









Appello per Berneri

Noi ovviamente non contiamo nulla, ma ciononostante avanziamo una richiesta solenne agli ex-comunisti del Pci (la specifica è necessaria perché ci sono anche gli altri ex-comunisti, quelli del 68, e l’impressione è che i conti con le loro idee e con i loro atti di un tempo li abbiano fatti ancor meno dei primi): convochino un grande convegno sulla figura di Camillo Berneri, grande intellettuale e militante italiano, anarchico eterodosso, antifascista della prima ora e altrettanto rigoroso anticomunista, amico dei fratelli Rosselli, combattente di Spagna, ucciso dai comunisti delle brigate internazionali che ne rivendicarono l’omicidio sul giornale comunista in Francia.
E in questo convegno si faccia luce, finalmente, sul ruolo che ebbe Togliatti in Spagna.
E’ chiedere troppo? E’ una richiesta da pazzi? Forse sì, visto che pensiamo anche che se l’avessero fatto per tempo, negli anni scorsi, forse ora la situazione del nostro paese sarebbe diversa...
E chissà, se mai si dovesse tenere un simile convegno, che non possa svolgersi sotto l’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica...
UNA CITTÀ n. 127 / 2005 MarzoIntervista a Luca Lambertini
realizzata da Carlo De Maria
PER UNA CITTADINANZA RESPONSABILE
Il lavoro di animazione sociale fu ideato negli anni 40 da sinceri federalisti come i coniugi Calogero, Aldo Capitini e Adriano Olivetti. L’esperienza di Danilo Dolci in Sicilia. Il dilemma fra professionalizzazione e militanza. Una retorica dei diritti, e il silenzio sui doveri. Intervista a Luca Lambertini.
Luca Lambertini, 26 anni, fa parte del “nucleo redazionale” de Lo Straniero, rivista diretta da Goffredo Fofi. E’ attivo nel settore delle cooperative sociali a Bologna e si occupa della storia del lavoro sociale in Italia dal dopoguerra ad oggi.
La storia del lavoro sociale nel nostro paese, a partire dall’immediato dopoguerra, è riconducibile a una galassia di piccoli gruppi ‘eretici’ che si conoscevano, avevano contatti tra di loro e operavano in alcune situazioni congiuntamente. Una vicenda che per molti versi è ancora da studiare...
E’ una vicenda ancora da indagare in quanto, sia nell’ambito della produzione storiografica che nel mondo del lavoro sociale, queste esperienze sono per buona parte ignorate. Io stesso nelle mie ricerche, quando non ho avuto la fortuna di incontrare dei testimoni diretti di quelle esperienze, ho faticato molto a trovare riferimenti bibliografici o indicazioni di fondi archivistici.
Uno degli ambiti da me studiati è quello della travagliata nascita in Italia di un moderno Servizio Sociale. La figura dell’assistente sociale arriva in Italia nella seconda metà degli anni Quaranta, attraverso l’importazione delle più moderne tecniche assistenziali maturate nel mondo anglosassone. Sia gli Stati Uniti del New Deal che l’Inghilterra del Piano Beveridge erano infatti all’avanguardia in questo settore. In Italia, al contrario, la figura dell’assistente sociale risultava una novità quasi rivoluzionaria rispetto al panorama nazionale. Il fascismo aveva infatti compartimentato e settorializzato l’intera società in categorie ben precise, a ognuna delle quali corrispondeva un ente assistenziale di riferimento: quello per i Mutilati, quello per gli Invalidi di guerra, quello per la Gente di mare, ecc. Un’infinità di enti pubblici, di apparati burocratici, centralizzati, elefantiaci, che andavano a formare un quadro tanto complesso quanto inefficiente.
Spesso chi doveva accedere agli interventi assistenziali non aveva i mezzi culturali per orientarsi in quell’universo burocratico -studi recenti parlano infatti di circa quarantamila enti che fornivano prestazioni assistenziali. La figura dell’assistente sociale era innovativa proprio perché si focalizzava sui bisogni della persona nella loro interezza e complessità, senza il vincolo di canoni rigidamente fissati a livello centrale. L’obbiettivo era quello di porre il “bisognoso” in condizioni tali da non dover più necessitare di aiuti esterni. L’idea era quella di responsabilizzare l’assistito, evitando di creare situazioni di cronicizzazione dei bisogni.
Quali sono queste tecniche? E chi le promosse in Italia?
Si tratta principalmente di tre modalità: il casework, cioè il lavoro sul caso individuale, il groupwork, ovverosia il lavoro sul gruppo di riferimento (ad esempio il gruppo familiare), fino al community work, il lavoro di comunità. Io in particolare mi sono occupato di quest’ultima modalità d’intervento.
Fondamentali per l’affermarsi del servizio sociale furono le scuole che nacquero numerose in Italia fin dall’immediato dopoguerra. Una delle più importanti fu il Cepas (Centro Educazione Professionale per Assistenti Sociali), fondata dai coniugi Calogero che in questa scuola fecero confluire la loro idea di radicale rinnovamento dello Stato, basato su una nuova idea di cittadinanza. Alla base c’era il convincimento che la creazione di una democrazia compiuta dovesse passare anche attraverso un’idea nuova del lavoro sociale e dell’intervento assistenziale, strumenti fondamentali di educazione alla democrazia e al senso civico.
Guido Calogero era un filosofo piuttosto noto e tra i suoi punti di riferimento c’era John Dewey, importante figura della cultura progressista americana. All’inizio degli anni Quaranta, con Aldo Capitini, Calogero aveva fondato il liberalsocialismo. I coniugi Calogero dovettero anche affrontare un periodo di confino a Scanno, in Abruzzo, dove conobbero da vicino la condizione dei “contadini di Silone”. Queste, e tante altre esperienze, influenzarono profondamente l’impostazione e l’attività della scuola.
Il Cepas venne finanziato da Adriano Olivetti. Vale la pena ricordare che Olivetti, nel 1946, pubblicò L’ordine politico delle comunità, dove teorizzava una nuova struttura dello Stato italiano, caratterizzata da un radicale federalismo. Olivetti è un altro grande personaggio, riscoperto solo di recente dalla storiografia, dopo anni di accantonamento. E’ soprattutto studiato per la sua opera di industriale, di urbanista, per la sua attività culturale (le Edizioni di Comunità), ma è ancora poco conosciuto per quanto riguarda l’innovativa gestione territoriale che teorizzò e attuò nel Canavese. Lavorò in quella regione perché non trovò mezzi per lavorare a livello nazionale. Tentò con il Partito socialista, ma senza risultati. Lavorò, dunque, laddove la sua sfera di influenza diretta glielo permetteva. Tra le prime iniziative che prese ci furono i Centri Comunitari, che nascevano nei paesi dove forte era il Movimento di Comunità (il movimento politico fondato da Olivetti); qui si tenevano assemblee nelle quali si dibatteva dei problemi amministrativi, si organizzavano iniziative culturali, si ospitavano biblioteche e mostre.
Tra i dirigenti del Cepas è, poi, da ricordare Angela Zucconi, un altro bel personaggio, ahimé quasi dimenticato. Era una studiosa di letteratura danese (conosceva Olivetti perché avrebbe dovuto tradurre Kierkegaard per le Edizioni di Comunità). Amica dei Calogero, si trovò a dirigere la scuola da loro fondata e per tutta la vita fu un’instancabile promotrice del lavoro di comunità (community work). Mi riferisco alla dimensione territoriale del servizio sociale, cioè al lavoro su ben determinati contesti sociali per favorirne una crescita non solo economica, ma anche socio-culturale e politica.
I dirigenti e gli animatori del Cepas avevano compreso, al fondo, quanto fosse stata dannosa per il paese la gestione centralizzata della cosa pubblica. Al centralismo riconducevano la questione meridionale, la miseria di molte aree non solo del sud, che non avevano nessun mezzo né amministrativo né economico -spesso nemmeno culturale- per risollevarsi. La loro denuncia fu assolutamente minoritaria e non guadagnò terreno: la struttura centralizzata dello Stato non venne sostanzialmente toccata, né si lavorò perché venisse modificata.
Un’altra figura di riferimento dell’azione sociale volontaria può essere identificata in Danilo Dolci?
Nei primi anni Cinquanta, Danilo Dolci prese l’iniziativa di andare in Sicilia e lavorare insieme ai contadini poveri e ai pescatori di Partinico, sul territorio. Stette insieme a loro, vivendone i problemi e coinvolgendoli nel tentativo di riscatto. Anche lui condivideva i presupposti dello sviluppo di comunità: occorreva individuare l’aria d’intervento, che doveva essere un comprensorio territoriale ben definito del quale si imparavano a conoscere le caratteristiche sociali, culturali, economiche e, di conseguenza, le esigenze reali della popolazione; e poi lavorare per il coinvolgimento di questa. C’era, alla base, un’idea nuova della partecipazione, della cittadinanza. In Italia manca il senso civico, è cosa nota, ma ci sono persone che cercarono di colmare questo vuoto...
Danilo Dolci ha anche avuto il merito di porre all’attenzione pubblica quelli che erano i problemi reali della parte povera del paese, che non erano conosciuti, e di far presente a livello nazionale quali fossero le misure (insufficienti) che lo Stato prendeva rispetto a questi problemi. Lui fece una famosa analisi di Partinico e del banditismo, denunciando come venissero spesi molti più soldi per reprimere il banditismo di quanti ne venissero destinati alle attività sociali ed assistenziali. Si impegnò per far sì che la popolazione migliorasse la propria condizione di vita sviluppando un inedito senso di cittadinanza, un senso del bene pubblico e della legalità.
Vorrei chiederti di tornare su Aldo Capitini, un autore che hai citato di passaggio...
Anche Capitini cercò di fare avanzare, negli anni del dopoguerra, un nuovo rapporto tra i cittadini e il potere pubblico. In questo sforzo si inserisce l’esperimento dei Cos, Centri di Orientamento Sociale, che si sarebbero dovuti diffondere capillarmente sul territorio. Si trattava di assemblee aperte, nelle quali i cittadini discutevano delle questioni relative all’amministrazione locale o di argomenti politici e culturali più ampi. Un diretto coinvolgimento nella gestione del bene pubblico, che andasse al di là della passiva fruizione dei servizi. E’ questa la stortura che esisteva allora e ancora ci trasciniamo dietro: non c’è, nell’immaginario e nella pratica comune, un concetto di pubblico che comporti anche dei doveri, non solo dei diritti. Esiste, cioè, tutta una retorica dei diritti, ma non dei doveri di cittadinanza. Capitini, ma anche Olivetti, Dolci, Calogero, l’ambiente del Cepas e tanti altri, lavorarono soprattutto a un’azione formativa, pedagogica, per una cittadinanza responsabile.
Queste figure, fuori o ai margini dei grandi partiti di massa, hanno posto con forza questi problemi, comprendendo la loro portata nella ricostruzione dell’Italia su basi realmente democratiche. Scontarono però un forte isolamento e sono stati parzialmente riscoperti solo in seguito allo sfaldarsi di quei grandi partiti.
La crisi del Welfare State è all’ordine del giorno ormai da tempo. Stiamo parlando della crisi di quel sistema di protezione sociale fondato sul ruolo centrale dello Stato. In tale contesto, culture politiche ed esperienze sociali quali quelle dell’autorganizzazione comunitaria dal basso e del mutuo appoggio, delle reti sociali di assistenza e di volontariato sono di grande attualità.
Gli anni Ottanta hanno visto, infatti, la rinascita del volontariato, che poi negli anni Novanta ha rappresentato la vera novità nella vita pubblica italiana, insieme a “Mani pulite”. Le pratiche autorganizzate di azione sociale si sono riaffacciate, dimostrando però di essere dimentiche di chi queste strade le aveva già percorse. E questa è una debolezza che potrebbe rivelarsi fatale.
Uno dei grossi limiti, ad esempio, che oggi mostrano molte delle realtà appartenenti al cosiddetto “terzo settore” è quello di non avere una lettura lucida del contesto in cui operano. Naturalmente c’è la globalizzazione, c’è un mondo che cambia a una velocità incredibile, ed è difficile riuscire a stare al passo, però è fondamentale provarci. Altrimenti perde di significato anche l’azione sociale. Il rischio di burocratizzarsi diventa fortissimo.
Mi riferisco al pericolo di diventare associazioni che si limitano ad erogare servizi; che quindi non agiscono più come alterità rispetto alle storture degli apparati pubblici e del libero mercato, trasformandosi in una semplice stampella del Welfare State in via di smantellamento. Si perderebbe in questo modo un potenziale di rinnovamento che invece dovrebbe essere caratteristica peculiare di chi opera consapevolmente nel sociale. Bisogna anche affrontare il nodo della professionalizzazione. Una formazione professionale è, sì, importante, ma fino a che punto -mi chiedo- può sostituire i moventi ideali, le ragioni politiche e sociali, insomma le istanze militanti (perché di militanza, anche se non strettamente politica, si tratta)? Questi ed altri problemi sono già stati affrontati in passato, hanno già portato ad alcune degenerazioni forti delle migliori esperienze di impegno sociale. Per affrontarli in modo consapevole oggi bisogna recuperare la cultura di chi in questi ambiti ha già agito, e agito bene.
Il progetto “Memoria del sociale”, promosso dall’Associazione Centro Documentazione Handicap di Bologna, nasce proprio dall’esigenza di riscoprire, tramite un’ampia azione di ricerca, la storia dell’azione sociale volontaria nel nostro paese dal dopoguerra ad oggi. Puoi parlarcene?
Questo progetto è nato dall’idea mia e di un amico. Altro non è che un tentativo di far conoscere in modo più ampio quelle che sono le radici storiche del lavoro sociale, proponendo degli esempi forti di persone e di associazioni che hanno operato in Italia, avendo ben chiaro come fosse indispensabile, oltre a un miglioramento delle condizioni economiche delle persone assistite, anche una loro formazione civica. Oggi si parla molto di partecipazione, se ne straparla, rischiando di perdere per strada il significato profondo della parola. In tale contesto è vitale, a mio parere, tornare a Capitini, a Dolci, a Olivetti, a Calogero, a tutti coloro che hanno affrontato questi problemi in modo serio.
Le esperienze di cui abbiamo parlato offrono anche esempi molto efficaci di interventi sociali che muovevano da una lucida e profonda analisi del proprio tempo. Anche questo è un aspetto importante da riproporre a chi oggi opera nel sociale. Sono stato di recente a un convegno dove si diceva: “re-immaginiamo” il lavoro sociale, che si sente “sotto assedio” soprattutto perché fatica a capire la realtà che ha intorno. Premessa assolutamente condivisibile. Però poi non si è parlato di come fornire agli operatori sociali strumenti di lettura del tempo presente.
Questo aspetto non è stato minimamente toccato. Ed era un convegno piuttosto importante. La crisi di chi, a vario titolo, opera nel sociale mi sembra evidente. Se tu non capisci quello che ti sta intorno, il lavoro che fai perde di significato e rischi di diventare un operatore frustrato, un nuovo burocrate.
Il saggio fondamentale del ‘58 di Isaiah Berlin, che andando a cercare le origini del totalitarismo comunista, arriva a trovarle in Rousseau, ancor prima in Kant e nell’idea di una libertà positiva, prescrittiva; un manicheismo da "guerra fredda” che crede nella proclamazione della verità più che nella sua ricerca; il rischio oggi di vedere un islam monolitico e impermeabile alla libertà; l’idea diversa di Bobbio e il valore del dialogo perché nessuna cultura è monolitica.
La proprietà libera?





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