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UNA CITTÀ n. 128 / 2005 Aprile

Intervista a Filippo La Porta
realizzata da Katia Alesiano

LA FUGA DALL’ESPERIENZA
L’esperienza personale, traumatica, della verità della condizione umana. Il sospetto totalitario verso la realtà. La classe media americana che conosce il fallimento e crede negli affetti privati e nell’onore personale. I liberals in limousine e Bill Gates, eroe del ‘77, della creatività full time. Una letteratura monotona, che rifugge dal conoscere una realtà sempre in grado di sorprenderci. Intervista a Filippo La Porta.

Filippo La Porta, critico e saggista, ha pubblicato tra gli altri Narratori di un sud disperso. Cuntastorie in un mondo senza storie, L’ancora del Mediterraneo, La nuova narrativa italiana. Travestimenti e stili di fine secolo, Bollati Boringhieri, e Pasolini, uno gnostico innamorato della realtà, Le Lettere.

Perché un critico letterario scrive un libro sull’esperienza?
Potrei rispondere con una frase di Elsa Morante, che, volendo definire lo scrittore (da lei contrapposto allo scrivente), ha detto: “Lo scrittore è colui al quale sta a cuore tutto ciò che esiste tranne la letteratura”. Ecco, anch’io ho sempre inteso la letteratura come rapporto con l’esperienza, come rivelazione della realtà. E’ un ponte, un passaggio… Tutte le altre definizioni mi sembrano riduttive: penso ad esempio all’idea strutturalista di letteratura come funzione del linguaggio che si è imposta per tanti anni. Certo, la letteratura è anche funzione del linguaggio, ma è soprattutto tentativo di dare forma al caos, ci aiuta a fare esperienza di qualcosa. La letteratura spinge sempre fuori da se stessa. Se questo non accade forse non la si capisce veramente.
Come è nato questo libro?
Mi vengono in mente due date simboliche: la prima è il 1980, quando Goffredo Fofi mi chiese di scrivere un saggio su Linea d’ombra di Conrad per la rivista omonima. In quell’occasione ho cominciato a riflettere sull’esperienza, leggendo Conrad ho capito che l’esperienza non è una cosa che si possa cercare, in quel caso la prova iniziatica che un adolescente si cerca per dimostrare il suo valore a sé e agli altri. Il ragazzo che nel romanzo si trova ad affrontare l’esperienza del comando della nave si aspetta di trovarsi di fronte a grandi prove, un tifone ad esempio, invece non accade nulla del genere, perché la nave rimane bloccata per più di un mese a causa di una bonaccia. Allora l’esperienza dove sta? Sta proprio nella bonaccia imprevista… E’ ciò che ti sorprende, che non ti aspetti; non ha niente a che vedere con le grandi prove eroiche che ti prepari ad affrontare volontaristicamente. In Linea d’ombra l’esperienza è questa bonaccia che costringe il protagonista a un’attesa spossante, quindi è la negazione di qualsiasi intenzionalità, di qualsiasi progetto o sforzo di volontà. Parlando della vita, Raffaele La Capria ha detto: “La vita è tutto quello che ti capita quando sei occupato a fare altro”. Ecco, lo stesso vale per l’esperienza. Ma dicevo che c’è un’altra data importante per la mia riflessione su questo tema ed è il 1990, quando è nato mio figlio. Quella infatti è stata forse la prima cosa veramente irreversibile della mia vita. E’ persino banale, ma io credo che le verità più importanti dell’esistenza siano tutte un po’ ovvie, però abbiamo bisogno di arrivarci da soli, attraverso un nostro percorso individuale, e con i nostri tempi (nessun altro può farlo per noi); come la lettera rubata di Poe stanno sotto ai nostri occhi, ma noi non le vediamo. Il fatto per esempio che tutti noi esseri umani condividiamo lo stesso destino, che siamo tutti egualmente esposti alla sventura, è ovvio, ma per capirlo dobbiamo arrivarci attraverso un percorso spesso traumatico, doloroso. In Guerra e pace, Andrej Bolkònskij, per rendersi conto di questa uguaglianza creaturale degli esseri umani, ha bisogno di essere ferito in battaglia e di vedere il suo rivale sotto la stessa tenda, anche lui ferito e con una gamba amputata. Allo stesso modo io ho avuto bisogno che nascesse mio figlio per rendermi conto davvero dell’irreversibilità dell’esperienza umana, da quel momento in poi le cose sarebbero andate solo in una direzione e questo mi costringeva a prendere una posizione precisa.
Anche la realtà come l’esperienza non è determinabile, è mutevole, ma non modificabile, al più può essere interpretabile. Non ti pare che nella cultura contemporanea ci sia una difficoltà diffusa a interpretare il reale?
La realtà oggi è difficilmente interpretabile perché disponiamo di troppe interpretazioni. Tutto quello che facciamo ce lo troviamo già interpretato da qualcun altro, siamo circondati da analisi bell’e fatte di tutto quello che viviamo. I talk show serali dicono anche, almeno ogni tanto, cose interessantissime, solo che impediscono di pensare di testa propria. Se ne vedessi uno ogni sera potrei constatare che le mie stesse opinioni sono espresse meglio da qualcun altro, che su quei temi ha fatto una riflessione sistematica, si è documentato, ecc. L’importante però è che a certe conclusioni ci arrivi io, la cultura infatti è un percorso rigorosamente personale attraverso il quale è possibile rendere significativa la propria esperienza, renderla cioè interpretabile e comunicabile. Si tratta di un percorso faticoso che si può fare solo individualmente. Allo stesso modo dell’esperienza. Oggi le esperienze sono tantissime, ma non c’è più nessuno che le faccia davvero, come se ci si potesse limitare a collezionarle. Siamo circondati da esperienze potenziali, come le opinioni. Nella cultura americana contemporanea invece mi pare che la situazione sia un po’ diversa. Per la generazione di La Capria, l’America era la camminata di Gary Cooper in Mezzogiorno di fuoco, un’espressione del coraggio civile. Per la mia generazione invece l’America è tutte le cose che sappiamo e che non ci piacciono, la pena di morte, il razzismo, le tentazioni imperiali; però ha dei robusti anticorpi. In Usa la cultura gode nella società di meno glamour e riceve meno attenzioni rispetto alla nostra: gli scrittori non vengono invitati in televisione, non se li fila quasi nessuno, però è una cultura responsabile, davvero legata ai problemi reali di quella società. Da loro, ad esempio, c’è una forte tradizione saggistica, alla quale mi sento molto legato e che ci riporta al tema dell’esperienza come percorso individuale. Gli autori infatti ragionano sul mondo da persone sempre coinvolte in ciò che dicono. Nel mio libro dedico un intero capitolo a Christopher Lasch, che per me è uno dei grandi maestri della fine del ‘900. Lasch assume completamente su di sé le tematiche che affronta: vede il mondo da genitore ed è preoccupatissimo, poi lo vede dal punto di vista di un abitante dei sobborghi di una grande città e si sente in ansia per l’insicurezza. In lui c’è sempre una relazione molto stretta tra emotività e pensiero, ma ha alle spalle una grande tradizione in questo senso, penso al critico Lionel Trilling, a Dwight Mcdonald, a Wright Mills e poi, più vicine a noi, a Leslie Fiedler e Susan Sontag. Grandi scrittori saggisti onesti, responsabili, dotati di grande immaginazione sociologica, ma anche morale, che parlano continuamente di problemi sociali che li coinvolgono. Da noi una tensione del genere non c’è, probabilmente perché ha radici nella religione protestante, dove l’individuo è solo con se stesso, mentre nella nostra tradizione uno trova sempre un prete a confessarlo o un segretario di sezione a dargli la linea. Mi fanno un po’ ridere questi nostri filosofi vagamente neo-heideggeriani, che si definiscono postmorali e hanno pensato di poter irridere monsignor Caffarra quando disse che tutta la cultura occidentale, laica e nichilista, non crede nella realtà e quindi non può educare nessuno. Qualcuno con supponenza gli ha dato dell’ignorante, io invece credo che il problema sia proprio quello di riportare al centro della riflessione la questione della realtà, e dunque del bene e del male, che certo, sono mescolati fra loro nella nostra esistenza quotidiana, ma non per questo sono indistinguibili uno dall’altro. Ecco, la cultura americana ha invece un senso molto forte del bene e del male, per questo ad esempio è ancora in grado di creare una grande letteratura e un grande cinema epici, mentre noi al massimo produciamo la commedia.
Nell’elogio della classe media americana che fa Lasch, ma anche nell’urgenza di radicamento che emerge dai romanzi di Dick o di De Lillo si coglie un atteggiamento difensivo, per non dire conservatore.
La sinistra ha sempre pensato di dover soprattutto cambiare le cose. Per Marx bisognava smettere di limitarsi a interpretare il mondo, ma iniziare a cambiarlo. Però in certi momenti storici può accadere che anche la sinistra debba conservare qualcosa del mondo, qualcosa che per noi vale la pena che duri. Non voglio usare la parola valori che è un po’ ambigua, preferisco parlare di condizioni dell’esperienza. Un certo radicamento non è tanto e solo un valore astratto, ma è una condizione che mi permette di fare esperienza delle cose. C’è tutta una retorica dello sradicamento, del nomadismo, dell’inappartenenza, ed è quella stessa che mentre ci esorta a riconoscere che siamo tutti fuori di casa ci invita a ospitare l’altro. Ma dove, se non abbiamo più casa? E quanto, se non ci interessa la durata? Un’altra retorica è quella della libertà illimitata, che si esprime ad esempio nell’idea di gender, del suo “sfondamento”, per cui si ritiene straordinariamente emancipativo il fatto di sperimentare tutte le identità sessuali attraverso una specie d’incessante, liquida metamorfosi. Io però ho la mia identità sessuale, che è sicuramente limitata, parziale, frutto di un condizionamento storico e sociale, ma mi costituisce, perché senza i miei condizionamenti non sono più nulla. Come la spina di cui parlava Kierkegaard, “se me la togliete muoio”. L’esistenza è informe, per poterne fare esperienza bisogna poterle dare una forma, limitarla, per questo preferisco parlare di condizioni dell’esperienza piuttosto che di valori. E aggiungo la retorica onnipervasiva, quella dell’immateriale, dei flussi, dei bit, ecc. per cui -ancora una volta!- ci si illude di padroneggiare il mondo, come se non ci fosse sempre una “eccedenza”, fatta di materialità, di fisicità, di tutto ciò che non è digitalizzabile.
Ma qual è il contributo specifico di Lasch rispetto a questi temi?
Beh, io non so se la classe media di cui parla esista realmente, sperduta negli stati del Middle-West. Potrebbe anche essere un mito nel quale lui vede la continuazione della grande tradizione populista americana, ritenendo che incarni certi valori: la diffidenza verso le immagini di successo proposte dai media e dalla pubblicità, il sentimento profondo dei legami comunitari, la critica verso l’ironia supponente dei liberals, questo ceto professionale, cosmopolita, spregiudicato, senza radici. La classe media di Lasch ha molto forte l’idea -non necessariamente disperante- che la vita umana è un fallimento (rispetto a desideri, speranze e aspettative), e dopo averne preso atto fino in fondo ritiene comunque che si debba continuare a vivere, più consapevoli, più maturi, aderendo agli affetti privati, credendo in cose come la dignità e l’onore personale e non nel successo. Ora, potrebbe anche essere che questa classe non esista più nel presente ma è un grande mito civile e noi abbiamo bisogno di miti. Probabilmente lo era anche il “popolo” di Pasolini, quella classe operaia con tutta la sua integrità, morale e fisica. Però il mito di Lasch funziona, perché gli permette di sviluppare una critica a quelli che lui chiama i liberals da limousine, definizione un po’ pasoliniana, anche se poi Pasolini considerava la normalità un disvalore, per lui era la normalità piccolo-borghese, alla quale contrapponeva la sua visione vitalistica ed eroico-tragica dell’esistenza. Lasch invece crede nella normalità e anche nella famiglia, e in loro nome combatte il capitalismo in quanto distruttore di ogni forma di legame, di tutte le nostre radici. Dei liberals da limousine non sopporta la supponenza, l’ironia maligna e riduttiva, frutto del loro nichilismo, ed estesa a tutto. Se davvero la modernità è distruzione del mondo, e in un certo senso lo è, Lasch ci aiuta a trovare un antidoto dentro la modernità stessa, in quelle altre tradizioni delle quali non si è spenta l’eco e che possono continuare ad ispirarci, perché si fondano su alcune esigenze irrinunciabili dell’essere umano. Lasch trova ispirazione nella tradizione populista americana dell’800, quella degli agricoltori, dei piccoli commercianti e degli artigiani, la tradizione repubblicana americana, che mette l’accento sulle virtù civiche. Da noi sarebbe difficile trovare un equivalente… per me è più facile avere come mito civile e culturale quello dell’individuo, continuo cioè a pensare che gli individui esistono -autonomi, idiosincratici- e che in ognuno di noi l’individuo sopravviva accanto all’uomo-massa.
Un intero paragrafo del libro è dedicato a Bill Gates, metafora del successo capitalistico, che paradossalmente si regge proprio sui valori elaborati dalla controcultura americana degli anni ‘70.
In effetti in lui ritroviamo realizzato il modello dell’eroe culturale del movimento del ‘77, quello della creatività full time, delle macchine desideranti, della fluidità, del rizoma. Bill Gates deve il suo successo al fatto di non essersi mai attaccato a nulla, di essere sempre senza forma, pronto ad adattarsi a qualsiasi cosa (come ha osservato Richard Sennett). La condizione del suo successo è la continua infedeltà, una slealtà sistematica verso ogni persona con cui ha avuto rapporti. Insomma il dispiegamento dell’io flessibile, disponibile, sradicato da tutto e che non sente di avere nessun dovere di lealtà verso qualcosa. Che poi riflette l’ideologia della contemporaneità. Nella nostra società la flessibilità è considerata un valore, ci piace mostrarci extralight, fluidi, pronti in ogni istante a qualsiasi esperienza. L’esistenza è diventata tutta sperimentale, una sorta di lunghissima, artificiale adolescenza, tanto che il romanzo di formazione risulta quasi incomprensibile alle nuove generazioni, il loro problema infatti è quello semmai di restare il più possibile informi. Quello che nel ‘77 ci sembrava tanto eversivo e trasgressivo, alla fine si è silenziosamente imposto come l’ideologia dominante e ci ha lentamente espropriati della possibilità concreta di fare esperienza. L’esperienza ha dei caratteri precisi: ci trasforma, è irreversibile, comporta un certo grado di rischio, dà forma alla nostra vita. Ora, su questo tema del depauperamento dell’esperienza, disponiamo di sterminate bibliografie, almeno a partire da Benjamin. Le cause sono molteplici: la velocità vertiginosa con cui il mondo cambia, il fatto che i media ci forniscono già interpretazioni bell’e fatte di qualsiasi cosa, per cui possiamo “avere” esperienze ma non “farle”, ecc. Quello che però nel mio libro mi preme sottolineare è la tendenza generalizzata alla fuga dall’esperienza. L’umanità attuale infatti vuole soprattutto il controllo delle cose. Ma così si consegna all’irrealtà. La mia riflessione parte da questa definizione: “E’ reale tutto ciò che non è controllabile”. L’esperienza, sempre legata al rischio e all’imprevedibilità, sempre incontrollabile, per noi è diventata ingombrante, perché limita la nostra libertà, il nostro anelito alla leggerezza. L’esperienza è pesante. Però, aggiungerei, è ciò che rende la vita avvincente. In Generazione X di Douglas Coupland c’è un capitolo intitolato Hollywood, l’avventura senza rischio. In Florida, la Disney ha costruito un’intera città, Celebration, che è l’esatta riproduzione di una comunità, la piccola città oggi quasi del tutto scomparsa in America. Qui però si trova tutto prefabbricato, dalle tradizioni alle cucine, dalle idee all’esperienza: si ha la tradizione senza la storia, il diverso senza però i conflitti e le problematiche che sempre genera. E’ una dimostrazione estrema del fatto che il vero demone del ‘900 è quello del controllo, che tra l’altro attraversa tutti i totalitarismi.
In fondo cos’era il nazismo se non questa volontà/illusione di controllare tutto e di espellere il diverso anche da dentro di noi? Ed è lo stesso demone, in fondo, delle avanguardie storiche. La scrittura automatica, le tecniche del collage non sono tentativi di controllare l’esperienza, di tradurla in manifesti e in poetiche? L’esperienza invece non si può gestire, la vita non può essere immunizzata dalla casualità, dal dolore, dalla sventura, vorrebbe dire immunizzarla da se stessa. Per Alain Finkielkraut la vera perversione dei totalitarismi novecenteschi fu il sospetto verso la semplice realtà percepibile attraverso i cinque sensi, a cui contrapponevano l’Ideologia. Il percorso individuale per cui ognuno di noi conosce le cose facendone esperienza è sia intellettuale che sensoriale. Hannah Arendt, volendo estendere all’intera esistenza la Critica del giudizio di Kant, iniziò ad applicare il famoso “mi piace/non mi piace” ad ambiti diversi da quello estetico. A ben vedere questo criterio si fonda proprio sul gusto, forse il più privato e inaccessibile tra i cinque sensi, quindi il più difficilmente comunicabile. In questo senso il “mi piace/non mi piace” ha un valore immediato e imperativo per l’individuo e credo che questo sia alla base della conoscenza. Non dobbiamo diffidare di noi stessi, della nostra sensibilità e sensorialità, che è sicuramente fallibile, ma è l’unica base che abbiamo per fondare la nostra conoscenza ed esperienza. Non solo i totalitarismi, ma la politica in genere si regge sull’illusione di poter controllare cose e persone. La buona politica arriva a riconoscere che questo non è possibile, ma l’ideologia della politica è che sia possibile plasmare la realtà. Lasch sostiene che al centro del mondo contemporaneo c’è la personalità narcisista, in cerca di continue conferme della sua esistenza e bisognosa non solo della stima, ma addirittura dell’invidia degli altri. Il narcisista ha paura dell’esperienza, teme le emozioni, non vuole riconoscere la realtà perché significherebbe riconoscere l’altro e in questo senso non è etica. L’etica infatti non ha tanto a che fare con doveri e imperativi categorici quanto col riconoscimento della realtà, coincidendo quasi con l’ontologia, con la presa d’atto dell’esistenza di qualcos’altro oltre a me. Simone Weil dice che “ il bene è tutto ciò che dà più realtà alle persone e alle cose, il male è il contrario”.
Il punto allora è dare realtà all’altro, che per definizione non è controllabile, mi disturba, mi modifica, mi inquieta. Ricordi quanto prima ti dicevo: se una cosa la controlliamo non è più reale… Prendiamo quest’intervista, rispetto alla quale mi ero creato certe aspettative, magari rimuginando dentro di me domande e risposte possibili. Una volta avvenuto il nostro incontro, mi rendo conto che non somiglia quasi per nulla a quello che mi ero prefigurato, mi chiedi cose che non avevo previsto, me ne vengono in mente altre completamente diverse da quelle che avevo immaginato: questo è reale, è ciò che accade sorprendendoci mentre eravamo impegnati a fare o a pensare altro. Solo così la vita è interessante, solo quando entrano in scena anche gli altri l’esistenza non è monotona e quindi, per restare con Simone Weil, è buona. Quando Weil parla di monotonia come caratteristica del male, intende dire che il male è autoreferenziale, privo di immaginazione.
L’esperienza quindi, per poter essere significativa, ha bisogno del riconoscimento dell’altro, deve essere raccontabile. Non ti pare che una delle difficoltà dei giovani scrittori italiani sia la mancanza di credibilità, l’assenza di racconti significativi?
In effetti sembra che i nostri scrittori non abbiano capito la lezione di Conrad, i loro romanzi sono pieni di pseudo-esperienze, apparentemente anche estreme o tragiche, ma tutte pianificate, c’è sempre qualcosa di volontaristico, di troppo letterario in tutto quello che fanno. Tutta la narrativa italiana degli ultimi vent’anni si trova al di qua dell’esperienza, la vuole controllare troppo oppure, come i famosi cannibali, la aggira raccontando solo esperienze di secondo grado, quello cioè che si vede in televisione o al cinema. Siccome ogni tempo ha un proprio linguaggio per raccontare le esperienze di quel tempo, confido che i giovani narratori italiani riescano a trovarlo, altrimenti c’è il rischio che si crei un muro tra le generazioni. Tutto il nostro patrimonio culturale si fonda infatti sull’idea di irreversibilità dell’esperienza e quindi dell’ineliminabilità del dolore e del caso. La grande letteratura nasce dal senso di una ferita connaturata alla condizione umana. Può avere ancora qualcosa da dire a una cultura che invece vuole controllare tutto fino a espellere il dolore? C’è davvero il rischio che finisca come i violini di cui parla George Steiner, custoditi nelle teche di non so quale museo americano senza nessuno che li sappia più suonare. Se mio figlio legge una pagina di Shakespeare, quanto riesce ancora a comunicargli? Per questo dico che c’è bisogno d’inventare un nuovo linguaggio narrativo, mentre purtroppo mi pare che i giovani narratori italiani non si sentano minimamente responsabilizzati a questo compito, perché nessuno chiede loro di capire veramente la realtà. Non i lettori, anche in virtù di quel patto scellerato che da noi si è stabilito fra lettori e scrittori, per cui entrambi si autoingannano per sembrare migliori, più radicali, meno provinciali di quello che sono (e soprattutto vogliono che nessuno dica loro quello che sono). Ma non glielo chiedono neppure gli editori, presi solo dalla ricerca del best-seller. Quando dico che i giovani scrittori non sono intelligenti alludo a questa atrofizzazione dello stimolo a comprendere il reale. Oggi a uno scrittore si chiede di essere un bravo entertainer, magari di schierarsi politicamente, ma non di capire la realtà. Gli americani invece, persino David Foster Wallace, autore di un romanzo fluviale, Infinit Jest, praticamente illeggibile, possono anche scrivere romanzi noiosissimi o semifalliti, ma in quello che scrivono si sente questa responsabilità, questo sforzo di capire la realtà e di cercare un linguaggio per raccontare la propria esperienza.
Nella realtà attuale media e tecnologia sono sempre più invadenti. Cosa dovrebbe raccontare uno scrittore?
Non può che partire da sé. Prendiamo alcuni dei feticci del nostro tempo: il consumismo, il culto dell’apparire, la spettacolarizzazione. Lo scrittore non dovrebbe parlarne dall’esterno, in maniera distaccata, perché queste cose ci investono e ci attraversano tutti. Nel caso dei funerali del papa per esempio, possiamo indignarci per l’effetto mediatico o per il culto della personalità che era sotteso, ma la cosa interessante sarebbe vedere come tutto questo si riflette in noi. Ad esempio, la rappresentazione pubblica, da parte del papa, della sua agonia, ci ha ricordato, tra l’altro, e in modo traumatico, l’irreversibilità della vicenda umana. Questo fatto molto reale si mescolava all’irrealtà delle trasmissioni di Vespa. In che modo ne siamo toccati e modificati? Come vi reagiamo? Il romanziere insomma dovrebbe raccontare l’ambiguità del mondo reale, la coesistenza in esso di più livelli. Agli scrittori chiedo esattamente questo. Alcuni ci provano, in modo onesto e immaginativo: ad esempio Antonio Pascale, Andrea Carraro, Antonio Debenedetti raccontano la loro esperienza del mondo e di sé. E lo fanno con un linguaggio nuovo, a volte sperimentale, che mescola vecchio e nuovo. Probabilmente il racconto diventa autentico quando è racconto di qualcosa che non si chiude, di un’imperfezione. Non mi piacciono i romanzi completamente risolti in una loro rotonda e letteraria perfezione, preferisco quelli che ci mostrano il limite della scrittura letteraria, perché lì irrompe l’esperienza, che non è mai interamente formalizzabile e controllabile da parte dello stile. Sia Svenimenti di Edoardo Albinati che il recente Estro quotidiano di Raffaele La Capria cercano intrepidamente, forse senza mai veramente trovarla, una forma nuova per rappresentare quella irruzione dell’esperienza.
L’idea di limite riporta al concetto di passività, che per te è positiva in quanto condizione dell’esperienza e a cui contrapponi quella che Slavoj Zizek ha definito interpassività.
Quella di Zizek è una boutade, però straordinariamente acuta. L’interpassività acritica cui ci costringono i cosiddetti media interattivi ci espropria della preziosa facoltà della “passività”. Per avere una relazione con l’esterno, devo anche essere passivo, la passività infatti è una forma dell’attenzione, è un ritirarsi in attesa, per dare all’altro la possibilità di esprimersi, assenza di attività per creare un vuoto che possa essere riempito dall’altro, dalla sua espressione.
Se sono obbligato a interagire, senza pause, resto sempre sulla scena. Quando leggo un libro ad esempio, sono anche passivo, creo un momento di silenzio per poter stare in ascolto, non voglio interagire immediatamente, ho bisogno di silenzio per poi interpretare quello che prende posto in me. Parlo quindi di una passività creativa, di una condizione che, permettendo alla realtà di dispiegarsi in modo casuale, fa nascere nuove idee ed emozioni. Gli ipertesti, nel senso dei romanzi interattivi, si sono rivelati un fallimento proprio perché se leggo una storia non è che voglio per forza intervenire in essa, interagire con l’autore creando un mio finale o dei miei personaggi, voglio invece che quella storia si regga e vada per conto suo, solo dopo mi riservo la libertà d’interpretarla. Anche la passività, come la creatività e come la vita, ha a che fare col caso, se non c’è una sorgente di casualità nell’esistenza, non può uscirne niente di creativo.
L’ideologia dominante della nostra epoca è la tecnologia e rispetto ad essa c’è un atteggiamento apocalittico che si contrappone a un altro entusiastico. Pensi che sia possibile ridurla a normalità senza stravolgere alcuni dei tratti fondamentali dell’umanità come la conosciamo?
Io non ho un atteggiamento di rifiuto aprioristico nei confronti della tecnologia, mi incuriosisce, ma vedo che c’è una specie di mitologia delle nuove tecnologie che rasenta il fanatismo. Nella letteratura italiana, ad esempio, c’è una tendenza che pensa che per essere davvero dentro al cuore del presente i romanzi debbano parlare delle nuove tecnologie, dello schermo del computer, degli ipermercati o della pubblicità. Ma basta anche solo vedere tutta l’enfasi sorta intorno ai siti e ai blog letterari e alla democrazia in rete. A parte che oggi in letteratura si può essere moderni anche parlando di cose marginali: Vincenzo Pardini nei suoi racconti parla della Lucchesia eppure ci svela delle cose sul presente; Debenedetti, che ho prima citato, ambienta spesso i suoi racconti nella Roma degli anni ‘30 e ‘40 eppure sotto questa patina anacronistica ci parla di noi, del nostro vuoto. Non credo che siano i blog la nuova forma della comunicazione; le tecnologie possono ampliare il nostro orizzonte, ma anche farci perdere qualcosa. Certe cose, ad esempio, su un blog non si possono comunicare, perché lì viene premiata la battuta estemporanea, meglio se un po’ aggressiva, i piccoli esibizionismi e i narcisismi; è uno spazio di sfogo personale, che penalizza i tempi lunghi del pensiero e la qualità dello stile (il linguaggio è molto simile al parlato), mentre per me lo stile non è ornamento, ma uno strumento conoscitivo. Il mio libro è anche un pamphlet contro la cultura italiana contemporanea che non si accorge abbastanza di questi processi, non catastrofici in sé, ma non sufficientemente indagati al di fuori di certa nebbiosa retorica, quasi che i problemi si risolvessero trovando un bel modo per dirli.
Gramsci diceva che la questione morale in Italia era diventata una questione di eleganza. Oggi la nostra cultura è popolata di esteti del trash e di nichilisti ebbri. Abbiamo una straordinaria capacità di ridurre tutto a puro intrattenimento. Scrittori come Dick o Ballard, che nascono come tragici e terminali, da noi vengono ridotti a divertiti cantori dell’apocalisse e usati per trarne citazioni che rendano più eccitante un saggio di sociologia urbana, mentre Dick era uno psicotico che entrava e usciva dai manicomi e Ballard, io l’ho intervistato, è uno spaventatissimo dal progresso. Noi italiani insomma siamo naturalmente postmoderni, riusciamo a trasformare tutto in spettacolo sdrammatizzando ogni cosa. Anche Nietzsche da noi negli anni ‘70 era diventato una specie di hippie o di ilare situazionista. Gli scrittori americani invece, che pure hanno a che fare con una tecnologia più pressante, continuano a parlare di anima, soprattutto quelli che inzeppano i loro libri di nuove tecnologie, di protesi e di cyborg. William Gibson, l’autore di Neuromante, romanzo-manifesto del cyberpunk, dice che l’anima ha a che fare col jet-lag, perché in fondo il disturbo da jet-lag non è altro che l’anima che non ce la fa a stare appresso al corpo. Oggi i corpi si spostano a una velocità incredibile e le anime non riescono a seguirli, arrivano dopo un po’ e le ritroviamo tra gli oggetti smarriti all’aeroporto. Questo lo dice uno scrittore che è riuscito a raccontare le nuove tecnologie. Il cyberpunk potrà anche annoiare, ma ha inventato un nuovo linguaggio, ancora in fase sperimentale, per raccontare il nostro presente, e in esso possono coesistere il computer e l’anima.


  


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