









Lettere dall'Inghilterra
di Belona Greenwood
Lettere dalla Cina

"Sono, queste di Ilaria Maria Sala alla redazione di "Una città”, delle vere lettere ad amici, in cui racconta e si racconta. Racconta le sue giornate e le sue esperienze in un tono molto familiare. Ma le sue pagine ci fanno scorgere una Cina vera, con la sua gente (gli Han, ma anche gli Uiguri e i Tibetani e gli altri), e il continuo muoversi velocemente di uomini e donne in città sempre più grandi. Forse quella che cresce di meno fra tutte è proprio Hong Kong, il cui espandersi è limitato da confini fisici, geografici. Città più tranquilla, e ancora oggi più libera: per questo, probabilmente, Ilaria ha scelto di viverci". Continua qui.
UNA CITTÀ n. 128 / 2005 AprileIntervista a Israel Harel
realizzata da Barbara Bertoncin, Ephraim Kleiman
PER LA ROUTE 60
Le colonie in Cisgiordania, naturale proseguimento del sionismo dei padri; la questione strategica della demografia e quella della terra, poca per gli ebrei, tantissima per gli arabi. Chi fa una guerra e perde, perde territori, legge antica. La religione come legame comunitario dopo che il modello kibbutz è diventato improponibile. Il punto di vista, e la storia, di un colono. Intervista a Israel Harel.
Israel Harel, editorialista di Haaretz, è stato uno dei fondatori di Gush Emunim (Blocco della fede), movimento nato all’indomani della Guerra dei Sei Giorni. Già a capo del Consiglio delle comunità ebraiche di Giudea, Samaria e Gaza, oggi vive a Ofra, nel West Bank, un insediamento di circa 2000 persone, fondato nel 1975.
Ofra è stata la prima colonia del movimento Gush Emunim e il primo insediamento a Nord di Gerusalemme, in Samaria. La Samaria riveste un ruolo fondamentale nella storia ebraica: vi si trovano molti dei luoghi che appartengono alla nostra tradizione. Ofra stesso è un nome citato nel Libro dei Giudici. Ma anche altri villaggi qui intorno: Migron, Michmas ecc., hanno mantenuto il loro nome nel corso della storia.
Dopo il 1967, molti di noi sentirono il dovere di colonizzare i luoghi che, per come la vedevamo noi, erano stati “liberati” durante la Guerra dei Sei Giorni. Shilo, circa dieci miglia a Nord, per trecento anni fu sede del Tempio prima che questo fosse costruito a Gerusalemme, ma poi c’erano Hebron, l’antica capitale, e molti altri luoghi. Insomma, sentivamo che, per noi ebrei, un sogno lungo migliaia di anni si stava realizzando.
I primi arrivarono qui nel 1975. Ofra era un luogo particolarmente adatto all’insediamento perché c’è un campo militare dell’esercito israeliano. Secondo la Convenzione di Ginevra, la forza occupante può utilizzare le strutture dell’esercito già presenti. Questa era la via legale per concretizzare i nostri sogni e per colonizzare queste aree. A Shilo, qui accanto, c’era solo un sito archeologico e niente di più. Più tardi, però, un altro gruppo costituì una colonia anche lì, così avevamo due insediamenti.
L’inizio quindi è stato nel 1975, festeggeremo il trentesimo anniversario quest’estate.
Io arrivai con la mia famiglia un anno dopo, nell’estate del 1976, da Petah Tikva, una cittadina ormai divenuta un sobborgo di Tel Aviv. Mia moglie, al tempo, già insegnava all’Università di Bar-Ilan. Anch’io andavo nella stessa università e allo stesso tempo scrivevo sul giornale Maariv, allora il più influente fra i giornali israeliani, un po’ come oggi Ha’aretz. Lavoravo come direttore del supplemento settimanale e questo mi garantiva la possibilità di continuare a frequentare l’università.
I genitori di mia moglie erano arrivati qui all’inizio del XIX secolo, erano alunni della scuola rabbinica di AhGra, una grande scuola rabbinica in Lituania, considerati tra i primi ad aver fatto ritorno nella terra di Sion. Lei discende da loro sia da parte materna che paterna. Anche i miei antenati sono arrivati in Israele molto tempo fa, però un po’ dopo quelli di mia moglie. I miei genitori si sono incontrati e sposati in questo paese.
Io sono cresciuto ad Haifa. Mio padre, essendo un religioso, non aveva la tessera di partito e così i socialisti che governavano il Paese prima dell’indipendenza lo fecero licenziare dal miglior posto di lavoro che ci fosse ad Haifa, il porto. Volevano che cambiasse la sua tessera blu in tessera rossa; io stesso da giovane sono stato picchiato dalle squadracce di Haifa.
A volte mi chiedo se il fatto che oggi sia un religioso e viva dove vivo, non sia una reazione a quello che ho subito.
Allora eravamo tutti fra i venti e i trent’anni, molti anche ben avviati nel mondo del lavoro o comunque già laureati, alcuni avevano lasciato i propri kibbutz o moshav; era gente che voleva partecipare alla nuova avventura, che non intendeva semplicemente seguire i “padri fondatori”, ma che desiderava essa stessa essere fondatrice di qualcosa di nuovo e protagonista di gesti concreti.
All’inizio eravamo una dozzina di famiglie, oggi siamo circa cinquecento famiglie con una grande scuola superiore, una sorta di college; molte persone lavorano a Gerusalemme, alcune a Tel Aviv, o nella zona circostante. Qui la percentuale di giovani con istruzione universitaria è superiore alla media israeliana, che già vanta una delle percentuali più alte al mondo. Non dispongo di dati esatti, però direi che circa un terzo (se non addirittura di più) della popolazione lavora nell’educazione, dagli asili nido fino all’università. E’ stata una fortuna che sia andata così: quando sono arrivato qui non volevano accettarmi perché ero un accademico e un giornalista. Dicevano che mi sarei dovuto dedicare al lavoro agricolo o metallurgico e lasciar perdere le mie altre occupazioni.
Era questo l’ideale dei primi coloni. Ma qui non c’è terra da coltivare, quindi come potevo diventare un agricoltore? Comunque molte persone sono state letteralmente obbligate a lasciare le loro occupazioni precedenti. All’inizio c’è stata una specie di selezione naturale, odio usare questo termine, ma è così.
In seguito abbiamo fondato il Consiglio delle Comunità ebraiche di Giudea, Samaria e Gaza, di cui sono diventato Segretario Generale e poi Presidente lasciando l’università e il giornalismo, tutto in una volta. Questa, in breve, è la storia.
Siamo una famiglia normale, nella media, certo, che ha scelto uno stile di vita un po’ più pesante di altri, ma non rimpiangiamo mai, nemmeno per un istante, questa decisione. Mi ritengo anzi fortunato di essere fra quelli che hanno guidato il movimento sin dall’inizio, sono stato per quindici anni il Presidente dell’Associazione. Ovvio, per ogni strada ci sono percorsi alternativi. Avrei potuto fare altre cose durante questi quindici anni, forse potrei ancora. Però sono convinto di aver fatto quel che volevo fare.
Capisco che l’espressione “normalità” possa suonare un po’ stravagante; è vero, ci dobbiamo sempre muovere da qui, per qualsiasi cosa. Non solo per questioni di lavoro ma anche per motivi di studio o per il semplice divertimento. E però lo facciamo. L’altr’anno con mia moglie avevamo un abbonamento al teatro, era per dieci o dodici commedie l’anno e se pagavi in anticipo spendevi meno. Ecco, non dirò che abbiamo visto tutte le dodici commedie, sarebbe un’esagerazione, però, sì, direi che cerchiamo di condurre una vita normale.
La figlia di un nostro vicino, un medico, nel 2000 si è sposata con il figlio di uno dei redattori del primo canale televisivo. Il matrimonio era a Gerusalemme. In quell’occasione il più famoso conduttore della tv israeliana, che mi conosce perché mi ha intervistato diverse volte, mi ha chiesto: “Ma come sei venuto al matrimonio? In un pulmino blindato con vetri antiproiettile?”. Io gli ho risposto: “No, con la mia macchina, con mia moglie”. Allora ha rincalzato: “Ma vale la pena rischiare la vita per un matrimonio?” Era una domanda importante, sensata. Durante il matrimonio anche il padre dello sposo mi ha avvicinato: “Apprezzo molto il suo sforzo”. Gli ho risposto: “Non sono stato il solo a venire qui, ci sono almeno un centinaio di persone da Ofra e nessuno è venuto con pulmini blindati”.
Insomma, noi facciamo la nostra vita, per quanto possiamo. Per esempio, se devo andare a Tel Aviv, non passo per Gerusalemme, ma faccio la Route 60, sulla quale è caduto circa l’80% delle vittime di questa guerra. La prendo lo stesso, un po’ per principio e un po’ perché impiego molto meno tempo. Se poi lei mi chiede quanti di quelli che devono andare a Tel Aviv fanno la stessa cosa non glielo so dire. Noi però lo facciamo: lo fa mia moglie, lo fanno i miei figli. E’ il nostro modo di “tenere” sulla normalità.
In questo insediamento vive un ragazzino vittima di un attentato: era in macchina con sua madre quando gli hanno sparato colpendolo alla colonna vertebrale. Da allora è storpio. Per metà della settimana deve stare in ospedale a Gerusalemme, all’inizio non si sapeva se sarebbe sopravvissuto. E’ stata molto dura perché non solo la sua vita è cambiata ma anche quella dei suoi genitori, che ora devono dedicargli molto tempo. Suo padre è andato in pensione per prendersi cura di lui, per stargli dietro. Abbiamo due persone come lui qui. Nella sua stessa via ne abita un altro a cui hanno deciso di non estrarre la pallottola perché l’intervento avrebbe potuto danneggiargli la spina dorsale, così ha ancora la pallottola dentro, è un adulto, è stato uno dei fondatori di questo posto e, in un altro attacco, ha perso anche il figlio. Ci sono state un bel po’ di tragedie negli ultimi quattro anni proprio qui, in questo posto.
Capisco che venga da chiedere perché rimaniamo, se non abbiamo già sofferto abbastanza. Che dire, pare che per noi il sacrificio sia una condizione di vita. Negli ultimi quattro anni, dall’inizio della seconda intifada, per quanto mi consta neanche una famiglia ha abbandonato questo posto per ragioni di sicurezza. Certo, le persone cambiano lavoro o si trasferiscono per ragioni familiari, siamo come tutti gli altri, ci sono divorzi e separazioni. Non mi risulta però che ci sia qualcuno che abbia lasciato questo posto solo per paura di viverci. Questo è il luogo che ci è stato assegnato e la nostra è una comunità compatta, molto motivata. Il nostro insediamento è considerato uno dei più importanti perché molti intellettuali del movimento vivono qui.
I rapporti con i vicini arabi? Noi non abbiamo la possibilità di sceglierci i nostri vicini. Questo è il posto in cui gli ebrei sono nati ed è l’unico dove possiamo costruire il nostro Stato, tener vive la nostra cultura e la nostra religione. Purtroppo noi non piacciamo ai nostri vicini. E tuttavia credo non ci sia futuro per gli ebrei al di fuori dello Stato di Israele. L’unica nazione che ha perso circa un quarto dei suoi abitanti (escludendo le vittime dell’Olocausto), per volontà degli stessi ebrei o per assimilazione è quella ebraica. Gli ebrei hanno il tasso di crescita più basso al mondo, in particolar modo negli Stati Uniti. Se questo trend va avanti e se le cose non cambiano, in futuro gli ebrei sopravviveranno solo in Israele. Questo è l’unico luogo dove un ebreo laico non corra il rischio che i suoi eredi non siano più ebrei. In Italia, se sei un laico, i tuoi figli saranno dei laici e magari si sposeranno con una cristiana. Il che può andar bene da un punto di vista civile, ma quando entra in gioco la continuità di una nazione, è evidente che la mescolanza con la maggioranza per noi significa estinzione. Come ebrei, un importante compito è quello di perpetuare l’esistenza del popolo ebraico e, per far ciò, è essenziale lo Stato di Israele. E questa è una buona ragione per soffrire.
La generazione che ha fondato il movimento dei kibbutz, man mano che invecchiava, aveva difficoltà a trovare ricambio perché i giovani non volevano vivere in una vecchia comunità e così, purtroppo, la maggior parte degli eredi della seconda generazione ha abbandonato i villaggi. Noi siamo fortunati perché oggi siamo circa cinquecento famiglie e diversi fra quelli che facevano parte della seconda generazione di coloni sono rimasti. Non so cosa succederà con la terza generazione. Non voglio fare previsioni, forse il nostro destino sarà analogo a quello del movimento dei kibbutz, forse no, intanto molti giovani stanno continuando sulla nostra strada e anche quelli sono andati via, in realtà si sono trasferiti in nuovi insediamenti: due dei nostri figli vivono non lontano da qui. Mio figlio è stato il fondatore di un nuovo insediamento chiamato Migron, di cui si è sentito molto parlare ultimamente come avamposto illegale.
In generale posso affermare che circa i due terzi della seconda generazione di coloni continua sulla nostra strada -una buona proporzione. Quelli che invece hanno abbandonato, non lo hanno fatto principalmente per ragioni politiche ma per una questione di laicità: la nostra è una comunità religiosa e circa un quarto o un terzo della seconda generazione ha seguito altre strade. Questo fenomeno però non è correlato agli insediamenti o a qualcosa del genere. Semplicemente questo non era più il posto giusto per loro. Non so, probabilmente ci sono anche stati casi di persone che hanno cambiato il proprio punto di vista a livello politico ma io non ne conosco nessuno. Mia figlia non è una religiosa, vive a Gerusalemme, ma concorda con la nostra visione politica.
Uno Stato palestinese entro i confini del ’67 per me non ha senso e comunque in questa regione non funzionerebbe. Gli arabi hanno molta terra, i Palestinesi no ma gli arabi sì... Non c’è una nazione che possegga più terre, dall’Oceano Atlantico all’Oceano Indiano è tutta terra degli arabi, la maggior parte della quale è vuota. L’Egitto ha una superficie di più di 1.100.000 kmq e solo 68 milioni abitanti. Il Sinai è disabitato e potrebbe costituire parte dello Stato palestinese. Gli abitanti di Gaza potrebbero così estendersi al Sinai del Nord, non trasferirsi ma avere più territori.
Insomma, la questione della terra non è un problema per gli arabi.
Il Presidente Bush, due anni fa, il 24 giugno, ha tenuto un famoso discorso in cui ha riconosciuto lo Stato palestinese, uno stato viable. E da allora lo ripete sempre: viable, cioè praticabile, autonomo. Poniamo che domani Israele decida di ritirarsi, che Ofra venga smantellato. I palestinesi avrebbero, nell’insieme, 5.500 kmq. E’ come una piccola regione dell’Italia. Ci sono tre milioni e mezzo di palestinesi e, se avessero uno Stato qui, si pensa che ne verrebbero altri milioni. Ma anche se questo non accadesse, semplicemente col tasso di nascite attuale, nel 2020 sarebbero sei milioni e mezzo o sette milioni. Tutto questo in 5.500 kmq; questo è possibile solo a Hong Kong o a Singapore. Qui no. Qualsiasi soluzione politica del problema che non coinvolga anche la Giordania e l’Egitto, che dovrebbero concedere ai palestinesi alcuni territori, sarebbe fallimentare, soprattutto a Gaza. Quindi oggi, parlare di ritiro israeliano è come voler creare le cause per la prossima guerra perché fra dieci o quindici anni non ci sarà più spazio qui.
Lei conosce il famoso studio di psicologia sui topi? Si mette un topo in una gabbia e gli si dà un certo spazio; all’inizio si aggiungono solo due o quattro topi ed è la situazione ideale, ciascuno ha il proprio spazio. Poi se ne aggiungono altri due e già si verificano cambiamenti comportamentali. Ancora due e ancora e ancora finché non si mangiano a vicenda. Questo è ciò che succederà qui, non a causa dell’odio (che credo sia comunque destinato a durare a lungo) ma perché non saprebbero dove vivere. A Gaza non solo non saprebbero dove vivere ma nemmeno dove abitare, fra vent’anni. Ogni soluzione politica deve tener conto di questo contesto e basarsi su previsioni in un lasso di tempo di quindici o vent’anni, non si può prescindere da questo. Invece tutti questi fanatici della pace hanno un atteggiamento messianico: pensano che, non appena sarà firmato un trattato, qui ci sarà il Paradiso. Nonostante siano professori universitari e pensatori, non riescono a guardare solo un passo più in là del trattato di pace firmato.
So che fare la pace non vuol dire baciarsi e abbracciarsi ma almeno non spararsi. Il fatto è che loro continueranno a sparare perché non avranno scelta. Finché i palestinesi non avranno abbastanza terra noi saremo in pericolo. Allora, si deve impegnare Israele, ma anche l’Egitto e la Giordania devono fare la loro parte. Questi sono i paesi principali che circondano i palestinesi. Ripeto, bisogna trovare soluzioni più lungimiranti, più a lungo termine, bisogna smetterla di guardare semplicemente all’oggi. Oggi l’obiettivo psicologico sono gli insediamenti, “se non ci fossero gli insediamenti tutto andrebbe a posto”. Non ha senso. Prendiamo la storia di Ofra. Non fingerò che i rapporti con i villaggi circostanti fossero d’amore, ma c’erano relazioni di buon vicinato, in qualche caso anche più del semplice buon vicinato.
La nostra clinica, dove lavorano diversi dottori, prima era aperta anche agli arabi, gratuitamente. Con l’inizio della prima intifada quelli che mantenevano rapporti con noi hanno iniziato a essere minacciati. Prima, per andare a Gerusalemme, dovevamo attraversare vari villaggi e Ramallah; ecco, piano piano i negozianti da cui facevamo la spesa hanno cominciato a ignorarci, si è creata una situazione di anonimato e mutua indifferenza. Non credo che si possa tornare ai tempi in cui c’era ancora speranza, secondo me ormai lo status quo è irrimediabile: noi viviamo nelle nostre comunità, loro vivono nelle loro. Il distacco è troppo profondo, ogni nazione vuole la sua autodeterminazione. E’ comprensibile, ma ripeto: non vedo la possibilità di uno Stato palestinese qui.
La strada che va da Ramallah ad Amman passa a circa 150 metri da qui. Dobbiamo aprirla, garantirle lo status di zona internazionale e la popolazione di Ramallah avrà il proprio hinterland, o anche più di questo, fino in Giordania con Amman come quartier generale. E fare lo stesso con la zona di Nablus, di Hebron... Lo Stato palestinese dovrebbe essere la zona A e B più la Giordania. Oppure scelgano loro come costituire questo stato giordano-palestinese. Il 96% della popolazione palestinese già vive nelle zone A e B, che rappresentano de facto uno Stato palestinese. Se non avessero iniziato, quattro anni fa, questa guerra d’odio e di terrore, nessuno li avrebbe disturbati. Hanno le loro elezioni, fatta eccezione per le relazioni internazionali, sono indipendenti. Se non si sentono liberi è perché vogliono di più. Ma in ogni caso, ci sono elementi di statualità che Israele non potrà mai concedere loro -ancora una volta non vorrei utilizzare la parola “mai”, se col tempo si riuscirà a stabilire una convivenza pacifica allora forse potremmo anche garantire questi elementi. Ma, fino ad allora, non possiamo ad esempio permettere loro di avere una forza aerea. Quindi riassumendo, per me l’unica vera soluzione non può che essere a livello regionale. Firmare un trattato di pace non basta, è un po’ come i trattati di Versailles alla fine della Prima Guerra Mondiale. Voglio dire, quegli accordi già contenevano le radici per lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, per questo dobbiamo guardare avanti e comportarci da persone razionali che sanno di vivere in una zona dove non sono amate.
Non vorrei che le mie parole fossero fonte di equivoci: all’origine degli insediamenti ci sono motivazioni di tipo laico.
Su questo davvero non vorrei essere frainteso. Del resto, l’elemento religioso si è sempre opposto al sionismo. Quindi è assurdo affermare che questo Paese sia stato fondato per aspirazioni religiose. Al contrario: lo hanno costituito gli elementi più laci, i religiosi sono venuti dopo. Noi che abbiamo fondato quest’infrastruttura di insediamenti in Giudea, Samaria e a Gaza, venticinque o trent’anni fa, appartenevamo a quegli stessi movimenti che avevano costituito i kibbutz e i moshav. Tutto quel che volevamo era continuare sulla strada maestra tracciata dal sionismo. Abbiamo cambiato leggermente la struttura della comunità solo per rendere la cosa fattibile perché oggi vivere in un kibbutz è impossibile. Purtroppo dispiace anche a me che non si sia potuto continuare con i kibbutz. I kibbutz rappresentavano un bell’ideale, ma la gente non poteva continuare a vivere in quel modo.
E’ parlando di struttura della comunità che entra in gioco la religione: la religione ci permette di fare qualcosa che non è semplice da spiegare per chi non abbia un certo background. Che cosa ci tiene insieme? La religione, ma non la religione intesa come la fede in Dio. La religione ci aiuta, per definizione, a organizzare meglio la vita comunitaria. Mi spiego: una comunità non religiosa non ha forme di raccoglimento... Oggi è venerdì, stanotte andiamo tutti in sinagoga, ci incontriamo tutti, tutta la comunità, e non solo per pregare. Sono anche momenti sociali che servono a compattarci, a renderci più uniti dal punto di vista sociologico. Le comunità religiose sono molto meglio organizzate di quelle non religiose. In questo sta il valore della religione.
La nostra seconda generazione è già un po’ diversa da noi perché è cresciuta in un ambiente religioso. Loro vedono la religione, il sionismo e l’essere dei pionieri come fattori che si integrano a vicenda. Per noi, le vecchie generazioni, la religione era uno strumento, per loro è già un modo di vita. E questo effettivamente crea qualche problema, specie nelle comunità più ideologiche.
E’ vero, noi ci teniamo a ricordare i nomi delle vittime dell’intifada. Intitoliamo a loro anche interi insediamenti. E’ un modo per perpetuare il dolore? Può essere, ma non siamo solo noi a far ciò: l’intero Stato di Israele si basa sul valore della memoria. L’Olocausto e altri grandi eventi sono ricordi tristi ma ci accompagnano durante tutta la nostra vita, non solo in questo insediamento. Qui sono solo più freschi.
Immagino che le cose che ho detto mi facciano diventare un estremista di destra. Se penso come penso vuol dire che per forza devo odiare gli arabi no? Che devo essere contro la tregua e così via, giusto?
Agli incontri con gli arabi, loro si stupiscono sempre, quando mi conoscono, che io non sia il mostro che si aspettavano. Ma io non sono un’eccezione. Questo è il profilo della mia comunità, della maggioranza dei membri della comunità. Ovviamente poi ognuno ha le sue caratteristiche individuali. E dico di più: questo è il profilo dell’intero movimento. Ci sono delle eccezioni, certo. Il fatto è che, se qualcosa succede qui, se qualche vero estremista o qualche giovane taglia gli alberi di ulivo, mi chiedono alla radio che cosa ne pensi io della cosa. Dopo aver espresso la mia opinione, e può ben intuire quale sia, chiedo agli intervistatori: “Perché non domandate al sindaco di Tel Aviv qual è la sua reazione dopo l’ultimo assassinio in città?”. Un terzo dei ragazzi di Tel Aviv sono coinvolti, in una maniera o nell’altra, in episodi di delinquenza giovanile e così via. Ma se succede qualcosa a Tel Aviv o a Gerusalemme, i sindaci non sono responsabili; se qualcosa accade qui sono sempre io il responsabile. Ma ci sono più di cento insediamenti per cui, anche solo statisticamente, purtroppo ci possono essere persone che si comportano in modo condannabile. Perché chiederne conto a me? Mi sembra ingiusto. Per fortuna qui non abbiamo omicidi, non mi consta ci sia mai stato un caso di stupro -o forse ce ne sono stati ma io non ne sono a conoscenza. Certo, la criminalità presente nelle città qui non c’è. Abbiamo un po’ di problemi con la droga, ma in proporzione non comparabile rispetto ai grandi centri. Quest’assenza di criminalità è dovuta al fatto che viviamo in un’atmosfera di grande tensione ideale. Arriveranno anche da noi comunque i problemi, perché non siamo diversi dagli altri.
Recentemente ho pubblicato un articolo su Haaretz, a causa del quale sono stato accusato di manipolare i fatti. Dio me ne scampi. Quello che volevo dire era che sono gli aggressori, e non gli aggrediti, a dover pagare il prezzo della loro aggressione.
Lo stesso giorno in cui è stato proclamato lo Stato di Israele, tre anni dopo l’Olocausto, nel 1948, cinque nazioni arabe hanno invaso le nostre terre. La storia ci dice che alcune fra queste nazioni avevano intenzione di portare a termine quello che Hitler non era stato capace di finire. C’era il pericolo non solo di perdere il nostro Stato, ma anche di essere annientati come popolo.
Noi, 650.000 persone, reduci dell’Olocausto, abbiamo vinto quella guerra che, però, non si è conclusa con un trattato di pace, ma con un armistizio.
La Guerra dei Sei Giorni: di nuovo. Abbiamo vinto ancora, ma questa volta quelli che ci hanno attaccato hanno perso dei territori. Ora la discussione riguarda appunto quei territori. Nell’articolo, ho spiegato come i precedenti storici (ad esempio nella Seconda Guerra Mondiale) mostrino chiaramente che gli aggressori che perdono dei territori li perdono per sempre.
Pensiamo alla Germania o anche al Giappone. In un articolo non si può riassumere tutto, quindi mi sono concentrato sulla Germania che ha perso la Slesia, la Pomerania e i territori a est della linea Oder-Neisse, il tutto con l’approvazione del Parlamento tedesco. Hanno perso molti più territori rispetto ai siriani. Allora io affermo che, fin quando anche qui non si applicherà la stessa regola, non ci sarà la pace.
Se gli Stati arabi, di tanto in tanto, iniziano guerre contro di noi e poi siamo noi a doverne pagare le conseguenze, perché dovrebbero smetterla? Queste sono grandi nazioni, dispongono di popolazioni numerose: il Presidente Sadat, al tempo, disse che era pronto a sacrificare un milione di soldati egiziani, pur di riconquistare il suolo e la dignità arabi. Questo è il loro approccio, ma se capiscono che, perdendo ogni guerra, perderanno ciò che per il loro ethos è più importante, cioè la terra, forse ci sarà un’opportunità di pace. Ho imparato qualcosa riguardo gli arabi, vivendo qui. Penso che, se faremo come abbiamo fatto con gli egiziani, facendo di tanto in tanto delle concessioni, daremo solo impulso a nuove guerre. Sono sinceramente convinto di questo e credo che fino a che Israele non si muoverà in questo senso, gli arabi saranno portati a pianificare futuri attacchi.
C’è un altro paradosso: noi continuiamo ad essere additati come responsabili e quel che è peggio, è che anche alcuni israeliani sostengono questo, biasimano se stessi piuttosto di accusare quelli che hanno creato questa situazione.
E’ vero, non ci sentiamo affatto protetti dall’Europa, credete che non abbiamo sufficienti prove storiche per giustificare il nostro atteggiamento? Anch’io spero che non sarà così in eterno.
E’ che qui si tratta di qualcosa di più che di vivere in un ambiente sicuro. Si tratta di avere un rifugio, di non rischiare più di essere attaccati. Abbiamo bisogno di uno Stato, anche per sentire che siamo trattati egualmente e che i valori universali che valgono dappertutto valgono anche qui.
Noi ci siamo svegliati un giorno e abbiamo scoperto che non era così, quindi siamo un caso particolare.
In questi anni quasi tutti i giornalisti stranieri (ma anche israeliani) che mi hanno intervistato sono venuti qui con la presunzione di potermi chiedere conto della mia esistenza e presenza in questo luogo, e io di conseguenza ho sentito di dover rispondere puntualmente, senza poter dire loro: “Andate al diavolo, perché mi fate queste domande?!”. Noi oggi viviamo in uno Stato, e questa è forse la cosa più importante di tutte. Eppure ogni giorno dobbiamo scusarci per la nostra esistenza qui. E non solo qui, anche a Gerusalemme, dappertutto in Israele. Noi non siamo considerati una presenza legittima, non ancora.
Il fatto che ci siano i territori, le colonie, questi sono solo alibi. Alcuni dei giornalisti chiedono degli insediamenti ma la domanda riguarda implicitamente Gerusalemme e Tel Aviv. Molti in Europa, anche in Italia, mettono in discussione l’esistenza di Israele in senso assoluto, non solo nei territori ma anche all’interno della linea verde, perché anche quelli sono territori palestinesi, no? Loro sono stati cacciati dal loro Paese vero? La loro terra è stata confiscata, noi siamo un’entità artificiale, è così no? Forse mi sono spinto troppo oltre, dovrei fermarmi qui.
Il fatto che tutti si sentano autorizzati a darci suggerimenti, che i principali giornali a livello mondiale pubblichino editoriali dicendo cosa è buono e cosa non è buono per Israele e non in generale, ma nei dettagli, beh, è deprimente oltre che irritante. Noi dobbiamo sempre stare sulla difensiva e tutti pensano sia compito loro insegnarci come dobbiamo comportarci.
Poi, è vero, oggi Israele è il posto meno sicuro per un ebreo. E’ un paradosso del sionismo, un triste paradosso. Che dire? Sarebbe un buon punto di partenza per un articolo.


















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