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La difesa
della normalità
Il cancro da "male incurabile” sta trasformandosi, grazie all’avanzamento delle cure e alla loro personalizzazione, in un male cronico, che si può tenere a bada, impedendogli di impossessarsi della propria vita. La battaglia principale è la difesa della normalità. L’importanza della psicologia oncologica. La grande paura del dolore, che oggi però può essere debellato. Intervista a Anna Segre.

storie

  

UNA CITTÀ n. 123 / 2004 Settembre-Ottobre

Intervista a Fatima Azil
realizzata da Alessandra Zendron

UN TUFFO IN PISCINA
Buttarsi in acqua al Lido è un controsenso per una praticante musulmana, stando al Corano non dovrebbe essere lì. Il rischio che la consulta degli stranieri, voluta dalle amministrazioni, diventi un ghetto. Molte donne, venendo in Europa, perdono paradossalmente libertà. I figli parlano tedesco, italiano, arabo, pachistano e a scuola devono mangiare con la forchetta ma saper spiegare che mangiare con le mani è un’arte. Intervista a Fatima Azil.

Dalla segreteria telefonica una voce di bambino invita a lasciare un messaggio. In italiano e poi in tedesco, con accento sudtirolese. La casa di Fatima Azil si trova al Renon, luogo dei Sommerfrische, tradizionale villeggiatura dei commercianti dei Portici di Bolzano. 1100 metri di altitudine, boschi di abeti e pini e sottobosco di mirtilli ed erica. Di lì si vedono le cime più belle delle Dolomiti. Oltre alla strada i paesi sono collegati con la funivia. Fatima dice: mio figlio si diverte a registrare i messaggi nelle lingue che servono. Lei è marocchina, biologa, marito pachistano, e parla benissimo francese, arabo, italiano, tedesco, inglese e un po’ di pachistano. E’ presidente di Mosaik, una cooperativa di mediatori e mediatrici culturali. A Bolzano c’è il Lido, un’area di prati e alberi con piscine e giochi d’acqua. Molto amata dai bolzanini; dagli anni Trenta, quando fu costruita, oltre che un luogo per praticare il nuoto e i tuffi e per prendere la tintarella, è un luogo di socializzazione. Al Lido sono nate amicizie e amori per generazioni. Ci vanno tutti, giovani, vecchi, famiglie, bambini, militari di stanza in città.
In un giorno piuttosto caldo di fine agosto, due donne arabe velate dalla testa ai piedi si sono gettate in piscina, provocando la reazione gentile ma ferma dei bagnini, che applicavano la regola scritta che non solo nelle vasche ma neppure nel Lido si può entrare vestiti e con le scarpe. I giornali locali si sono buttati anche loro a pesce, e l’asciutto dibattito francese di inizio d’anno sul velo ha assunto aspetti umidi, e piuttosto emozionati. Schieramenti politici, ragioni igieniche, orgoglio religioso hanno giocato un ruolo esplicito. La sensazione di veder violato uno spazio famigliare, un ruolo implicito.

Come hai vissuto questo episodio della piscina?
Non avevo visto il giornale, essendo grande lavoratrice, mamma e moglie, le notizie talvolta mi sfuggono. Però quando ho saputo che due donne velate dalla testa ai piedi si erano gettate vestite nella vasca del Lido ho detto che avevano sbagliato. Io sono andata al Lido tante volte, come straniera osservo le cose e cerco di vivere nel modo più civile possibile, rispettando tutti.
Avevo notato che c’è scritto che è vietato l’ingresso nell’area delle piscine con le scarpe e i vestiti: si deve essere in costume e con le ciabatte. Noi non abbiamo la cultura della ciabatta in piscina, siamo abituati a un altro clima. Però io le ho comperate e me le metto e così mio marito e i figli. Anche se non condivido alcune cose, le rispetto.
Le regole si devono rispettare e magari cercare di cambiarle. Mi ha stupito che queste donne fossero lì. Dal punto di vista della cultura islamica, strettamente intesa, già il Lido non è un posto “corretto”, perché ci sono le donne in costume e anche gli uomini. L’Islam dice che le donne devono essere “protette” e che gli uomini devono avere qualcosa che li copra dall’ombelico fino a tutto il ginocchio: quindi se per loro queste norme valgono alla lettera, non dovrebbero neppure entrare in quel luogo. Però non ho mai visto un uomo coperto al mare in Marocco, né qui. Invece tutti guardano che cosa fanno le donne.
L’Islam non privilegia così tanto l’uomo sulla donna, però qui prevale la cultura tradizionale. Anzi l’Islam dice che il paradiso è sotto i piedi delle mamme, quindi dà un grande valore alle donne. Nella cultura islamica tutto dice che si deve essere corretti e rispettare le regole per andare in paradiso. Corano e Summa non fanno grande differenza fra uomo e donna. Non ci deve essere volgarità.
Il concetto di volgarità non si evolve? Una volta al Lido di Bolzano si andava solo con il costume intero, e poi è entrato il bikini, che si è ridotto sempre più...
Ci sono paesi islamici dove c’è la cultura del mare, come nel mio dove c’è la cultura del fare il bagno e prendere il sole, e si fa il camping. Fin da piccola io andavo al mare con mio papà, che è un arabo islamico, e mi ha sempre comperato i più bei costumi che c’erano in città. Voleva che mia sorella e io fossimo emancipate, donne in carriera. Diceva le femmes en carrière, parlava con noi solo in francese. Diceva sempre che il matrimonio è la fine di una donna, e che, laureandoci, avendo un lavoro importante, non saremmo state sottomesse. Io ho vissuto in questa famiglia. Certo, fuori sì, mi facevano capire che valevo di meno. Ma mio padre mi diceva: attenta, ti devi far valere. Qualche volta quando eravamo in una fila, capitava che un uomo passasse davanti e io ci litigavo e cercavo di farmi rispettare, poi però succedeva anche che il funzionario uscisse e andasse incontro all’uomo ignorando la mia presenza. Così dovevo incassare questa evidente dichiarazione di una mia inferiorità come donna. Comunque ho imparato che ci dovevamo difendere. Anche da mio padre, perché poi lui era nato lì e comunque istintivamente cercava di sottomettere tutti.
Mio padre mi ha spinto a suonare il pianoforte e a fare judo, per far crescere la mia autonomia e sicurezza.
Anch’io ho fatto judo su consiglio di mio padre, perché sapeva che dovevamo imparare a difenderci se volevamo uscire la sera. Mio padre era un professore universitario molto a contatto con la cultura occidentale. A mia madre piaceva fare la moglie del professore. Lui ne approfittava, però ci diceva: “Non fate la fine della mamma. Non tutti gli uomini sono bravi come me”. Però mia madre stava al suo gioco.
Torniamo all’episodio della piscina.
Secondo me, qui, quelle donne hanno sbagliato. Io sto sempre dalla parte delle donne, però non si ha sempre ragione solo perché si è donne. Il mio dubbio è che non l’abbiano fatto per loro volontà. Magari in Marocco andavano a nuotare in costume, facevano tutto. Poi vengono qui, si sposano e sentono continuamente: mettiti il foulard, non fare così, mettiti questo e quello.
A un certo punto si sono messe d’accordo e si sono buttate. O forse qualcuno ha detto loro di farlo, per provocare una reazione. O per fare dispetto ai loro mariti, ma più probabilmente per loro insistenza. Sono mie ipotesi, perché non le conosco. Ma mi sembrano molto realistiche. Una donna che si vela per sua decisione non cerca poi l’esibizione, con i vestiti che svelano tutta la sua figura. Se vogliono andare in acqua è perché vengono da una città di mare o qualcuno le ha portate a imparare a nuotare. Se sono donne che vengono da piccoli villaggi, riservate, timide, allora non sanno nuotare. Dunque non può far parte di un comportamento normale che ci si butti vestite in acqua.
L’Islam non ha mai detto che la donna non deve fare il bagno. Dice che la donna deve essere vestita in modo adeguato. E adeguato per me significa che se io vado in piscina mi metto il costume. Se io ho il jellaba o il foulard in un posto in cui tutti sono in costume, non sono adeguata. E’ chi è velata che attira l’attenzione e quindi va contro l’Islam, che dice che non si deve attirare lo sguardo. Le interpretazioni sono diverse come in tutte le religioni, ma l’importante è rispettare le regole del paese in cui si vive, e soprattutto le persone. Se io mi butto in una piscina dove devono venire a farmi uscire, e magari i vestiti non erano lavati o sotto ho un assorbente, manco di rispetto agli altri.
Una proposta di fare vasche separate per le donne islamiche ha trovato sorprendenti adesioni fra alcuni esponenti politici di sinistra e nel sindaco di Bolzano. Come spesso accade mi pare che l’immigrazione metta il dito in una piaga che già esiste. Nonostante la lunga esperienza di convivenza fra gruppi linguistici diversi, in Sudtirolo la società è separata, incapace di trovare vie per far crescere l’elemento dell’unità, la sensazione di appartenenza ad una realtà comune. Le differenze culturali non vengono valorizzate come un plusvalore per tutti, ma piuttosto sentite come una sottrazione di spazio e di diritti. Il nostro sistema è il trionfo della lottizzazione della differenza: ognuno gode dei diritti di cittadinanza, ma non esiste spazio pubblico condiviso, se non per iniziativa privata e famigliare. Quindi di fronte alle richieste di dividere lo spazio pubblico in tanti frammenti incomunicabili c’è una disponibilità maggiore che in altre situazioni, in cui si fa almeno lo sforzo di includere le culture diverse in una realtà nuova e in crescita. Di fronte all’adesione di qualche DS e del sindaco alle vasche separate, un mio amico disabile è sbottato: “Poi faranno vasche per i disabili, per gli anziani, eccetera, tanti bei ghetti di lusso”. E’ l’immagine concreta di quella che Ralf Dahrendorf chiama con rammarico la tendenza, a suo parere già ampiamente in atto a Londra, del “separati nello spazio pubblico”.
Noi abbiamo lottato perché i nostri figli non venissero messi tutti insieme in classi per immigrati. Vogliamo che i nostri figli non vadano a scuola da soli e poi vorremmo le vasche da soli? Io non lo voglio. Noi vogliamo vivere insieme a voi, abbiamo gli stessi diritti e doveri, altrimenti torniamo a casa nostra. In Marocco non c’erano piscine separate. Si stava insieme. Chi non voleva non ci andava. Abbiamo la libertà di vestirci come vogliamo. Mia madre metteva la jellaba e io i jeans o la minigonna, tutto ciò che volevamo. E il clima permetteva un’eleganza molto maggiore. Qui le donne non sono eleganti. Io sognavo una donna europea, bionda con i tacchi alti. Ma qui le donne corrono molto di più che da noi e sono sportive. Al Renon le donne vanno sempre in giro con gli scarponi. La donna è più grezza. Da noi le donne sono eleganti, con tailleur occidentali, quelle che lavorano, e con gli abiti tradizionali le altre, i gioielli. Anche gli abiti tradizionali seguono la moda. Ognuno ha il suo stile.
Io porto i miei figli, un maschio e una femmina in piscina, con amici e una banda di bambini. Loro imparano a nuotare.
Evito di andare al Lido di Bolzano, vado a Monticolo, Egna o al lago di Garda. Solo se sono pigra e non voglio guidare, vado al Lido. Se entrando vedo che ci sono molti uomini, genitori dei miei allievi, non coperti come dovrebbero, per rispetto a loro, perché faccio la mediatrice culturale, mi metto la T-shirt, perché non voglio che l’ignoranza crei loro immagini sbagliate. E non vado in acqua.
Tu sei anche componente della Consulta degli immigrati e delle immigrate. Purtroppo non è stato possibile convincere la maggioranza di centro-sinistra a fare due consulte separate per genere. E’ stata fatta una riserva per le donne, 30%, poco rispetto al numero di donne che vivono e lavorano in provincia. La Consulta è bloccata dallo scorso maggio, perché non riesce a eleggere il presidente. Il candidato con più chance è un imam che ha già detto che la moschea è la sua priorità. So che tu non sei d’accordo.
Noi siamo un gruppetto all’interno della consulta che lotta per evitare che l’imam diventi presidente. Lui ha già annunciato che la priorità è la moschea, ma non è così. Ora non possiamo più scegliere come presidente la persona migliore, uomo o donna, che faccia qualcosa per noi immigrati, ma cerchiamo solo di impedire che venga eletto lui.
Spero che avremo il diritto di voto e così la consulta si potrà sciogliere. Ho chiesto a un assessore comunale perché dobbiamo avere questa consulta, che decide per noi. E lui ha detto: perché dovete imparare la democrazia. Ma la democrazia è poter votare. Dovremmo poter votare anche un italiano o un’italiana, se ci piace. E se ci ha deluso non lo/la votiamo più. Perché dobbiamo per forza scegliere un immigrato? Io sono lì dentro per scioglierla. La consulta è un modo di ghettizzarci.
Abbiamo lottato per avere il 30%, ma siamo di meno. E poi c’è sempre il gioco dell’uomo. C’è una ragazza giovane, bengalese, che ogni volta che si discute un problema, invece di prendere posizione dice di non avere esperienza e che deve chiedere a suo padre.
Il far parte volenti o nolenti di una comunità, che per necessità contingenti mette in secondo piano i diritti degli individui, può favorire un arretramento dei diritti delle donne e il manifestarsi di espressioni estreme di presunta religiosità? In un caso come quello del Lido, da un lato si scatena il razzismo, velato da ragioni igieniche, e dall’altro si scatenano i portavoce delle posizioni più fondamentaliste e misogine.
Venendo in Europa le donne rischiano di perdere le libertà di cui in alcuni paesi anche arabi godevano. Questo fa parte della storia dell’immigrazione e ha a che fare con il concetto di comunità, e di essere legati al luogo di origine. Ad esempio una donna viene qui e dice: “Per sentirmi più marocchina, voglio mettere il velo”. O perché lei lo vuole o perché il marito le dice di metterlo, perché “qui rischiamo di perderci”. Lui insiste talmente tanto che lei mette il foulard. Poi queste donne si trovano fra di loro, perché non hanno mai imparato l’italiano o il tedesco, non frequentano donne italiane, non vanno neppure a chiedere dei loro figli a scuola. Così cresce questo gruppo, che come abbiamo visto alla collina Pasquali (dove per anni, vicino a un vecchio deposito di rifiuti tossici e all’inceneritore di rifiuti esisteva un villaggio di case prefabbricate per gli immigrati, Ndr), crea una solidarietà negativa, da ghetto. La chiusura del villaggio e lo spostamento delle famiglie e delle persone all’interno della città ha migliorato in parte la situazione. Però rimane la tendenza a vedersi solo fra loro. Queste persone possono diventare pericolose, ma soprattutto diventano casi psichiatrici, perché sono troppo isolate. Bisogna fare progetti di inserimento e soprattutto di apprendimento delle lingue locali. Bolzano è una città dove non c’è niente, né per voi, né per noi. Ho studiato a Marrakesh, là c’era vita! Anch’io ogni tanto vado in crisi. Sono contenta di abitare in montagna, perché almeno la natura è bella. Bolzano è una città solo per lavorare. Non abbiamo niente, non ci sono iniziative per il tempo libero, solo lavoro. La famiglia è piccola, se c’è qualche problema non ci sono le nonne che ti danno un consiglio. Allora è logico che si vada a chiedere a un’altra donna, che parla la stessa lingua, e magari ne sa meno di te. Così si crea una comunità negativa. Si deve invece aiutare queste donne a lavorare, a essere indipendenti e a stare bene. E’ importante anche per la gioventù: i figli hanno problemi di inserimento a scuola, perché le madri trasferiscono su di loro i propri problemi. I mariti non riescono a gestire la situazione. Quando stanno male, gli uomini si rifanno sulle donne. Per reazione si rifugiano nella religione, come rimedio al malessere, e cominciano a chiedere la moschea come priorità. Ma noi a Bolzano abbiamo bisogno di tante altre cose prima della moschea. Inserire i figli nelle scuole, fare progetti per donne e uomini che nel loro paese hanno conseguito dei titoli di studio e qui fanno solo le pulizie.
Io non sono contro alcuna religione, se uno vuole pregare faccia pure, non deve essere proibito, ma non è il momento della moschea a Bolzano, anche pensando a ciò che succede nel mondo. A Parigi hanno le moschee, ma hanno già superato tanti processi di inserimento. In Belgio la ministra della gioventù e cultura è una donna araba, marocchina di Tangeri. Il processo è molto più avanti. Allora la gente va a pregare in una moschea. Ma ci si deve andare solo per pregare.
Certo i gruppi terroristici si possono sviluppare anche fuori dalla moschea. A Bolzano ci sono tante moschee travestite da associazioni culturali. Ci vanno solo uomini. Il centro culturale islamico è solo per gli uomini. Se noi chiediamo di andarci, rispondono che possiamo farlo, ma quando ci andiamo veramente ci fanno sentire extraterrestri. Gli uomini sono convinti che loro valgono di più. Io dico loro: pensa a tua figlia! Va bene, tua moglie ti conviene sottometterla, tua madre non vale nulla, ma a tua figlia non ci pensi? Rispondono: eh, la figlia si sposerà, deve trovare un buon marito.
Che cosa potrebbero fare le donne di Bolzano, anche attraverso la Commissione per le pari opportunità, per coinvolgere le donne immigrate nella loro battaglia per i diritti civili? Vassyla Tanzali, avvocata algerina, incaricata dall’Unesco per i diritti delle donne, ha accusato gli intellettuali di sinistra francesi, nell’ambito del dibattito sulla legge del velo, di aver abbandonato le donne arabe nella loro lotta per l’emancipazione, introducendo un relativismo culturale. Nei mass media, nelle associazioni, nelle istituzioni, si sentono solo gli uomini, interpellati o su loro iniziativa.
La Commissione per le Pari opportunità non si è impegnata tanto in questo ambito. Si è limitata a fare una relazione sulla condizione della donna immigrata a una riunione. Adesso ci sono un po’ di progettini, approvati dal Fondo sociale europeo. Quest’anno abbiamo presentato un progetto di alfabetizzazione per le donne immigrate ed è stato bocciato. Questo è orribile. Era fatto dalle donne stesse, quindi posso ammettere che contenesse errori (le donne immigrate non hanno la padronanza della lingua, dei meccanismi dei progetti per la presentazione) ma è giusto, per degli errori formali, respingere un progetto che è fondamentale per l’inserimento non solo delle donne ma anche dei bambini? Al contrario, si dovrebbe andare alla ricerca di queste donne e lavorare con loro. Come cooperativa abbiamo una convenzione con l’ospedale e lì vediamo come tantissime persone, anche molto giovani hanno problemi psichici e fisici. Escono dal carcere pieni di dolori. E’ facile fare qualcosa di sbagliato quando non si ha niente da fare e non si sente di appartenere a nulla. Temiamo anche per i nostri bambini, che crescono, fanno la scuola dell’obbligo e poi si trovano per strada. La famiglia non è in grado di aiutarli a inserirsi nel tessuto sociale. La madre è ammalata di isolamento: in patria aveva una vita famigliare piena di gioia e relazioni, e qui si trova senza punti di riferimento.
Quando ci siamo laureate io e mia sorella i miei genitori hanno fatto festa per una settimana, con canti e balli, perché eravamo le prime femmine di quella famiglia a laurearsi. Mia madre coglieva ogni occasione per festeggiare con amiche e parenti. Qui invece non c’è tempo, perché devono lavorare, correre di qua e di là, perché il marito non vuole, non ci sono le case adatte. Quando nasce un bambino là si fa una bella festa e qui niente. Le donne ci rimangono male, come è successo a me, quando ho avuto il mio primo figlio, l’ho preso e sono venuta a casa. Si sopravvive, ma con tutte queste delusioni e frustrazioni, dopo un po’ si diventa infelici. Non dobbiamo chiedere a qualcuno delle soluzioni, ma fare qualcosa insieme agli altri. Ma non possiamo metterci insieme solo per la moschea. Dobbiamo chiedere che anche la nostra cultura entri nella scuola e che la lingua madre venga insegnata a scuola, perché non abbiamo abbastanza tempo per insegnarla ai nostri figli. Io lavoro tutto il giorno, come tante donne qui, e non posso ridurre i miei impegni, perché la mia permanenza qui è legata al permesso di soggiorno, al mio lavoro. Devo dire: aiutatemi, altrimenti vado fuori di testa. Le donne vogliono fare tutto: lavorare, curare i figli, e fare il pane caldo tutti i giorni per il marito. Anche se il marito è disoccupato, però lui è un uomo e il pane caldo non se lo fa da sé. Alcuni meccanismi sembrano banali. Però le donne vivono l’impossibilità di fare il pane caldo come una perdita di valori. Mio marito fa tutto, è pachistano, ma è un’eccezione, noi condividiamo tutto.
Mio figlio fa la scuola tedesca e parla tedesco, dialetto sudtirolese, italiano, arabo e pachistano. Io gli insegno a rispettare tutti. Alla mensa della scuola ad esempio, gli dico di mangiare con le posate e se sbaglia e prende qualcosa con le mani, gli consiglio di spiegare che per noi mangiare con le mani è un’arte. Non deve farlo, ma se succede, cerca di spiegare, non sta zitto. Bisogna essere rispettosi, ma far capire che le culture sono tutte bellissime.
Quando mio figlio è andato in prima elementare era l’unico bambino che sapeva le due lingue locali. Gli altri sapevano solo il tedesco. Io, come rappresentante dei genitori (pensa, sono stata eletta rappresentante dei genitori, anche se sono marocchina) ho chiesto quando verrà introdotto l’inglese, e loro hanno risposto che i bambini già hanno problemi con l’italiano e devono anche imparare il tedesco Hochsprache, perché a casa parlano solo il dialetto sudtirolese.
Io ho sempre parlato in francese con mio padre e in dialetto arabo con mia madre. I francesi hanno colonizzato, ma io volevo bene ai miei professori e li rispettavo. Li ricordo ancora oggi, sapevano pochissimo arabo. Perché devo venire qua e chiudermi? Ho sposato un pachistano e là in Asia è ancora tutto diverso. Mio padre non era d’accordo con il matrimonio, mi preferiva non sposata, ma va d’accordo con mio marito, perché è aperto o forse perché è straniero. Anche mia suocera ha detto che mi preferisce alle altre sei nuore, che sono tutte pachistane, “tu sei speciale”, dice. Con lei parlavo inglese, era molto islamica, facevamo discussioni, ma io capisco il pachistano, perché mio marito parla con i bambini nella sua lingua. Il mondo è piccolo, la gente viaggia, si deve avere il coraggio di accettare la differenza.
Perché secondo te qui è così difficile fra tedeschi e italiani, sempre attenti a misurarsi e rigidi nella comunicazione? Quando sento i tuoi figli che parlano le lingue e crescono attenti alle culture, mi accorgo che la società sudtirolese è ferma agli anni Ottanta quando una rivista letteraria dedicò un numero alla “Kreuz der Identität”, la croce dell’identità.
Hanno paura di perdere qualcosa. Non hanno un’identità tanto sicura. Io sono andata in giro per il mondo, ma sono sempre Fatima. Sono cambiata a contatto con le persone che ho conosciuto e attraverso le esperienze che ho avuto; anche il corpo umano cambia con il tempo, ma non ho problemi con la mia identità.
Si deve accettare la realtà di oggi. Se pensi di essere superiore, che la tua lingua e la tua cultura siano migliori, non ne esci più. E’ come chi non assaggia nessun piatto nuovo, perché pensa che solo quello che è suo è buono. Ci perde solo lui! Io cucino canederli, spaghetti, cous-cous, cinese, però preferisco la mia cucina. Ho imparato i piatti pachistani da mio marito. Abbiamo una bella stufa e la pentola speciale di terracotta per cucinare il tajin (che ha un corrispettivo tedesco nel Römertopf, Ndr), sotto si mette la carne e sopra le verdure e si fa cuocere per due o tre ore. Lo faccio quando ho tempo.
La guerra in Iraq ha influenzato il clima?
Noi abbiamo paura vivendo qua, di essere catalogati tutti come Saddam. Non condividiamo tutto ciò che fanno gli arabi, ma nemmeno ciò che fa Bush. Dobbiamo stare attenti a tutto ciò che facciamo, perché può prendere un tono estremista. Per questo il tuffo delle due donne velate ha assunto un significato diverso da quello di due ragazze che si buttano vestite per fare uno scherzo.
Che cosa è peggio, le donne che si sono buttate vestite, infrangendo la regola igienica, o chi ne approfitta per proporre vasche separate?
Le persone che dicono: “Non è così grave”, non mi piacciono, perché per loro gli immigrati sono diversi e devono restare diversi. Anche in questo caso per noi sinistra e destra non vuole dire molto. Perché in qualche momento sentiamo che la sinistra è con noi, ma quando la destra, Fini, ha proposto il diritto di voto per gli immigrati, la sinistra ha taciuto o ha solo criticato chi ha fatto la proposta. Se avessero battuto il ferro finché era caldo! Io vivo qui da 12 anni e non posso votare e non ho la cittadinanza e non ce l’hanno neppure i miei figli anche se sono nati qui. La legge dice che si può fare domanda dopo 12 anni, ma non si sa se poi la si otterrà. Fare vasche separate non è giusto. Non vogliamo essere messi in un ghetto. Anzi io vorrei che voi italiani e tedeschi vi metteste insieme. Non sai quanto mi sarebbe piaciuto mettere mio figlio in una scuola mista! E però la scuola bilingue non esiste. Cioè esiste una scuola privata, avrei anche lavorato di più per pagarla, ma è cristiana. Io non voglio che la scuola sia religiosa, neppure musulmana, voglio che sia laica. Però mi dispiace che mio figlio andando alla scuola tedesca non padroneggerà mai abbastanza la lingua italiana. In una scuola mista avrebbe imparato entrambe le lingue, come ho fatto io, in un mondo che è considerato di seconda categoria. E qui inoltre il primo giorno di scuola si deve andare tutti in chiesa, mentre in Marocco non si doveva andare alla moschea. La religione non c’entra con la scuola, il matrimonio, il battesimo. Siamo musulmani, ma siamo più avanti.
Nonostante tu parli di te come una straniera, è strano pensarti tale. Fai parte del paesaggio umano bolzanino, come e più di tanti nati qui.
Io qui ho vissuto un terzo della mia vita, mi sono sposata, ho avuto i miei figli, ho fatto un lavoro diverso, da biologa a mediatrice culturale, ora insegno matematica. Questa è la mia città, la conosco meglio della mia. Non sono proprio italiana, ma non sono neppure marocchina come chi vive in Marocco; sono sei anni che non ci vado. Sono venuta qua con niente e qui ho sofferto e ho avuto i miei successi. Sono stata abbastanza intelligente e fortunata da trovare la mia strada. Ricordo tutto, chi mi ha aiutato, stimolato, abbandonato. Per me il passato è la luce del presente. Per questo racconto ai miei figli la mia infanzia. La mia identità la sento molto forte, ma non la tengo come un quadro rigido, che non mi lascia muovere in questa società, bensì come una risorsa per vivere qui tranquilla e serena. La mia identità è anche quella dei miei figli. Mio figlio mi chiede: “I bin a Südtiroler, gell?” (in dialetto: “Sono un sudtirolese, no?”). Non posso dirgli di no, perché lui è nato qui. Gli dico: “Tu sei un Südtiroler, un pachistano, un arabo, e tu parli le lingue di tutti e parli con tutti”. La prima volta che ha visto la sua nonna in Pakistan ha detto: “Des isch net meine Oma” (questa non è la mia nonna), perché portava il bourka. E ho dovuto fargli capire che era bello avere due nonne così diverse.
I nostri bambini non vogliono essere stranieri, perché sono nati qui, tuttavia non hanno diritto di cittadinanza. Questo non posso dirlo a mio figlio, perché ci rimarrebbe male.


  


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