose addirittura peggiori di quelle accadute in Russia negli anni ‘30…
Ma funziona sempre la stessa logica: tenere separato un modello astratto dalla verità storica e dalla politica. Il punto di riferimento diventava Mao o Fidel Castro solo per criticare il comunismo sovietico. Non si metteva mai in discussione il comunismo in quanto tale, che era l’unica cosa che in nome di libertà, democrazia e diritti si poteva e si doveva fare.
Mi ha sempre colpito che il 68 non sia “andato a trovare” Chiaromonte. Solo quello polacco, e non è un caso. E’ morto nel ‘72, c’era tutto il tempo per andarlo a trovare...
Certo, ma i militanti degli anni ‘60 avevano per l’appunto come punto di riferimento il mondo comunista e non è un caso che in quegli anni ci sia la riscoperta di tutte le piccole eresie comuniste internazionali, però sempre all’interno del comunismo, o se si vuole dell’anarchismo, perché l’idea era quella della rivoluzione. Chi non credeva alla rivoluzione proprio non interessava.
Possiamo dire qualcosa su questa storia dei soldi della Cia? Sembra che siano chissà quale scandalo, mentre stiamo parlando dei processi di Mosca, di milioni di morti, di regimi orrendi che hanno devastato l’Europa per mezzo secolo. Sono cose incommensurabili. Mi sembra che questo atteggiamento denoti anch’esso una parte del problema. A parte il fatto, poi, che Chiaromonte non ne sapeva nulla e pare ne abbia fatto un dramma... Mary McCarthy scrive a Hannah Arendt che non si dava pace.
Certo, il Congresso per la libertà della cultura ebbe sovvenzioni dalla Cia anche se molti ne erano all’oscuro. Intanto non bisogna dimenticare che la Cia nasce in Europa come Oss, cioè come il servizio democratico che tiene i collegamenti con i partigiani durante la guerra, che aiuta le resistenze. Subito dopo la guerra diventa una vera e propria agenzia che punta molto a sollecitare la cultura democratica non comunista europea. O almeno questa era l’idea di alcuni suoi uomini, che verranno poi messi in minoranza nell’epoca del maccartismo, quando l’America andrà in tutt’altra direzione. L’idea era quella che solo un anticomunismo sorretto da una forte cultura democratica avrebbe avuto qualche possibilità di successo nella competizione coi comunisti. E questa è inizialmente tutta la scommessa del Congresso per la libertà della cultura. Se si vanno a vedere le personalità, se si vanno a leggere i numeri delle riviste, Tempo presente in Italia, Preuves in Francia, Encounter in Gran Bretagna, troviamo il fior fiore degli intellettuali dell’epoca. Di fatto però la polemica della sinistra, del Partito comunista e dei comunisti in generale, nei confronti di tutti quelli che non si schieravano al loro fianco, era sempre totale. Se uno difendeva l’America, anche se dal punto di vista della sua parte liberal e democratica, era automaticamente un maccartista.
Tra l’altro quando si scopre che la Cia ha pagato queste riviste siamo nel 1968 e negli Stati Uniti la polemica della nuova sinistra contro la vecchia sinistra, rimasta tardo-comunista o del tutto schierata con l’establishment, ha una qualche ragione. Pensiamo alle vicende dei trotzkisti. D’altra parte la Cia cercò anche, di fronte a un tipo di pittura che in Europa era ancora di tipo realista figurativa, di portare l’unico elemento di avanguardia, di novità che avrebbe potuto scuotere ed egemonizzare il mondo dell’arte, che era quello dell’espressionismo astratto. Certo, se uno si immagina la Cia come un covo di reazionari fa fatica a credere che sponsorizzassero Pollock e così via. Invece la cosa rientrava proprio in questa strategia di rompere l’egemonia della cultura comunista nelle arti figurative.
Inoltre questi meccanismi vanno poi avanti per conto loro. La Cia e l’establishment americano, lo si vede in tutti i carteggi, spesso sono insoddisfatti del ruolo che ha il Congresso per la libertà della cultura, perché non riescono a sfondare a sinistra, che era il loro obiettivo, per cui contemporaneamente vengono messe in piedi le operazioni che saranno quelle proprie del maccartismo, arrivando a trasformare le Usis in Europa, censurando i libri degli scrittori democratici e così via.
In tutto questo c’è poi una qualche continuità che in parte è residuale, si va avanti per la strada intrapresa... Certo, tenendo conto che la stragrande maggioranza dei membri del Congresso, a parte tre o quattro all’inizio, non sapevano di questi pagamenti, il fatto non avrebbe dovuto significare un granché. E’ vero, uno può dire che ci si deve domandare con quali soldi si produce la rivista in cui si scrive, come giustamente si diceva per la sinistra anche negli anni ‘60, quando i soldi venivano da paesi socialisti arabi o Albania, o Cile. Soprattutto quando si ha una volontà di intervenire sulla questione morale queste cose bisogna averle presenti. Però credo che si possa dire con certezza che non sono stati i soldi della Cia a spingere Koestler o Silone a scrivere quello che scrivevano. Probabilmente senza i soldi della Cia non avrebbero trovato lo stesso spazio per farlo, però loro scrivevano quello in cui realmente credevano e che volevano, qualcosa che peraltro non rappresentava affatto la politica della Cia e dell’establishment americano. Lo stesso, tra l’altro, è più difficile da dire per la parte comunista, dove chi non scriveva in modo ortodosso, veniva immediatamente allontanato.
Torniamo a Koestler. Il suo suicidio?
Koestler fece, insieme alla sua ultima compagna, la scelta volontaria del suicidio cosciente, quando videro che non c’era più nessuna possibilità per una vita autonoma e autosufficiente. Decisero quando chiudere. Questo credo dia ancora una volta il senso della sua grande figura di laico, di intellettuale critico e autonomo nelle proprie convinzioni e nelle proprie scelte.
Fu anche un grande cosmopolita…
Sapeva molte lingue e quelle che non sapeva fu costretto a impararle perché visse in posti diversi. Ebbe un rapporto con la tradizione culturale europea estremamente ricco e da questo punto di vista rappresenta qualcosa di anomalo nel mondo comunista.
Come ho detto all’inizio era un intellettuale mitteleuropeo, aveva legami con Roth, con un mondo anche letterario con cui condivideva un background particolare e diverso, si interessava anche della psiconalisi, cosa che nel mondo comunista era invece un tabù assoluto. Interrogarsi sul destino degli individui...
Pare che Togliatti dicesse che a leggere Freud si finiva “nell’anticamera di un lupanare”…
Già, Freud uguale sesso uguale prostituzione… Ecco, quella era la cultura.
Il saggio fondamentale del ‘58 di Isaiah Berlin, che andando a cercare le origini del totalitarismo comunista, arriva a trovarle in Rousseau, ancor prima in Kant e nell’idea di una libertà positiva, prescrittiva; un manicheismo da "guerra fredda” che crede nella proclamazione della verità più che nella sua ricerca; il rischio oggi di vedere un islam monolitico e impermeabile alla libertà; l’idea diversa di Bobbio e il valore del dialogo perché nessuna cultura è monolitica.
La proprietà libera?





Intervista a Ferruccio Andolfi.

Conversazione con Nico Berti.

e gli altri
Intervista a Marcello Flores.
Intervista a Francesco Grassi.

il maoismo?
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Intervista a Filippo La Porta.




















